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"Ieri gente che forse non ha mai combattuto per altro che non fosse il proprio interesse individuale ha sputato sullo spirito del 25 aprile, senza nemmeno capirlo, senza rendersene conto": lo ha affermato su X il ministro della Difesa, Guido Crosetto, denunciando gli episodi di intolleranza contro la Brigata ebraica e chi portava bandiere dell'Ucraina durante i cortei per la Festa della Liberazione. "Hanno mancato di rispetto agli Uomini e alle Donne che hanno perso la vita nella Resistenza", ha aggiunto, "perché chiunque potesse manifestare la propria idea in libertà, perché gli invasori fossero respinti, perché la violenza e la forza bruta trovassero chi aveva il coraggio di fermarle". "Mi spiace per queste 'persone'", ha aggiunto il ministro, "ma ci sarà sempre gente che invece continuerà a combattere e morire per la libertà e la giustizia, nonostante quello che persone come loro continueranno a fare per prevaricare". Crosetto ha ricordato di aver ricevuto per anni la tessera onoraria dell'Anpi quando era sindaco del suo comune: "Erano anni nei quali nell'Anpi c'erano i partigiani veri, quelli che avevano combattuto, quelli che avevano rischiato la vita. Quella tessera era qualcosa di importante, vero, serio, perché era un pezzo di storia vissuta". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47437674]] "Mai a nessuno di loro sarebbe venuto in mente di allontanare dalla cerimonia, che facevamo davanti al municipio, la bandiera di qualcuno che stava combattendo per la propria libertà, come avevano fatto loro", ha osservato, "perché loro declinavano la parola Liberazione in senso universale: la liberazione italiana dal nazifascismo come pezzo della lotta più grande di tutta l'umanità contro la violenza, la sopraffazione, la follia della guerra, l'ingiustizia, l'invasione. Mai nessuno di loro avrebbe mancato di rispetto alla storia della Brigata Ebraica che era stata al loro fianco a combattere. Quelli pero' erano Uomini veri, persone vere, con valori veri, che avevano vissuto la Resistenza e credevano nella Giustizia e nei valori fondanti della Repubblica, non intollerante e illiberale gentaglia come quella che abbiamo visto all'opera per reprimere la libertà di espressione. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47437559]]
«Madrid? Mi piacerebbe fare un giro in città e conoscerla meglio, ma sto dando priorità al riposo, dormo il più possibile per arrivare in buona forma al torneo». Altro che movida, tapas e cervezas. Niente da fare anche per paella, tortilla, rumba o flamenco. In attesa di scendere in campo (due giorni fa ha vinto all’esordio nel Masters 1000 di Madrid contro il francese Benjamin Bonzi), nei giorni precedenti all’inizio del torneo Jannik Sinner si è dedicato al suo allenamento preferito: una bella pennica ristoratrice. Uno scherzo? Per niente. Sinner ha più volte detto che la sua passione è schiacciare pisolini. Aggiungendo addirittura di aver affrontato match importanti soltanto mezz’ora dopo essersi svegliato. Vi potrà sembrare strano, ma è tutt’altro che così. Anche il super campione Roger Federer considerava il sonno un allenamento passivo, spiegando di dormire tra le 11 e le 12 ore al giorno durante le fasi di competizione. Lo stesso il mitico idolo dell’Nba Lebron James, che oltre alle classiche (si fa per dire) 8-9 ore notturne, dice di dormire regolarmente per 3 ore nel pomeriggio. Non solo, dichiara anche di spendere montagne di soldi per ottimizzare il suo ambiente di riposo: temperatura controllata a 19 gradi, buio totale, assenza di onde elettromagnetica. La cosa veramente strana è che il mondo continui a credere al vecchio adagio popolare secondo cui chi dorme non piglia pesci. Di qui l’idea che i dormiglioni siano dei mezzi falliti, pigri, perdenti, buoni a nulla. Il mattino ha l’oro in bocca, diceva, con un po’ di insistenza, Jack Nicholson in Shining. E il fatto che fosse uno psicopatico sanguinario dovrebbe farci riflettere. Albert Einstein, tanto per fare un esempio, sosteneva di aver bisogno di almeno 10 ore di sonno a notte, oltre a frequenti pisolini durante il giorno. L’idea della relatività, guarda un po’, gli venne proprio durante un sonno. Mentre il grande Winston Churchill era una specie di guru della siesta. Almeno un’ora e mezza ogni pomeriggio. E spesso si metteva anche in pigiama. Questo, spiegava con una delle sue inarrivabili battute, «mi permette di avere due mattine al giorno». Eppure, dormire troppo continua ad essere socialmente sgradito. Te ne puoi vantare solo se sei il numero uno, altrimenti sei un povero fannullone dedito all’ozio mentre gli altri pedalano. Negli anni recenti c’era Silvio Berlusconi che raccontava con orgoglio di dormire pochissime ore a notte, attribuendo a questa abitudine il suo successo, mentre Giulio Andreotti confessava di alzarsi alle 4.30 del mattino per andare a messa (non si è mai capito chi recitasse messa a quell’ora e chi ci fosse in Chiesa). Persino Vittorio Sgarbi, incline ai piaceri della vita, sosteneva di passare le notti a leggere libri e quotidiani freschi di stampa. Forse nessuno di loro si è mai trovato a dover combattere contemporaneamente contro Cia, Fbi, Nsa, Mi6, Mi5, Kgb e Mossad come Jason Bourne. Già perché lui, il superagente segreto, addestrato in un programma speciale dei servizi Usa a resistere alle torture, alle privazioni, al dolore e a qualsiasi cosa di spiacevole si possa pensare, proprio come Sinner, non perdeva occasione per dormire. Arti marziali, abilità nel combattimento, destrezza nell’uso di coltelli, pistole, fucili di precisione e d’assalto, mitragliatrici? Per carità, tutto utile. Ma la frase che più compare nella straordinaria saga di Robert Ludlum è: «Il riposo è un arma». Nei film d’azione interpretati da Matt Damon, tutti scazzottate e sparatorie, il concetto un po’ si perde. Anzi, scompare del tutto. Ma nei libri la necessità di dormire per dare il meglio è un mantra. E nella sua eterna fuga dai “cattivi” di tutto il mondo, il letale e addestratissimo Jason Bourne, braccato in continuazione e sempre in pericolo imminente di vita, appena può schiaccia un pisolino per ricaricare le energie. Proprio come il nostro Sinner, che mentre i suoi compagni se ne vanno in giro a godersi le bellezze di Madrid se ne rimane chiuso nella sua stanza d’albergo a sognare di essere il numero uno del tennis mondiale. Buona notte.
