La sfida quotidiana contro l'oblio della demenza vascolare e dell'Alzheimer si è trasformata, per la giovane Jess e sua nonna Dorothy, da una coraggiosa rappresentazione della...
Traffico in tilt in pieno centro a Napoli a causa di allagamenti e buche nell'asfalto provocati dalla copiosa pioggia della notte. Su via Acton, l'arteria che collega via Marina...
Studenti, lavoratori fuori sede, giovani coppie. Tutti accomunati dalla difficoltà di pagare un affitto o di acquistare una casa. Il problema è esploso negli ultimi...
Se Hamas si sforza «al 100 per cento» per ritrovare il corpo dell’ultimo ostaggio israeliano
In pelle vegana, marmo, ghisa: ideali per i bicipiti, stanno bene anche in un soggiorno design o sulla scrivania dell’ufficio.
Un mutuo su cinque viene stipulato grazie alla garanzia dello Stato. Il Fondo Mutui Prima Casa, istituito nel 2013 e gestito da Consap, offre la copertura pubblica a una fetta...
Il calo del potere d’acquisto e lo squilibrio tra domanda e offerta stanno rendendo la casa sempre meno accessibile nelle aree urbane: secondo l’Osservatorio Immobiliare di Nomisma si rilevano canoni...
Sulla facciata del centro di detenzione di Los Angeles, noto come “Twin Towers”, è stato proiettato un video in cui si vede un agente dell’Ice bendato che spara alla cieca “ai nostri amici, madri, bambini, alla nostra sicurezza”. L’opera di street art si aggiunge alle ondate di protesta contro l’organo di sicurezza anti-migranti supportato da […] L'articolo Proiettato video anti-Ice sul penitenziario di Los Angeles: un uomo spara alla cieca su “amici, madri, bambini” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Arriva un importante tributo al governo Meloni dall’estero, e ancora una volta da un giornale francese, che come altri media transalpini non lesina paragoni “autoflagellanti” tra Macron e la premier italiana. E nei giorni in cui il nostro fuoriclasse Jannik Sinner dà spettacolo agli Australian Open, la testata francese dedica alla Meloni un titolo e […] L'articolo La Francia incorona Meloni in versione Sinner. “Les Echos”: «Con lei serietà e fiducia nell’Italia, ora ha il match point…» sembra essere il primo su Secolo d'Italia.
Prima dell'inizio del secondo derby italiano degli Australian Open, anche il numero 2 del ranking Atp è stato costretto a togliere un semplice sensore
Nella notte la frana a Niscemi, grosso centro della provincia di Caltanissetta, «si è mossa ancora e è estesa in direzione Gela». Non solo...
Lo scontro verbale tra gli agenti dell'Ice e l'infermiere ripreso dai passanti
Il produttore cinese punta sulla lente periscopica e sulla fotografia creativa per differenziarsi nella fascia medio-alta. Ma il prezzo lo porta a sfidare i top di gamma, e non sempre la creatività basta a colmare il gap sulla potenza.
Minister defends move, saying that a mayoral campaign in Greater Manchester would have ‘a substantial and disproportionate impact’ on party resources Andy Burnham has suggested that Labour is more likely to lose the Gorton and Denton byelection now that it has blocked him from being the candidate. He implied this last night in a reply on social media to a post from Tom Baldwin, Keir Starmer’s biographer and communications director for Ed Miliband when he was Labour leader. Baldwin said: I’ve always liked @AndyBurnhamGM but the prospect of him returning to Westminster has already added to inward-looking psychodrama that does no one any good. And an unnecessary by-election for Mayor of Manchester might well have resulted in long term damage to his reputation too. I’m not sure losing a by-election does us any good either, Tom. I am disappointed by today’s NEC decision and concerned about its potential impact on the important elections ahead of us. To whoever is Labour’s candidate and to our members in Manchester and Tameside: you will have my full support and I will be there whenever you need me. Continue reading...
