Il “Pentagon Pizza Index”, meglio noto semplicemente come “Pizza Index”, è un indicatore popolare e non scientifico – eppure, piuttosto efficace – secondo il quale, quando presso il Pentagono si registra un considerevole aumento di ordini di pizza da asporto fuori dall’orario d’ufficio, anche a notte fonda, significa che gli Stati Uniti si preparano a qualche grande operazione militare, o a gestire una grossa crisi internazionale. Se tanto mi dà tanto, corollario a questa teoria è la tesi secondo la quale la guerra nucleare scoppierà quando al Pentagono, oltre alle pizze, ordineranno anche i fritti. Già in passato questo monitoraggio di farinacei in entrata si era effettivamente rilevato esatto, anticipando rilevanti eventi geopolitici come la Guerra del Golfo; ma anche nel presente è stato attendibile: prima dell’attacco americano al Venezuela, il Pizza Index ha registrato un aumento del +700 per cento – e, visto il quadro generale dell’operazione, direi che erano tutte pizze con il salamino piccante. Dunque si era creato un grande panico la scorsa settimana, quando nel giro di poche ore il Pizza Index era aumentato del +1000 per cento: si temeva che Trump avrebbe attaccato l’Iran, la Groenlandia o direttamente Sorbillo. Poi alla fine fortunatamente non è successo nulla di tutto ciò, ma il timore di un attacco imminente resta anche adesso, specie perché Trump insiste che vuole la Groenlandia e una Quattro Formaggi. Ritengo che, visto che viviamo in tempi idioti, una fesseria come il Pizza Index vada presa molto sul serio; a cominciare dal chiederci se l’attuale politica estera e militare americana non sia in gran parte sintomo di intolleranza al glutine, se non conclamata celiachia. Ma all’atto pratico, cerchiamo di volgere a nostro vantaggio questa domanda di pizza sulla quale poggia l’esercito americano, un tempo alleato ma che oggi minaccia di passare al nemico: visto che ogni loro attacco è anticipato da ingenti ordinazioni di pizza, non possiamo “chiudergli i rubinetti” – e cioè, in questo caso, i forni? Siamo o non siamo l’Italia, gli inventori della pizza, per giunta oggi patrimonio Unesco assieme a tutto il resto della cucina italiana? E allora riprendiamoci il brevetto! Se Trump continua a minacciare che lui si prende la Groenlandia, noi gli leviamo la pizza. Fa i capricci? Niente più Capricciosa! Ci mette i dazi? E noi ci riprendiamo pure bruschette e calzoni! Lasciamo agli Stati Uniti solo i cartoni vuoti: voglio proprio vedere come pianificano al Pentagono le prossime mosse, senza i picchi glicemici garantiti da un bel cornicione di pasta lievitata. Detta con uno slogan pacifista: mettete una Fiori di Zucca e Alici nei vostri cannoni. Il piano è semplice, ma da attuare alla svelta: investiamo i fondi di ReArm Europe per attirare economicamente qui in Europa tutti i panificatori, pizzaioli, fornai e rider oggi in America. Lasciamogli senza nessuno che possa stendere, infornare e consegnargli nemmeno una Marinara. Senza più nessuno che gli fa e gli porta le pizze, al Pentagono saranno costretti alla resa: bandiera bianca per una focaccia. Capace che così facendo qualcuno in America dimagrisce pure, ché tanto male non gli fa. (Anche se già m’immagino i trumpiani d’Italia, che come la Machado ha riciclato a Trump il suo Premio Nobel per la Pace usato, così anche da noi si organizzeranno per portare alla Casa Bianca una teglia di pizza al taglio, o anche solo un supplì, per ingraziarsi quel ciuffo imbizzarrito e fuori controllo).