Il credente di una religione che afferma di seguire il Vangelo può benedire le armi? Prendiamo l’esempio del cattolicesimo. La risposta che il cattolicesimo ha dato a questa domanda è cambiata nel tempo, seguendo trasformazioni politiche, paure collettive e mutamenti del potere. Se il punto di partenza è il Vangelo, occorre ricordare che Gesù ha annunciato misericordia, perdono, amore per i nemici, invitando a riporre la spada nel fodero. Perciò, nei primi secoli, molti cristiani guardarono con sospetto il mestiere delle armi e il servizio militare. La comunità cristiana nacque come minoranza spesso perseguitata, estranea agli apparati coercitivi dello Stato. Diventato il cristianesimo religione dell’impero, soprattutto con Teodosio agli uomini di Chiesa si presentarono nuovi problemi. Ad esempio, come conciliare il modello lasciato da Gesù – che rifiutava ogni coinvolgimento con il potere – con la responsabilità di governare società complesse? Con le sue riflessioni Agostino di Ippona fu uno dei primi a elaborare un’idea di guerra “giusta”, concetto che avrebbe conosciuto maggiore sistematicità secoli dopo con Tommaso d’Aquino. Fu il tentativo di moralizzare la guerra. Quando poi nei secoli la Chiesa acquisì il potere temporale, lo Stato Pontificio si dotò di eserciti, si occupò di diplomazia e alleanze. Il papa fu insieme guida religiosa e sovrano. Vada sé che ogni istituzione che amministra territori e interessi tende a usare strumenti di conservazione del potere, compresa la forza. Il Novecento ha messo in crisi l’impianto teorico della guerra cosiddetta “giusta”. Dopo le due guerre mondiali il Concilio Vaticano II rilanciò il primato della pace e della cooperazione internazionale. Nel 2003 Giovanni Paolo II si oppose alla guerra in Iraq, definendola una sconfitta dell’umanità. E oggi papa Leone XIV parla contro il riarmo e contro l’idea che la forza sostituisca la diplomazia. Discorsi non graditi a Donald Trump e al suo vicepresidente James David Vance. Quest’ultimo, cattolico convertito, ha sostenuto che esistono casi storici in cui l’uso delle armi sarebbe moralmente legittimo. Ha chiesto: «Dio non era forse dalla nostra parte quando abbiamo liberato i campi di sterminio?». Restano allora le domande, che nessuna formula diplomatica o teoria riesce a disinnescare: una religione che afferma di seguire il Vangelo può benedire le armi e la guerra? Può invocare il nome di Cristo sui preparativi bellici? Può mettere il proprio sigillo religioso sui bombardamenti e sulla possibilità di impiegare persino le armi nucleari? Può chiamare “pace” l’equilibrio della paura? E soprattutto: se ogni belligerante prega Dio perché sia “dalla sua parte”, non è forse questo un tentativo di far schierare Dio con i potenti? Forse, però, la questione cruciale non è chiedersi se Dio stia con i vincitori, ma se i vincitori stiano ancora con il Vangelo. E questo perché il Cristo dei Vangeli chiama felici gli operatori di pace e non muore impugnando la spada, ma disarmato su uno strumento di tortura. Davanti a chi consacrala guerra questo interrogativo ritorna più tagliente di prima.
Orson Welles nei panni di Harry Lime nel film Il terzo uomo (1949) è lapidario sul presunto modello svizzero: «In Svizzera hanno avuto amore fraterno, 500 anni di pace e democrazia, e che cosa hanno prodotto? L’orologio a cucù». Se non fosse bastato il rogo di Crans-Montana a far crollare il mito elvetico quanto a precisione nei controlli, ci ha pensato lo squallore del dopo, e cioè le fatture con cui il cantone Vallese ha chiesto alle famiglie dei ragazzi italiani ricoverati il pagamento delle cure mediche ricevute. Precisi sui conti e rendiconti, certo, come gli orologi su cui ironizzava Orson Welles, ma molto meno attenti alle regole e alle norme su locali e discoteche. I sanitari elvetici adesso si trincerano dietro l’obbligatorietà dei doveri amministrativi: inviare quelle fatture - dicono - era necessario per evitare una serie di sanzioni. E il caso diviene quasi uno scontro di mentalità, di inconciliabili visioni della vita al di là dei meri calcoli contabili e della reciprocità sanitaria (due svizzeri sono stati curati gratis al Niguarda per mesi). Dopo lo sdegno della premier Meloni anche il presidente della Regione Lombardia non ha mancato di esprimere la sua contrarietà unitamente all’assessore al Welfare Bertolaso. I due respingono «con fermezza» l’ipotesi che tali costi possano ricadere sull'Italia. «Gli svizzeri sostengono che sia la loro cassa malati a pretendere questo pagamento: benissimo, ma si rivolgano ai responsabili di quanto accaduto», aggiungono in una nota. «L’ho ribadito in ogni sede, anche durante il mio incontro a Sion: è fuori discussione - continua Bertolaso che il nostro Paese, il governo o qualsiasi altra istituzione italiana possano farsi carico delle spese derivanti da questa tragedia». L’assessore ha inoltre sottolineato che si tratta di una «questione etica: in Italia assistiamo e curiamo gratuitamente chiunque abbia bisogno di cure salvavita. Ma in questo caso- prosegue- la Svizzera ha una responsabilità gravissima. Questa tragedia non doveva accadere e non può permettersi di chiedere alcun pagamento. Deve piuttosto continuare a scusarsi e rivalersi su chi è responsabile». Si diceva di visioni del mondo inconciliabili: se dinanzi a una tragedia l’algida burocrazia prende il sopravvento non fa una bella figura la civiltà elvetica, plasmata dal formalismo calvinista, contrapposta all’Italia “spaghetti e mandolino”. Uno scontro di civiltà che assumeva pieghe comiche del noto film di Nino Manfredi Pane e cioccolata ma che oggi rivela a chi appartiene il primato del cuore e della solidarietà. Negli anni Settanta l’Italia era ancora paese di emigranti in cerca di ascesa sociale, fotografato nella pellicola di Franco Brusati (1974), oggi quella stessa nazione è una media potenza che si assume le sue responsabilità in Europa - anche nei confronti dei flussi migratori- al contrario dei neutrali vicini elvetici dove gli ingressi di migranti extra Ue sono rigidamente controllati. Una totale rottura diplomatica non è all’orizzonte ma certamente la politica tutta in Italia fa quadrato sullo scandalo delle fatture che saranno rimandate indietro, promette l’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado. L’ambasciatore lo scorso 24 gennaio era stato richiamato in Italia in seguito alla scarcerazione su cauzione di Jacques Moretti, titolare del bar “Le Constellation”. È tornato in Svizzera ai primi di aprile in quanto era stata accettata la condizione posta dal governo italiano e cioè la costituzione di una squadra investigativa comune, italiana e elvetica, sul rogo di Capodanno. La vicenda delle spese sanitarie di cui gli svizzeri chiedono il rimborso, tuttavia, fa tornare in bilico le intese diplomatiche. È stato lo stesso Cornado a raccontare di aver detto al presidente del Canton Vallese Mathias Reynard «che quella del Constellation non è stata una disgrazia ma una tragedia evitabile dovuta all’inosservanza delle leggi. Da parte dei gestori del locale, prima di tutto, che hanno sbarrato le uscite di sicurezza, allestito il soffitto con la schiuma infiammabile, usato le candele. E poi del Comune, che non ha fatto i controlli per sei anni. Così come il Cantone, che doveva vigilare. Al di là dell’aspetto penale, che vedremo, questa è una responsabilità morale pesantissima. I feriti hanno patito e patiscono gravi sofferenze. È inaccettabile». Lui cos’ha risposto? "Quando ho parlato di responsabilità morale mi ha detto: «Vedo che si vuole sostituire all’autorità giudiziaria».
