Porter abusivi, a Venezia tre arresti per estorsioni e rapine ai turisti
30 minuti fa
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In assenza di un Mondiale da giocare, il pubblico italiano si diletta in una nuova, simpaticissima disciplina: il “dagli alla Ferrari”. Non la scuderia, Paola. Paola Ferrari conduce la trasmissione che accompagna le partite sulla Rai. Ed è vero, il parterre è parecchio polveroso (età media 70 anni), ma è anche vero che il pubblico della tv di stato è quello e sperare nella tele-rivoluzione è pura utopia. Il risultato non piace agli italiani, ma il punto è un altro. I coraggiosissimi e anonimi internauti si son messi a sfottere la Ferrari, la prendono in giro per le luci sparate in faccia, le espressioni, pubblicano le sue foto in primo piano e giù risate grasse. Negli ultimi anni questo genere di attacchi sono sempre stati tamponati dagli attenti perbenisti («No al body shaming! Rispetto per le donne!»), ma nel suo caso gli indignati per professione si son presi una pausa. Sarà che la signora Ferrari è poco “allineata” e, quindi, «suvvia, cosa vuoi che siano quattro battutine...». Che tristezza.
L’addio di Comolli era già stato deciso prima della fine del campionato, ma i giorni successivi sono serviti a negoziare un’uscita pulita a livello di immagine. Il brand Juventus, d’altronde, porta ancora i segni del polemico addio di Allegri e del brusco benservito impartito a Giuntoli. Per questo si è evitato lo scontro frontale e il licenziamento, optando per dimissioni «di comune accordo»: una mossa costata 850mila euro lordi di buonuscita, che porta il peso a bilancio dell’unica stagione di Comolli a 8 milioni lordi totali. Un vero salasso. Anche l’arrivo di Carnevali era blindato da settimane, come dimostra il curatissimo video di addio al Sassuolo, tutt’altro che improvvisato. E spicca un dettaglio in particolare dall’annuncio ufficiale: Carnevali assume la doppia carica di Amministratore Delegato e Direttore Generale. Un accorpamento che lancia un messaggio preciso: la Juventus ha un nuovo capo unico di cui fidarsi, un colpo dirigenziale di quelli che a Torino non battevano da tempo. MOTIVAZIONI Il vero motivo per cui non si è atteso il primo luglio per l’annuncio è che Carnevali aveva bisogno di queste settimane per preparare un mercato dannatamente complesso. Non tanto perché mancheranno i 40-50 milioni della Champions (l’uscita di Vlahovic, che non verrà ritrattato, alleggerisce il costo rosa proprio di quella cifra), quanto perché le zavorre di Comolli e Giuntoli sono tante e difficili da smaltire. Carnevali è un abilissimo venditore, ma non ha mai dovuto piazzare esuberi dagli ingaggi pesantissimi. Al Sassuolo semmai vendeva giovani in rampa di lancio. Trovare acquirenti per David, Openda e Zhegrova, rispettivamente primo, terzo e ottavo ingaggio della rosa, è un’impresa anche per un maestro delle uscite come lui. La sensazione è che Openda possa portare offerte, mentre gli altri due siano destinati alla permanenza. In cima alla lista di Carnevali ci sono altri giocatori da cedere, quelli che non hanno un ruolo di rilievo nel progetto di Spalletti. Perché la priorità sarà soddisfare l’allenatore, non gli algoritmi. Quindi la missione sarà trovare destinazione per Gatti, che peraltro percepisce il settimo ingaggio della rosa, Di Gregorio e Perin. Per monetizzare servirà una grande cessione strutturale, e qui gli indiziati principali sono due: Bremer e Thuram, entrambi con un buon mercato in Premier League. Nel primo confronto con Carnevali, in programma lunedì alla Continassa, verrà fatto il punto anche sulle trattative già impostate da Modesto e Ottolini per Sorloth (con l’Atletico Madrid che si terrebbe, a costi rivisti, Nico Gonzalez) e Dibu Martinez (l’Aston Villa, invece, non farebbe lo stesso con Douglas Luiz, che potrebbe essere rivalutato in ritiro). Nel giro di una settimana tutto sarà più chiaro e trasparente. Per Carnevali, per i media e per i tifosi juventini. I quali, finalmente, torneranno ad avere un riferimento, una voce: qualcuno che spieghi loro come stanno davvero le cose in casa Juve.