Berlino. Friedrich Merz, europeista e atlantico, soffre sulla propria pelle il braccio di ferro fra Stati Uniti e Danimarca (ovvero l’Europa) sulla
Negli ultimi anni la figura di Giovanni Pascoli è stata oggetto di riscoperta e dunque di una sostanziale rivalutazione critica. Con l’uscita di "Pascoli maledetto" (Il melangolo, 2020), Francesca Sensini dava una lettura totalmente nuova del poeta romagnolo inserendolo nel solco della grande tradizione modernista europea, che era stata modellata intorno all’apparizione di tre grandi poeti francesi – Verlaine, Rimbaud, Baudelaire – i quali sconvolsero totalmente i codici interpretativi della poesia settecentesca fino allora vigente. Ricollocandolo all’interno di un presagio di sfortune e di un certo “maledettismo”, il libro di Osvaldo Guerrieri narra in maniera romanzata e con un approccio da cronaca giornalistica la morte di Giovanni Pascoli, avvenuta per una forma di cirrosi epatica dovuta al troppo consumo di alcol di cui il poeta era solito fare uso. Un poeta “maledetto” insomma, ma “maledetto” altresì nelle vicende della sua esistenza travagliata che in poesia cercò di mascherare prendendo direzioni totalmente opposte: quelle per esempio del candore prese a prestito da quella poetica del fanciullino che tutti conosciamo sin dai banchi di scuola. Stravolgendo in qualche modo l’immagine stereotipata che vede Pascoli come un poeta che abbia riversato la propria vita in poesia, Guerrieri non manca di dettagliare le turbe e i problemi legati alle condizioni economiche e di salute che hanno puntellato gli interi cinquantasei anni di vita del poeta romagnolo. Ne deriva un racconto biografico che non lascia nulla al caso, dove i retroscena e le citazioni di frammenti di poesie e di lettere arricchiscono la narrazione che si sposta su varie regioni e città d’Italia, quelle in cui Pascoli visse, studiò e insegnò: San Mauro, Castelvecchio, Urbino, Barga, Bologna, Matera, su tutte. Gli incontri, gli scontri, la partecipazione attiva alla vita politica (fu un fervente militante socialista) e a quella intellettuale dei primi anni venti del Novecento vengono inoltre messi in risalto all’interno del libro, sullo sfondo della temperie artistica della Belle Époque e delle vicende belliche che avrebbero sconvolto il mondo con lo scoppio della prima guerra mondiale. In fondo Pascoli fu un poeta che sentì su di sé i problemi della gente e che provò a farsene carico sia con l’impegno politico sia con una poesia che ci esorta ancora a volgerci verso le cose importanti della vita: gli affetti, il nido, gli animali, il rapporto con la natura e la morte. Ed è tutto questo che, con la scrittura di questo pregevole libro, Osvaldo Guerrieri ha saputo dimostrare a pieno titolo. Osvaldo Guerrieri Zvanì Gramma Feltrinelli, 192 pp., 18 euro
"Mi chiamo Jean, ho trentasei anni, sono un medico di base e non sono più capace di piangere”. Baptiste Beaulieu, medico e autore, presenta con queste parole il protagonista del suo ultimo romanzo "Dove vanno a nascondersi le lacrime". Una storia dalla semplicità disarmante, eppure così ricca di umanità, quella vera e imperfetta, che guarda negli occhi tutti. L’autore affida la narrazione a Jean, che da medico del pronto soccorso sceglie di esercitare il suo lavoro in un ambulatorio del sud-ovest della Francia. C’è un prima e un dopo nella sua storia: il momento esatto in cui i suoi condotti lacrimali si sono stretti a tal punto da impedirgli di piangere corrisponde ai dodici minuti trascorsi in ambulanza per raggiungere un bambino in preda alle convulsioni. Dodici minuti di troppo, quando ne bastavano appena sei, perché la madre del bambino inverte i numeri del loro indirizzo. Dopo un viaggio lontano da quel fantasma che lo insegue, Jean coglie una scintilla nell’incontro con Edith: “‘Prima finisco qui con la paziente AVC (accidente vascolare cerebrale)!’. Édith mi guarda: ‘Sarei io, la paziente AVC?’. Scusa, Édith. Tu sei un essere umano e io invece sono un idiota [...]