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Il progetto punta a favorire future collaborazioni professionali e una rete internazionale tra giovani creativi, brand e istituzioni Triennale Milano e Qatar Museums hanno lanciato un progetto formativo internazionale dedicato a giovani laureati provenienti dalle università del Qatar, con un bootcamp di quattro settimane a Milano. L’iniziativa, promossa anche da Design Doha Biennial, ha coinvolto cinque giovani professionisti tra designer, architetti e artisti selezionati attraverso una open call rivolta agli atenei qatarioti e alle istituzioni accademiche di Doha attive nei campi del design, dell’antropologia e dei cultural studies. Il programma si è svolto in concomitanza con la Milano Design Week e ha alternato workshop, incontri e attività collaborative con designer, aziende e istituzioni italiane, con l’obiettivo di creare connessioni tra il sistema creativo milanese e la scena culturale del Qatar. Durante il soggiorno i partecipanti hanno lavorato a un progetto condiviso esplorando Milano attraverso i suoi materiali, i linguaggi del design e i codici della vita quotidiana, trasformando l’esperienza in proposte concrete di ricerca e produzione. Il progetto ha puntato inoltre a favorire future collaborazioni professionali e una rete internazionale tra giovani creativi, brand e istituzioni. “Quello della formazione è uno dei temi principali che un’istituzione deve porsi, soprattutto pensando al significato che ricopre per le nuove generazioni e al confronto che porta con sé”, ha affermato il presidente di Triennale Milano Stefano Boeri. “L’ambizione di Triennale Milano è, prima di tutto, quella di essere una Scuola, un luogo per la trasmissione del sapere, dei saperi e delle conoscenze. Siamo convinti che la formazione generi percorsi virtuosi e siamo felici di aprire un dialogo con Qatar Museums e le università del Qatar per offrire un’esperienza formativa unica”, ha aggiunto. Per il direttore di Design Doha Fahad Al Obaidly, la collaborazione “rafforza il ruolo di Design Doha come ponte tra la regione Menasa” (Middle East, North Africa e South Asia) “e gli ecosistemi globali del design”, permettendo ai partecipanti di entrare “in una rete globale di designer, produttori e istituzioni” e di costruire “percorsi duraturi per la produzione, l’esposizione all’industria e la collaborazione”. Il bootcamp si conclude con un incontro pubblico in Triennale dedicato alla restituzione del lavoro svolto dai partecipanti insieme al team curatoriale del progetto. Fonte: Agenzia Nova Leggi anche altre notizie su Nova News
"Tanto lo sappiamo chi vi comanda". Bastano poche parole, pronunciate a bordo campo da Alexis Saelemaekers dopo Milan-Atalanta, per accendere nuove polemiche sull'arbitraggio e sul finale di stagione rossonero. Il belga, visibilmente contrariato, si è lasciato andare a una frase che in poche ore ha fatto il giro dei social e che fotografa il nervosismo di un Milan uscito dal confronto con i bergamaschi con più di un motivo di recriminazione. L'esterno rossonero, ammonito e quindi squalificato per la prossima giornata, non ha nascosto il proprio disappunto, facendo un attacco non velato nei confronti dell’Inter, che mercoledì sera intanto ha completato il ‘Doblete’ di stagione vincendo anche la Coppa Italia contro la Lazio, dopo il campionato conquistato in casa contro il Parma. Un commento secco, pronunciato a caldo, che lascia intuire il malcontento del belga e del gruppo per alcune decisioni arbitrali e per una partita che ha complicato ulteriormente la corsa del Diavolo verso la qualificazione alla prossima Champions League. In casa Milan, del resto, la tensione è altissima. Il prossimo appuntamento a Marassi contro il Genoa sarà decisivo. Per il Milan vincere è l'unico risultato utile per restare agganciato al treno delle prime quattro e continuare a inseguire la Champions. Una mancata vittoria rischierebbe invece di compromettere in modo quasi definitivo l'obiettivo più importante della stagione. Allegri, però, dovrà affrontare l’emergenza, considerando che saranno sicuramente assenti Pervis Estupiñán, Rafa Leão e lo stesso Saelemaekers, tutti fermati dal giudice sportivo dopo le ammonizioni rimediate contro l'Atalanta. