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Gioco sporco contro Viktor Orban? Un sospetto di cui ha dato conto il presidente ungherese in prima persona, nei giorni scorsi, e che esplode proprio nel giorno del voto che lo vede contrapposto a Péter Magyar, ex fedelissimo e ora suo aperto sfidante e che promette di riavvicinarsi all'Europa. Il punto è che proprio durante il voto gli analisti di Vox Harbor hanno dato conto di una campagna coordinata su Telegram volta a intimidire gli ungheresi e ad avvertirli delle possibili conseguenze in caso di sconfitta di Viktor Orban alle elezioni parlamentari. Lo riferisce il sito del quotidiano slovacco "Sme", citando fonti di stampa internazionale. Secondo lo studio, alcune reti di operatori online starebbero diffondendo ondate di contenuti simili con l'obiettivo di "seminare paura tra gli elettori". Vox Harbor ha riferito di numerosi casi in cui lo stesso testo è apparso simultaneamente in diversi canali Telegram, il che può indicare la presenza di "una campagna di disinformazione organizzata". L'opposizione sostiene che Fidesz, il partito di Orban, stia conducendo una campagna di disinformazione su larga scala, utilizzando i media tradizionali, i social network e contenuti creati con l'ausilio dell'intelligenza artificiale per alimentare timori sul futuro del Paese in caso di vittoria delle forze filo-europee. Ovviamente Orban nega queste accuse, rilanciando e puntando il dito contro la propaganda degli oppositori "presumibilmente finanziata dalla Ue". Nel frattempo, si registra un'affluenza senza precedenti. Secondo i dati dell'Ufficio elettorale nazionale, più della metà degli elettori, il 54,14%, ha già espresso il proprio voto, ovvero 4.075.272 ungheresi, 997.000 persone in più rispetto a quattro anni fa. Nel 2022, l'affluenza alle urne era stata solo del 40,01% alle 13. Inoltre, è interessante notare che quest'anno il dato relativo alle ore 13 ha già superato quello delle ore 15 di quattro anni fa, quando il 52,75% degli aventi diritto al voto si recò alle urne entro le ore 15. Le contee più attive sono Pest (58,01%) e Budapest (56,77%), mentre le più "lente" sono Borsod e Szabolcs, dove l'affluenza ancora non è arrivata al 50%.
Il Milan cola a picco, umiliato a San Siro dall'Udinese, che batte i rossoneri per 3-0. E dopo il disastro milanista, ecco scatenarsi nuovamente Lele Adani, da sempre schierato durissimamente contro Massimiliano Allegri, bersaglio di un feroce attacco (anche se il mister livornese non viene mai nominato). A pochi minuti dal triplice fischio, l’ex difensore ha affidato ai social una riflessione il cui significato era chiarissimo. Una storia Instagram zeppa di allusioni e messaggi indiretti, ma ovviamente legata a quanto appena accaduto sul campo, dove l’Udinese ha imposto un dominio netto e senza repliche. Insomma, il consueto "stile"-Adani. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47216343]] Il tempismo del video non lascia spazio a dubbio alcuno, così come le parole iniziali: "Oggi non si può far finta di niente, non ci posso passare sopra. Mi sembra giusto intervenire, l'analisi deve essere sempre giusta, corretta, obiettiva però in questo caso anche spietata e crudele perché raramente ho visto una parte così dominare l'altra a livello sportivo e quindi credo che sia opportuno essere centrati nel dettaglio ma corretti perché credo che a tutto ci sia un limite". Poi, però, ecco cheAdani cambia registro e si rifugia nel tennis, citando un match giocato a Linz: "Oggi nel 500 Linz in Austria, terra rossa indoor, Anastasia Potapova ha dominato Donnavekic. Dominato eh, col servizio, andando a rete, disegnando il campo, è stato proprio un dominio". Una mezza buffonata, insomma, quando il fatto che Adani parli di Milan non è chiaro, ma chiarissimo. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47116813]]