Potrebbe uscire dal carcere già tra pochi giorni. Tecnicamente non da uomo libero (nel senso che non c’è stato nessun pronunciamento d’innocenza e, allo stato attuale, la richiesta di revisione per il “caso Garlasco” non è nemmeno stata presentata al tribunale competente che è quello dell’appello di Brescia: quindi, va detto fin da subito, le due questioni sono del tutto scollegate), però in affidamento in prova, che è una misura alternativa alla detenzione e che ha dei paletti ben specifici per poter essere attuata. Alberto Stasi, la settimana prossima, potrebbe dormire in un appartamento che prenderà in affitto nel Milanese (in quale Comune non si sa, ma si sa per certo che non sarà Garlasco e comunque), fuori, via, lontano dalla sua cella a Bollate. È tutto in forse, ma è un forse che ha buone possibilità di concretizzarsi: non perché ci sia un’inchiesta aperta, quella bis, quella a carico di Andrea Sempio; non perché dell’omicidio di Chiara Poggi si sia tornati a parlare nei talk e sui giornali; e neanche perché le indiscrezioni, in questa vicenda per certi versi più mediatica che giuridica, si siano spesso rivelate fondate quantomeno sul piano forense; ma perché di elementi ce ne sono almeno tre. Il primo riguarda i tempi: Stasi, che è stato condannato in via definitiva a sedici anni per la morte della sua ex fidanzata, avrebbe un orizzonte di fine pena nel 2028 (gli mancano due anni per completare il suo percorso e per la legge serve un residuo di massimo quattro per poter accedere alla misura alternativa). Il secondo è la sua personale situazione carceraria: che conta già di un regime di semilibertà (lavora da tempo come responsabile dell’amministrazione per uno studio in centro a Milano nel quale si svolgerebbe anche l’affidamento che, generalmente, viene affiancato pure dal volontariato; è stato un detenuto modello, non ha mai creato problemi, la sua condotta è sempre stata esemplare). Il terzo dato resta probabilmente quello più forte a suo carico: ha già dalla sua una relazione favorevole firmata dall’equipe del carcere di Bollate e ha soprattutto incamerato il parere positivo sia della procuratrice generale di Milano Nanni sia del sostituto procuratore Marino e questi due sostanziali “via libera” non sono un cavillo. Sono anzi la chance migliore che “il biondino” di Garlasco ha per giocarsi questa particolare partita. L’affidamento in prova viene concesso dal tribunale di sorveglianza con un provvedimento che è discusso di volta in volta e calibrato di faldone in faldone (non esiste nessun automatismo): ieri pomeriggio, quasi a sorpresa e certamente in gran segreto, si è svolta l’udienza che gli ha concretamente aperto la strada, ma ora i giudici (che di fatto si sono riservati la decisione, cioè hanno preso tempo per dirimerla e approfondire la documentazione) hanno 5 giorni per depositare un’ordinanza che specificherà le prescrizioni (per esempio gli orari che Stasi dovrà seguire), il fatto che non potrà lasciare l’Italia né rilasciare interviste. La pena in affidamento potrà essere revocata in caso di violazioni. Stasi si è sempre dichiarato innocente, l’ha detto nelle sedi processuali e l’ha ribadito in tv, quando ha potuto, per esempio in un’intervista dell’anno scorso che gli stava costando addirittura la semilibertà visto che la procura milanese, dopo quell’intervento, aveva chiesto di annullare con rinvio il provvedimento che gliel’aveva concessa (era intervenuta la Cassazione per scongiurarlo). Ieri, invece, era presente anche lui in aula, ha mantenuto un atteggiamento pacato e si è dimostrato pronto al confronto (aspetti che sono stati sottolineati, così come il fatto che ha dimostrato di aver accettato la condanna pur continuando a proclamarsi estraneo all’omicidio e che, per questo, sta risarcendo i Poggi come disposto dalle sentenze). Stasi ha risposto alle domande che il presidente Marcello Bortolato gli ha posto circa la vita in carcere e i suoi comportamenti negli ultimi 10 anni. Di quesiti, spergiura chi c’era assieme a lui, gliene sono stati avanzati in verità pochi e il tutto s’è sbrigato in una mezz’oretta d’orologio. La sostituta Marino ha invece riconosciuto che dopo l’ultima intervista non ne ha rilasciate più. In serata il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha commentato: «Non posso, non voglio e non devo parlare di processi in corso e tantomeno di situazioni diciamo dolorose e tragiche come quella. Poiché da noi esiste il principio che non puoi essere condannato - ha domandato retoricamente - se le prove contro dite non sono al di là di ogni ragionevole dubbio, come fai a condannare una persona sulla quale ben due altissime Corti hanno così dubitato al punto da assolvere? Questo non è colpa ovviamente di quei magistrati, è colpa di un sistema che è unico al mondo: nel processo anglosassone sarebbe impensabile».