Svolta nel caso Corona-Signorini. È stato accolto dal giudice il ricorso di Alfonso Signorini, presentato dagli avvocati Daniela Missaglia e Domenico Aiello. Fabrizio Corona dovrà consegnare tutto il materiale raccolto e raccontato a “Falsissimo” sul giornalista e soprattutto non potrà più pubblicare ulteriori informazioni su di lui. Come riporta Il Corriere della Sera: “Il giudice […] L'articolo “Fabrizio Corona dovrà ritirare Falsissimo e tutte le informazioni private riguardanti Alfonso Signorini”: è la decisione del giudice Roberto Pertile proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è un luogo, nelle città contemporanee, in cui si concentrano energie sociali spesso ignorate dal dibattito pubblico: la curva. È da qui che parte “Ultras – Antropologia di una subcultura ribelle”, il nuovo libro di Francesco Trione, un saggio socio-atropologico scritto da Francesco Trione, che esplora il fenomeno ultras come una delle più significative forme [...] L'articolo In libreria, uno sguardo antropologico sugli ultras proviene da Avanti.
La giunta esecutiva: 'Gravi timori dopo l'inchiesta di Report. Nordio intervenga'
La donna alla guida di una Fiat Panda, stava viaggiando in direzione Bologna quando ha centrato, in via Jussi il mezzo elettrico che procedeva nella sua stessa direzione. La sua auto, nell’impatto, ha perso sia lo specchietto retrovisore destro che il cerchione di un ruota. La polizia locale è riuscita a rintracciarla poco dopo e a denunciarla
Nella Live Lorenzo è terzo, ora per confermarlo deve battere Djokovic ai quarti di finale: per il tennis azzurro sarebbe un risultato storico. Tutti i dettagli
Avevo tredici anni quando mio padre mi portò a vedere un allestimento di Morte di un commesso viaggiatore, con Tino Buazzelli nel ruolo del protagonista e la regia di Edmo Fenoglio. “E’ un capolavoro del teatro moderno”, mi disse, e io non sapevo cosa aspettarmi, non sapevo nulla del testo, e Arthur Miller per me era solo il fortunato che aveva sposato Marilyn Monroe. La drammaticità della vicenda mi riempì di angoscia, e rimasi sconvolto dalla scena finale, con Linda che continua a parlare al marito Willy Loman dopo il suo funerale: “Oggi ho fatto l’ultimo pagamento della casa. Oggi, caro. E non ci sarà nessuno a casa… Siamo finalmente liberi… Siamo liberi…”. Era molto brava Evi Maltagliati a interpretare una donna che manteneva la propria dignità in momento così tragico, ed era magnifico Buazzelli nel ruolo del protagonista, il cui nome Loman/Low-Man, mi spiegò mio padre, ne suggeriva la natura di sconfitto. Fu in quell’occasione che scoprii che la grande arte americana non propone soltanto l’epica della conquista o il divertimento escapista, e ne ebbi conferma leggendo due libri che mi regalò poco tempo dopo: "Il grande Gatsby", con quel finale che lasciava un sentimento struggente sulla visione del mondo di Fitzgerald: “Così continuiamo a remare, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato”, e "Il vecchio e il mare", nel quale l’identificazione del protagonista con Hemingway mi appariva ancora più evidente. “Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce”, ricordo a memoria l’incipit, così come le ultime parole, anche queste strazianti: “Il vecchio sognava i leoni”. Sono stati i personaggi di Jay Gatsby e Santiago a farmi capire quanto siano diversi i percorsi esistenziali che ognuno può intraprendere in America, e come siano sempre fallaci i concetti di vittoria e sconfitta: due “impostori”, per dirla con Rudyard Kipling. Mi chiedo se si possa dire lo stesso di Willy Loman, il piccolo uomo schiacciato dalla logica spietata del capitalismo, e quale fosse il suo rapporto con la libertà, evocata con disperato sarcasmo dalla moglie Linda. Crescendo ho avuto modo di vedere il film di Volker Schlöndorff con Dustin Hoffmann, e un allestimento teatrale diretto da Mike Nichols con Philip Seymour Hoffmann. Oggi