Da simbolo di rinascita della libertà a feticcio imbalsamato da idolatrare: totem e tabù che manderebbero in crisi anche Sigmund Freud. La messa cantata del 25 aprile, a forza di essere intonata su una sola voce, quella partitica dell’oltranzismo manicheo e antistorico, ha rivelato che non basta una data in rosso per legge sul calendario: se non è festa per tutti, non è nazionale, e quindi qualcosa non ha funzionato nel culto della memoria e della narrazione della liberazione dal nazifascismo. Ma d’altronde il simbolo della ritrovata libertà nasce da una data convenzionale già mal prescelta. Il giorno è quello dell’ordine di insurrezione generale del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia, che è poi per l’indomani (“Aldo dice 26x1”). Il 25 aprile l’Italia non solo non è liberata, ma non è neppure finita la guerra: la segreta resa tedesca a Caserta (Operazione Sunrise) arriverà il 29 aprile, con effetto dalla mattina del 3 maggio. I partigiani, raddoppiati di numero nell’arco di 24 ore dal 25 al 26 aprile, esprimevano in formazioni armate tutte le anime politiche del CLN. Ma poi l’Associazione dei partigiani Anpi, oggi senza più partigiani, per il suo orientamento filostalinista subiva due scissioni che la depauperavano di tutti partiti, tranne quello comunista, che si riconoscevano in Federazione italiana volontari della libertà e Federazione italiana associazioni partigiane (Fivl e Fiap). Cominciava quindi la costruzione del mito fondativo della Repubblica - che peraltro ci metterà ben tre anni dal decreto di Umberto di Savoia a istituire il 25 aprile festa della liberazione, nel 1949 -, con l’Italia liberata dai partigiani: cantando “Bella Ciao”, che invece non cantarono mai, e appropriandosi della ricorrenza volgarizzandola negli stereotipi e nella narrazione artefatta. Dal racconto ideologizzato venivano escluse due armate alleate multinazionali (5ª americana sul fronte tirrenico e 8ª britannica su quello adriatico), circa 800.000 soldati con 80.000 caduti (una cinquantina i cimiteri su territorio nazionale, dove forse andrebbe celebrato il 25 aprile) e 200.000 feriti, e sparivano i 380.000 militari italiani del ricostituito esercito di liberazione, enfatizzando il ruolo militare delle brigate partigiane con la trasfusione del valore morale. Sempre cantando “Bella Ciao” nella casa di carta del monopolio e con l’icona dei 6.882 caduti (fonte Anpi) veniva configurato il racconto degli autoproclamati custodi della memoria, gli stessi che storcevano il naso quando si osava persino parlare di guerra civile e davano e danno patenti di democrazia e libertà. La seconda guerra mondiale (piaccia o meno non è requisito storico) fu la guerra degli italiani e non solo del fascismo, poiché atto formale e giuridico del capo dello Stato a norma di Statuto albertino e non di Mussolini che, pur duce, era solo capo del governo. La guerra di liberazione fu condotta e vinta dagli Alleati, com’è logico, e l’Italia quel conflitto l’aveva perso: riscattato moralmente con la cobelligeranza, non pareggiato sul campo. E infatti col trattato di pace di Parigi del 2 febbraio 1947 il prezzo lo pagarono tutti gli italiani, oltre ai fascisti e al fascismo, e alcuni italiani più di tutti, come gli istriano-giuliano-dalmati. La nuova Italia nacque da quel dramma, e la Repubblica anche dai monarchici che combatterono per la liberazione e per la democrazia. Valori in cui tutti dovremmo riconoscerci. Ma il 25 aprile per gli italiani non ha il significato condiviso del 4 luglio per gli statunitensi o del 14 luglio per i francesi. Otto decenni non sono bastati.
Angelo Bonelli è un anarchico metodologico, un acrobata del significato, un illusionista del dibattito. Lo ricordiamo, recentemente, agitare in diretta tivù una bacchetta davanti alla mappa del Medio Oriente e concionare «Dov’è l’Egitto, sta su...» mentre vagheggiava una terra sconosciuta palesemente troppo a Nord. Non importa, Bonelli scompone e ricompone certezze, danza sulla carta geografica e surfa in bilico sul principio di non contraddizione. Non è politica, ma è grande intrattenimento. Ieri, però, ha avuto un eccesso di disinvoltura, ha affrontato un mare troppo mosso anche per lui. Sarà stata la trance agonistica da 25 aprile, l’ansia di essere oscurato dal compagno Fratoianni che nella gazzarra ideologica giocava in casa, fatto sta che il co-portavoce di Avs ha diffuso un’imprescindibile nota sull’affaire Zampolli. Paolo Zampolli è l’imprenditore, amico personale di Donald Trump e inviato del presidente per le partnership globali, che in un fuori-onda ovviamente puntualmente mandato in onda da Report non si è rivelato un cultore del Dolce Stil Novo, definendo una sua conoscenza «una di queste troie brasiliane, di queste razze bastarde brasiliane che sono tutte uguali, sono programmate per fare casino». Angelo Bonelli è convinto di incarnare il genio così come lo descriveva il Conte Mascetti nella saga di Amici Miei («fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione»), scorge un pertugio politico che non c’è, e ci si lancia a capofitto, con l’identico esito di tante intemerate social e televisive: sfracellandosi. «Quelli di Zampolli non sono solo gravi offese, ma insulti razzisti che andrebbero perseguiti». E proprio qui sta l’inaccettabile omissione. Come, di chi? Ma di Giorgia Meloni, ovviamente, individuata dal (co)leader di Avs come responsabile di qualunque suo sbalzo d’umore e di qualunque cambiamento meteorologico. «Il governo, a partire dalla presidente Meloni, dovrebbe comunicare a Donald Trump che il suo inviato speciale Paolo Zampolli non è persona gradita nel nostro Paese e che le donne vanno rispettate». Ehm, perdoni, geometra Bonelli (non è una boutade, è il titolo di studio del nostro), ma forse, prima di copia&incollare il tormentone #colpadiMeloni, dovrebbe girarsi verso gli amici con cui posa ridanciano per la fotografia del campo largo. Nella fattispecie, verso l’avvocato Giuseppe Conte. Anzi, “Giuseppi”, come ha rivelato di chiamarlo affettuosamente Zampolli. Non era neanche un mese fa, Libero scovò in una saletta riservata di una trattoria romana il “progressista indipendente” e fustigatore in pochette delle guerre trumpiane attovagliato... col plenipotenziario di Trump. «Con Conte siamo amici da tempo, quindi ci siamo visti ed è stato un incontro very easy», commentò l’inviato di The Donald. Quindi sarebbe ancora più easy, diciamo talmente easy da essere alla portata anche di Bonelli, rivolgere all’alleato Giuseppi il seguente quesito: «Ma cosa diavolo dice il tuo amico?! Che diavolo di idea coltiva delle donne brasiliane?!». Se vogliamo erigere la volgarità da taverna di Zampolli a problema politico, per ovvietà di cronaca il problema politico sta tutto nel campo sinistro, scomoda le relazioni, gli incontri, perfino i funambolici cambi di maschera (da antiamerikano duro e puro a commensale dello Zio Sam) di quel personaggio pirandelliano che è l’avvocato di Volturara Appula, possibile prossimo candidato premier della coalizione d’appartenenza di Bonelli. Ma a Bonelli la cronaca non è interessa, è terribilmente nioiosa, a lui interessa spostare ancora un po’ più in là la soglia del ridicolo. Per cui forza, Meloni risponda immediatamente delle parole dell’amico di Conte!
