La giustizia arriva sempre troppo tardi, quando prova a mettere una pezza a sentenze sbagliate che hanno portato a danneggiare in maniera irreparabile degli innocenti o si risolve nell’assoluzione di persone processate senza colpe, la cui carriera è stata distrutta da pm che hanno lavorato male. Stiamo parlando delle vicende di due politici, Remo Sernagiotto, fu europarlamentare veneto di Forza Italia, e Stefano Esposito, già deputato torinese di belle speranze del Pd. Due vittime, anzi, due perseguitati che hanno pagato un prezzo carissimo per incompetenze altrui e che, pur alla fine assolti, anche da innocenti conclamatisi sono ritrovati beffati dalla giustizia. Sernagiotto si dimise dal suo scranno di Bruxelles, rinunciando all’immunità parlamentare (a differenza di Ilaria Salis, che si è candidata per usufruirne), per difendersi dall’accusa di corruzione e truffa in merito a una vicenda relativa a contributi pubblici destinati a un progetto sociale che non si realizzò mai. «Mio padre è stato ucciso dalle infamie. È sempre stato una persona onesta e corretta», dice di lui oggi la figlia Gloria, assessore comunale a Treviso, commentando la sentenza d’assoluzione con la quale la Corte d’Appello di Venezia ha messo fine, postuma, all’odissea di Remo. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46848255]] Già, perché l’europarlamentare è morto nel 2020, a 65 anni, per i danni irreparabili che gli aveva procurato un infarto, che lo ha colpito a processo in corso e che la figlia attribuisce al dolore dell’uomo per essere stato incriminato ingiustamente. «La verità è arrivata dopo undici anni di gogna e mio padre è morto prima di vedere il suo nome ripulito. Il suo cuore, che ha sempre messo l’onestà avanti a tutto, non ha retto alle accuse infamanti. Ci resta solo rabbia e amarezza», dice oggi Gloria. Esposito, invece, per fortuna è sopravvissuto alla propria persecuzione. Ma ha dovuto cambiare lavoro e l’amarezza e la rabbia della figlia di Sernagiotto la porterà dentro finché camperà. Con in più la sensazione di non aver avuto piena giustizia. Già, perché questa settimana la Corte di Cassazione ha confermatole sanzioni disciplinari che il Consiglio Superiore della Magistratura ha comminato nei confronti del giudice preliminare e del pubblico ministero che lo hanno trascinato in un processo che non si sarebbe mai dovuto tenere. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46997230]] Però sono misure ridicole rispetto al loro comportamento: hanno utilizzato per il processo intercettazioni che a norma di legge avrebbero dovuto distruggere e sono stati puniti con una censura che forse ne rallenterà la carriera uno e con un trasferimento da Torino a Milano e un anno di anzianità perso l’altro. In più, malgrado li abbia riconosciuti responsabili di «una violazione di legge grave determinata da ignoranza e negligenza», la Cassazione li ha salvati, vietando a chi parlerà d’ora in poi della sentenza di farne i nomi «a tutela dei loro diritti». Queste due notizie colpiscono l’Italia in un momento nel quale il Paese è reduce da un referendum che ha bloccato la riforma dei criteri che governano le carriere dei magistrati che l’attuale maggioranza vole va varare. Dobbiamo quindi rassegnarci al fatto che da qui, e per molto tempo, nulla cambierà. Continueremo ad avere brave persone morte per malagiustizia, come Enzo Tortora quarant’anni fa, ahi noi passati invano, e Sernagiotto l’altro ieri, e magistrati ignoranti e negligenti, senza voler insinuare altro, che verranno tutelati dall’anonimato e sanzionati con un buffetto, come i persecutori di Esposito oggi. Però è augurabile sia ancora lecito porsi almeno due domande. Primo. Se, giustamente, non si può attuare una riforma della giustizia perché si sono opposti a essa quindici milioni di italiani (53% dei votanti), perché resta di fatto inattuato dopo quarant’anni il referendum con il quale venti milioni di italiani (80% dei votanti) decise che le toghe devono rispondere personalmente dei loro errori? Misteri di casta. Già, perché la responsabilità dei magistrati oggi è una barzelletta: non solo quando sono gravi, le sanzioni sono come quelle delle toghe di Esposito, ma, quando c’è da mettere mano al portafoglio per risarcire, al posto della toga paga lo Stato, cioè tutti noi, vittime della malagiustizia incluse. E il paradosso è che forse è perfino meglio così perché, visto come si auto protegge la categoria, l’unica speranza in appello di un innocente condannato in primo grado è che chi ha sbagliato non paghi, altrimenti quale suo collega farà mai notare l’errore? Secondo. Se tuteliamo i magistrati condannati dai loro pari tenendo segreto il loro nome, com’è possibile che non vengano tutelati allo stesso modo gli indagati, innocenti fino al terzo grado di giudizio, impedendo che le loro generalità siano diffuse ai quattro venti? Con tutti i danni morali e materiali che questa notorietà giudiziaria comporta, al punto che molto spesso la vera pena è il processo, anziché la sentenza...