attendo con curiosità la nuova versione cinematografica in chiave afroamericana adattata da Tony Kushner e la regista Chinonye Chukwu con Jeffrey Wright e Octavia Spencer. Sarà lei a pronunciare le parole “Siamo liberi!” costringendomi ancora una volta a chiedermi: cos’è la libertà? Che rapporto ha con il successo, ammesso che ne abbia? Da cattolico credo nelle parole dell’evangelista Giovanni, “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”, ma so che sarebbe assurdo, oltre che arrogante, circoscrivere la verità e la libertà solo a chi si definisce credente. La libertà di cui parla Linda è dall’oppressione dei debiti, e ne circoscrive il concetto in una dimensione materiale, ma è evidente che il tema può essere declinato in molteplici modi: penso in primo luogo alla differenza tra l’essere liberi da qualcosa ed esserlo per ottenere qualcosa. Esiste poi la mancanza di libertà politica e sociale, e la prima immagine che mi viene in mente è quella della donna che si rifiuta di arretrare di fronte all’esercito francese nel finale della Battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo. Non ne sappiamo neanche il nome e la vediamo sfidare e danzare il proprio diritto di libertà fissando negli occhi i colonizzatori. Un’immagine lirica e potente che portò Pauline Kael a scrivere sul New Yorker che Gillo Pontecorvo è “il tipo più pericoloso di marxista: un marxista poeta”. Non è meno potente quella di Perfidia Beverly Hills al nono mese di gravidanza che spara furiosamente con un mitra in Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson: per lei la libertà significa “non aver paura” e in quel momento è portatrice nello stesso tempo di vita e di morte. Combatte per difendere gli immigrati, Perfidia, tema quanto mai attuale: ovviamente per il governo è una terrorista, come i protagonisti della Battaglia di Algeri, e come loro si macchia anche di crimini efferati. La domanda che sorge spontanea è quali sono i limiti che si possono raggiungere per difendere una causa, un ideale, un valore come la libertà stessa? Su questo tema il cinema ha proposto anche una provocazione terribile e scabrosa, che tuttavia condivido. Mi riferisco ad Arancia meccanica, lo straordinario film che Stanley Kubrick ha tratto dal romanzo di Anthony Burgess, basato sull’idea che non si può in alcun modo limitare la libertà di un essere umano, anche se la persona in questione si macchia di crimini orribili quali lo stupro e l’omicidio. E’ difficile, quasi impossibile, accettare un principio del genere, eppure è il cuore del libero arbitrio, concetto sul quale Erasmo da Rotterdam si è scontrato con Martin Lutero, che nel De servo arbitrio nega che ognuno sia artefice della propria sorte. Partendo dall’affermazione di San Paolo secondo cui tutti sono caduti, scrive: “Liberum arbitrium esse merum mendacium / il libero arbitrio è una mera menzogna”. Da cattolico mi trovo in disaccordo con Lutero, il quale riteneva la salvezza possibile solo in virtù della grazia divina, e ricordo quanto scrisse Tolstoj: “Il libero arbitrio è la consapevole comprensione della propria vita. È libero chi comprende di essere vivo. E comprendere di esser vivi vuol dire comprendere la legge della propria vita e cercare di rispettare la legge della propria vita”. Su questo stesso tema Agostino d’Ippona, pur condannando la teoria di Pelagio secondo cui la salvezza è dovuta esclusivamente alle scelte del singolo individuo, ha affermato: “Dio che ha creato tutto senza di te, non ti salverà senza di te”. Ho voluto rivederlo, il film di Kubrick che è bene citare con il titolo Un’arancia a orologeria: la traduzione italiana sposta l’attenzione sulla disumanizzazione del personaggio, minimizzandone la potenzialità esplosiva evidente nel formidabile incipit di Burgess: “There was me, that is Alex, and my three droogs, that is Pete, Georgie, and Dim, Dim being really dim, and we sat in the Korova