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47686041]] Tre assenze pesanti, soprattutto sulle corsie esterne, in un momento in cui il tecnico avrebbe bisogno di tutta la rosa al completo. Resta da valutare Christian Pulisic, costretto a saltare l'ultima gara per un fastidio al gluteo. Gli esami non hanno evidenziato lesioni, ma lo staff medico e il giocatore vogliono evitare rischi inutili anche in vista del Mondiale con gli Stati Uniti. Chi sta provando invece ad accelerare i tempi è Luka Modric. Il centrocampista croato, fermo per una frattura allo zigomo, sta lavorando per tornare già a Genova indossando una maschera protettiva. Un recupero che fino a pochi giorni fa sembrava impossibile, ma che potrebbe trasformarsi in una risorsa preziosa per una partita che vale un'intera stagione. Per questo il Milan andrà in ritiro anticipato a Milanello a partire da giovedì. L'obiettivo è isolarsi e preparare al meglio novanta minuti che possono decidere il futuro europeo del club. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47687522]]
"Se avessi avuto un altro avvocato saresti già fuori dall'indagine. Credo mi avesse risposto: mah, vediamo”: un amico di Andrea Sempio, indagato per il delitto di Garlasco, lo avrebbe detto al 38enne scherzando su quanto sta succedendo da quando è ripartita l'inchiesta della Procura di Pavia sull'uccisione della 26enne Chiara Poggi nella villetta di famiglia il 13 agosto 2007. Sempio, amico del fratello della vittima, è finito sotto la lente degli inquirenti prima nel 2017, finendo archiviato, e poi di nuovo l'anno scorso. Unico condannato per il delitto, invece, è l'ex della vittima, Alberto Stasi. L'amico di Sempio ascoltato dai pm è uno dei maturandi dell'anno scolastico 2006/07 all'Ipsia di Sannazzaro de' Burgondi, la quinta frequentata da Andrea. Gli investigatori hanno ascoltato tutti loro tra novembre e gennaio scorsi. “Una persona totalmente gentile ed educata, di certo non come viene descritto oggi sui giornali — ha detto l'amico ed ex compagno di classe ai carabinieri della Omicidi di via Moscova — escludo al cento per cento che sarebbe in grado di fare quello che i giornali scrivono. Cioè di compiere l'omicidio di Chiara Poggi. A parere mio personale, si sta facendo troppo per niente”. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47720953]] Alcuni dei sospetti della Procura nascerebbero da un video, girato in classe col cellulare, che riprende un momento di goliardia e che è finito sul computer di Chiara Poggi il 20 luglio 2007, mentre la ragazza era a Londra dal fidanzato Stasi. In quella data, secondo gli investigatori, sarebbe finito su una penna usb anche un video intimo della coppia. Questo, sempre secondo l'accusa, sarebbe la base di partenza dell’ossessione presunta di Sempio per la ragazza. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47706299]]
A meno di un mese dal via dei Mondiali 2026, in programma dall’11 giugno al 19 luglio tra Stati Uniti, Messico e Canada, la Fifa valuta una novità regolamentare che potrebbe incidere soprattutto sulle situazioni da calcio piazzato. Secondo quanto riportato dagli inglesi del Sun, infatti, agli arbitri selezionati per la Coppa del Mondo potrebbe essere concessa la possibilità di sanzionare spinte, trattenute e blocchi anche quando il pallone non è ancora in gioco. Una modifica del tutto innovativa che riguarderebbe in particolare corner e punizioni, momenti in cui nelle aree di rigore si assiste spesso a contatti continui tra attaccanti e difensori. Arsenal di Mikel Arteta. Il regolamento attuale, nella Regola 12 dedicata a falli e scorrettezze, stabilisce che "i calci di punizione diretti e indiretti e i calci di rigore possono essere assegnati soltanto per infrazioni commesse quando il pallone è in gioco". In pratica, prima che venga battuto un corner o una punizione, l’arbitro non può concedere né un rigore né un calcio di punizione. Oggi, in questi casi, il direttore di gara può soltanto ammonire o espellere i responsabili, oppure far ripetere la battuta. La Fifa starebbe quindi studiando una direttiva specifica per colmare questo vuoto regolamentare già a partire dal Mondiale nordamericano. Al momento, però, non è stata ancora presa alcuna decisione ufficiale, per questo tutto è al vaglio, ancora da valutare.