Una inquietante prima volta, quella di un virus marino che fa un salto di specie e passa all'uomo. A lanciare l’allarme è l’infettivologo Matteo Bassetti, che su X ha richiamato l’attenzione su una ricerca pubblicata su Nature Microbiology. "Per la prima volta, un virus marino ha fatto il salto di specie, causando una grave infezione oculare con perdita della vista in un essere umano. Il virus marino - ha spiegato Bassetti - è passato da animali acquatici all'uomo, provocando sintomi oculari gravi e molto rari. Si pensava che l'agente patogeno, noto come Covert Mortality Nodavirus (CMNV), infettasse solo invertebrati e pesci". Lo studio citato descrive nel dettaglio gli effetti dell’infezione sull’uomo, chiarendo come il CMNV sia in grado di provocare una forma persistente e particolarmente aggressiva di infiammazione oculare. "Uno studio pubblicato su Nature Microbiology ha rivelato che il virus causa una uveite anteriore virale ipertensiva oculare persistente (POH-VAU) negli esseri umani", ha aggiunto. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47202473]] I pazienti colpiti presentano disturbi che ricordano il glaucoma, con conseguenze potenzialmente irreversibili. "I pazienti infetti da questo virus marino manifestano sintomi simili al glaucoma, tra cui una grave infiammazione e una pressione intraoculare pericolosamente elevata che può portare a danni permanenti alla vista e alla cecità. La trasmissione sembra essere principalmente legata alla manipolazione o al consumo di frutti di mare crudi, con la maggior parte dei casi che coinvolgono individui che hanno lavorato a stretto contatto con specie acquatiche", ha spiegato ancora Bassetti. Un elemento che preoccupa particolarmente gli esperti è la capacità del virus di adattarsi a diversi organismi. "È allarmante constatare che il virus presenta un'ampia gamma di ospiti, infettando invertebrati, pesci e mammiferi, un livello di adattabilità che ha sbalordito la comunità scientifica. Gli oceani rappresentano oggi una nuova frontiera per le malattie infettive che possono avere un impatto diretto sulla salute umana", ha concluso l'infettivologo. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47083950]]
Gioco sporco contro Viktor Orban? Un sospetto di cui ha dato conto il presidente ungherese in prima persona, nei giorni scorsi, e che esplode proprio nel giorno del voto che lo vede contrapposto a Péter Magyar, ex fedelissimo e ora suo aperto sfidante e che promette di riavvicinarsi all'Europa. Il punto è che proprio durante il voto gli analisti di Vox Harbor hanno dato conto di una campagna coordinata su Telegram volta a intimidire gli ungheresi e ad avvertirli delle possibili conseguenze in caso di sconfitta di Viktor Orban alle elezioni parlamentari. Lo riferisce il sito del quotidiano slovacco "Sme", citando fonti di stampa internazionale. Secondo lo studio, alcune reti di operatori online starebbero diffondendo ondate di contenuti simili con l'obiettivo di "seminare paura tra gli elettori". Vox Harbor ha riferito di numerosi casi in cui lo stesso testo è apparso simultaneamente in diversi canali Telegram, il che può indicare la presenza di "una campagna di disinformazione organizzata". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47228581]] L'opposizione sostiene che Fidesz, il partito di Orban, stia conducendo una campagna di disinformazione su larga scala, utilizzando i media tradizionali, i social network e contenuti creati con l'ausilio dell'intelligenza artificiale per alimentare timori sul futuro del Paese in caso di vittoria delle forze filo-europee. Ovviamente Orban nega queste accuse, rilanciando e puntando il dito contro la propaganda degli oppositori "presumibilmente finanziata dalla Ue". Nel frattempo, si registra un'affluenza senza precedenti. Secondo i dati dell'Ufficio elettorale nazionale, più della metà degli elettori, il 54,14%, ha già espresso il proprio voto, ovvero 4.075.272 ungheresi, 997.000 persone in più rispetto a quattro anni fa. Nel 2022, l'affluenza alle urne era stata solo del 40,01% alle 13. Inoltre, è interessante notare che quest'anno il dato relativo alle ore 13 ha già superato quello delle ore 15 di quattro anni fa, quando il 52,75% degli aventi diritto al voto si recò alle urne entro le ore 15. Le contee più attive sono Pest (58,01%) e Budapest (56,77%), mentre le più "lente" sono Borsod e Szabolcs, dove l'affluenza ancora non è arrivata al 50%. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47239419]]