Siamo in una fase internazionale particolarmente difficile: l’amministrazione Trump, al di là delle iniziative militari, tende a sostituire la politica con la propaganda; l’Unione europea è disorientata dalla mancanza di lucidità americana, e, mentre sul medio periodo cerca di darsi una strategia, nell’immediato si rifugia su posizioni di principio senza iniziative veramente concrete. Il cosiddetto CRINK (China, Russia, Iran, North Korea) sente di avere qualche spazio di manovra, ma Pechino e Mosca non possono permettersi una crisi globale dei mercati pena crisi politiche interne (il ripulisti dell’Esercito popolare di liberazione da parte di Xi Jinping risponde anche a questa preoccupazione). I problemi russo-cinesi darebbero quindi a un Occidente appena appena un po’ coordinato possibilità di intervenire per stabilizzare lo stato di crisi in atto: ma ricorrere solo a petizioni di principio non scioglie i nodi che il Pianeta si trova di fronte. In qualche modo l’equilibrio globale in atto ricorda il primo Novecento, quando le varie potenze si muovevano come sonnambuli, confidando nel fatto che una guerra globale non fosse probabile e che comunque sarebbe stata circoscritta come i conflitti militari della seconda metà dell’Ottocento. E proprio il ricordo di come decollò la Prima guerra mondiale ci dovrebbe rammentare che c’è sempre un Gavrilo Princip pronto a uccidere un Francesco Ferdinando d’Asburgo e a far precipitare il mondo nella catastrofe. Ecco perché innanzi tutto gli europei, che di qualsiasi disastro globale sarebbero le prime vittime, dovrebbero uscire dal loro sonnambulismo e fare vere mosse politiche, non retoriche, che stabilizzino la situazione internazionale dove questo è possibile. E c’è già anche un elemento concreto su cui si può subito intervenire. Al di là dei giudizi che si possono dare sulle azioni militari di Idf e UsArmy, il rivelarsi in pieno della natura fanatico-apocalittico del regime iraniano ha determinato un nuovo orientamento in tutti Stati islamici che da Aleppo arrivano fino ad Aden (al di là delle enclave fondamentaliste in Libano, Gaza, Irak e Nord Yemen). Questo “nuovo orientamento” offre agli europei, pur non propensi ad aderire alla guerra israelian-americana contro il regime ayatollahian-pasdariano, un’occasione che non solo poggia su sentimenti diffusi nelle nostre società (innanzi tutto lo sdegno per le migliaia di ragazzi iraniani uccisi a fucilate nei mesi scorsi e le ragazzine in procinto di essere impiccate in questi giorni) ma anche sull’interesse di dare stabilità a un’area strategica, specie per le risorse energetiche, per il Vecchio continente. Mentre Washington e Gerusalemme sono impegnate sul fronte militare, Bruxelles (magari con Gran Bretagna/area Commonwealth, Giappone e India) ha tutta lo spazio per contribuire a costruire un sistema di difesa delle nazioni della penisola arabica contro missili e droni iraniani, un sistema di protezione della navigabilità anche del Mar Rosso talvolta minacciata dagli Houthi e per favorire la formazione a guida araba di forze armate di peace-making che operino nelle zone già citate ancora segnate da conflitti nell’area: insomma contro il fondamentalismo islamico andrebbe fatta una scelta simile a quella degli inglesi contro l’impero ottomano nel primo Novecento, cioè la formazione di una sorta di “legione araba”. In qualche modo la scelta di 40 Stati “volenterosi” di intervenire, sia pure a pace raggiunta, nello Stretto di Hormuz, vorrebbe andare in questo senso, ma “si attende la fine del conflitto” si fa una mossa di fatto essenzialmente retorica. In attesa che l’Occidente trovi il modo per confrontarsi compiutamente e in modo razionale, scelte di questo tipo, coordinate nei modi o con gli stili possibili anche con Usa e Israele, potrebbero attenuare le tensioni tra le diversamente orientate democrazie, e soprattutto potrebbero contenere concretamente e rapidamente il consolidamento dell’influenza del CRINK, spingendo anche Mosca e Pechino a raffreddare le tensioni.