. Non lo rifarò più”, dice il narratore. Una scossa, una presa di consapevolezza inaspettata e immediata lo portano a dedicarsi alla medicina di base, dove i malati non sono posti letto, ma persone da ascoltare, toccare, consolare. Si apre così il racconto delle storie dei pazienti che lo hanno segnato di più, dando forma a un’anatomia umana abitata senza riserve e senza barriere. Sono corpi, voci, gesti, esistenze, enigmi: c’è la signora Moreno, che vuole rimanere al buio; la signora Chahid, che ha bisogno di parlare e di essere ascoltata; la vecchia femminista Josette, al quinto tumore; il signor Soares, malato cronico; la signora Gonzales, con la protesi al naso a causa di un marito violento; la signora Virginie, con la sindrome dell’affaticamento cronico, ma il marito la crede pazza. Come si regge il peso dell’impotenza di fronte a queste storie? Come si gestisce la rabbia, la frustrazione, il senso di colpa, la compassione, la dedizione, senza piangere? Con estrema delicatezza e ironia, il libro di Beaulieu si dilata nel tempo del dolore e, non da meno, dell’accettazione. Perché, come scrive nel suo esergo citando Fernando Pessoa, bisogna ricordarsi che “anche il giorno muore, e che il tramonto è bello ed è bella la notte che resta. Così è, e così sia”. Baptiste Beaulieu Baptiste Beaulieu Edizioni e/o, 176 pp., 17,50 euro
"ella morte non ci si può non occupare e non c’è un modo per occuparsene. Il paradosso si distende tra la consolazione del quadrifarmaco epicureo e l’inesorabilità dell’esistenzialismo heideggeriano. Ma una meditazione sulla morte, che corre il perpetuo rischio di uno scivolamento verso una farneticazione sul nulla, può assumere improvvisamente significato se piega in una meditazione sulla vita. “Il senso della morte è il più indispensabile al senso della vita”. C’è una vena quasi sociologica nelle divagazioni inquiete dell’Ottiero Ottieri settantatreenne, e nella forma ibrida di un saggio che diviene racconto. Ottieri ha di fronte una civiltà lanciata in una corsa frenetica, che non ammette soste. Questa corsa impazzita, però, è insieme una paralisi: quella di chi, per un illusorio senso di sicurezza, rifiuta ogni confronto con l’imprevedibile e l’ignoto. Poi, nel bel mezzo del libro, Ottieri decide di scrivere un piccolo romanzo. Lo stile cambia, ma il tema è il medesimo: come il morire influisca sul vivere. Si presenta come una specie di resoconto che un medico compila per descrivere la vita emotiva di un paziente. Sono annotazioni asciutte, ma il tormento è contagioso e tramuta il resoconto in biografia, forse perfino in una autobiografia per interposta persona. Dall’amore platonico o carnale, dal dono della giovinezza di far scordare la nostra mèta universale, maturando e invecchiando si finisce contro un’ossessione. Più che un elemento della vita, la morte diviene pensiero patologico. I gesti si fanno calcolati, la distrazione di un amore si fa salvifica, c’è chi, per ansia anticipatoria, la fa finita prima del tempo. Ottieri descrive una ricerca spasmodica di risposte. Le risorse limitate della scienza dialogano con l’accettazione della fede, che rivela nel desiderio di non morire mai la vera miseria. Ottieri ci consegna un esercizio, una pratica, un allenamento. Chi non sa accostarsi alla morte, mentre vive, non è mai veramente vissuto. La morte è ciò che c’è di più intimo e di più estraneo: dobbiamo prenderci confidenza, familiarizzare. L’ironia di Ottieri è costantemente temperata dalla cauta pacatezza. Il suo è un pensiero “laico di mente non d’animo”, tentato di rifuggire il pessimismo e rifugiarsi nella promessa di salvezza. Lui stesso ricostruisce il proprio itinerario personale e intellettuale, da uno scientismo inamovibile al disperato attaccamento a una ragionevolezza che, come per Sisifo o Giobbe, rischia sempre di annebbiarsi nell’assurdo. Ottiero Ottieri De morte Utopia Editore, 128 pp., 18 euro
Come è tristemente noto, nell’autunno del 1938 il regime fascista approvò le Leggi razziali: erano norme volte a colpire i cittadini italiani “di razza ebraica” privandoli in particolare dei diritti politici e d’espressione, patrimoniali e professionali. Quei cittadini sarebbero stati così costretti a lasciare il paese – rinunciando in buona misura alle loro proprietà –, o a condurvi un’esistenza sempre più stentata, in balìa di continui arbitri e soprusi che avrebbero spesso costituito l’anticamera della deportazione. La legislazione antisemita prevedeva però anche alcune piccole clausole d’eccezione, denominate “discriminazioni”: tali dispense erano state riservate a coloro che, pur essendo di origine israelita, sarebbero stati in grado di vantare – sulla base di una documentata