Mentre sono in corso i negoziati fra Stati Uniti ed Iran in Pakistan, la marina americana inizia a navigare nella parte dello stretto di Hormuz situata sotto il controllo dell’Oman; anche se in realtà solo formalmente. L’Iran infatti minaccia di aver minato i fondali di quell’area e di non essere in grado di bonificarla. Appunto quello che avrebbero iniziato a fare gli americani ieri. Potrebbe essere il primo immediato risultato dei negoziati. Ufficialmente l’operazione è “non coordinata”. Ma è verosimile che gli Stati Uniti abbiano comunicato questa intenzione all’Iran nel corso dei faccia e faccia. Una bonifica quindi iniziata “in tempo reale”. Donald Trump ha colto l’occasione per il solito testosteronico post con schiaffi che vanno anche a chi non lo ha aiutato in questa operazione. Cina, Giappone, Corea del Sud, Francia, Germania e “molti altri”. Il fatto che non abbia citato l’Italia probabilmente ha un significato e dovrebbe indurci ad un cauto ottimismo. La libera navigabilità nello stretto di Hormuz è al centro dei colloqui di pace. Ma appare un miraggio il ritorno allo status quo. Neppure si può però ipotizzare che l’Iran ne mantenga il controllo. Più probabile una situazione ibrida fatta di pedaggi che servano a ricostruire l’Iran. Trump addebiterebbe al resto del mondo il conto del quasi completo disarmo del regime di Teheran e della totale cancellazione della minaccia nucleare iraniana. Infatti si dovrà decidere chi prenderà in custodia quell’uranio arricchito. Verosimilmente sarà una potenza già nucleare ad oggi. Nessun segno + cioè nel numero dei paesi atomici o quasi atomici. In tal senso il mondo sarebbe più al sicuro. Con ogni probabilità i tre maggiori indiziati per prendere in carico l’uranio arricchito di Teheran sono il Pakistan, che ospita i negoziati ad Islamabad, la Cina e la Russia. Lo stretto di Hormuz intanto assurge ad arma letale nell’immediato ma destinato a perdere centralità nei prossimi cinque-sei anni. Crescerà la potenza di trasporto alternativa degli oleodotti. Da est ad ovest, in Arabia, già ne esiste uno e collega il Golfo Persico al Mar Rosso. Sarà sicuramente potenziato. Plausibile anche che aumenteranno i tubi verso sud per arrivare sulle coste meridionali dell’Oman. Pure l’Iraq si darà da fare per far arrivare il greggio nel Mediterraneo attraverso la Turchia. Ridondanza delle vie alternative del greggio sarà la parola d’ordine. E su questo punto l’Italia potrebbe avere carte da giocare con le sue aziende. Hormuz avrà delle alternative percorribili. Uno shock come quello vissuto questo mese, fra cinque anni, non sarà più immaginabile. Nel frattempo gli Stati Uniti vivono una situazione paradossale. Le compagnie petrolifere americane fanno affari d’oro. Washington ha acquisito lo status di produttore “swing” cui rivolgersi in caso di difficoltà. Parzialmente fuori gioco l’Arabia e la Russia a causa delle due guerre in corso, la vera potenza petrolifera del mondo rimane l’America. E da bravo mercante in fiera, sempre ieri Donald gongolava nel farci presente come arrivino petroliere vuote negli Stati Uniti assetate del petrolio americano. Quello “più dolce di tutti”. Alludendo non solo al basso contenuto di zolfo del greggio stelle e strisce. Ma Trump non ha margini per bluffare. La chiusura dello stretto è un problema pure per lui anche se da quel canale non arriva petrolio sulle coste. americane. Se le compagnie americane fanno affari d’oro, poi però a votare vanno gli automobilisti. E ci andranno fra pochi mesi con le elezioni di midterm. Ed un prezzo medio di oltre quattro dollari a gallone (grosso modo poco più di un dollaro a litro) è troppo. Erano tre dollari un anno fa. Se gli Stati Uniti fossero un’autocrazia - e non un paese dove si vota ogni due anni - la lettura sarebbe servita. Pieno successo sotto il profilo militare sul campo ed i settori del petrolio e del gas che vanno a gonfie vele. Vittoria su tutta la linea. Invece il trionfo da molti media occidentali viene goffamente assegnato ai punti all’Iran perché è ancora capace di lanciare droni e missili in quantità giornaliere che si contano sulle dita di due mani. E nonostante aviazione e marina, unitamente a quasi tutte le strutture di lancio missilistiche, siano andate completamente distrutte.