I negoziati tra Usa e Iran sono in stallo. Donald Trump ha annullato la missione in Pakistan di Witkoff e Kushner, affermando che "possono chiamarci, abbiamo le carte in mano". Il presidente americano ha lamentato una "confusione sulla leadership a Teheran" e ha ricevuto una nuova proposta iraniana, giudicata "migliore ma non sufficiente".Intanto l’Iran ha consegnato le sue osservazioni tramite il ministro Araghchi al Pakistan, per poi proseguire un tour con i paesi mediatori a Muscat e Mosca.Sul fronte libanese, Benjamin Netanyahu ha accusato Hezbollah di violare il cessate il fuoco e ha ordinato alle Forze di Difesa Israeliane di colpire "con vigore" i suoi obiettivi. Attentato a Trump. Il presidente: "Non penso sia legato all'Iran" Colloqui telefonici tra Turchia, Pakistan e Iran Usa: intercettata nave della flotta ombra iraniana Allarme aereo nel Kurdistan iraniano Le silerme della difesa aerea sono scattate nella zona iraniana di Kermanshah, nel Kurdistan. Le ragioni sono al momento sconosciute
La premier Giorgia Meloni ha affermato che l’Italia avrebbe centrato l’obiettivo del deficit al 3% nel 2025 (e sarebbe uscita prima dalla Procedura di Deficit Eccessivo Ue) se non fosse stato per i miliardi ancora legati al Superbonus 110%. Secondo l’economista Carlo Cottarelli e Lucio Pench (Osservatorio Conti Pubblici Italiani), ha sostanzialmente ragione, anche se servono alcuni chiarimenti.Il deficit 2025 si è attestato al 3,1% del Pil, un decimale sopra la soglia Ue. Il piano concordato con Bruxelles prevedeva comunque un deficit del 3,3% per il 2025, con uscita dalla procedura solo sui dati 2026: quindi l’Italia è andata comunque meglio del previsto. Il Superbonus è stato erogato tramite crediti d’imposta cedibili, contabilizzati da Eurostat nell’anno in cui le famiglie li acquisivano (quindi soprattutto negli anni passati). Tuttavia, quando il governo Meloni ha chiuso la misura, ha mantenuto temporaneamente in vita una piccola “coda” di crediti, che ha generato circa 5 miliardi di euro (0,2% del Pil) di nuovi crediti d’imposta nel 2025, aumentando direttamente il deficit. Questi 5 miliardi non erano stati inizialmente previsti nelle stime del MEF.A questo si aggiunge un secondo effetto indiretto: l’utilizzo passato dei crediti ha aumentato il debito pubblico. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47412696]] Si stima che tra il 2021 e il 2024 siano stati utilizzati almeno 70-80 miliardi di crediti, generando una maggiore spesa per interessi nel 2025 di circa 2-3 miliardi (0,1% del Pil).Senza questi due impatti residui del Superbonus (circa 0,3% del Pil in totale), il deficit 2025 sarebbe sceso sotto il 3%, permettendo probabilmente l’uscita anticipata dalla procedura europea. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47421551]]
Gianluca Rocchi, designatore arbitrale, ha ricevuto un avviso di garanzia dalla Procura di Milano nell’ambito di un’indagine per frode sportiva condotta dal pm Ascione. L’inchiesta è scaturita da una lettera-bomba inviata a maggio 2025 da Domenico Rocca, ex assistente arbitrale, che ha denunciato presunte irregolarità nel mondo VAR.Tra i casi citati, il più pesante riguarda la partita Inter-Roma della stagione 2024-2025. In quell’occasione si verificò un contatto in area tra Evan Ndicka e Yann Bisseck. Secondo la lettera di Rocca, si trattò di un rigore netto a favore dell’Inter, tanto che la stessa Commissione arbitrale, durante un raduno successivo, ammise pubblicamente davanti a tutti gli arbitri e assistenti di aver "perso un rigore netto". Rocca punta il dito sul diverso comportamento dei supervisori di giornata. Mentre in Udinese-Parma Rocchi intervenne attivamente “bussando” più volte sul vetro della sala VAR per richiamare l’attenzione e far rivedere un episodio (con successivo OFR e rigore assegnato), nel caso Inter-Roma il supervisore Gervasoni rimase defilato e non “bussò” ai VAR per segnalare l’episodio su Bisseck, rispettando formalmente la regola ma senza intervenire. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47435809]] L’ex assistente definisce l’errore "grave" e arriva a ipotizzare che questa mancata assegnazione "molto probabilmente determinerà la perdita del campionato della società Inter a favore della società Napoli", legando esplicitamente l’episodio allo scudetto sfuggito ai nerazzurri.Rocchi si è detto sereno ed estraneo ai fatti. La giustizia sportiva aveva già archiviato la vicenda dopo una segnalazione dell’AIA, ma ora l’indagine penale della Procura di Milano è ripartita proprio da quella lettera. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47436039]]
Quella che doveva essere una serata dedicata alla libertà di espressione e alla Costituzione americana si è trasformata in una notte di paura e tensione a Washington.Sabato sera 25 aprile 2026, presso l’hotel Hilton di Washington, si svolgeva la cena annuale della White House Correspondents’ Association, evento di beneficenza che finanzia borse di studio e attività dei giornalisti che seguono la Casa Bianca. Per la prima volta da presidente, Donald Trump aveva accettato di partecipare insieme alla first lady Melania e a gran parte della sua amministrazione. L’atmosfera prevedeva umorismo e distensione, nonostante i rapporti storicamente tesi tra Trump e i media. Poco dopo le 20:36, mentre Trump era appena salito sul palco, nella sala si sono sentiti quattro o cinque forti rumori: colpi di arma da fuoco. Un uomo armato, identificato come Cole Tomas Allen, 31 anni, residente a Torrance (California), ha tentato di irrompere nella sala. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47436268]] Ospite dell’albergo, aveva prenotato una stanza e portato con sé un fucile (smontato e rimontato), pistole e coltelli. Ha cercato di superare i metal detector correndo verso l’ingresso della sala.Gli agenti del Secret Service e della polizia hanno reagito immediatamente, sparando all’aggressore. Uno degli agenti è stato colpito ma è sopravvissuto grazie al giubbotto antiproiettile. Allen è stato bloccato a terra, immobilizzato e arrestato. Non risulta che sia stato ferito gravemente. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47436274]] Nella grande sala si è diffuso il panico: centinaia di ospiti (tra giornalisti, politici e membri dell’amministrazione) si sono gettati a terra o nascosti sotto i tavoli. Il Secret Service ha fatto evacuare rapidamente Trump, Melania e gli altri esponenti del governo.La presidente dell’Associazione, Weijia Jiang, ha rassicurato i presenti: il presidente stava bene e nessuno era rimasto ferito. La serata non è ripresa per motivi di sicurezza. Trump è stato accompagnato alla Casa Bianca, dove ha tenuto una breve conferenza stampa definendo l’accaduto un “trauma” e attribuendolo a chi non accetta i cambiamenti che la sua amministrazione sta portando in America. Ha però aggiunto un appello: "Dobbiamo risolvere le nostre differenze senza violenza".Gli investigatori ritengono che Allen abbia agito da solo (“lone wolf”), anche se il movente non è ancora chiaro. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47436271]]