Vi proponiamo "Tele...raccomando", la rubrica di Klaus Davi dedicata al piccolo schermo CHI SALE (Cash or Trash) Raschiare a fondo il barile del vintage e attualizzarlo rappresenta un antidoto ai trend dominanti di questo periodo di crisi e guerre, grazie alla professionalità e all'ironia dei mercanti, del valutatore Alessandro Rosa e del conduttore Paolo Conticini, sempre pronto alla battuta. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47203803]] I famosi leccalecca, che in Italia esplosero a cavallo tra gli ottanta e i duemila e si caratterizzarono anche per il tratto allusivo delle pubblicità che li promuovevano, è un ricordo nostalgico che attira davanti alla tv prevalentemente il target dei boomer, zoccolo duro dell’audience con punte del 7%. Mercoledì asta speciale per accaparrarsi una seduta a sella dei fratelli Castiglioni prodotta da Zanotta nel 1983 battuta, alla fine, a 1.650 euro. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47187084]]
Non è solo una barriera contro febbre e malanni stagionali. Il vaccino antinfluenzale si rivela sempre più un prezioso alleato per la salute generale, capace di proteggere anche da eventi gravi come Infarto e Ictus. E questo vale persino nei casi in cui l’influenza riesce comunque a colpire. A evidenziarlo è uno studio pubblicato su Eurosurveillance, rivista dello European Centre for Disease Prevention and Control, che aggiunge un tassello importante alla comprensione dei benefici della vaccinazione. Quando si contrae l’influenza, infatti, il corpo reagisce con un’infiammazione diffusa. È una risposta naturale, ma può diventare un fattore di rischio: questa “tempesta” infiammatoria, anche se temporanea, può mettere sotto stress il sistema cardiovascolare e favorire eventi acuti, soprattutto nei soggetti più vulnerabili. È proprio qui che entra in gioco il vaccino. Non solo riduce la probabilità di ammalarsi, ma come sottolineano i ricercatori della University of Copenhagen e dello Statens Serum Institut sembra anche attenuare gli effetti più pericolosi dell’infezione. Lo studio si è concentrato in particolare sulle cosiddette infezioni “breakthrough”, cioè i casi in cui una persona vaccinata contrae comunque il virus. Anche in queste situazioni, il rischio di complicanze cardiovascolari risulta più basso rispetto a chi non si è vaccinato. In altre parole, il vaccino non agisce solo come uno scudo, ma anche come un “ammortizzatore”: prepara l’organismo a rispondere meglio al virus, limitando l’intensità dell’infiammazione e le sue conseguenze più pericolose. Il messaggio è chiaro: vaccinarsi contro l’influenza significa proteggere molto più di quanto si pensi. Non solo si riducono i sintomi e i giorni di malattia, ma si abbassa anche il rischio di eventi che possono avere conseguenze ben più serie. In un’epoca in cui la prevenzione è sempre più centrale, il vaccino antinfluenzale si conferma quindi uno strumento semplice, ma potente, per prendersi cura non solo delle vie respiratorie, ma anche del cuore e del cervello.