"Nel Mediterraneo ci sono due navi italiane, oggi. Due motonavi invase nientemeno che da spettri moscoviti", inizia così il racconto del Foglio su quanto starebbe accadendo dal 10 dicembre scorso. Quel giorno - si legge - "dalla compagnia di navigazione italiana Grandi Navi Veloci (Gnv) arriva una querela presso il Centro Operativo per la Sicurezza Cibernetica della Liguria. Il primo a essere minacciato, a fine anno, è il ponte di comando della nave Fantastic, dove un dispositivo sconosciuto – e poi rimosso – sarebbe stato in grado di ricevere comandi a distanza tramite una rete di server utilizzati da gruppi hacker qualificati nello spionaggio industriale e politico. E solitamente in uso, appunto, al gruppo russo APT44". Il dispositivo per "attività malevole" avrebbe avuto l’obiettivo di accumulare informazioni dai paesi Nato. E, stando ai report tecnici in mano al quotidiano, sarebbe stato gestito da un threat actor di intelligence-militare presumibilmente russo. Ad aggiungersi a questo anche il rinvenimento di un altro apparecchio dalle parti della Segreteria di Coperta. È qui che entrano in gioco due ventenni. Il primo, un marinaio nato a Riga nel 2004 che, ben inguantato, mette mano al dispositivo malevolo nell’esatto momento in cui gli strumenti di sicurezza ne accertano lo scollegamento dal computer sul ponte di comando. A immortalarlo una telecamera. Le sue sorti, oggetto di un ordine di indagine europeo e sottoposto a fermo il 12 dicembre, si intrecciano negli atti investigativi a un altro connazionale. Un altro marinaio – classe 2003 – che s’imbarca prima sulla Fantastic e poi sulla nave Bridge (entrambi traghetti Gnv). "Ed ecco - si legge ancora -. Il secondo uomo, che già aveva installato un dispositivo rimosso a novembre sulla Fantastic, aveva per ciò chiesto al compatriota di collocarne un altro sulla stessa nave. Il decreto di perquisizione nei confronti del lettone 'numero due' avviene così il 19 dicembre, una settimana dopo la prima querela al Cosc. L’esito, nel suo caso, è il fermo di indiziato di delitto, emesso dalla Procura di Genova, per concorso in accesso abusivo a sistema informatico. Passano due settimane. E un altro decreto di sequestro sopraggiunge dalla stessa Procura e arriva, questa volta, alla nave Bridge nel porto di Napoli". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47683079]] Ma non finisce qui visto che Digos e Cosc Campania trovano un ennesimo dispositivo del tipo Raspberry. A questo punto uno dei due marinai ammette l'accaduto e dichiara di agire su input di terzi. E se i marinai sono insomma i terminali, il capolinea è "una seconda coppia di lettoni ben più attempati. Due quarantenni spesso in visita a Mosca e Minsk – nomi in codice cinematografici – e già rei contro la persona e il patrimonio. Due uomini, esperti di cripto valute, nei cui confronti il Tribunale di Genova emette ora un mandato di arresto europeo per accesso abusivo a sistema informatico, presumibilmente su impulso di attori parastatali stranieri. Uno di loro – il vertice, residente in Bulgaria – da un anno a questa parte vivrebbe in Russia. E avrebbe ricompensato l’amico con 20 mila euro anche per altre attività a fini estorsivi". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47670537]]
Tutta la vita di Andrea Sempio setacciata ai raggi-x, gli inquirenti diretti dal procuratore di Pavia Fabio Napoleone non tralasciano alcun dettaglio e, nell’ambito delle nuove indagini su di lui per il delitto di Chiara Poggi, hanno convocato anche alcuni ex-compagni di Sempio dell’Ipsia di Sannazzaro de’ Burgondi. Da lì, la descrizione di un ragazzo tranquillo e taciturno: look “dark” con maniche e capelli lunghi, “sempre capelli lunghi”. “Per un professore era l’alunno perfetto, perché non parlava mai. Era molto taciturno”. La classe, tutti maschi, era divisa in due blocchi: “Un gruppo più aperto al dialogo che parlava di uscite in discoteca, motorini, ragazze. Un altro gruppo che non si addentrava in questi argomenti”. Sempio faceva parte di quest’ultimo. “Era abbastanza taciturno, se ne stava sempre in disparte. Una persona completamente piatta, apatica. Non si faceva notare per nulla. Non ho ricordo di episodi in negativo o positivo che lo hanno visto protagonista”. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:45749921]] Un suo ex-compagno racconta: “Andavamo più che altro al cinema o al pub. Ma non eravamo soliti parlare di ragazze o di rapporti sentimentali in generale. Con le ragazze no, non era uno che prendeva l’iniziativa per quanto riguarda questi argomenti. Escludo al cento per cento che sarebbe in grado di fare quello che i giornali scrivono. Cioè compiere l’omicidio di Chiara Poggi”. Anche sui vizi, i compagni di classe concordano: “Mai parlato di pornografia. Niente droghe o abuso di alcol, beveva semplicemente la birra. Credo di non averlo mai visto fumare”. Infine, la sua ex-ragazza, che racconta di un rapporto tranquillo. Lei gli mandava foto intime: “In più occasioni, anche senza che lui me lo chiedesse. La ritenevo una cosa del tutto normale in una coppia”. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46625377]] Nessun video intimo, però: “No, e non me l’ha mai chiesto”. I pm, poi, si concentrano su uno strano appunto trovato a casa del 38enne, datato 27 novembre 2022: “Andato a trovare la Mao (soprannome con cui si chiamavano da fidanzati, ndr). Non fu bellissimo. Si capiva che aveva paura le facessi qualcosa”. Lei però spiega che probabilmente è legato al fatto che durante quell’incontro era fidanzata con un nuovo ragazzo e quindi “ero preoccupata, perché non volevo che ci vedessero in giro”.