Il quotidiano della Cei, Avvenire, vuole archiviare S. Agostino e Gesù stesso? La domanda si pone se si legge l’editoriale di venerdì. Se la sono presa con un mio articolo in cui, partendo dal viaggio del Papa in Algeria sulle orme di S. Agostino, mentre tutti i media interpretavano le dichiarazioni del Pontefice contro Trump (cosa che poi Leone stesso ha smentito), proponevo di rileggere proprio S. Agostino per ritrovare il dialogo fra la Santa Sede e la Casa Bianca. Nell’articolo, oltre a S. Agostino a cui si ispira il Papa, citavo S. Tommaso, come in precedenza Ratzinger e altre fonti. Venerdì l’editoriale di Avvenire mi ha risposto che S. Agostino, la Bibbia, il Vangelo e addirittura Gesù stesso sono da considerare anacronistici, perché non sapevano, mentre loro (quelli di Avvenire e i “pacifisti assoluti”) sanno. Ecco le testuali parole di quell’articolo firmato da Luigino Bruni: «Ogni generazione di cristiani entra nel mondo con una Bibbia e una etica, e lo lascia con un’altra Bibbia, un’altra etica. Tra la Bibbia, Agostino e noi ci sono millenni di amore e di dolore di miliardi di uomini e di donne, ci sono Ildegarda e Francesco, Dante e l’Umanesimo, Pico e Giordano Bruno, Kant e Nietzsche, i Lager e i Gulag, Hiroshima, l’11 Settembre, i bambini di Gaza. Tutto questo la Bibbia non lo sapeva, non lo sapevano i Vangeli, non lo sapeva Agostino, neanche Gesù. Noi però lo sappiamo, lo sappiamo molto bene, lo abbiamo imparato, e non possiamo dimenticarlo più». Ho letto con sconcerto queste strampalate affermazioni che sembrano delineare quasi una svolta post-cattolica di un certo mondo clericale. Cos’è che S. Agostino e Gesù stesso non sapevano, secondo costoro? Perché sarebbero anacronistici come ferrivecchi da mettere in soffitta e da sostituire con gli editoriali di Luigino Bruni, di Avvenire e le interviste di Zuppi? Secondo Bruni «la dottrina morale della Chiesa cambia». Perciò bisogna dimenticare le pagine di Agostino che io ho citato, dove il Padre della Chiesa incoraggiava un generale romano (e cristiano) impegnato a combattere contro i barbari scrivendogli che «la pace deve essere nella volontà e la guerra solo una necessità, affinché Dio ci liberi dalla necessità e ci conservi nella pace! Infatti si fa la guerra per ottenere la pace! Sia pertanto la necessità e non la volontà il motivo per togliere di mezzo il nemico che combatte». La guerra per Agostino è un’extrema ratio. Altrove scrive «è l’ingiustizia da parte dell’avversario che induce il sapiente a combattere una guerra giusta». Sulla base dell’insegnamento di Agostino, poi elaborato da san Tommaso e da altri, come la Scuola di Salamanca, la Chiesa ha definito la sua dottrina, che è arrivata fino a noi, sui limiti dell’uso legittimo della forza. Secondo Avvenire però si è verificata una rottura storica nel magistero della Chiesa: «Dopo Agostino e Tommaso è arrivato il Concilio Vaticano II, poi Papa Giovanni – la guerra è qualcosa di “alienum est a ratione” (Pacem in Terris) –, e quindi la Fratelli Tutti di papa Francesco che, in linea con il Catechismo, dichiara finita l’era della guerra giusta». È così? Al contrario. Il Concilio, nella Gaudium et spes, spiega anzitutto che «la pace non è la semplice assenza della guerra», che comunque condanna (specie per i moderni mezzi di distruzione di massa), ma riconoscendo che «una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa. I capi di Stato e coloro che condividono la responsabilità della cosa pubblica hanno dunque il dovere di tutelare la salvezza dei popoli che sono stati loro affidati, trattando con grave senso di responsabilità cose di così grande importanza» (n. 79). Il Catechismo della Chiesa Cattolica, del 1992, definisce le quattro condizioni della “guerra giusta” (n. 2309) e afferma che «la legittima difesa, oltre che un diritto, può essere anche un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri. La difesa del bene comune esige che si ponga l’ingiusto aggressore in stato di non nuocere. A questo titolo, i legittimi detentori dell’autorità hanno il diritto di usare anche le armi per respingere gli aggressori della comunità civile affidata alla loro responsabilità» (n. 2265). Infine papa Francesco, pur condannando (come tutti) la guerra, intervenendo sull’invasione russa dell’Ucraina, il 16 settembre 2022 ha dichiarato: «difendersi è non solo lecito, ma anche un’espressione di amore alla Patria. Chi non si difende, chi non difende qualcosa, non la ama, invece chi difende, ama. Qui si tocca un’altra cosa che io ho detto in uno dei miei discorsi e cioè che si dovrebbe riflettere più ancora sul concetto di guerra giusta». Resta solo la famosa riga della Pacem in terris sempre citata dai “pacifisti assoluti”, in cui Giovanni XXIII, nel 1963, a ridosso della crisi di Cuba, scrive che «riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia» (nel testo latino il “quasi” non c’è: «Quare aetate hac nostra, quae vi atomica gloriatur, alienum est a ratione, bellum iam aptum esse ad violata iura sarcienda»). Il Papa aveva ragione: la guerra atomica è inammissibile. Questo è il motivo per cui Trump, fin dall’inizio del suo mandato, ha evitato di coinvolgere gli Usa nel conflitto in Ucraina (sarebbe stato uno scontro fra potenze atomiche) e ha cercato di fermarlo. E questo è anche il principale motivo per cui gli Usa sono intervenuti per disarmare l’Iran: per impedire a uno Stato che usa il terrorismo, che massacra la sua gente, aggredisce e minaccia di annientare i vicini, di dotarsi dell’arma nucleare. Perciò quella riga della Pacem in terris – che potrebbe essere citata da Trump - va letta con la Gaudium et spes, con il Catechismo e tutto il Magistero della Chiesa. Saggio realismo. «Un pacifismo assoluto, che neghi al diritto l’uso di qualunque mezzo coercitivo» dice Ratzinger «si risolverebbe in una capitolazione davanti all’iniquità». www.antoniosocci.com
È stato il giorno delle due Italie. Si è vista quella istituzionale e patriottica, grazie a Sergio Mattarella e Giorgia Meloni. Appartenere a questa Italia non vuol dire pensarla allo stesso modo su tutto, ma riconoscersi in un comune denominatore: a partire da una Costituzione intesa come compromesso necessario tra tutte le forze della Resistenza, che non appartenevano solo alla sinistra. E poi condividere l’idea di Nazione, l’appartenenza all’Occidente e alle sue alleanze, il rispetto dell’avversario. L’altra Italia, che ieri si è fatta vedere ancora meglio, non si riconosce in nulla di questo, e ha usato l’anniversario per fare un sabba contro gli ebrei, la destra di governo e gli Stati Uniti, senza i quali non ci sarebbe stata Liberazione. È a questa Italia che si è rivolta la premier in serata, facendo un bilancio della giornata. Durante le manifestazioni «che dovrebbero celebrare la libertà contro ogni oppressione», ha scritto sul web, si sono viste «aggressioni contro chi portava una bandiera ucraina», cioè «la bandiera di un popolo che combatte per la sua libertà contro un invasore». A colpirla, in particolare, sono le «immagini indegne di un anziano a cui viene impedito di partecipare alla manifestazione». E ancora. Sindaci appartenenti a ogni schieramento