La mitica spallata, gli ultimi sondaggi, non l’hanno vista arrivare. Due settimane dopo il trionfo del “No” al referendum sulla giustizia, con fiumi di retorica sulla Generazione Gaza e sul popolo dell’astensione che è tornato a votare con la sinistra, i numeri delle rilevazioni raccontano un’altra storia. E cioè che il campo largo è meno vicino a Palazzo Chigi di quanto credono i compagni. L’eccitazione dovuta al risultato del 22-23 marzo sta illudendo infatti il fronte composto da Pd-M5S-Avs-Iv-+Europa di aver ormai chiuso la pratica. Basta sentire il tono dei commenti di ieri in Parlamento dopo il discorso del premier. Gonfia il petto il decano dem Gianni Cuperlo: «Meloni ha scambiato il discorso dell’insediamento con quello del congedo». E la segretaria Elly Schlein, in un crescendo rossiniano: «Si vede che avete molta voglia di tornare all’opposizione. Non vi preoccupate, vi accontenteremo». Non è da meno Giuseppe Conte, che dopo la piroetta sulla Russia e l’incontro con l’emissario di Trump in Italia, ieri ha pronunciato con voce stentorea il seguente proclama: «Presidente Meloni, la smetta con le menzogne e con la propaganda. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47203811]] Noi siamo pronti per la sfida progressista, abbiamo lavorato e la manderemo a casa. Con gli italiani». Calma. Anzi, “halma” come direbbe Max Allegri alla livornese. L’ultima Supermedia Youtrend-Agi, che calcola le variazioni riscontrate dai principali istituti di ricerca nelle ultime due settimane, vede le coalizioni praticamente appaiate. Fratelli d’Italia è sempre il primo partito, con una minima flessione dello 0,1%. Il Pd cresce dello 0,6%, raggiungendo quota 22,4%, ma allo stesso tempo il Movimento Cinquestelle di Giuseppe Conte perde mezzo punto percentuale (12,7%). Il più classico dei travasi interni, senza un sostanzioso aumento dei voti complessivi. Anche Alleanza Verdi sinistra è in lieve calo (-0,3%), anche se resta orgogliosamente sopra il 6% (piazzandosi al 6,3%). Scende un pelo Forza Italia, forse come contraccolpo della batosta referendaria; però allo stesso tempo rimbalza verso l’alto la Lega di Matteo Salvini, che guadagna addirittura lo 0,9%: il Carroccio viene sondato al 7,2% e sembra aver assorbito il possibile colpo dell’uscita del generale Vannacci, che con la sua nuova creatura Futuro Nazionale perde un altro 0,3% fermandosi al 3,3%. Morale della favola: se sommiamo tutti i voti dei partiti che compongono le coalizioni, i due schieramenti sono praticamente pari: in qualche sondaggio prevale il centrodestra (che sconta anche la recentissima fuoriuscita dei vannacciani) e in qualche altro prevale la sinistra (che nella Supermedia è avanti dello striminzito 0,4%). Con la legge elettorale attuale, si intravede la palude del pareggio. Ma una cosa è certa: l’onda rossa, nelle rilevazioni del consenso, non c’è. E d’altronde anche il report post-voto dell’Istituto Cattaneo aveva messo in guardia sottolineando che i voti del No non erano sovrapponibili a quelli del campo largo. La strada per Palazzo Chigi è ancora lunga e tortuosa. Forse anche perché il campo largo- che ha iniziato a litigare su primarie e poltrone un minuto dopo la vittoria sulla separazione delle carriere- non è ancora una vera e propria alleanza. Sulla politica estera c’è un solco profondo: non a caso ogni volta che in Parlamento si affrontano temi internazionali spuntano cinque o sei mozioni diverse. Poche idee e confuse anche in economia, tra partito della spesa pubblica senza freni (vedi alla voce Superbonus di Conte) e progetti di introduzione di nuove tasse (il Pd parla sempre di “grandi patrimoni”, frase che nasconde quasi sempre una fregatura per il ceto medio). Dice laconico Carlo Calenda: «Il campo largo non è pronto per governare». Ai leader del centrosinistra, forse, conviene stare muti e non esporsi su nulla. Perché quando toccherà mettere giù le proposte per il governo del Paese, si rischia un programma da mani nei capelli. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47201773]]