milkbar making up our rassoodocks what to do with the evening, a flip dark chill winter bastard though dry. / C’ero io, cioè Alex, e i miei tre soma, cioè Pete, Georgie, e Bamba, Bamba perché era davvero bamba, e si stava al Korova Milkbar a rovellarci il cardine su come passare la serata, una sera buia fredda bastarda d’inverno, ma asciutta”. Rimango sempre turbato al pensiero che il film abbia generato violenza emulativa da parte di delinquenti di ogni parte del mondo, e intristito all’idea che l’apprezzamento del folgorante magistero registico di Kubrick abbia messo in secondo piano un racconto morale nella tradizione di Defoe, Stevenson e Thackeray, autore che non a caso il regista newyorkese ha adattato nel successivo Barry Lindon. Eppure è così evidente quanto sta a cuore ai due autori, come testimonia il personaggio del prete che si ribella – unico in tutta la vicenda – alla mostruosità etica della cura Ludovico, ideata con le nobili intenzioni di annichilire gli istinti violenti. Il racconto morale è ancora più evidente quando Alex viene ripudiato dai genitori che hanno adottato al suo posto un ragazzo bello, aitante e biondo: è il rovesciamento della parabola del figliol prodigo, e il giovane perbene ha le fattezze di un campione di razza ariana. Tra il libro e il film esistono differenze significative: nel romanzo i criminali sono minorenni, e il governo che mette in atto la Ludovico Technique, in italiano la Cura Ludovico, ha tutta l’aria di essere di destra. Nel film, come anche nel libro, non viene mai esplicitamente detto, ma Burgess, di simpatie conservatrici, lascia intendere che sia di sinistra, mentre Kubrick, di idee liberal, suggerisce invece che sia conservatore. Sono innumerevoli le immagini memorabili del film, ma la più potente è il primo piano con il quale il protagonista si presenta all’inizio del film annunziando che sta per dedicarsi all’ultra-violenza: la provocazione di Burgess e Kubrick è che Alex in quel momento è un uomo libero di agire come vuole, quindi anche di commettere crimini gravissimi, e proprio per questo è ancora un uomo. Rivedendo Arancia a orologeria ho pensato al discorso di Martin Luther King passato alla storia come “I have a dream”. La realizzazione del sogno, “così radicato nel sogno americano”, consentirà di dire finalmente “we will be able to join hands and sing in the words of the old Negro spiritual: Free at last. Free at last. Thank God almighty, we are free at last / potremo finalmente tenerci per mano e cantare con le parole del vecchio spiritual dei neri: Finalmente liberi. Finalmente Liberi. Grazie a Dio saremo finalmente liberi”. Considerando la sua fine violenta e l’evoluzione tragica di quanto sta avvenendo in tutto il mondo, mi chiedo se la libertà finisca per essere solo un sogno e non sia equiparabile alla morte. Questa concezione non è relativa solo all’oppressione materiale, ma in alcuni casi estremi anche ai sentimenti: Catherine, la protagonista di Jules e Jim, sceglie ad esempio di morire con uno dei suoi amanti di fronte agli occhi esterrefatti dell’altro, e in Thelma e Louise le due protagoniste preferiscono morire pur di non arrendersi alle forze dell’ordine e, soprattutto, accettare nuovamente la vita quotidiana che hanno rifiutato. Le sequenze conclusive dei due film sono drammaturgicamente simili, ma risulta impietoso il paragone tra il linguaggio pubblicitario di Ridley Scott con quello asciutto e lirico di François Truffaut. E’ stato proprio il regista francese a consegnarci un’immagine indimenticabile sulla ricerca della libertà nel finale dei 400 Colpi, e la corsa di Antoine Doinel verso il mare fa da contraltare a quella di Colin, il protagonista di Gioventù, amore e rabbia, ideologico titolo italiano di The Loneliness of a long distance runner / La solitudine di un fondista, di Tony Richardson. In entrambi i casi la libertà va di pari passo con la solitudine, e