Mentre il Milan continua a sfogliare la rosa degli allenatori (Glasner resta favorito su Jaissle e Amorim), Rangnick si chiama fuori dalla corsa per diventare il nuovo dirigente di punta dei rossoneri. Il ct dell’Austria è stanco di aspettare e intende concentrarsi solo sul Mondiale. Paulo Dybala e la Roma sono vicinissimi a un’intesa per il rinnovo del contratto, che scade alla fine del mese. Nonostante i tempi della trattativa si siano allungati, l’argentino ha sempre dato priorità alla squadra di Gasperini: ieri ha fatto pervenire una controproposta ai giallorossi, ai quali adesso tocca concludere l’accordo. Una volta risolta la questione Dybala, la Roma (che ieri ha annunciato D’Amico in qualità di nuovo ds) intensificherà la ricerca di un esterno offensivo: i nomi in cima alla lista sono sempre quelli di Greenwood e Alajbegovic, ma dalle radio capitoline spunta anche Pulisic. In uscita, invece, è in dirittura d’arrivo la cessione di Baldanzi al Genoa in cambio di 9,5 milioni. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48106370]] Il Como è già vicino a concludere un paio di colpi. Si tratta di due brasiliani: uno è Yan Couto, esterno destro di 24 anni, che arriverà in prestito dal Borussia Dortmund. Il secondo invece è Kaiki, terzino sinistro 23enne del Cruzeiro, che dovrebbe arrivare a titolo definitivo in cambio di circa 14 milioni. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48122471]] L’Inter invece continua a trattare con l’Udinese per Solet: la richiesta dei friulani è di 25 milioni, i nerazzurri vorrebbero chiudere tra i 20 e i 22. Alle big italiane piace molto Ruggeri, che potrebbe lasciare l’Atletico Madrid dopo una buona stagione. In prima fila sembra però esserci la Fiorentina: da capire le condizioni degli spagnoli per una cessione. Ieri è stata anche la giornata degli annunci dei nuovi allenatori di Sassuolo e Torino, che hanno entrambe pescato con coraggio dalla Serie B. Aquilani ha infatti raccolto l’eredità di Grosso in Emilia dopo una straordinaria cavalcata con il Catanzaro, fermatasi a un passo dalla Serie A, mentre Abate ha firmato per i granata dopo un’ottima stagione alla Juve Stabia.
Quella del Kosovo fu l’ultima delle guerre che negli anni Novanta insanguinarono i Balcani. Conclusasi nel giugno del 1999, causò 10mila vittime e quasi un milione di profughi di etnia albanese. A indurre l'allora presidente serbo Slobodan Milosevic a mollare la presa su quella che fin lì era stata la Provincia autonoma di Kosovo e Metohija furono 78 giorni di bombardamenti aerei della Nato su obiettivi militari e strategici della Repubblica federale jugoslava e l’istituzione di una forza di interposizione e sicurezza, sotto l'egida dell’Onu, chiamata KFOR (Kosovo Force). Da allora non tutto è filato liscio, tanto che nel 2023, quando si registrò un picco di violenze nel nord del Kosovo e di attacchi contro i peacekeeper, la KFOR fu potenziata con l’arrivo di altri mille uomini. Ma ieri il generale americano Alexus Grynkewic, comandante supremo delle forze Nato in Europa, ha annunciato che, per la prima volta dopo 27 anni, la missione sarà ridimensionata «per le condizioni di accresciuta sicurezza che si registrano nel Paese. Questa stabilità e le maggiori capacità acquisite dalle organizzazioni di sicurezza del Kosovo, ci danno la possibilità di ottimizzare le dimensioni e la postura della KFOR senza il rischio di compromettere lo status quo», ha spiegato il generale, aggiungendo tuttavia che «gli adeguamenti saranno condotti in maniera graduale, in funzione delle condizioni sul terreno e potranno essere invertiti qualora l’evoluzione dello scenario lo rendesse necessario, considerato che la sicurezza della regione è direttamente connessa a quella dell'area euro-atlantica». CAMBIO DELLA GUARDIA Attualmente, i soldati in forza alla KFOR sono 4.657, provenienti da 31 diverse nazioni: il contingente più numeroso è quello italiano, che conta 907 militari, seguito da quello statunitense con 590 effettivi e da quello ungherese con 408. Il comando Nato non ha fornito cifre, ma ha precisato che il processo partirà nei primi mesi del prossimo anno. A gestirlo sarà il nuovo comandante della KFOR, che da ottobre prenderà il posto del turco Ozkan Ulutas e che, come ha annunciato lo scorso 9 giugno il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nel corso della sua audizione davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, sarà sicuramente un italiano. La notizia dei tagli alla KFOR è arrivata nelle stesse ore in cui il New York Times ha rivelato un piano dettagliato con cui gli Stati Uniti intenderebbero ridurre sensibilmente la loro presenza militare in Europa, come il presidente Donald Trump ha più volte minacciato di fare dinanzi all’insufficiente contributo europeo alle spese militari Nato e alla mancata collaborazione ottenuta dai Paesi del Vecchio Continente nella guerra con l’Iran e nella crisi dello Stretto di Hormuz. RITIRO ANTICIPATO La decisione sarebbe stata comunicata agli alleati della Nato in un documento datato all'inizio di giugno, di cui avrebbero parlato al NYT due ufficiali europei dell’Alleanza atlantica. I tagli intaccherebbero le operazioni di aerosorveglianza, di rifornimento in volo dei caccia e la consistenza stessa delle forze aeronavali che gli Stati Uniti hanno messo a disposizione dell’Europa da ottant’anni a questa parte. Nel dettaglio, sempre stando a quanto riportato dal quotidiano newyorkese, il numero di caccia F-16 e F-35 verrebbe portato da 150 a 100, i velivoli per la sorveglianza aerea da 26 a 16, gli aerei-cisterna adoperati per i rifornimenti in volo da 8 a 0. Sarebbero anche rimossi dal quadro europeo e collocati altrove un sottomarino nucleare lanciamissili e una portaerei, assieme agli aerei imbarcati e alle unità navali di appoggio alla portaerei. Identica sorte toccherebbe a due squadroni di bombardieri. Un ritiro di forze di queste proporzioni comprometterebbe la capacità della Nato di monitorare le attività dei sottomarini russi e di lanciare missili Tomahawk a lungo raggio contro obiettivi situati in profondità nel territorio russo. Il Pentagono, ha scritto sempre il Times, non ha ancora reso pubblica la tempistica del ritiro, ma funzionari statunitensi hanno indicato che il piano sarà attuato con un anticipo significativo rispetto a quanto i partner europei si aspettassero e per cui si stavano preparando.