istanza – particolari benemerenze, fossero queste derivanti da un eroico comportamento in guerra o da una precocissima, fervente militanza fascista. Chiedendosi anzitutto se la cittadinanza sia un diritto o un merito, la storica Enrica Asquer ha proceduto ad analizzare con lucidità, rigore e meticolosità un meccanismo che si è rivelato cruciale nell’ambito della persecuzione antiebraica voluta e posta in essere dal regime mussoliniano: quello della deroga alla normativa razziale. Gestito in modo centralizzato dal ministero dell’Interno, il procedimento in questione doveva essere seguito dalle domande individuali che, attraverso i prefetti, giungevano alla Direzione generale per la demografia e la razza (nota come “Demorazza”), venivano esaminate da quest’ultima e, caso per caso, accettate o respinte. La studiosa ha pertanto preso in esame l’ampio patrimonio documentario costituito dai singoli fascicoli di “discriminazione” provenienti dalla città di Milano dall’ottobre del 1938 ed è in seguito giunta a elaborare una disamina del razzismo amministrativo fascista. Ne è risultata una storia sociale della cittadinanza fondata sulle azioni intraprese dagli individui che, colpiti dalle norme antisemite, rivendicavano il proprio status di membri pleno jure del Regno d’Italia. In seguito, nell’autunno del 1943, l’ordine di polizia n° 5 avrebbe stabilito “per tutti gli ebrei, anche se discriminati”, l’internamento in appositi campi di concentramento e l’immediato sequestro, con successiva confisca integrale, dei loro beni. La persecuzione voluta dalla Repubblica sociale si sarebbe dunque abbattuta su tutti i cittadini di origine israelita senza distinzioni di sorta: le “discriminazioni”, insomma, non sarebbero state più tollerate. Enrica Asquer Caso per caso Viella, 292 pp., 28 euro
Cost of living likely to dominate the agenda ahead of 7 November poll as centre-right National party battles to retain power The prime minister, Christopher Luxon, has announced New Zealand’s next general election will be held on 7 November, kickstarting a campaign cycle that could become one of the country’s most contested in years. On Wednesday, Luxon told reporters the National party would continue its agenda to “fix the basics and build the future”. Continue reading...
Il presidente della Bulgaria, Rumen Radev, si è dimesso usando parole strane, quasi non fosse stato lui il capo dello stato finora. Ha definito il sistema politico bulgaro un modello di governo vizioso e ha detto che “la battaglia per il futuro della patria è davanti a noi… Possiamo farcela e ce la faremo”. Radev intende presentarsi alle elezioni legislative che ci saranno in primavera, non si sa se fonderà un nuovo partito, ma cosa intende quando parla di “battaglia della patria” è abbastanza certo. Radev è uno dei politici più euroscettici del paese, si è opposto all’ingresso della Bulgaria nella zona euro, è contrario agli aiuti all’Ucraina e al suo ingresso nell’Ue, è favorevole a un riavvicinamento a Mosca e non si sa se, nel corso della campagna elettorale, potrebbe cercare di unirsi con gli altri partiti che condividono le stesse battaglie. Sofia è senza governo da dicembre, ha adottato l’euro dal primo gennaio senza un esecutivo e senza una nuova legge di bilancio. La Bulgaria è il paese più povero dell’Ue e c’è molta attenzione per il voto che si terrà fra qualche mese perché la sua politica sembra sempre in bilico. Radev è considerato un politico esperto, con un’agenda chiara. Le sue posizioni sono note e il proliferare di partiti vicini a Mosca potrebbe avere due effetti: o frammentare il voto nazionalista ed euroscettico, indebolendo formazioni finora più forti, come Rinascita, oppure, con Radev, nuovi voti ed elettori potrebbero essere attratti dalla novità. La Bulgaria è uno dei paesi in cui la propaganda del Cremlino ha lavorato con più forza, agendo contro il sostegno all’Ucraina e contro l’adesione all’euro. Non è però mai riuscita a portare alla vittoria i partiti filorussi, anzi gli elettori hanno sempre confermato il partito Gerb, nonostante la diffidenza per i suoi leader. Questa volta il paese andrà al voto dopo grandi proteste, la sfiducia nei confronti di Gerb e le accuse di corruzione potrebbero portare cambiamenti, ma la notizia della vittoria della propaganda russa potrebbe essere ancora una volta esagerata.