nel caso dello splendido film inglese, Colin preferisce perdere una corsa che ha dominato pur di non omologare la propria personalità alle regole di istituzioni che disprezza e, ancora una volta, accettare la quotidianità: impossibile non pensare alla vittoria e la sconfitta definite impostori da Kipling. Nei film che raccontano l’evasione dal carcere lo spettatore tende a identificarsi con colui che cerca di riacquistare la propria libertà, a prescindere dal reato che ha commesso. Si tratta di un genere sempre avvincente che prevede di norma l’ingiusta carcerazione del protagonista e nel quale si sono cimentati autori diversissimi. Il capolavoro è certamente Un condannato a morte è fuggito di Robert Bresson, in virtù di un approccio umanistico che si fonda con la celebrazione liturgica e trascendentale di ogni singolo gesto. Il passaggio a una dimensione spirituale è evidente anche nei migliori film che hanno trattato il tema della schiavitù: se Stanley Kubrick nel finale di Spartacus immortala il protagonista in croce mentre tutti i suoi compagni urlano “Io sono Spartacus!”, Steven Spielberg in Amistad racconta esplicitamente la scoperta del vangelo da parte degli schiavi ribelli, come unico viatico per una libertà non solamente fisica. Pochi autori hanno riflettuto sul rapporto tra etica e libertà come Philip K. Dick: a Minority Report di Steven Spielberg e Blade Runner di Ridley Scott, tratto da Do Androids dream of electric Sheep? / Cacciatori d’androidi vanno aggiunti almeno altri due film influenzati dal suo pensiero: The Truman Show, di Peter Weir, che rielabora un’intuizione di Time out of Joint / Tempo fuori di sesto, e Gattaca di Andrew Niccol, autore della sceneggiatura del primo. Minority Report parte da un’aberrazione etica e giuridica, non troppo diversa da quella immaginata da Anthony Burgess: in un futuro non troppo lontano è possibile stabilire sin dalla nascita chi è portatore di istinti criminali e, conseguentemente, prendere provvedimenti di carcerazione preventiva: ancora una volta le migliori intenzioni portano all’umiliazione e alla repressione della libertà. Molto simile il presupposto di Gattaca, nel quale Andrew Niccol immagina che sia possibile stabilire, anche in questo caso alla nascita, chi abbia le potenzialità per far parte di un prestigioso progetto aerospaziale. Si tratta di una selezione eugenetica, e non ci vuole molto a capire dove porti la ricerca di una razza pura alla quale appartengono unicamente i superuomini: il figlio adottato dai genitori di Alex in Arancia a orologeria apparterrebbe certamente al numero degli idonei. In Blade Runner, Ridley Scott racconta la ribellione di un replicante al fatto di essere stato creato con una durata di vita limitata. In questo caso il linguaggio pubblicitario del regista si sposa mirabilmente con l’immagine di un futuro sporco e piovoso, nel quale la difesa della libertà sembra l’unico valore per cui vale la pena vivere. Libertà a cui anela Truman Burbank, il protagonista del Truman Show, il cui nome è un riferimento a True Man / Uomo vero, mentre il cognome cita il quartiere dove sono situati i principali studios hollywoodiani. Nel suo mondo perfetto e inesistente i personaggi hanno i nomi di attori celebri con Marlon e Meryl, ed è interessante notare che Time out of joint, il titolo del romanzo di Dick al quale si sono ispirati Weir e Niccol, è una citazione dell’Amleto. Truman ha sempre vissuto all’interno di uno studio televisivo dove tutto appare solare e felice, e nel momento in cui comincia a ribellarsi, il regista dello show lo mette in guardia rispetto ai problemi, le ingiustizie e il dolore che lo attendono nella vita reale rifiutata da Thelma, Louise, Catherine, i suoi amanti e Colin. E’ lo scotto che si paga per essere liberi, ma per Truman, uomo vero, verità e libertà coincidono, e lui pretende un amore che è tale solo se è autentico. Tra i tanti