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Un'Arianna Meloni a tutto campo, quella che parla in un'intervista al Corriere della Sera: rivendica i successi di Fratelli d'Italia e rimarca lo status e l'autorevolezza internazionale del Paese e di sua sorella, nonché premier, Giorgia Meloni. Nel colloquio, la responsabile della segreteria politica di FdI traccia una linea netta sull’azione dell’esecutivo, sottolineando continuità e determinazione. Il governo, spiega, intende proseguire lungo il percorso intrapreso senza deviazioni o scorciatoie, mantenendo saldo l’impegno assunto con gli elettori. "Avanti con serietà, l’Italia oggi sta meglio": questa la sintesi del messaggio politico che accompagna una difesa compatta della legislatura. Sul piano degli equilibri parlamentari, Meloni esclude qualsiasi ipotesi alternativa all’attuale maggioranza: "Non ci presteremo ad alcuna soluzione ambigua, a governi tecnici o di larghe intese. I governi funzionano solo se alla base ci sono programmi condivisi". Un passaggio che ribadisce la volontà di arrivare alla naturale scadenza del mandato, senza compromessi o soluzioni tampone. E aggiunge: "Non ci saranno regalìe dell’ultimo minuto che andrebbero a pesare sul futuro dei nostri figli". L’azione dell’esecutivo, nelle sue parole, resta ancorata a una visione di lungo periodo, lontana da promesse effimere: non si lanceranno in aria "palloncini destinati a sgonfiarsi in un attimo", né si intende "inventare niente". Piuttosto, l’obiettivo dichiarato è "ad operare per fare il bene dell’Italia: vogliamo costruire un Paese che sia migliore oggi, ma anche domani, non vogliamo inseguire un consenso facile, dal primo giorno ci siamo rimboccati le maniche e messi a lavorare a testa bassa, continueremo a farlo con slancio e abnegazione, nonostante un quadro internazionale mai così difficile". Rivendicando i risultati raggiunti, Meloni indica alcuni dati simbolo dell’azione di governo, come la riduzione degli sbarchi illegali e il cosiddetto modello Albania, che a suo dire sta diventando un riferimento anche a livello europeo. Sul fronte interno, rilancia le prossime misure: "Il decreto Primo Maggio andrà ancora nella direzione di combattere il lavoro povero e rafforzare i diritti dei lavoratori. E il piano casa: l’obiettivo è rendere disponibili oltre 100 mila alloggi nei prossimi 10 anni, tra popolari e a prezzi calmierati". E ribadisce il criterio con cui chiede di essere giudicata la maggioranza: "È sul fatto che l’Italia oggi sta meglio di quando Giorgia Meloni è diventata premier che vogliamo essere giudicati al voto". Non manca un passaggio sulle polemiche politiche e mediatiche, a partire dal caso che ha coinvolto il ministro dell’Interno: "Matteo Piantedosi è un ottimo ministro, le vicende personali che diventano gossip non mi appassionano. E – se non esistono problemi sul piano dell’azione del governo o comportamenti non corretti – non vedo perché dovremmo interessarcene". Quindi aggiunge: "Andrò a fare assemblee in tutte le regioni e a vedere come vanno le cose sul territorio: siamo un partito con grande radicamento e vicinanza alla gente, se qualcosa andrà migliorata lo faremo. Quando Conte e Schlein parlano della “gente che sta male” non so se sanno davvero di chi stanno parlando. Noi sì". In chiusura, il tema della politica estera e del ruolo dell’Italia nello scenario globale. Meloni respinge le critiche sui rapporti internazionali della premier, sostenendo che la sua credibilità è riconosciuta trasversalmente: "Giorgia è rispettata e in buoni rapporti con la stragrande maggioranza dei leader internazionali". E ancora: è "rispettata da Merz, da Starmer, dalla premier giapponese, e chi più ne ha ne metta". Un posizionamento che, a suo avviso, consente all’Italia di svolgere una funzione di equilibrio tra Europa e Stati Uniti e di "dire quello su cui non siamo d’accordo". Da qui la conclusione: "Non possiamo riscrivere la storia, siamo persone serie".