politico sono stati «contestati e insultati». Sono stati imbrattati cartelli e targhe in ricordo delle Foibe. La Brigata ebraica è stata «insultata in piazza e costretta ad allontanarsi dal corteo». «Se questi sono quelli che dicono di difendere libertà e democrazia», commenta Meloni, «abbiamo un problema». E dire che Mattarella, nei giorni precedenti, aveva rivolto un appello agli italiani: quello di rendere il 25 aprile «un momento di riflessione collettiva e di coesione nazionale». È ciò che ieri ha fatto lui stesso, parlando da San Severino Marche, città alla quale nel 2022 aveva conferito la Medaglia d’oro al valor civile. A pochi chilometri da lì c’era il campo di internamento di Urbisaglia, dove furono rinchiusi molti ebrei poi deportati nei campi di sterminio. Il presidente della Repubblica ha spiegato che la ragione della ricorrenza non è scrivere la storia obbedendo «ad astratte posizioni ideologiche», ma «l’amor di Patria». Il suo sforzo è aiutare il Paese a costruire una memoria comune, e con questa intenzione ha ricordato «i militari lasciati allo sbando» dopo l’8 settembre, i giovani «che fuggivano i bandi della sedicente Repubblica sociale italiana e che si unirono nelle formazioni partigiane», i sacerdoti trucidati, i carabinieri morti per difendere la popolazione, l’«eroismo» delle truppe polacche e del Corpo italiano di liberazione. Ha citato la Banda Mario, guidata dall’istriano Mario Depangher e collegata alle Brigate Garibaldi, nella quale militava Mosè Di Segni, padre dell’attuale rabbino capo di Roma. Quindi i partigiani repubblicani delle Brigate Mazzini, il partigiano cattolico Bartolo Ciccardini e il siciliano don Gaspare Morello, «unico religioso ad avere presieduto un Cln, quello di Fermo», e gli altri protagonisti della Liberazione marchigiana. Un grande sforzo collettivo che fa dire al capo dello Stato: «Ora e sempre Resistenza». È un racconto che Mattarella ha fatto altre volte e che Meloni condivide. I due si sono incontrati all’Altare della Patria, dove Mattarella ha reso omaggio alla Tomba del milite ignoto. Anche in questo 25 aprile la presidente del consiglio ha commentato la ricorrenza con un linguaggio da leader repubblicano, non accusabile di ambiguità. Ha detto che con la Liberazione il popolo italiano ricorda «la fine dell’occupazione nazista e la sconfitta dell’oppressione fascista, che aveva negato agli italiani libertà e democrazia». È il giorno in cui si celebrano «i valori scolpiti nella Costituzione repubblicana», che hanno reso l’Italia «una Nazione forte e autorevole». Su questa idea di Patria la sintonia con Mattarella è forte al punto che lei stessa ha voluto citarlo: «Ci ritroviamo nelle parole del presidente della Repubblica e rinnoviamo il nostro impegno affinché il 25 aprile sia “un momento di riflessione collettiva e di coesione nazionale”». È «dalla concordia e dal rispetto per l’altro», ha annotato la premier, «che la Nazione può trarre rinnovato vigore». Per concludere che «l’amore per la libertà è l’unico vero antidoto contro ogni forma di totalitarismo e autoritarismo. In Europa e nel mondo». Un’idea di Liberazione che guarda al futuro e oltre i confini italiani, all’Ucraina e non solo. Ma che per molti è impossibile da accettare.
«Questo è un luogo di memoria», e fin qua Elly ci azzecca, ed è una notizia, soprattutto perché non ci voleva un granché. Ma la Schlein rovina tutto subito, e purtroppo per lei non è una novità. La capodem ha scelto il luogo di un eccidio perla consueta vuota propaganda contro il governo e gli Stati Uniti, senza i quali non ci sarebbe alcun 25 aprile e neanche stavolta serviva un fine storico per ricordarlo, però andiamo avanti. A Sant’Anna di Stazzema, in provincia di Lucca, i nazifascisti fucilarono 560 persone, tra cui 130 bambini. Ottantacinque anni dopo la segretaria del Pd, vestita di beige dall’armocromista e con tricolore al collo, nel «luogo di memoria» ha attaccato “le destre” su sanità e salario minimo (oltre a molto altro, ci arriviamo tra poco): «Dobbiamo far vivere la Costituzione antifascista anche oggi, anche nelle parti in cui ancora non è attuata, in cui ancora alcune cittadine e cittadini la sentono distante perché quel diritto alla salute ancora non sentono che sia garantito, perché quel diritto al lavoro dignitoso e una retribuzione equa e dignitosa non è ancora garantito». Almeno stavolta niente «pausa teatrale», come quando la leader del primo partito d’opposizione ha letto senza accorgersene l’indicazione che le avevano scritto i suoi esperti di comunicazione per trasmettere maggior enfasi. Poi, dicevamo, Elly se l’è presa con l’America: «Non accetteremo di vedere il diritto internazionale sostituito dalla legge del più ricco e dalla legge del più forte. Non accetteremo di vedere smantellate le sedi del multilateralismo per essere rimpiazzate con dei club privati, perché in quelle sedi deve prevalere il dialogo e deve prevalere la pace anziché l’uso della forza e delle armi. Non lo accetteremo proprio», ha sottolineato con un certo piglio la capodem, «perché nel cuore vive ancora e ogni giorno il ricordo di questo eccidio, del nero più profondo e della vergogna, dell’ingiustizia atroce che proprio qui si è consumata e che non dobbiamo consentire si ripeta mai». [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47435923]] Cosa c’entri la «legge del più ricco», dunque Trump col nazifascismo, è materia per scienziati, i quali invero già si stanno scapicollando per indagare sulla Schleinosfera, agglomerato di polvere interstellare da cui quotidianamente provengono messaggi criptati. Schelin, invitata dal sindaco Maurizio Verona e affiancata dal governatore toscano Eugenio Giani, è ripartita dicendo che «una società democratica non può dare spazio a discriminazioni, razzismo e xenofobia», e infatti nella nostra società democratica non ci sono, poi ha aggiunto pure l’«antisemitismo», di cui invece sono intrisi i movimenti di estrema sinistra. Le stesse zucche vuote ornate di kefiah – gli stessi che attaccano regolarmente la polizia – ma Elly ieri s’è dimenticata di citarli: «L’odio torna a diffondersi in forme più insidiose, più veloci e più invisibili. Solo nelle ultime settimane il prezioso lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura, che ringrazio, ha scoperto e smantellato una rete di neonazisti giovanissimi, alcuni minorenni». C’è stata anche quell’indagine sugli anarchici rossi saltati in aria mentre stavano preparando una bomba, ma la Schlein non può ricordare tutto, e in ogni caso c’è anche la possibilità che fossero dei nazifascisti. Per strada, da tre anni e mezzo, sono tornate le squadracce nere, e dove non ci sono loro ci sono le politiche di centrodestra: «La minaccia di rigurgiti fascisti», ha tenuto a sottolineare Elly, «non è solo quella diretta ma quella indiretta che trova linfa vitale ogni volta davanti all’indifferenza, che è stata anche istituzionale verso le migliaia di morti nel Mediterraneo che hanno diritto a venire qui e non essere deportate in Albania». I proverbiali diritti dei clandestini. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47437446]]