L’archeologo Oscar Mei: “Dopo il ritrovamento della Basilica il legame con la città è assodato. Fu lui a disegnare il primo piano regolatore e a ispirare, secoli dopo, il genio di Leonardo”
Il caso dell’incidente a Cattabrighe finisce in tv: oltre al danno, la beffa. Nessun rimborso dalla Regione
Finaliste scelte: le candidate di Marche ed Emilia-Romagna in pole position. Si deciderà entro il 27 marzo. Zattini e Lattuca: “Spazio ai nostri sentieri della bellezza”. Silvetti: “Siamo felici”
L’epicentro a Militello Rosmarino
La Polizia ha fermato quattro ragazzini con alcune dosi di droga: da loro si è arrivati al ’fornitore’. Aveva anche una pistola a salve con proiettili. Dopo la direttissima, è ai domiciliari. Proseguono le indagini
La 24enne è stata gettata a terra e spogliata. Il 39enne, rientrato dal Portogallo, ha trovato la polizia alla fermata del bus
Popular Mavic drone will be replaced by homegrown option with longer range, says minister; digital transformation of Ukraine defence ministry and military announced. What we know on day 1,428 Ukraine’s new defence minister has announced troops will begin fielding a homegrown replacement for the Chinese-made DJI Mavic drone. Reliance on China for drones and components has been a major concern for Ukraine given Beijing’s close relationship with Moscow. The retail-grade Mavic is used widely for aerial reconnaissance on the frontlines by both sides, even though Ukraine already builds many of its own “suicide” attack drones – as well as defensive versions used to take down Russian drones. Mavic drones are prized by Ukrainian army units, who are often supported by volunteer groups that continuously run campaigns to source Mavics and raise funds to buy them. Mykhailo Fedorov, the defence minister, said: “We will have our own Mavic analogue: the same camera, but with a longer flight range.” Fedorov did not disclose the manufacturer of the Ukrainian version. Fedorov on Tuesday promised a sweeping data-driven overhaul of Ukraine’s military to reward commanders achieving results on the battlefield and give Ukrainian forces the upper hand. Fedorov said he would start by overhauling the vast defence ministry’s management and spending, emphasising the importance of “the mathematics of war”. He promised a mission control system for drone flights and for artillery crews to increase the data available about crews’ performance and effectiveness. Fedorov said Ukraine would establish a system allowing its allies to train their military artificial intelligence models on Kyiv’s combat data collected throughout the war including combat statistics and millions of hours of video taken by drones. A Russian air attack cut power to more than a million Kyiv residents and affected substations carrying power from Ukraine’s nuclear plants on Tuesday. Ukrainian officials had warned in recent days that Moscow would target nuclear-related facilities. The UN atomic watchdog said several substations critical for nuclear safety were affected by the attack, while power lines to some other nuclear plants were affected. Drone and missile strikes killed four people: three in the south-eastern city of Zaporizhzhia and one in the Kyiv region surrounding the capital. Other regions in the east, south and north of Ukraine also came under attack. “In Kyiv alone, as of this evening, more than one million households remain without power,” said Ukraine’s president, Volodymyr Zelenskyy, in his Tuesday evening address. “And a significant number of buildings have no heating, more than 4,000 apartment buildings.” Authorities in the northern region of Chernihiv bordering Russia said 87% of the population was without power. All off-site power was also temporarily lost at the Chornobyl plant – where the reactor destroyed in the world’s worst civil nuclear catastrophe is entombed and requires constant monitoring for safety. “While Russian officials speak about the ‘importance’ of power