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Prendere un’attività vecchia di secoli, il pegno, e inserirla nel lessico del capitalismo contemporaneo, con app, valutazioni a distanza, polizze digitali, aste online e perfino l’art lending laddove un tempo c’era il semplice credito su garanzia. È questa l’operazione realizzata da Kruso Kapital, società milanese quotata in Borsa che ha preso un mestiere antico e lo ha spinto dentro la modernità, trasformandolo in un prodotto finanziario tecnologico e perfino internazionale. L’idea, in fondo, è tanto antica quanto attuale: ottenere liquidità immediata lasciando in garanzia un bene prezioso. Ma il punto è come questo schema sia stato riscritto. «Abbiamo preso un prodotto del Medioevo, l’abbiamo sviluppato, l’abbiamo reso bancario, l’abbiamo reso moderno», spiega Giuseppe Gentile, General manager della società. E in effetti il salto è evidente: non più il vecchio Monte di Pietà, ma una piattaforma fatta di sedi fisiche e offerte virtuali capaci di parlare il linguaggio della finanza contemporanea. D’altra parte, il pegno non è affatto un prodotto per soli poveri. C’è chi vi ricorre per una difficoltà temporanea, ma c’è anche un’altra clientela, fatta di imprenditori, professionisti, persone con patrimoni solidi e con esigenza di liquidità immediata. Gente che non vuole vendere un Rolex, un Cartier, un diamante o persino un’opera d’arte, ma semplicemente trasformare per qualche mese un bene illiquido in cassa disponibile. Magari per investire rapidamente denaro in qualche attività finanziaria o, come accade talvolta, per rimediare a un danno causato all’auto di lusso del marito senza dare troppo nell’occhio. I numeri, del resto, raccontano una realtà molto articolata. Se il ticket medio si aggira intorno ai 1.600 euro, ci sono operazioni di ben altro peso. A Milano, ad esempio, «è stato erogato un finanziamento da mezzo milione di euro in un solo giorno, garantito da una collezione di orologi di alta gamma», racconta Gentile. E non si tratta di eccezioni isolate: tra i beni più pregiati compaiono Audemars Piguet, Patek Philippe da centinaia di migliaia di euro, diamanti di grande caratura e gioielli delle grandi maison. È il segno che il mercato si muove su più livelli, dove il piccolo prestito convive con operazioni da private banking. Anche la geografia del pegno racconta un’Italia a più velocità. Milano e Roma sono le piazze più sofisticate, dove accanto all’oro cresce il peso degli orologi di lusso e degli oggetti ad alto valore. Firenze e Venezia riflettono invece una clientela più patrimoniale, con una presenza significativa di pietre preziose e gioielli legati a famiglie storiche. Poi ci sono casi come Brescia, dove fino al 90% della clientela è straniera. «Il nostro è un modello che aggira il giudizio classico della banca e si concentra sull’oggetto, non sul ceto, aprendo così a una platea molto più ampia, che comprende anche chi, pur avendo reddito, non è pienamente bancabile», sottolinea il General manager. Questo anche grazie alla spinta sulla digitalizzazione, per la quale la società milanese rappresenta un caso unico a livello europeo. «Noi siamo tra i pochi ad aprire ancora oggi nuove sedi, per quanto una quota crescente delle polizze nasce online: il cliente fotografa il bene, riceve una valutazione preliminare, può spedirlo tramite vettore specializzato e gestire tutto il ciclo – dalla stipula al rinnovo – via app. Lo stesso vale per le aste, trasferite su piattaforme digitali che consentono di partecipare da qualsiasi luogo», spiega Gentile. «È la dimostrazione che anche un’attività considerata polverosa può diventare tech, se dietro c’è una visione industriale». Oggi Kruso Kapital conta oggi circa 140 dipendenti, con una presenza distribuita tra Italia ed estero (Grecia e Portogallo). La stragrande maggioranza dei clienti rinnova o estingue il finanziamento nel giro di pochi mesi, mentre una quota tra il 5% e il 7% delle polizze finisce all’asta, a conferma di come questo strumento venga utilizzato soprattutto come leva temporanea di liquidità e non come ultima risorsa. n fondo, è proprio questo il punto di arrivo della trasformazione: un’attività nata per rispondere a bisogni immediati che oggi si muove dentro le logiche della finanza evoluta. Di fatto mantenendo la stessa funzione di sempre, ma con strumenti molto più moderni.