Il blitz, spray al peperoncino in pugno, è fulmineo. «Fuori i fascisti dal corteo!». I radicali, che sventolano bandiere dell’Ucraina a Porta San Paolo a Roma pronti per il corteo del 25 Aprile, vengono accerchiati e aggrediti. I vessilli presi e strappati. Matteo Hallissey, il presidente di +Europa, si porta le mani sul volto: non vede più nulla. L’ambulanza lo trasporta al pronto soccorso oftlamico e il responso è netto: abrasione alla cornea. Poteva lasciarci un occhio, in piazza, per mano dei comunisti di Cambiare Rotta e di Potere al Popolo rimasti ai tempi di Stalin e dell’Unione Sovietica («Kiev? Un regime nazigolpista»). Gli stessi violenti che la sinistra ha troppo spesso giustificato e tollerato nelle università e nelle strade. Purtroppo, il conto da pagare arriva sempre. «In una festa come quella della Liberazione è inammissibile ci sia spazio per questi gruppi violenti e incapace di tollerare la diversità in una piazza che dovrebbe essere inclusiva e aperta, nel ricordo dei partigiani e a sostegno di tutti i popoli che ancora oggi si difendono», spiega Hallissey. «Chiediamo a tutti i gruppi democratici, progressisti che oggi hanno sfilato nei vari cortei di prendere le distanze da questo gruppo di violenti che rischiano di rovinare delle giornate così importanti», aggiunge. Solidarietà sparsa arriverà dalle forze moderate del “campo largo” (riformisti Pd, Azione e Italia Viva). Non dall’Anpi. Persino l’ambasciata di Kiev in Italia è intervenuta, parlando di «aggressione e discriminazione assolutamente inaccettabili» Dall’inizio alla fine. Durante il suo discorso conclusivo il sindaco della Capitale, Roberto Gualtieri del Partito democratico, viene interrotto da una donna sotto il palco. «Fascista. Il Comune di Roma ha fatto un accordo con i sionisti. Vergogna. Fai schifo. Stai vendendo la città, infame. Lobbista», grida. Un’altra macchia sul 25 Aprile romano. La piazza, va detto, silenzia a suon di fischi la signora e Gualtieri ringrazia e prova a sdrammatizzare: «Grazie a tutti. Ma sono cose che succedono: a noi le piazze piacciono vere. Ne abbiamo fatte tante di assemblee». Da sindaco a sindaco. Pure a Bologna, la rossissima Bologna amministrata dal piddino Matteo Lepore, insulti e contestazioni. In piazza Nettuno, mentre sta intervenendo dal palco, Lepore viene stoppato da una cinquantina di esagitati che impugnano bandiere palestinesi e cartelli (“Liberazione ieri dal fascismo, oggi dal sionismo”, “Free Palestine, liberazione dal sionismo e dal fascismo”) e indossano la kefiah. «Palestina libera», è il grido di battaglia. «Sindaco, parla di Gaza, non solo di Minneapolis», arringano i pro-Pal. Gli israeliani? «Sono tutti assassini». Benjamin Netanyahu? «Un torturatore». E menomale che Lepore aveva pure issato bandiera palestinese sul palazzo del Comune, lisciando sempre il pelo ad antagonisti e Flotilla sul Medio Oriente... Ecco il ringraziamento degli amici. A Bologna, tra l’altro, i centri sociali - in testa il Laboratorio Crash a cui la stessa giunta Lepore ha concesso un immobile - in mattinata hanno sfilato insieme a Potere al Popolo e Usb per la manifestazione intitolata “Blocchiamo la guerra, mandiamo a casa il governo Meloni, rompiamo con il modello Lepore”. Curioso. Da quello stesso corteo è stato pure cacciato un signore che camminava con diverse bandiere, tra cui quella Ucraina e quella dell’Unione europea. A Milano, poi, oltre alla vergogna antisemita (che trovate nella pagina qui a fianco) va in scena la bastonatura di Beppe Sala, altro sindaco progressista. Durante il comizio alternativo in piazza San Fedele, il responsabile della logistica della Freedom Flotilla nonché rappresentante di Udap (Unione democratica arabo palestinese), Shokri Hroub, attacca: «I manifestanti con le bandiere israeliane la gente intorno non li voleva, li voleva fuori dal corteo. Questo messaggio deve arrivare a Sala, che è un complice del genocidio». La colpa di Beppe? Non aver interrotto il gemellaggio con Tel Aviv. «Solidarietà e sdegno profondo per questa vergogna. Le piazze del 25 Aprile vanno liberate dal ricatto dei violenti, dei razzisti e degli estremisti. La sinistra quando fa finta di nulla è complice di questo scempio», è l’attacco, durissimo, del leader di Azione, Carlo Calenda. A dimostrazione che l’unico campo esistente è quello “stretto”, che vira a sinistra, non certo quello “largo”. La Liberazione, ormai, è il ring per la resa dei conti interna alla sinistra.
Sono stati momenti di grande paura quelli vissuti da una coppia di coniugi iscritti all’Anpi che stavano camminando a pochi passi dalla piazza della manifestazione romana per il 25 aprile. I due, fazzoletto dell’associazione partigiani al collo, si sono visti sbarrare la strada da un uomo a bordo di uno scooter. Casco integrale e giubbotto militare, il motociclista ha estratto un arma e ha aperto il fuoco. Dopo i primi attimi di incredulità, il sospiro di sollievo: fortunatamente si è trattato di colpi esplosi da un’arma ad aria compressa. I due hanno comunque riportato ferite lievi al collo, alla mano e alla spalla. A prestargli soccorso sono stati gli operatori del 118, insieme a una pattuglia della polizia che ha raccolto le testimonianze delle vittime e dei passanti. Il fascicolo ora potrebbe presto passare ai pm dell’antiterrorismo, che dovrebbero procedere per il reato di lesioni aggravate. La coppia, dopo essere stata ascoltata per oltre un’ora nel commissariato Colombo, non ha voluto rilasciare dichiarazioni poiché «estremamente scossa». In serata, una delle due vittime ha dichiarato: «Al di là di come sto fisicamente, mi sento un po’ scossa e indignata, molto indignata, perché questo dimostra che di queste manifestazioni si continua ad averne una grande necessità perché i fascisti che si comportano da vigliacchi continuano ad esserci e noi dobbiamo stare molto attenti. Non va abbassata la guardia e queste persone vanno individuate e punite». E mentre le forze dell’ordine sono ancora al lavoro per individuare il responsabile, a sinistra hanno già individuato la “matrice” dell’aggressione: «Si tratta di un ulteriore episodio di una lunga serie di intimidazioni, minacce, atti di violenza di segno fascista che da troppo tempo si stanno verificando nel Paese. Nessuna impunità, nessuna sottovalutazione può essere accettata in uno Stato democratico», ha detto il leader di Avs, Nicola Fratoianni. Un po’ lo stesso concetto espresso dai Giovani democratici (il movimento giovanile del Pd) di Roma: «In pieno stile squadrista, un uomo in scooter ha pensato bene di sparare con una pistola ad aria compressa contro due iscritti all’Anpi con il fazzoletto al collo. Ancora una volta in maniera vigliacca, col volto coperto e scappando subito dopo i fascisti danno prova di loro stessi». Sugli spari è intervenuto anche il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, definendoli «un fatto inquietante, che colpisce una giornata simbolo per i valori democratici del nostro Paese». Il primo cittadino si è quindi augurato «che venga fatta piena luce al più presto su quanto accaduto e che i responsabili di questo gesto vile e vigliacco siano assicurati alla giustizia».