lines, their forces deliberately strike substations, directly endangering nuclear safety,” said Ukraine’s foreign minister, Andrii Sybiha. A new round of peace talks at the weekend between US and Ukrainian officials was followed on Tuesday by a meeting at Davos in Switzerland between envoys for presidents Donald Trump and Vladimir Putin. Kiril Dmitriev, the Russian envoy, said their meeting on a possible peace deal to end the war had been “very positive” and “constructive” and claimed that “more and more people are realising that Russia’s position is right”. Dmitriev met Steve Witkoff and Trump’s son-in-law Jared Kushner. Zelenskyy urged the US to pile more pressure on Moscow, saying it had “not yet had the strength” to stop Russia. “Can America do more? It can, and we really want this, and we believe that the Americans are capable of doing this,” said the Ukrainian president. Zelenskyy said some of the Russian missiles fired on Tuesday had been produced this year and called for tougher sanctions on Moscow to curb its production. He said he was ready to travel to Davos if Washington was ready to sign documents on security guarantees for Ukraine and a postwar prosperity plan. Continue reading...
For years, Beijing has struggled to gain a foothold in Greenland, in part because of US and Danish unity. Trump’s fraying of that alliance could create the opening it needs According to Kaja Kallas, the European Union’s foreign affairs chief, China and Russia must be having a “field day” about Donald Trump’s plans for Greenland, which Kallas says will divide Nato. But according to Trump, his plans are motivated by a desire to counter the very threat that Kallas identified. “World peace is at stake! China and Russia want Greenland, and there is not a thing that Denmark can do about it,” Trump wrote on Truth Social on Saturday. Continue reading...
Il Tribunale accoglie il ricorso dei tassisti, appoggiato da Fratelli d’Italia. L’orefice Sergio Baldazzi prese la contravvenzione per essere andato a 39 chilometri orari: “Oggi chi segue il provvedimento?”
Gianluca Ginoble, Ignazio Boschetto e Piero Barone per i 140 anni del Carlino. Un viaggio nella fabbrica delle notizie, dalle bobine di carta alla redazione
Gli scavi a Fano condotti dalla società AdArte. Marcello Cartoceti: “Siamo orgogliosi di aver contribuito a questa scoperta straordinaria”
Serrande abbassate anche in via Toschi, via Calderini e piazza Prampolini. Il triste bilancio dei negozi che chiudono
Porto Recanati (Macerata), un’ordinanza del sindaco Michelini diretta all’amministratore di condominio per la bonifica. Nel palazzone ci sono ascensori e luci fuori uso, cumuli di sporcizia, vetri in frantumi e degrado
Live updates from the day session at Melbourne Park Women’s and men’s No 1s on Rod Laver Arena Any thoughts? Get in touch with an email Elsewhere around Melbourne Park, defending women’s singles champion, Madison Keys, overcame a wobbly start to defeat Ukrainian Oleksandra Oliynykova, who was nearly successful in throwing off her opponent with her unusual style. Tumaini Carayol took a closer look at that encounter: Continue reading...
Via il presidente Cammarata e il ds Costa. Ma l'industriale calabrese Pippo Caffo conferma il suo impegno: «Ho garantito l'iscrizione al campionato dopo aver regalato la società accollandomi i debiti. Pronto a sponsorizzare il club per un progetto serio e condiviso. Anche se a me nessuno ha dato una mano»
Emmy award winner faces charges of inappropriately touching a minor while on set directing a TV series A judge has ordered that actor Timothy Busfield be released from jail during a detention hearing on child sex abuse charges . The order Tuesday by state district court judge David Murphy is linked to accusations that Busfield inappropriately touching a minor while working as a director on the set of the series The Cleaning Lady. Continue reading...
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