Il giorno è arrivato. Si svolgerà oggi e domani, all’Auditorium della Conciliazione di Roma, l’assemblea costituente di Futuro Nazionale. Roberto Vannacci darà il via ai lavori stamattina e terrà il suo intervento conclusivo intorno alle 12 di domenica. Tra delegati e ospiti, fanno sapere da Fn, ci sarà il «tutto esaurito» con 1.700 persone attese. Il generale, in vista del congresso che terrà a battesimo alla sua creatura politica, che al momento conta una truppa in Parlamento di otto deputati, aveva invitato nelle scorse settimane tutti i leader di partito ma, secondo quanto viene referito, al momento non è arrivata nessuna risposta. I lavori della costituente saranno a porte chiuse e sono previsti due punti stampa di Vannacci, oggi alle 10.45 e domani alle 9.30. E però, ora che si arriva finalmente al gran giorno, purtroppo sul programma di Futuro Nazionale è ancora buio fitto. A parte, ovviamente, le idee espresse da Vannacci nel suo libro, Il mondo al contrario, nei suoi interventi al Parlamento Ue e nelle sue interviste. Idee che però sono piuttosto vaghe e di sicuro non sufficienti per dare corpo a un progetto politico che ha l’ambizione di diventare determinante a livello nazionale. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48109601]] Il programma, si legge sul sito di Fn, sarà presentato «al termine della fase costituente». Ve detto che però il 5 febbraio scorso, in concomitanza con l’addio di Vannacci alla Lega, è stato pubblicato il manifesto di Futuro Nazionale. Le parole d’ordine sono ormai note: remigrazione, difesa dei confini, difesa sempre legittima. Ma anche tutela dell’impresa, del made in Italy e del merito. Tra i cardini del programma che sarà, dunque, rientra sicuramente lo stop degli aiuti militari all’Ucraina, come ribadito in diverse occasioni dal generale. Ma Vannacci è stato tra i primi a sdoganare in Italia la “remigrazione” come obiettivo politico, facendone un po’ la bandiera di Fn. Altre parole chiave sono “identità” («L’Italia è la nostra Patria: ben delimitata da confini che devono essere protetti e difesi, abitata da un popolo che si riconosce negli stessi ideali e valori, governata da una classe politica eletta per fare gli interessi del popolo italiano» scriveva Vannacci nel post di addio alla Lega). E poi la famiglia, quella tradizionale, ça va sans dire: «Lo insegna la biologia: per vincere il tempo un popolo deve procreare, e per fare figli servono un uomo e una donna. Di otto miliardi di persone su questo pianeta tutti sono nati da un uomo e da una donna. I figli hanno bisogno di un padre e di una madre uniti nella differenza e nella complementarietà». Insomma: punti identitari importanti, ma che andranno declinati in una forma programmatica. E soprattutto che andranno affiancati da altri temi: per dire, nel manifesto e nelle dichiarazioni di Vannacci non compare mai le scelte di politica economica. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48135147]] Cosa vuol fare il generale sul fronte del fisco, delle pensioni, della sanità, non è dato (ancora) sapere. Tutti nodi che, in teoria, saranno sciolti domani. Come si legge sempre sul sito di Fn, «il programma politico è in fase di definizione e sarà elaborato attraverso un percorso partecipato e strutturato, insieme ai Comitati Costituenti già costituiti, a quelli in via di riconoscimento e a quelli che nasceranno nelle prossime settimane su tutto il territorio nazionale». Una procedura che somiglia molto ai celebri meetup del Movimento 5 Stelle, ai tempi in cui era ancora Beppe Grillo a fare da padre-padrone. «La nostra volontà è costruire un programma serio, concreto e radicato nella realtà dei territori, frutto del confronto tra iscritti, amministratori locali, professionisti, categorie produttive e cittadini. Non un documento calato dall’alto, ma un progetto politico condiviso» puntualizza il sito di Fn. Ed ecco un altro passaggio da cui emerge la similitudine con l’M5S: «I Comitati Costituenti rappresentano il cuore del processo di elaborazione programmatica: dalle loro proposte emergeranno le priorità politiche che andranno a comporre il programma». «Nei prossimi mesi» continua «saranno attivati tavoli tematici e momenti di consultazione per definire in modo chiaro e organico le linee guida del movimento».