A Berlino è stato presentato in prima mondiale Michael, l’atteso biopic sul re del pop diretto da Antoine Fuqua. La scelta non è casuale, visto che proprio a Berlino - nel 1988 Michael Jackson faceva tappa (il 19 giugno) con il suo primo tour mondiale da solista, il Bad Tour, e fu un evento di portata enorme, con circa 60.000 spettatori, considerato uno dei momenti più minacciosi perla sicurezza della Germania orientale da parte del governo della Ddr: la città era ancora divisa dal Muro, il concerto venne organizzato nel parco di fronte al palazzo del Reichstag, accanto al confine del Muro, dietro il quale - nella parte Est della città - si erano assiepate altre migliaia di persone, che vennero fatte disperdere dalla polizia per timore di azioni antigovernative. Previsto nelle sale italiane dal 22 aprile, distribuito da Universal, Michael è prodotto da Graham King (già artefice del successo di Bohemian Rhapsody) e basato su una sceneggiatura del tre volte candidato all’Oscar John Logan. «L’idea di raccontare questa storia sembrava bella, ma più si avvicinava il momento più la pressione aumentava: soprattutto come potevamo trovare qualcuno veramente in grado di interpretare Jackson?», spiega King, che insieme a Fuqua ha scelto di affidare il ruolo a Jaafar Jackson, figlio di Jermaine, fratello maggiore di Michael, al debutto sul grande schermo.
Si piange, tanto. La lacrimuccia e l’emozione sono lì che aspettano di esplodere quasi ad ogni fotogramma. Difficile non sciogliersi per Non abbiam bisogno di parole, un film che in pochi giorni su Netflix sta battendo inaspettatamente parecchi record. Mentre il cinema italiano è ignorato dai grandi festival e soccombe da quarant’anni, come illustrato ieri da Libero (nonostante la sinistra si ostini a incolpare il governo attuale per i tagli alle produzioni), un prodotto sicuramente non d’autore, leggero, pensato per la televisione in streaming, si fa notare a livello mondiale. Distribuito con il titolo Feel My Voice, il film con Serena Rossi e Sarah Toscano, qui al suo debutto d’attrice, ha raggiunto il primo posto in classifica in nove Paesi a meno di una settimana dal debutto del 3 aprile. Un risultato che lo colloca al terzo posto al mondo nella categoria film. I dati iniziali indicavano la presenza della pellicola nella Top 10 di soli due mercati (Italia e Slovacchia). Quella rilevazione, tuttavia, copriva esclusivamente i primi tre giorni di programmazione del film diretto da Luca Ribuoli (già regista di alcuni episodi, tra i tanti lavori, di Call My Agent, L’Allieva, Miss Fallaci, Don Matteo). Secondo FlixPatrol, sito indipendente che monitora gli streaming mondiali dividendoli per categoria, al 10 aprile il film risultava al primo posto assoluto in nove nazioni: Italia, Argentina, Cile, Ungheria, Panama, Portogallo, Uruguay, Venezuela e Slovacchia. Ma soprattutto terza a livello mondiale. Un successo simile si riscontrava solo due anni fa con il film Fabbricante di lacrime, adattamento del bestseller di Erin Doom: un altro titolo pensato per i ragazzini, leggero, non impegnativo, che balzò nel 2024 subito in testa tra i titoli non inglesi. Non abbiam bisogno di parole si posiziona nella Top 5 di Repubblica Ceca, Costa Rica, Cipro, Spagna, Svizzera e Israele, registrando una crescita costante degli accessi anche in Francia, Germania e Brasile. Il film di Ribuoli è un andamento de La Famille Bélier (film del 2014 che in Patria aveva