A Garlasco i nuovi elementi a carico di Andrea Sempio fanno vacillare anche chi, fino a oggi, lo ha sempre difeso. E, a sorpresa, spunta una confessione inaspettata dall'ex-fidanzata del nuovo indagato, tal Federica. La ragazza, convocata in caserma, ammette: "Mi diceva che era stato sentito dai carabinieri e che gli aveva dato molto fastidio, perché si sentiva violato della sua privacy”. Quanto alla frase annotata nel diario di Sempio - ‘Si capiva che aveva paura le facessi qualcosa’ - la ragazza replica: “Io ero preoccupata, perché non volevo che ci vedessero in giro insieme dato che avevo una relazione con un altro”. Per Sempio, quindi, anche la delusione di non aver avuto "un'esclusiva" nel rapporto con quella che avrebbe dovuto essere la sua fidanzata. Non solo, però, perché ora anche gli amici che sono sempre stati dalla sua parte, tra questi l'ex-compagno di scuola Paolo, vacillano: “Ora che fanno vedere tutte queste cose, dei dubbi ti vengono. Mi diceva: andiamo avanti, speriamo in bene”. Nessuno, però, sostiene di aver mai visto atteggiamenti violenti. “Ricordandolo come un ragazzo tranquillo, nessuno si aspettava una cosa del genere”. Tra novembre e gennaio i carabinieri hanno sentito diversi ex-studenti della quinta frequentata da Sempio all’Ipsia di Sannazzaro de’ Burgondi nell’anno scolastico 2006/07. Tutti hanno fornito lo stesso ritratto: ragazzo silenzioso, educato, senza scatti d’ira. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47706299]] “Una persona totalmente gentile ed educata, di certo non come viene descritto oggi sui giornali”, mette a verbale un ex compagno. E ancora: “Escludo al cento per cento che sarebbe in grado di fare quello che i giornali scrivono. Cioè di compiere l’omicidio di Chiara Poggi”. Poi aggiunge: “A parere mio personale, si sta facendo troppo per niente”. Gli investigatori, però, stanno scavando su un video girato a scuola nel 2007 e finito sul computer di Chiara il 20 luglio di quell’anno. Secondo l’ipotesi investigativa, nello stesso periodo sarebbe stato trasferito anche un video intimo tra la ragazza e Alberto Stasi. Un elemento ritenuto centrale per il possibile movente. “Presumo che Andrea lo volesse mostrare al suo amico Marco”, racconta un ex compagno. Un altro conferma: “Quel video è stato passato sul cellulare di più persone, me compreso”. E prova a ridimensionare il caso: “All’epoca era normale mettere i video sui cd”. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47720953]]
«Siamo tutti d’accordo che la libertà significa il diritto di essere eretici». È probabilmente il passaggio più celebre e significativo del discorso La difesa della cultura, pronunciato da Gaetano Salvemini al Congresso internazionale degli scrittori tenutosi a Parigi nel 1935. Un manifesto non solo del pensiero di Salvemini, in difesa della laicità dello stato e a condanna di ogni forma di totalitarismo, egli accomuna fascismo e comunismo come regimi tirannici e liberticidi, negatori del pluralismo; ma «base ideale su cui si erge il moderno Occidente e racchiude in sé tutta l’essenza della cultura cristiano-occidentale». Ci voleva il saggio intitolato per l’appunto Eretici (LuoghiInteriori, 96 pagine, 15 euro) di Salvatore Di Bartolo a farci riscoprire il significato più autentico e meno ipocrita di libertà che, per dirla con George Orwell, è la possibilità di esprimere verità scomode. Scomode per l’ideologia dominante di matrice turbo-progressista, quella che Di Bartolo definisce, equiparandola, «la moderna Santa Inquisizione», mascherata da politicamente corretto, che applicato al linguaggio e, dunque, al pensiero, costituisce il male dei nostri tempi. Lo stesso Vittorio Sgarbi, che impreziosisce il saggio con la sua autorevole prefazione, sottolinea come la bravura di Di Bartolo stia proprio nell’effettuare un parallelo «tra la cruenta stagione dell’Inquisizione cattolica all’era intollerante e censoria eretta sui perversi principi del fascismo del ventunesimo secolo: il politicamente corretto». Contro cui Di Bartolo sferra il suo attacco diretto con una narrazione incalzante, ma al contempo ben curata e documentata, in cui i temi di stringente attualità si annodano tra le pagine, dal virus al clima, dal linguaggio al sesso, come suggerisce il sottotitolo. Non prima di averci catapultato letteralmente nella storia, ricordandoci come proprio attraverso la rigida applicazione di misure di carattere inquisitorio venne realizzata la prima vera unità d’Italia, «non un’unità politica, ma poliziesca», come ebbe a dire il giurista Italo Mereu nella sua Storia dell’intolleranza in Europa. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47148329]] Proprio il primo capitolo di carattere storico è posto a inizio trattazione dall’autore, che richiama un tridente formidabile di eretici illustri, da Galileo Galilei, che aspirava afar conoscere a tutti la portata delle sue scoperte, ma che la cultura dominante ha fatto passare come un finto credente, fanatico della teoria copernicana e nemico della chiesa, quando fu, invece, non solo il padre della scienza, ma anche uomo di fede. A Tommaso Campanella, che per allontanare l’accusa di aver cospirato contro i governanti spagnoli nel 1599, prima si finse pazzo, poi venne sottoposto a trentasei ore consecutive di torture. Non si piegherà Campanella, nemmeno dopo ventisette annidi prigionia a Napoli. Nella vicina Nola, nasce l’icona indiscussa della sanguinaria stagione inquisitoria, Giordano Bruno, il cui volto campeggia in copertina, e che prima di essere arso vivo a Campo de’ Fiori, esclamò orgogliosamente: «Forse tremate più voi nell’infliggermi questa sentenza che io nell’accoglierla». Un excursus drammatico ma necessario per comprendere la via del rogo ideale su cui si muove la storia, da torture e roghi inquisitori, a censure e isolamento mediatico. L’eretico, ieri come oggi, va «delegittimato, sconfessato, demonizzato, confinato ai margini della società e costretto all’abiura, pena la lapidazione mediatica». [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46127131]] Un copione, sostiene Di Bartolo, puntualmente replicato nei secoli, con il medesimo schema inquisitorio, ma con un cambio di paradigma. Perché in tempi di politicamente corretto, il concetto di eresia ha smarrito la sua connotazione religiosa o, come puntualizza a ragione Di Bartolo, strettamente legata al credo cattolico. Quest'ultimo sostituito dal «sacro credo verde» della più accattivante religione ecologista, pronta a perseguitare gli eretici del nostro tempo. E per eretici, intendiamo quanti, tra i più autorevoli studiosi del pianeta, si permettano di confutare o anche solo mettere in dubbio posizioni dogmatiche dell’ortodossia climatista. Di esempi, nel capitolo dedicato agli “Eretici del clima”, se ne trovano, per citare l’autore, a bizzeffe, ma riassumiamo: non esisterebbe una vera crisi climatica, né tantomeno attribuibile all’uomo, come sostenuto anche dal nostro Antonino Zichichi, semmai una scienza del clima iper-ideologizzata e settaria, che eleva figure ritenute moralmente superiori e denigra i non allineati al pensiero dominante. Paradossale, come fa notare Di Bartolo, siano gli stessi che si celano dietro a parole come inclusione, uguaglianza e correttezza. Quest’ultime armi idonee a neutralizzare e anestetizzare anche il linguaggio, «fonte inesauribile di ricchezza e custode della libertà dell’individuo», sottolinea diligentemente Di Bartolo, che conclude: più si limita la possibilità di scelta tra le parole, minori saranno le tentazioni dell’uomo di avventurarsi nei meandri del libero pensiero. Questo vale soprattutto per le giovani generazioni, titolate, ma sempre meno pensanti, anche grazie alla ferocissima stagione censoria “di orwelliana memoria”, che mira a cancellare e scristianizzare la cultura occidentale. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:45162280]]
Dopo lo scudetto, il ventunesimo, l'Inter vince anche la Coppa Italia (la Decima, con tanto di stella argentata che arriverà sulle magliette nerazzurre). Ma secondo Christian Panucci non c'è molto da festeggiare. L'ex difensore di Milan, Real, Roma e Nazionale, oggi commentatore per Mediaset, non usa mezzi termini per commentare la partita dell'Olimpico. In tanti, non solo sui social, hanno celebrato le imprese di Cristian Chivu in grado di risollevare in pochi mesi una squadra uscita con le ossa rotte dal finale della scorsa stagione: scudetto perso sul filo di lana contro il Napoli e soprattutto debacle in finale di Champions League, uno 0-5 contro il Psg che ha fatto a suo modo storia. "La botta morale dopo l'anno