film sull’oppressione politica la libertà assume la purezza e la potenza di un cavallo bianco nel finale di Viva Zapata! di Elia Kazan mentre è evocata con un urlo belluino da William Wallace prima della battaglia con gli inglesi in Braveheart. Si identifica invece con la fantasia in Qualcuno volò sul nido del cuculo di Milos Forman, tratto dal romanzo di Ken Kesey del 1962, ed è significativo notare come lo scrittore celebri la ribellione nei confronti di un’istituzione che rappresenta metaforicamente gli Stati Uniti, mentre il regista lo trasforma in un anelito di libertà di chi, come lui, ha vissuto sotto un regime comunista. Forman dichiarò che la gelida Nurse Ratched, impersonale e ottusa al punto che non ci viene neanche detto il nome, è la raffigurazione di un partito che per difendere la propria ideologia umilia la libertà. E’ interessante notare che anche in questo caso il protagonista Randle Patrick McMurphy si è macchiato di un reato grave: oggi sarebbe impossibile celebrare la ribellione di una persona condannata per molestie sessuali nei confronti di una minorenne, ma Forman contestualizza questo elemento in quegli anni di esuberanza sessuale che in seguito ha raccontato in Hair. Quando Nurse Ratched vieta la visione di una partita di baseball, McMurphy improvvisa una telecronaca immaginaria che eccita e commuove tutti gli altri pazienti: la libertà viene conquistata attraverso la fantasia. “Possiamo essere liberi solo se lo sono tutti”, teorizzava Hegel, e Adorno rifletteva che “la libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta”. Il rapporto tra individuo e istituzione, viene trattato da Federico Fellini in Prova d’orchestra, il più politico dei suoi film, nel quale racconta il burrascoso rapporto tra un direttore d’orchestra che paragona il concerto a una messa e dichiara che “ogni musica è sacra”, e un gruppo di musicisti dove ognuno è convinto di essere l’elemento fondamentale ma nessuno mette alcuna passione nell’esecuzione. “Aggrappatevi alle note” dice il direttore, perché “le note salvano”, ma poi, dopo aver ripreso il potere al termine di una ribellione nella quale il metronomo è assurto al ruolo di divinità, comincia a parlare come Hitler in una sala prove ridotta a un cumulo di macerie: la libertà vive nel sentiero stretto tra l’anarchia e la dittatura. “Credo nella fretta dell’uomo, nei suoi gesti precisi, nel suo libero arbitrio”, ha scritto Wislawa Szymborska, e ci penso sempre quando mi imbatto in opere che identificano la libertà unicamente con la mancanza di vincoli o oneri. Mi vengono subito in mente i protagonisti di un film alquanto datato come Easy Rider, il ragazzo che sceglie di vivere nei boschi dell’Alaska nel sottovalutato Into the Wild e pellicole che cedono alle semplificazioni new age come Verso il sole del pur grandissimo Michael Cimino. Per quanto mi riguarda mi riconosco nell’intuizione di Isaac Bashevis Singer: “Noi dobbiamo credere nel libero arbitrio, non abbiamo scelta” e so di andare in direzione opposta a quella segnata da Lutero e in parte anche da Agostino d’Ippona quando, in relazione al rapporto tra libertà e sacrificio, penso alla poesia di William Ernest Henley che Nelson Mandela ha recitato ogni giorno nei suoi 27 anni in cui è stato incarcerato a Robben Island: Dal profondo della notte che mi avvolge / nera come un pozzo da un estremo all’altro, / ringrazio qualunque dio ci sia / per la mia anima invincibile. / Nella stretta morsa delle avversità / non mi sono tirato indietro né ho gridato. / Sotto i colpi avversi della sorte / il mio capo sanguina, ma non si china. / Oltre questo luogo di rabbia e lacrime / incombe solo l’orrore della fine. / Eppure la minaccia degli anni / mi trova, e mi troverà, impavido. / Non importa quanto stretta sia la porta, / quanto impietoso sia lo scorrere della vita, / io sono il padrone del mio destino: / io sono il capitano della mia anima.