Altro che Schlein o Conte (autore ieri di una ridicola fake news su Giorgia Meloni), la sinistra ha finalmente trovato un leader capace di toglierla dalle secche, quel generale Vannacci che ha deciso, non sappiamo se di suo o per conto di qualcun altro che magari vive fuori Italia tipo Mosca, di provare a indebolire il Centrodestra in vista delle prossime elezioni. Renzi gongola e lo dice apertamente: «Quella di Vannacci è l’operazione più bella vista negli ultimi mesi». L’operazione di cui parla l’ex premier - andare addosso con violenza al governo delle destre - non può essere compresa solo alla luce del motto vannacciano “la vera destra siamo noi”. No, c’è qualcosa che va oltre legittime manie di grandezza e narcisistiche ambizioni personali. Perché rompere così fragorosamente con gli alleati naturali della destra di governo è, stando alla logica, una scelta militarmente suicida. Durante la Seconda guerra mondiale i generali di nazioni tra loro nemiche giurate - Stati Uniti e Unione Sovietica - si allearono per battere il nemico comune Hitler e solo a obbiettivo raggiunto si sedettero al tavolo di Yalta per spartirsi il bottino e giurarsi, di lì in poi, eterna rivalità. Vannacci no, prende la strada della diserzione e con un manipolo di traditori voltagabbana in cerca di uno stipendio sicuro per i prossimi cinque anni, passa col nemico sulle orme di Umberto Bossi che nel 1994 convinto da Scalfaro mollò Berlusconi per accasarsi con D’Alema, di Gianfranco Fini che si fece ingannare dalle lusinghe di Napolitano per uccidere politicamente Berlusconi e in ultimo di Alfano che da segretario del Popolo delle Libertà cadde nella rete di Matteo Renzi segretario Pd consegnando il Paese alle sinistre. Sarebbe triste se alla fine si scoprisse che il Generale si stia ispirando ai capitani di ventura, quei condottieri-imprenditori che nel Medioevo allestivano eserciti privati fatti da truppe mercenarie che si mettevano al servizio del miglior offerente. Se così fosse resterebbe il fatto che una compagnia di ventura può anche soddisfare le voglie di qualche signorotto ma per vincere una guerra serve un esercito di professionisti. Cosa che al momento Futuro Nazionale è ben lungi dall’essere.
È considerata la figura che realmente potrebbe contrastare Giorgia Meloni alle prossime elezioni, ma per Silvia Salis è tempo di bilanci come sindaco di Genova, poco più di un anno dopo l'insediamento a Palazzo Tursi. Era il 29 maggio 2025. E se il primo cittadino ha celebrato i 365 giorni della sua amministrazione con una conferenza stampa, il centrodestra ha deciso di presentare il conto. Un conto salato, almeno secondo l'opposizione, che parla di una città “tornata indietro”, stretta tra nuove tasse, sicurezza in caduta libera e promesse rimaste sulla carta. A guidare l'affondo è Alessandra Bianchi, capogruppo di Fratelli d'Italia in Consiglio comunale: "365 giorni in cui abbiamo sottolineato l'inerzia e l'inattività di questa Amministrazione che non ha fatto altro che sottrarsi alle proprie responsabilità, puntando il dito contro altri: meglio se contro il centrodestra". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47987611]] Un'accusa pesante, accompagnata da un'altra stoccata: la giunta avrebbe preferito le "passerelle" ai risultati concreti, rivendicando opere e progetti avviati dalla precedente amministrazione. Nel mirino delle opposizioni c'è soprattutto il tema della sicurezza. "Una città sempre più allo sbando", denuncia ancora Bianchi, mentre il centrodestra elenca episodi di cronaca, aggressioni, rapine e fenomeni di spaccio che negli ultimi mesi hanno occupato le pagine dei giornali locali. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48071171]] Per la minoranza, la narrazione rassicurante del Comune si scontrerebbe con una realtà ben diversa vissuta quotidianamente dai cittadini. Ma non c'è soltanto la sicurezza. L'opposizione contesta anche la gestione economica della città, accusando la giunta di aver aumentato la pressione fiscale e di aver costruito una comunicazione fondata più sugli annunci che sui risultati. Secondo i gruppi di centrodestra, molte delle delibere rivendicate dall'amministrazione sarebbero infatti meri atti tecnici, incapaci di incidere realmente sulla vita dei genovesi. Due racconti opposti della stessa città. Da una parte Salis rivendica il lavoro svolto e la necessità di affrontare dossier complessi; dall'altra il centrodestra parla di un anno perduto. La campagna elettorale è finita da tempo, ma a Genova la battaglia politica non dorme mai. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48101433]]