ottenuto 7 milioni di spettatori). Il titolo omaggia l’omonimo brano di Ron del 1992, che nella sceneggiatura assume un significato centrale legato al vissuto della famiglia di Eletta (Sarah Toscano), unica persona udente in un una famiglia di persone sorde. Metafora dell’amore che non necessita di parole. Ribuoli, per descrivere il suo lavoro, preferisce la parola «adattamento» a «remake» perché questa versione ha una propria identità, tra le colline di Camagna, Lu e Vignale Monferrato. Per la prima volta in Italia, i personaggi non udenti sono interpretati da attori non udenti. E poi c’è lei. Sarah Toscano, classe 2006, vincitrice di Amici, interpreta Eletta, una ragazza di 16 anni che deve scegliere tra la famiglia e se stessa. Vive in una cascina nel Monferrato con la sua famiglia: i genitori Alessandro e Caterina e il fratello Francesco. Allevano asini, producono latte e formaggi, fanno una vita agreste. Eletta è cresciuta con grandi responsabilità, facendo da “ponte” tra il mondo dei suoi genitori, che comunicano con la Lingua dei Segni Italiana, e tutto il resto delle persone. Un giorno conosce la professoressa di canto Giuliana, interpretata da Serena Rossi, che scopre la straordinaria voce e le doti canore della giovane. La spinge a fare un provino per una prestigiosa scuola di musica a Torino. Inizia il sogno, ma il prezzo è alto: lasciare quella famiglia che ha tanto bisogno di lei, partire. Tra il senso del dovere e il desiderio di essere se stessa, benché giovanissima si trova davanti a una scelta crudele. La canzone scritta apposta per il film e cantata da Sarah Toscano, Atlantide, è anch’essa un successo: nei primi sei giorni di pubblicazione ha collezionato quasi mezzo milione su Spotify.
“At-ten-ta-too!!”. Era l’indimenticabile tormentone con cui Beppe Braida ci faceva ridere e divertire nella gag - sempre attuale- che prendeva in giro i Tg e l’informazione in Italia. Beppe si è fatto conoscere dal grande pubblico a “Zelig” e poi non si è più fermato: “Colorado” come conduttore («Fare il capocomico è stato divertente»), “Buona Domenica”, “Tutti pazzi per la tv” con la Clerici fin quando, nel 2009, improvvisamente e senza motivo il telefono ha smesso di squillare. «Sono sparito dalla tv e non so il perché, ma ho reagito ripartendo dalle piazze». Ora Beppe, a 60 anni, sta portando in giro il suo ultimo spettacolo: “Piano B - l’involuzione”. Beppe Braida, ha visto come la fissava quel tizio al bar? La fermano ancora anche a distanza di anni? Cosa fanno? Come mai ride? Meraviglioso. La domanda più ricorrente che le fanno gli sfrontati? Cosa risponde? Lei gliel’ha mai chiesto? A proposito, come mai non l’hanno invitata a “Zelig 30”, le puntate celebrative per festeggiare l’anniversario della trasmissione? Parliamo di comici: c’è qualche artista, tra quelli che arrivano dai social, che la fa ridere più degli altri? Ora va molto di moda la stand up. Beppe, prima raccontava che lei si esibisce un po’ ovunque in Italia. Cosa sta portando in giro? Spettacoli, ma anche internet. Ultimamente è attivo su Facebook e Instagram. A proposito di giovani, torniamo indietro nel tempo e parliamo del baby Beppe Braida. Complimenti. Figlio unico? Scuole? Troppo casinista? E allora che fa? Genere musicale? Urca. Riuscite a sfondare nella musica? Alpino? Finito il servizio di leva, poi, esce dall’Arma? Torniamo al mondo dello spettacolo. Come inizia la carriera? E come va? Però non si