«Vai rapido che poi devo sentire tutti». A L’aria che tira, su La7, è una mattinata intensa. David Parenzo si districa tra la diretta alla Camera, con l’intervento della premier Giorgia Meloni e le repliche delle opposizioni, e i suoi ospiti in studio e in collegamento. Tra questi ultimi c’è Luigi Crespi, che non prende benissimo la sollecitazione del conduttore: «Lo vedi che mi censuri?». Il sondaggista e spin doctor si fa poi serio ed entra nel merito delle considerazioni politiche: «Credo che il discorso che ha fatto oggi la Meloni sia un discorso che contiene tre fattori importanti: il primo, ha ammesso di non essere perfetta e ha ammesso le difficoltà nella sanità e nel lavoro». Insomma, «per la prima volta - prosegue Crespi - vedo un primo ministro che arriva e dice di non essere perfetta, che ci sono delle cose da sistemare e che ha ricevuto il segnale arrivato dal referendum. Non sta vendendo la perfezione, non sta vendendo l’esaltazione». Dopo le parole sull’inquilina di Palazzo Chigi arrivano le frecciate avvelenate ai leader di centrosinistra, segretaria del Partito democratico in testa. «Cosa ho visto nella Schlein? Il Paese che ci consegna Meloni è questo... Quello che ci consegna Schlein è Cuba. Esagero, troppo negativo... È il Vietnam, il deserto. Siamo fuori misura e lo dico da uomo di sinistra. Una cosa buona, anche un orologio rotto, almeno una volta al giorno segna l’ora giusta». [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47070890]] E mentre Francesco Storace ironizza su Angelo Bonelli («Starà all’opposizione sempre, lo conosco da trent’anni e sempre la stessa cosa dice»), la penna del Corriere della Sera Maria Teresa Meli delude i catastrofisti e gli ultrà dello sfascio: «Credo che Meloni arriverà fino a fine legislatura, si voterà in autunno del 2027». Questo perché, suggerisce ancora la sempre puntuta Meli, non certo tacciabile di avere in particolare simpatia la premier, «oggi non conviene a nessuno andare al voto, a Meloni men che meno, perché in un anno e mezzo possono succedere molte cose. Fossi in lei rimarrei là. Lei è stata molto abile in Aula, ha fatto un bel discorso. In ogni caso non cambia nulla, ognuno ha fatto la sua parte». [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47190677]]
Un torneo quasi proseguito “a braccetto” da Carlos Alcaraz e Jannik Sinner. Paolo Bertolucci lo definisce così nel suo editoriale a La Gazzetta dello Sport: la fotografia più chiara di una giornata — quella di giovedì — che conferma ancora una volta il peso specifico dei primi due giocatori del mondo, entrambi capaci di raggiungere i quarti di finale pur tra difficoltà, cali e momenti di sofferenza. Due percorsi diversi, ai lati opposti del tabellone, ma con un punto in comune: la capacità di vincere anche quando la partita si complica. Entrambi hanno dovuto stringere i denti, lasciando per strada un set e ritrovando poi il controllo nei momenti decisivi. “È questo che fanno i campioni, differenziandosi da un buon tennista — sottolinea Bertolucci nel suo editoriale — sanno soffrire, adattarsi e poi colpire quando conta davvero”. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47151765]] Le loro vittorie non sono state lineari. Anzi, sono state quelle classiche “partite sporche” che spesso fanno la differenza in un torneo lungo e logorante. “Alcaraz e Sinner hanno iniziato forte, dominando il primo set con un netto 6-1, salvo poi incappare in un improvviso calo nel secondo parziale”. Per Sinner, in particolare, il passaggio a vuoto è stato più evidente: “Ha accusato un calo fisico che lo ha costretto anche a ricorrere all’intervento del medico durante il terzo set, prima di riprendere il controllo del match — ha proseguito Bertolucci — Anche Alcaraz ha vissuto una fase di flessione, soprattutto al servizio, prima di rialzare il livello e chiudere la pratica con autorità”. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47175496]] Queste partite vanno affrontate “con attenzione e umiltà, una alla volta”, è il concetto che filtra dal loro modo di interpretare il tennis. Non sempre tutto è perfetto, “non sempre il ‘frigorifero’ è pieno di soluzioni pronte: a volte bisogna arrangiarsi, adattarsi, reinventarsi”, si legge ancora. E proprio in questo, Alcaraz e Sinner fanno la differenza. Perché anche quando la giornata si complica, “trovano comunque il modo di arrivare in fondo — conclude l’ex tennista toscano — Ora il torneo continua, ma la sensazione è chiara: i due marciatori del ranking restano lì, in controllo anche quando devono soffrire”.