Le braccia conserte, lo sguardo fisso davanti a sé, una telecamera che ne riprende ogni espressione. Marco Poggi siede davanti ai magistrati della Procura di Pavia e per novanta minuti ripete lo stesso concetto: «Mi sembra folle». Folle l’ipotesi che Andrea Sempio avesse accesso ai video privati della sorella Chiara, folle immaginare un rapporto nascosto tra i due. È il 6 maggio scorso e quell’interrogatorio del fratello della vittima diventa uno dei passaggi più delicati della nuova inchiesta sul delitto di Garlasco. «Sono e mi chiamo Marco Poggi», esordisce. Da quel momento inizia un lungo confronto che ruota soprattutto attorno a un tema: il rapporto tra Andrea Sempio- oggi unico indagato per l’omicidio di Chiara -, e la famiglia Poggi nell’estate del 2007. Gli inquirenti cercano di ricostruire la frequentazione tra l’indagato e la casa di via Pascoli, con particolare attenzione al computer utilizzato dalla famiglia e all’ipotesi che Sempio possa aver avuto accesso a materiale personale riconducibile alla vittima. Marco Poggi ricorda i pomeriggi trascorsi con gli amici, i videogiochi, le ore davanti al pc nella stanza della sorella. Ma esclude qualsiasi circostanza che possa sostenere la ricostruzione investigativa. «Mi sembra impossibile», ripete più volte. Impossibile che gli amici utilizzassero il computer senza di lui. Impossibile che Sempio fosse entrato in possesso di video intimi della sorella. Impossibile spiegare alcune conversazioni intercettate e attribuite all’amico d'infanzia. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48049235]] È proprio questa insistenza a colpire gli investigatori. Nel corso dell’interrogatorio Poggi definisce più volte «folle», «surreale» e priva di spiegazione l’ipotesi che Sempio possa aver avuto un interesse ossessivo nei confronti di Chiara o che tra i due esistessero contatti significativi. Secondo il fratello della vittima, la ventiseienne viveva una relazione esclusiva con Alberto Stasi e gli amici del fratello non facevano parte della sua quotidianità. «Se l’avessero incontrata per strada non l’avrebbero nemmeno riconosciuta», mette a verbale. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48042821]] La Procura è tornata a sentire Marco più volte proprio perché rappresenta uno snodo importante della nuova inchiesta. Non soltanto è il fratello della vittima, ma è soprattutto il punto di collegamento tra Chiara Poggi e Andrea Sempio. L’indagato era infatti uno dei suoi amici più stretti e frequentava il gruppo di ragazzi che gravitava attorno alla casa dei Poggi. Nel verbale emerge anche un’ipotesi formulata dallo stesso Marco: la possibilità che Sempio possa aver preso una chiavetta Usb presente nella stanza di Chiara. Una spiegazione che lo stesso testimone considera poco credibile e che accompagna a una difesa costante della propria versione dei fatti: non avere mai visto quei video, non averli mai mostrati ad amici e non averne mai parlato con loro. L’audizione di Marco, ora resa pubblica dall’agenzia Adnkronos, si inserisce in una fase molto delicata della nuova indagine sul delitto di Garlasco che ha portato alla condanna definitiva a 16 anni di Alberto Stasi. La Procura di Pavia ha riaperto il fronte investigativo concentrandosi su Sempio, per l’accusa unico autore del delitto di Chiara, per il quale gli inquirenti hanno chiesto di recente una perizia psichiatrica e personologica, destinata ad allungare ulteriormente i tempi dell’inchiesta. Eppure, nelle cento pagine di verbale, a emergere non sono soltanto gli aspetti tecnici dell’indagine, ma soprattutto l’incredulità del fratello della vittima. «Non riesco a trovare una spiegazione», ripete. Quando gli viene prospettata l’ipotesi che Sempio possa aver avuto accesso a video intimi di Chiara, la risposta resta la stessa: «Mi sembra impossibile». E ancora: «Mi sembra una follia che lui abbia detto queste parole». Frasi che gli investigatori leggono come una presa di distanza dalle conclusioni a cui sta lavorando la Procura. Intanto, davanti alla telecamera che registra ogni risposta, Marco Poggi continua a difendere la propria ricostruzione. «L’unica cosa che posso dirvi è che io non ho visto il video, non l’ho fatto vedere ai miei amici e non ne ho mai parlato con loro».