scorso? L'hanno presa tutti nel calcio, ma nessuno è andato in terapia intensiva...", ironizza in diretta Panucci dopo la che la conduttrice dello speciale Coppa Italia Monica Bertini aveva parlato di "strapotere" interista nel successo per 2-0, facile facile, contro la Lazio di Maurizio Sarri. "L'Inter ha fatto la stagione che doveva fare – prosegue Panucci -. Ma in Europa non l'ha fatta". Il riferiment è all'eliminazione subita nei playoff a opera dei norvegesi del Bodo Glimt. "Qua sembra sempre che stiamo a coccolare questa squadra dopo le sconfitte dell'anno scorso, ma dai... e lo ripeto: mica sono sono andati in ospedale in terapia intensiva! Mi sembra sempre che si voglia coccolare la squadra dopo una sconfitta... Sono giocatori forti e giocano nell'Inter ed è chiaro che devono vincere. Ma il calcio è così: puoi perdere poi ti rialzi e vinci. Sembra che abbiano fatto un'impresa ma non mi sembra, eh". "Se devo dare un voto, per me la stagione è da 8,5 – conclude l'ex fedelissimo di Fabio Capello, che nel 1999-2000 ha anche giocato con i nerazzurri - ma in Europa hanno fatto male. E il primo obiettivo non può essere il campionato". Parole, queste, non accolte benissimo dai tifosi interisti su X.
Genitori che, da anziani, tornano bambini. Figli che li curano a ruoli invertiti. La vita media si è allungata, e con essa la vecchiaia. La demografia dei paesi ricchi fa pendere la bilancia verso la terza, addirittura la quarta età. Certo, conta come si vive, ma soprattutto come si affronta la morte. La letteratura contemporanea non può non tenerne conto e in molte nuove produzioni la tematica dei rapporti genitori figli è declinata proprio in questo senso. Le statistiche parlano di una fascia di adulti schiacciati fra due obblighi: chi abbia generato tardivamente figli si trova a dover provvedere anche ai propri genitori anziani e magari non più autosufficienti, in una giostra di sfinimento fisico e psichico, in uno stato emotivo plasmato in una duplice collisione. Dell’accudimento dovuto ai padri e alle madri è testimonianza per esempio il romanzo di Luigi Nacci, Il tempo dei semplici (Einaudi, pag. 200, euro 18.50). Possiamo dire che si inserisce in un contesto già tracciato nella narrativa di questi ultimi anni, si pensi a Donatella di Pietrantonio, che con Mia madre è un fiume (Elliot, 2011), già quindici anni fa metteva in scena la intricata e salvifica relazione fra una figlia e la madre malata di Alzheimer. Nacci ci offre la forma ibrida dell’autofiction, anche in relazione ad altri temi sociali, la vita in un quartiere popolare di Trieste, le origini meridionali della famiglia, la tradizione del lavoro manuale quotidiano che lui stesso interrompe dal momento in cui ottiene una laurea agognata da tutti i suoi cari. «Cosa fa un bravo figlio? Si prende i suoi vecchi in casa e li cura, annullando la propria vita, o li affida a estranei vivendo con il senso di colpa? E se uno non ha i soldi sufficienti per curarli da sé o metterli in una casa di riposo?». Questa è la domanda, semplice, così come semplice, quasi infantile, è la scrittura di tutto il libro (vd. titolo), che l’autore pone a se stesso e a noi e che noi lettori abbiamo posto in analoghi frangenti a noi stessi e a chi ci stava intorno. Certo, non a tutti interessa essere “bravi figli”, ma alla maggioranza probabilmente sì. Sono le piccole cose a definire un rapporto di cura: i farmaci, gli occhiali, l’attesa di una visita, la condivisione di un ricordo, una fotografia. La preoccupazione per la vita dell’altro si trasferisce di segno. La morte è la rottura di una diga di protezione sulla quale la generazione successiva sapeva di poter contare. Dopo, si è nudi. Il tema della cura passa dalla metamorfosi dei corpi. Per capirlo si può leggere Madre con cuscino, di Vitaliano Trevisan, un racconto pubblicato in Grotteschi e arabeschi (Einaudi, 2009). Qui lo scrittore vicentino, sempre usando uno spunto autobiografico, costruisce un personaggio che da un rapporto problematico, quasi ostile, verso la sua genitrice, ne riscopre la dolcezza assistendo ai suoi bisogni elementari. «Il corpo nella stanza aveva le sue esigenze», si legge. In fondo, dal corpo all’anima il passo non è così lungo. «Sarà anche incerto, ma è sempre il sorriso di mia madre», scrive Lia Piano nel suo L’arte di