Paese famoso per il turismo sessuale, la Thailandia sarebbe anche quello con i coniugi più infedeli al mondo: addirittura il 51% delle persone avrebbe messo le corna al partner. Dopo gli asiatici si piazza col 46% la Danimarca, medaglia di bronzo alla Germania appena al di sotto dei vicini scandinavi. L’Italia, esclusa dai mondiali di calcio, in questa attività invece se la cava discretamente: siamo appena giù dal podio, 4° posto col 44%. Prima di continuare, è il caso di avvertire che lo studio lo ha fatto Bedbeeble: una piattaforma online nata nel 2020 che fornisce informazioni complete, recensioni generate dagli utenti e consigli di esperti su giocattoli sessuali e prodotti per adulti. E i suoi frequentatori sono persone in cerca di consigli, suggerimenti e raccomandazioni su intimità, giocattoli per adulti e benessere sessuale, probabilmente un po’ più spregiudicate della media dei connazionali, potrebbero aver influenzato i risultati. Comunque lo studio afferma di essersi affidato alle “confessioni” di campioni significativi, e spiega anche che la proporzione di gente che ammette di non essere stata fedele a livello mondiale è cresciuta dal 5% del 1960 al 23% del 2023. Ovviamente, bisognerebbe decifrare se è cresciuta la disinvoltura sessuale o solo la sincerità. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47169236]] Dopo l’Italia, nella top ten stanno la Francia col 43%, la Norvegia col 41, il Belgio col 40, la Spagna col 39, la Finlandia e il Regni Unito col 36. Il più fedele sarebbe invece la Città del Vaticano, con solo il 3%. Lo precedono l’Uruguay col 10%, la Slovenia con l’11, San Cristopher e Nevis con il 12, Trinidad e Tobago col 13, Andorra col 14, la Polonia e Antigua e Barbuda con il 16, Barbados col 21, il Cile col 22 e la Svizzera col 25. La presenza degli elvetici sembra in effetti in armonia con quella barzelletta secondo cui «il paradiso è quel posto dove i meccanici sono tedeschi, i poliziotti inglesi, i cuochi francesi gli amanti italiani e tutto è organizzato dagli svizzeri, mentre all'inferno gli amanti sono svizzeri, i cuochi inglesi, i poliziotti tedeschi, i meccanici francesi e tutto è organizzato dagli italiani». Però la presenza di ben quattro Paesi caraibici negli ultimi dieci posti è un po’ sorprendente, considerati certi stereotipi sulla regione. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46889321]] Oltre ai Paesi, lo studio ha analizzato anche come l'infedeltà vari con l’età. Secondo i dati raccolti, i tassi sono molto bassi tra i giovani, con il 3% a 18 anni. Ma aumentano con l’età e il picco del 25% si registra tra i 58 anni e i 63 anni, prima di un ulteriore calo nelle fasce d’età più avanzate. Negli uomini, sempre a livello mondiale, la percentuale parte dal 4% a 18 anni, raggiunge il picco tra i 58 e i 63 anni, al 25%, e scende al 13% a 80 anni. Nelle donne parte dall’1% a 18 anni, raggiunge il picco del 14% tra i 58 e i 59 anni, e scende al 5% a 80 anni. Ma il fatto che in quasi tutte le fasce d’età gli uomini ammettano più spesso l’infedeltà rispetto alle donne potrebbe dipendere da una maggior disinvoltura, piuttosto che dalla realtà. Lo studio ammette in effetti il limite delle risposte auto-dichiarate.