Che ne sarà di Roberto Vannacci? Il generale, con il suo movimento Futuro nazionale, continua a crescere nei sondaggi. Al momento è dato tra il 4 e il 4,5%, anche se c'è da scommettere che l'ospitata da Lilli Gruber a Otto e mezzo, su La7, produrrà un ulteriore slancio nelle prossime settimane grazie all'effetto benefico del "solo contro tutti". Il guaio è che solo, l'europarlamentare uscito dalla Lega per tentare l'avventura personale, rischia di esserlo per davvero. Nel centrodestra, infatti, nessuno sembra disposto a riaccoglierlo organicamente nell'alleanza. Non Matteo Salvini, che lo considera un traditore. Non certo Forza Italia, che considera inconciliabili le sue posizioni con quelle di una maggioranza più "moderata". E neppure Fratelli d'Italia, con la leader Giorgia Meloni che in aula giovedì ha di fatto bollato il generale come l'ennesimo "utile idiota" della sinistra. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48103562]] "Se continuano a votare come la Schlein, Boldrini e Ricciardi, mi sembra evidente la scelta che hanno fatto", commenta sulla falsariga della premier Giovanni Donzelli, capo dell'organizzazione di FdI, in un'intervista al Messaggero. A meno di un cambio di rotta politico e strategico, insomma, Futuro Nazionale resterà fuori dal perimetro della maggioranza. Certo, c'è sempre l'incognita della legge elettorale, che potrebbe indurre la coalizione a riavvicinarsi al generale. Tuttavia, sottolinea Donzelli, "la domanda va posta a chi sta decidendo di spaccare il centrodestra per aiutare la sinistra a vincere le elezioni". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48109601]] Quindi Fuori Vannacci, dentro Calenda? "Calenda - spiega Donzelli - è stato votato non con il centrodestra, ma in alternativa. Sta facendo un'opposizione seria e responsabile, non ideologica e faziosa, anteponendo l'interesse nazionale. Noi a differenza del cosiddetto campo largo non faremo un'accozzaglia tra persone che non c'entrano nulla, la coerenza resterà la nostra cifra". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48118060]] Il nodo è sempre il sistema elettorale: "Col Rosatellum saremmo costretti a votare prima dell'estate. Se invece avremo una legge elettorale con un vincitore certo, possiamo votare anche all'ultimo giorno utile della legislatura". Polemiche stanno arrivndo anche dalla commissione Covid: "Nel momento in cui una commissione d'inchiesta solleva dubbi su persone vicine a Conte, il M5s dimentica la trasparenza ma vuole sciogliere la commissione e tappare la bocca a chi solleva dubbi". Sarà una fine legislatura caldissima.
La Ferrari arriva in Spagna con alcune novità tecniche e una scelta destinata a far discutere. Oltre agli aggiornamenti aerodinamici introdotti sulla SF-26, dall’ala anteriore al fondo fino ad alcune modifiche nella zona posteriore della monoposto, l’attenzione è concentrata soprattutto su Charles Leclerc, pronto a seguire una strada già intrapresa da Lewis Hamilton. A Barcellona il pilota monegasco utilizzerà infatti i dischi freno della francese Carbon Industries, mantenendo però altri componenti forniti da Brembo. Una decisione maturata dopo alcune difficoltà emerse nelle ultime gare, in particolare Canada e Montecarlo, e che rappresenta un cambio di approccio rispetto al passato. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48064036]] A spiegare la scelta è stato lo stesso Leclerc: "Non mi aspetto cambiamenti enormi, ma credo che possano essere più semplici da gestire dopo alcuni weekend complicati — ha commentato —. Proverò a seguire la direzione presa da Lewis e spero che possa essere un passo avanti". Le sue parole arrivano dopo le tensioni emerse a Monaco, con l’uscita nel finale di gara prima di criticare i freni e trovare la risposta della Brembo, che si è detta sorpresa della reazione del pilota numero 16. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48089331]] Hamilton, invece, aveva chiesto l'introduzione dei dischi Carbon già da tempo, forte dell'esperienza maturata negli anni in Mercedes. La Ferrari ha accolto la sua richiesta a inizio stagione e il britannico non ha nascosto la soddisfazione per i risultati ottenuti: "Sia io che Charles li avevamo provati. All'inizio lui preferiva altre soluzioni, poi ha cambiato idea. Cerco sempre di dare il mio contributo per migliorare la squadra e Charles fa parte di questo percorso". Nel frattempo la Formula 1 registra anche il rinnovo dell'accordo con Pirelli, che continuerà a fornire gli pneumatici fino al 2028.