L’Europa ha affidato al prezzo del carbonio il compito di guidare la transizione climatica. Quando il meccanismo Ets (Emission Trading System) fu concepito e introdotto nei primi anni Duemila, l’idea era chiara e, nel suo contesto, razionale: aumentare progressivamente il costo dell’uso delle fonti fossili per creare un incentivo implicito allo sviluppo delle energie rinnovabili e di tecnologie a minore intensità di carbonio. In una fase in cui le alternative erano emergenti e il sistema energetico europeo presentava ampi margini di adattamento, questo approccio ha contribuito a orientare investimenti e scelte industriali. Negli anni successivi, tuttavia, la politica climatica europea ha imboccato una strada complementare. Accanto al segnale di prezzo del carbonio, gli stati membri sono stati spinti a sviluppare le rinnovabili attraverso incentivi diretti alla produzione, meccanismi di sostegno regolati e obblighi di tipo “command and control”. L’obiettivo era accelerare la diffusione delle nuove tecnologie e ridurre i costi attraverso le economie di scala. Questa strategia ha prodotto risultati rilevanti, soprattutto nel settore elettrico, dove le emissioni si sono ridotte in modo significativo. Il punto critico è che questi strumenti non hanno sostituito il segnale Ets, ma si sono sovrapposti ad esso. Il risultato più evidente di questa sovrapposizione distorsiva è oggi osservabile proprio nel mercato dell’energia elettrica, che rappresenta il perno centrale della decarbonizzazione. In paesi come l’Italia, il prezzo dell’elettricità incorpora sia il costo del carbonio sia le dinamiche di rendita generate da un mercato marginalista in cui le rinnovabili, pur avendo costi operativi bassi, beneficiano di prezzi formati sulle fonti più costose. L’effetto finale è un sovraccarico di rendite che si traduce in bollette più elevate, a scapito del potere d’acquisto dei cittadini e della competitività delle imprese energivore. Questo esempio storico aiuta a inquadrare il problema di fondo. Il nodo non è mettere in discussione l’ambizione climatica dell’Unione, che resta condivisibile e necessaria. Il problema emerge quando gli obiettivi diventano sempre più stringenti mentre il progresso tecnologico, soprattutto nei settori industriali hard-to-abate, procede a una velocità diversa. In questi comparti le alternative esistono, ma non sono ancora disponibili su scala industriale a costi compatibili con la concorrenza globale. In questo contesto, la domanda di quote di CO₂ non può ridursi rapidamente. Rimane rigida, quasi incomprimibile. Qui affiora una tensione strutturale del sistema Ets. Da un lato, il cap viene ridotto in modo amministrativo, con quantità di quote sempre più scarse in linea con target climatici via via più ambiziosi. Dall’altro, la domanda resta elevata perché le imprese non hanno ancora la possibilità concreta di eliminare le emissioni residue. Quando un mercato combina un’offerta che si restringe per decisione politica e una domanda che non può adattarsi nel breve periodo, il prezzo smette di essere un semplice segnale e diventa un amplificatore automatico. In questo scenario si innesta un rischio che non può essere ignorato. Un mercato costruito su un cap sempre più stringente, a fronte di una domanda strutturalmente elevata, diventa intrinsecamente attrattivo per la finanza. Non solo per finalità speculative in senso stretto, ma anche perché cresce la domanda di coperture contro il rischio prezzo da parte delle imprese. Il risultato è una dinamica auto-rinforzante: il prezzo della CO₂ tende a salire perché tutti si aspettano che salga ancora. E’ in questo senso, con la necessaria cautela, che si può parlare di un rischio “Ponzi-like”. Non si tratta di frode né di un disegno intenzionale, ma di una struttura di mercato in cui il valore delle quote rischia di dipendere sempre meno dalla capacità reale di ridurre le emissioni e sempre più dall’aspettativa che qualcun altro sarà disposto a pagarle a un prezzo più alto in futuro. Offerta rigidamente decrescente, domanda industriale poco comprimibile e aspettative auto-alimentate costituiscono una combinazione che può sfuggire di mano. Le incertezze che hanno accompagnato l’introduzione del meccanismo di adeguamento alle