perdersi - Storia dei miei traslochi (Bompiani, pagg. 256, euro 17), in un capitolo intitolato appropriatamente “Casa madre”. Alzheimer anche qui. E un percorso di maturazione sviluppato attraverso un recupero della quotidianità, piccole risalite che si succedono a crolli: «L’improvvisa fioritura tardiva di mia madre è l’ultimo suo gesto che capisco. Dal giorno dopo gli oggetti, tutti gli oggetti, diventano per lei una sfida quotidiana, che perde sempre». [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47707766]] L’ineluttabilità è la cifra comune di tutte le storie, «La malattia corre a rotta di collo verso il suo unico esito possibile». Questo, abbiamo detto, riguarda o ha riguardato o riguarderà moltissimi di noi. Nel 2018 una inchiesta approfondita di un giornalista del New York Times, John Leland, pubblicata in Italia con il titolo Scegliere di essere felici - Cosa ho imparato dai superanziani (Solferino), si soffermava sul concetto che diventare vecchi significa perdere molto, ma non perdere tutto. Gli anziani possono essere, anche a loro insaputa, maestri. Nel libro di Nacci, il padre e la madre che «si custodiscono da sessant’anni» sono innanzitutto persone molto pratiche. Il padre ha sempre posseduto la qualità di riparare le cose, proprie e altrui. Anche la cura verso un genitore è, specularmente, un fenomeno riparatorio. Indubbiamente poggia spesso su un senso di colpa, dato che il figlio si trova a tornare a casa, anche figuratamente, dopo essersi disperso per il mondo a inseguire le proprie ambizioni, i propri sogni, le proprie velleità. È una specie di resa dei conti ultimativa, che offre però l’occasione di rielaborare le proprie mancanze. «Un figlio deve fare il figlio, non il badante», sottolineava un medico con una vasta esperienza di pazienti nella terza e quarta età, avendo a che fare con le loro famiglie e i loro discendenti. Nel caso d’incontri con la letteratura, un figlio può fare anche lo scrittore, o viceversa. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47710420]]
Pubblichiamo stralci dell’intervento del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano al convegno “Diritto internazionale: tramonto o eclissi?”, organizzato ieri dal Centro studi Rosario Livatino nella Sala Koch del Senato. I due termini chiave del titolo scelto per il convegno – tramonto o eclissi - potrebbero indurre a ritenere che vi è stato un tempo durante il quale il diritto internazionale è stato un astro che ha brillato nel cielo: per cui lo sforzo da compiere sarebbe capire se l’attuale crisi (...) sia temporanea o definitiva. In realtà, il diritto internazionale, per lo meno negli ultimi secoli, non ha mai mostrato di essere in buona salute. Che cosa voglio dire? Che se ritengo che un mio diritto sia stato violato posso ricorrere al giudice, sapendo che il sistema nel suo insieme farà rispettare la sentenza emessa, se necessario anche coattivamente. Nell’ordinamento internazionale manca strutturalmente un analogo meccanismo di enforcement. Per cui il rispetto delle norme è rimesso alla volontà dei singoli Stati; una volta fallito il tentativo di comporre i conflitti con la diplomazia, la soluzione per far valere le proprie ragioni, o le proprie pretese, diventa il conflitto, anche armato. Questa strutturale difficoltà è sempre stata avvertita sul piano teorico. In tanti, nei decenni scorsi hanno condiviso l’errore che con le organizzazioni sovranazionali cui gli Stati avevano trasferito porzioni di sovranità, l’ordinamento nato nel secondo Dopoguerra avesse finalmente superato la storica debolezza del diritto internazionale. Questa illusione ha impedito – e in parte ancora impedisce – di leggere la realtà per quel che è davvero. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47565901]] L’apoteosi del misunderstanding è stata raggiunta all’inizio degli anni 1990, dopo la caduta dei Muri: gli scaffali delle nostre librerie erano pieni delle copie de La fine della storia di Fukuyama, ma in Rwanda si consumava uno dei più tragici genocidi e nei Balcani esplodeva una guerra micidiale. Se oggi quest’insieme di regole appare prossimo all’Estrema unzione, nei fatti dal Secondo dopoguerra non sono mai mancate guerre e conflitti. Qualche minimo cenno: 1950, guerra di Corea; 1955, e per vent’anni, fino al 1975, guerra in Vietnam; dal 1948 in poi, guerre periodiche fra Israele e i Paesi confinanti; giustamente condanniamo oggi - e indichiamo come violazione del diritto internazionale - l’invasione russa dell’Ucraina. È vero che dal 1945 in poi la Germania non ha più invaso la Francia – e neanche la Polonia! -; ed è vero che Waterloo e le coste della Normandia oggi sono interessanti siti turistici, non campi di battaglia. Però perfino l’Europa Occidentale è stata teatro di conflitti, per lo più interni ad alcuni Stati, che hanno avuto ricadute al di là dei loro confini: non dimentichiamo quanto accaduto per decenni nell’Irlanda del Nord, o nei Paesi Baschi, o nella ex Jugoslavia. Diventa allora necessario avere il coraggio di risalire, con sguardo critico, alle cause profonde dell’attuale crisi del diritto internazionale. Sono molte e sono complesse. Ne cito in particolare due di esse: la perdita del fondamento della vincolatività del diritto internazionale; il concreto quotidiano atteggiarsi delle organizzazioni internazionali. Il quadro è aggravato da un ulteriore fenomeno: il progressivo ampliamento del raggio di intervento delle organizzazioni sovranazionali e internazionali. Un ampliamento che ha portato queste organizzazioni ad occuparsi di aspetti sempre più minuziosi della vita delle singole persone e degli Stati: dalle campagne contro l’utilizzo della carne e dell’alcol, fino all’obbligo di inserire negli ordinamenti statali nuove fattispecie di reato su temi eticamente sensibili. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47397734]] È ancora giustificabile la logica di blocco nel Consiglio di sicurezza Onu? Che cosa possiamo fare come Italia? Fin dall’inizio come governo abbiamo impostato una politica estera fondata su premesse differenti rispetto a quelle di alcune organizzazioni internazionali e rispettose delle diversità di ciascuna Nazione. Ne è espressione il Piano Mattei, basato sul principio della collaborazione pragmatica, amichevole, paritaria e aperta con i partner africani. È grazie all’equilibrio mostrato rispetto alle gravi tensioni in Medio Oriente che siamo percepiti quali interlocutori autorevoli in quel quadrante. Riprendo un editoriale comparso sul Corriere della sera di un mese fa circa (15 aprile) di Ernesto Galli della Loggia. Il quale nota come, per secoli, quella volontà comune è stata garantita dalla condivisione profonda di valori comuni: quelli della Res publica Christiana, in cui «i regnanti dell’Europa medievale e moderna si sentirono spinti non solo dal proprio interesse (...) ma anche dalla propria fede a osservare un certo codice di regole». Nessuno immagina che oggi si possa restaurare un ordine politico e sociale che è consegnato alla storia. Ciò però non significa che la cultura che ne era alla base non abbia più nulla da dire, o non sia più feconda. Esco allora dall’area ecclesiale e torno a Vittorio Emanuele Orlando e alla sua prolusione di quasi 80 anni fa. Orlando come governante non era vicino alla Chiesa, eppure rilegge gli orrori delle due Guerre Mondiali alla luce della celebre immagine, tratta dal libro dell’Apocalisse, in cui Satana, dopo essere stato incatenato dall’Angelo per mille anni, viene slegato “per un po’” (“modico tempore”). Quell’immagine illustra una verità che noi contemporanei dimentichiamo con troppa facilità: la guerra esprime un mistero più ampio, il mistero del Male. Dico una banalità: è proprio coltivando e disseminando concretamente il bene che si vince il male. È quello che realizzarono i primi cristiani: fecondarono il mondo con messaggi, principi e valori assolutamente inediti, e ci hanno tramandato un patrimonio di cui l’Occidente, anche nelle sue componenti laiche, non cessa di essere debitore. Questi valori costituiscono il fondamento del diritto internazionale. Riscoprirne e riportarne alla luce le origini più profonde – non necessariamente confessionali, ma certamente culturali – non è torcere il collo. Siamo nell’ottavo centenario della morte del Santo di Assisi. Non è un caso se il Patrono d’Italia non sia né Martin Lutero né Giovanni Calvino. Per cui spero che non sia irriguardoso verso i cultori del diritto internazionale concludere che se c’è un testo, che può spiegare che cos’è il diritto internazionale, quel testo è il Cantico delle creature. Vi ringrazio.