scoraggia. Infatti poi ottiene i primi risultati. Nel 1991 va al “Festival di Sanscemo”. Sempre in quell’anno, però, approda al “Tg delle vacanze”. Raccontiamo. Ha un ricordo particolare del trio? Per lei, quello, è il battesimo della tv: poi partecipa al “Seven Show”, una delle prime trasmissioni comiche su Italia 7, e soprattutto a “Retromarsh” su Tmc. Ma fa solo il comico? E si può dedicare solo allo spettacolo. Perché? Sì, ma perché proprio un agriturismo? In che senso? Torniamo alla sua carriera. Si fissa l’obiettivo del successo entro i 40 anni, ma a 38 fa già il boom. Come ci arriva a “Zelig”? E così, poco dopo, nasce il suo famoso “Tg”. Come mai proprio quella? Così prende forma la sua parodia del telegiornale. Domanda inevitabile: il Cav le ha detto qualcosa? Arrabbiato? E Fede? Restiamo al suo, di “Tg”: diventa subito un successo strepitoso. Come mai sorride? Fantastico. L’anno successivo, poi, introduce l’inviato Mingozzi. Il nome Mingozzi come nasce? Con “Zelig” la sua popolarità esplode. Se ne rende conto subito? Come è quel gruppo di comici? Beppe, riparliamo del tormentone “attentato”: alla lunga è un peso? La infastidisce? Lei ci ha provato? Un bel rischio. Però diventa capo comico. Nel frattempo, contemporaneamente, partecipa anche a “Buona Domenica”, ma dopo tre stagioni alla guida di “Colorado”, trasmissione con la quale arriva a fare quasi 3 milioni di spettatori, viene sostituito. Come mai quella smorfia? Ci resta male? Lo fa con Antonella Clerici, nel 2009, in “Tutti pazzi perla tv” su Rai1. Già, arriva un lungo stop. Perché? Come reagisce, in quel momento, di fronte a una situazione tanto difficile? Riesce a uscirne? Mi sono detto: sapete cosa c’è? C’è un momento particolare che le ha dato forza? E che fa? Beppe, dopo 10 anni lontano dalla tv, nel 2021 riappare come concorrente de “L’isola dei famosi”. Esperienza dura? Ad un certo punto, però, lascia. Braida, siamo alle ultime domande veloci. 1) Rapporto con la religione? 2) Paura della morte? 3) Ha tatuaggi? 4) Non abbiamo parlato della sua vita privata: è sposato? Ha figli? 5) Ha guadagnato molto in carriera? 6) Qualcuno che vorrebbe riabbracciare? 7) Una sua battuta che le piace particolarmente? 8) I suoi idoli comici di quando era giovane? 9) Ha un sogno? Ultima domanda: con cosa sostituirebbe ora il tormentone “attentato”? «Pensando ai tanti raccomandati della televisione urlerei “Mi-ra-co-la-ti, si tratta di miracolati”».
«Mi Manda RaiTre», si legge sulla pagina Facebook del programma, «ha scoperto che Minetti, l’ex igienista dentale e consigliera regionale lombarda, condannata in via definitiva a 1 anno e 1 mese per peculato e a 2 anni e 10 mesi per induzione alla prostituzione nell’ambito del processo “Ruby bis” (le cosiddette cene eleganti), è stata graziata dal Presidente della Repubblica. Questa mattina (ieri, ndr) l’anticipazione (alle 8:30 circa) su #mimandaraitre e sul @ilfattoquotidianoit, domani l’intera inchiesta di @florianabulfon durante la puntata di Mi Manda RaiTre». Insomma, pare di capire che ci sia una specie di joint venture tra la Rai e il Fatto quotidiano, tanto che le aperture del giornale diretto da Marco Travaglio vengono rilanciate dai canali social di viale Mazzini. È così? E, nel caso, chi l’ha decisa? La direzione approfondimento ne era a conoscenza e l’ha approvata? O, semplicemente, non è stata interpellata? [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47230024]]