Ha suscitato non poca polemica l'intervista di Francesco Moser. Il papà di Ignazio Moser (influencer, ex volto del GFVip, nonché marito di Cecilia Rodriguez, sorella di Belén) ha parlato anche della nipotina Clara Isabel. Sulla piccola, l'ex ciclista ha raccontato: "Ignazio e Cecilia sono in Argentina per far vedere la bambina ai bisnonni. Sa che mi dimentico sempre il nome di mia nipote?". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46805418]] Intervistato dal settimanale Oggi, Moser ha spiegato le motivazioni: "Perché ha due nomi credo. Una volta mi ricordo uno, una volta mi ricordo l'altro". "E quindi come la chiama?", ha chiesto il giornalista con Moser che ancora una volta ha usato parole in grado di scatenare non poche critiche: "Ma non capisce niente adesso, cosa la chiamo? Io nonno o compagno tenero? No, voglio che facciano quello che dico io". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:45212081]] Da qui, poi, la rivelazione sul figlio e il suo rapporto con il ciclismo: "Io gli avevo detto: ‘O lo fai convinto o è meglio smettere’. Aveva le caratteristiche ma non ci metteva anima e corpo. Ha corso fino ai 23-24 anni. Era andato anche in una squadra svizzera importante, e poi dopo è andato a fare il Grande Fratello e lì è cambiata la sua vita, insomma".
Stasera, venerdì 10 aprile, va in onda su Rai1 una puntata speciale di Affari Tuoi condotta da Stefano De Martino. Due grandi nomi della musica italiana saranno i concorrenti d’eccezione: Lorenzo Jovanotti e Gianni Morandi.Si tratta di una serata benefica in cui i due artisti giocano al celebre gioco dei pacchi. Al momento restano in gioco tre pacchi blu e tre pacchi rossi, tra i quali figurano ancora i premi più ricchi: 50.000 e 75.000 euro. L’obiettivo è far salire il montepremi a favore di una causa solidale.La notizia ha suscitato grande curiosità tra il pubblico, ma anche diverse reazioni negative su X. Molti utenti si sono mostrati sorpresi e perplessi: "Che c... ci fanno Gianni Morandi e Jovanotti ad Affari Tuoi", "è un’allucinazione?", "mi vergognooo". Qualcuno ha commentato con ironia o delusione, definendo la scelta bizzarra o fuori luogo per due icone della musica italiana.Nonostante le critiche, la puntata promette emozioni, risate e colpi di scena, con i due cantanti impegnati in prima persona nel gioco. L’ospitata arriva anche per promuovere i rispettivi tour e il nuovo singolo “Monghidoro” scritto da Jovanotti per Morandi.Una serata all’insegna dello spettacolo leggero e della beneficenza, che divide però l’opinione del web tra chi la vede come un colpo di teatro e chi la considera un accostamento improbabile
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C’è un equivoco che va chiarito subito: la leggerezza non è roba da deboli. È roba da gente che ha capito. Perché oggi essere pesanti è diventato facile. Anzi, è diventato quasi obbligatorio. Tutti affannati, tutti carichi, tutti pieni di cose da fare, da dimostrare, da raccontare. Una gara a chi ha la vita più complicata. E guai a sembrare leggeri: ti prendono per uno che non ha problemi. Come se fosse una colpa. La verità è che il peso è spesso una scelta. La leggerezza, invece, è un’altra cosa. È togliere. Non aggiungere. È sapere cosa serve davvero e cosa no. È muoversi nel mondo senza trascinarsi dietro l’inutile. È fare bene le cose senza farle pesare. È eleganza, sì, ma prima ancora è lucidità. E guarda caso, quando questa idea entra nella vita, entra anche nello stile. Perché basta vedere cosa succede quando qualcuno prende sul serio il concetto di leggerezza. Non a parole, ma nei fatti. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47223782]] Prendiamo Tombolini e la sua Zero Gravity. Qui non siamo davanti all’ennesima collezione che racconta storie. Qui c’è un’idea molto semplice: un uomo non deve essere prigioniero di quello che indossa. A questo punto la domanda è inevitabile, e la giro direttamente a Silvio Calvigioni, anima di Tombolini: Ma davvero oggi l’uomo ha bisogno di una giacca che non sente addosso, o è solo un lusso? "Qui non si tratta solo di comfort. Si tratta di libertà operativa. Giacche che non si stirano, tessuti impalpabili, capi che stanno in piedi da soli senza costringerti. È la differenza tra indossare qualcosa e viverci dentro". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47223783]] La leggerezza è diventata una necessità contemporanea o è una vostra visione che avete anticipato? "C’è una cosa che emerge chiaramente siamo alla fine dell’eleganza punitiva. Quella che ti fa sembrare impeccabile ma ti impedisce di respirare. Zero Gravity — e ancora di più la sua versione Gold in cashmere e seta — è esattamente questo: togliere peso senza togliere autorevolezza. Restare formali senza diventare rigidi. Essere eleganti senza sembrare costruiti" E quanta gente c’è dietro questa leggerezza? "Il paradosso è sempre lo stesso: più un prodotto è leggero, più lavoro sulle spalle". Calvigioni risponde senza effetti speciali: circa *120 persone*. Artigiani, tecnici, competenze vere. Non storytelling, ma struttura". E la donna? La leggerezza resta un affare maschile? "Assolutamente no. Siamo pronti a portare questo concetto anche nel guardaroba femminile, con una capsule dedicata. Pochi capi, essenziali e mirati: tailleur, cappotti, perfino lo smoking. Stessa filosofia, stesso approccio — togliere peso senza togliere struttura". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47223786]]
Un tragico incidente stradale si è verificato poco prima delle 8 di venerdì mattina in via Serenissima, strada di grande percorrenza alla periferia est di Brescia.Un automobilista alla guida di una Renault Captur, uscito dalla tangenziale sud probabilmente all’uscita sbagliata, ha deciso di invertire il senso di marcia proprio alla fine della rampa, effettuando una manovra vietata. Il conducente di un furgone si è accorto della manovra, ma i due motociclisti che seguivano non hanno avuto il tempo di reagire. “Impallati” dal mezzo pesante, hanno tentato inutilmente di sorpassare e si sono trovati di fronte all’auto che stava invertendo.Lo schianto è stato violentissimo. I due motociclisti hanno pinzato i freni, ma la distanza era troppo ravvicinata. Entrambi sono finiti contro la fiancata sinistra della Captur.Le conseguenze sono state drammatiche. Uno dei due centauri, Francesco Viola, 28 anni, di Cazzago San Martino (Franciacorta), è morto poche ore dopo l’impatto all’ospedale Poliambulanza, dove era arrivato in arresto cardiaco. La vittima lavorava alla Cembre, azienda situata a soli 200 metri dal luogo dell’incidente: probabilmente stava recandosi al lavoro. L’altro motociclista ha riportato solo lievi contusioni ed è fuori pericolo.Illeso il conducente della Renault Captur, un 40enne residente in Franciacorta, protetto dall’esplosione degli airbag. La Polizia Locale sta ricostruendo la dinamica e valutando eventuali responsabilità dell’automobilista.Con questa tragedia salgono a 16 le persone decedute sulle strade della provincia di Brescia dall’inizio del 2026, di cui quattro in sella a una motocicletta.