frontiere del carbonio hanno ulteriormente rafforzato questa tendenza. L’accelerazione dell’eliminazione delle quote gratuite, unita a un quadro regolatorio ancora incompleto e amministrativamente complesso, ha aumentato la percezione di rischio per le imprese e la necessità di strumenti di copertura finanziaria. Anche in questo caso, il prezzo reagisce più alla paura regolatoria che alla disponibilità effettiva di soluzioni tecnologiche. Il rischio finale è che il segnale di prezzo perda la sua funzione originaria. Invece di guidare la decarbonizzazione, finisce per correre davanti ad essa, accumulando tensioni economiche e finanziarie. Quando il prezzo della CO₂ cresce più velocemente della capacità industriale di adattarsi, non incentiva nuovi investimenti, ma comprime i margini, erode competitività e spinge le imprese a ridurre la produzione o a spostarla fuori dall’Europa. I sostenitori dell’Ets ricordano giustamente che il sistema ha contribuito a ridurre le emissioni e che il mercato, in linea di principio, è più efficiente di un prezzo amministrato. Sono argomenti fondati, ma riferiti a una fase storica diversa. Oggi il contesto è caratterizzato da concorrenza globale asimmetrica, shock energetici ricorrenti e percorsi tecnologici non lineari. La questione non è se il prezzo del carbonio serva, ma se possa essere lasciato agire da solo, senza correttivi, in un contesto che è profondamente cambiato. Se l’Ets deve restare il perno della politica climatica europea, occorre riconoscere che un mercato di questo tipo ha bisogno di stabilità, prevedibilità e coerenza industriale. Il prezzo deve tornare a riflettere la reale capacità di trasformazione del sistema produttivo, non soltanto la scarsità amministrata delle quote. Governare il segnale non significa indebolire la transizione, ma evitare che il suo strumento principale diventi una fonte di instabilità sistemica. La decarbonizzazione europea non fallirà per mancanza di ambizione. Potrebbe fallire se si insiste sul meccanismo di prezzo in assenza dei fondamentali industriali, cioè di un’offerta tecnologica in grado di crescere con la stessa velocità degli obiettivi climatici, oggi molto più rapida in Asia che in Europa. Un mercato che stringe l’offerta mentre la domanda non può ridursi rischia di produrre segnali sempre più distorti. E quando il segnale va fuori controllo, non guida più il cambiamento: lo mette a rischio. Massimo Beccarello è professore associato di Economia dei settori produttivi, Università Milano-Bicocca
A Verissimo Enrica Bonaccorti ha parlato della nuova fase della malattia, tra chemioterapia, attese cliniche e giorni sospesi tra speranza e incertezza
"Ma stiamo già studiando un ‘vaccino’ per ridurli, spero in tempo per i playoff. Questi giocatori hanno comunque un punto di forza nella cultura del lavoro".
Lipani avvia l’azione che porta al vantaggio. Doig combatte sulla fascia,. Laurienté poco concreto.
Director Miklós Jancsó creates a bizarre psychodrama set after the fall of the 1919 Hungarian Soviet republic, encompassing postwar trauma and erotic overtones Miklós Jancsó’s mysterious film from 1968 is a deeply strange somnambulist ballet. It shows a piece of Hungary’s political history implicitly juxtaposed with the postwar Soviet present, in which Czechoslovakia and Hungary have been crushed. The brutality of the anti-Communist powers of 1919 depicted in the film would have been an officially acceptable subject, but the indictment of brutality is clearly transferable. And it is an impenetrable psychological trauma with weird erotic overtones, like an absurdist bad dream transcribed by Kafka. The scene is the vast Hungarian plain, with a desolate wind always blowing, on which the characters perform their roles as if on a gigantic stage; it is a single unitary space which appears to extend, Sahara-like, to the far horizon in all directions. People do not quite enter and exit in the conventional fashion, but rather can often be seen gradually arriving from an impossibly long way away, and leave by progressively dwindling to a vanishingly small dot in the distance. Jancsó’s distinctively sinuous camerawork glides and swoops elegantly around the action in a series of long unbroken takes. Continue reading...