Ci sono due modi per vivere il turismo in Italia: come una risorsa o come un intralcio. Francesca Bubba, scrittrice e attivista, sembra propendere per questa seconda posizione. Ospite di Tommaso Labate per l’ultima puntata stagionale di RealPolitik, su Rete 4, ha bollato il matrimonio glamour a Palermo della super popstar britannica Dua Lipa con Callum Turner come l’ennesimo sfregio agli italiani: «Il problema qui non è neanche solo Dua Lipa, perché ogni anno abbiamo un milionario che sceglie di privatizzare il nostro suolo per i suoi spettacoli privati. L’anno scorso - ricorda - abbiamo avuto Jeff Bezos a Venezia. Quando si decide di chiudere una piazza o si chiede addirittura ai residenti di firmare un patto di riservatezza, stiamo privatizzando il suolo pubblico e questo è grave, perché la città è un bene comune». La pensa come lei Antonio Polito: «Una piazza è pubblica, non può essere chiusa. Io per conto mio sto diventando un po’ xenofobo a causa dell’overturismo, ognuno ha la sua forma xenofobia, io ce l’ho con i turisti. Quando è troppo? C’è un indice che ha fatto un economista, Antonio Preiti, che dice che il rapporto è 1 a 1, un turista per ogni abitante, quando si supera quel rapporto siamo oltre, come a Venezia». [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48117919]] «In Italia il turismo è l’11% del PIL, mettendo dentro l’indotto si arriva al 13%, la manifattura è il 15-16% e il turismo in Italia non è sfruttato a sufficienza», è il controcanto di Michele Silenzi, editore e saggista. «I milionari che la nostra amica Bubba tanto detesta per la sua lotta di classe permanente, in realtà sono quelli che dovrebbero essere molto più presenti in Italia. E c’è un altro problema enorme e sostanziale: è difficile fare sistema in Italia, quindi è vero che i centri storici sono super intasati, Roma, Venezia, Firenze, lo sappiamo bene. Ma portare le persone in giro per l’Italia è complicato, in particolare al Sud, perché abbiamo un problema di infrastrutture». Non basta però a convincere la Bubba: «Sarebbe anche da dirci che il turismo non è una gallina dalle uova d’oro. Produce lavoro, sì, ma anche sfruttamento. Produce stipendi a 20 euro a servizio per i camerieri, e soprattutto dà lavoro solo nei mesi estivi. Cosa fanno quei lavoratori e quelle lavoratrici nel resto dell’anno?». [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47820375]]
Ecco l'appuntamento che aspettavo: dobbiamo riuscire a ottenere la parità tra uomini e donne. A parlare di questo tema sono giunte al festival le più belle attrici italiane e internazionali, che hanno toccato l'argomento con coraggio e lealtà. Ma vi assicuro che, nonostante l'apparente dolcezza, erano agguerrite. In questa nuova edizione la direttrice Tiziana Rocca ha puntato anche su questo argomento, che ha ottenuto applausi per circa cinque minuti, specie dai giovani, che forse sono molto più avanti come idee e progetti. «Ogni anno facciamo il punto della situazione», dice, «ma penso che siamo ancora indietro. Nessuna attrice ha lo stesso valore degli uomini perché lo stesso ruolo, se fosse interpretato da una donna, non conterebbe nello stesso modo». Presente una rappresentanza decisamente agguerrita di attrici italiane e straniere, tutte d'accordo su questo argomento. Cominciando da Anna Valle, madrina del festival: «L'importante», dice, «è continuare a parlarne, c'è troppa discriminazione. Anni fa era un argomento che non si poteva trattare, ma ora qualcosa sta cambiando». Per Clotilde Courau: «Durante la mia carriera trentennale, tra teatro e cinema, non abbiamo ancora terminato questo "lutto" e voi giovani dovete combattere per ottenere ciò che è giusto». Paola Minaccioni è una donna forte, che ha saputo conquistare il pubblico: «Nonostante le grandi difficoltà», aggiunge, «mi sono presa la libertà di fare anche altre cose, non solo il ruolo della comica, ma anche un cinema impegnato e il teatro, combattendo con me stessa». La regista Francesca Archibugi ammette che tra un regista "maschio" e una donna regista c'è molta differenza: «Meno soldi per girare», confessa, «e se qualcosa non va, è colpa nostra». Donatella Finocchiaro era un avvocato in uno studio legale quando è diventata attrice: «Peccato che di registe donne ce ne siano poche», aggiunge, «ancora non c'è questo cambiamento, ma uomini e donne devono avere più fiducia tra loro, sia nella vita che nel lavoro». Cambieranno le cose? Se Tiziana Rocca ha toccato questo argomento, qualcosa in arrivo c'è. Lei ha anche un suo festival a Hollywood e spesso ha ascoltato le confessioni delle dive americane. «Tutto ciò deve cambiare», conclude la Rocca. Accadrà? Se lo dice lei, succederà prima che se ne riparli ancora. Questa è la forza di una donna che ha coraggio e idee.
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