Semiconduttori, la "Cabina del Nord-Ovest" rafforza il coordinamento industriale
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A ogni passaggio la sbarra si alzava puntuale. A non tornare, secondo gli investigatori, erano invece i conti. Per mesi, tra le corsie dei caselli della Palermo-Messina, il denaro versato dagli automobilisti avrebbe seguito una strada diversa da quella prevista: una parte finiva nelle casse del Consorzio autostrade siciliane, un’altra si perdeva lungo il tragitto. Non per un guasto del sistema, ma per un meccanismo tanto elementare quanto difficile da individuare, fondato sulla sostituzione di un biglietto e su pochi secondi consumati dietro il vetro di un gabbiotto. È l’ipotesi al centro dell’inchiesta della Procura di Termini Imerese che ha portato alla sospensione per sei mesi di cinque dipendenti del Cas- quattro uomini e una donna e di un tecnico di una società privata che si occupava della manutenzione degli impianti di esazione. Per tutti l’accusa è di peculato. L'indagine, coordinata dai magistrati termitani e condotta dalla Polizia stradale di Buonfornello, nasce da un esposto dello stesso Consorzio Autostrade Siciliane. A far scattare l’allarme erano state alcune anomalie difficili da ignorare: il numero dei veicoli registrati ai caselli non appariva compatibile con gli importi effettivamente incassati e riversati nelle casse dell’ente. Da lì sono partiti gli accertamenti, concentrati inizialmente sulle postazioni di Buonfornello, Cefalù e Castelbuono. Secondo la ricostruzione degli investigatori, il sistema era tanto semplice quanto redditizio. L’automobilista consegnava il biglietto e pagava regolarmente il pedaggio in contanti. L’esattore, però, invece di inserire nel ricevitore di pista il tagliando appena ritirato, ne utilizzava un altro conservato in precedenza, riferito a una tratta molto più breve e dunque a un importo notevolmente inferiore, spesso pari a soli 90 centesimi. La differenza tra la somma realmente versata dall’utente e quella registrata dal sistema sarebbe stata trattenuta. Le verifiche interne avrebbero già consentito di individuare un ammanco superiore al milione di euro distribuito nell’arco di 18 mesi. Un meccanismo ripetuto decine di volte e documentato dalle telecamere installate all’interno dei gabbiotti. Le immagini avrebbero consentito di individuare ulteriori accorgimenti utilizzati per aumentare gli incassi in contanti. In alcuni casi, sarebbe stata persino disattivata la corsia del pagamento automatico, con sbarra abbassata e semaforo rosso, costringendo gli automobilisti a dirigersi verso le piste presidiate dagli operatori pronti a fare la “cresta”. Sono complessivamente 266 gli episodi contestati. Ai cinque dipendenti del Cas vengono attribuiti, a seconda delle singole posizioni, da 13 a oltre cento episodi di peculato. Le somme sottratte in ciascuna operazione oscillavano generalmente tra i sette e i quindici euro, cifre apparentemente modeste ma che, moltiplicate per centinaia di transiti, avrebbero prodotto ammanchi ben più consistenti. Nel provvedimento con cui dispone le sospensioni, il gip parla di un possibile «consolidato modus operandi». Il filone aperto a Termini Imerese, infatti, non sarebbe l’unico. Accertamenti sono in corso anche nelle procure di Messina e Catania, chiamate a verificare se analoghi sistemi possano essere stati utilizzati in altre tratte della rete gestita dal Consorzio. Intanto gli indagati hanno scelto di non rispondere. Resta però l'immagine che emerge dagli atti: automobilisti convinti di pagare regolarmente il pedaggio mentre una parte di quel denaro imboccava una corsia preferenziale. Non quella del Telepass, ma una decisamente più conveniente.
Due attivisti appartenenti all’area antagonista e vicini al movimento pro Palestina si sono tolti la vita in circostanze e momenti differenti. I due erano stati denunciati nell’ambito di distinte indagini legate alle manifestazioni svoltesi a Torino negli ultimi mesi. A riportare la loro storia è stato l’avvocato Claudio Novaro, che ha seguito alcune delle persone coinvolte nei procedimenti giudiziari e che, in un intervento pubblicato sul sito Volere la Luna, ha espresso dure critiche nei confronti del sistema giudiziario torinese. Nel suo racconto, il legale si sofferma in particolare sulla storia di un giovane indicato con l’iniziale F., originario di Savona ma residente da anni nel capoluogo piemontese. Dopo essere finito sotto inchiesta per fatti legati alle proteste, all’uomo era stata imposta una misura cautelare che gli impediva di vivere a Torino, città nella quale aveva costruito la propria vita personale e universitaria. Novaro riferisce che, poco prima della tragedia, il suo assistito era stato informato che il provvedimento non sarebbe stato definitivo e che la situazione avrebbe potuto essere rivalutata nel giro di alcuni mesi. Nonostante queste rassicurazioni, pochi giorni dopo il giovane ha compiuto il gesto estremo. L’attivista si sarebbe gettato da un dirupo, lasciando un foglio nel quale, secondo l’interpretazione dell’avvocato, emergerebbe il forte disagio provocato dal provvedimento giudiziario. Novaro sostiene infatti che dalle parole lasciate dall’uomo “sembra di capire che il provvedimento giudiziario, che riteneva profondamente iniquo, abbia avuto un peso non irrilevante”. A giudizio del legale, quel provvedimento sarebbe stato vissuto come particolarmente pesante e ingiusto, contribuendo ad aggravare una situazione personale già complessa. L’avvocato richiama inoltre l’attenzione sulle conseguenze personali che le misure cautelari e i procedimenti giudiziari possono avere sulla vita degli indagati, soprattutto nei contesti di forte esposizione politica e sociale. Le sue considerazioni si inseriscono nel dibattito apertosi attorno alle indagini sulle manifestazioni pro Palestina svoltesi a Torino e alle modalità con cui sono stati gestiti i procedimenti nei confronti degli attivisti coinvolti.
«Fermatevi! Convertitevi! Le lacrime e il sangue di questi fratelli gridano a Dio e le loro sofferenze giungono fino a Lui! Il denaro strappato alla vulnerabilità dei poveri non darà pace, né onore, né futuro». Da Plaza del Cristo de La Laguna a Santa Cruz de Tenerife risuona un grido che riecheggia quello lanciato 33 anni fa e capace di scuotere le coscienze di molti. Un anatema volto a colpire i mafiosi, quello di San Giovanni Paolo II, che dalla Valle dei templi di Agrigento si levò come un vento impetuoso a far presagire e sperare in tempi nuovi, di cambiamento, di rinnovata coscienza davanti alla reale possibilità di non scegliere il male, il profitto, la prevaricazione come usuali criteri di guida nella vita. Papa Leone torna a far suo quel grido, lo fa con forza, colpito probabilmente dalla violenza dei racconti terribili, carichi di sofferenza e di violenza, ascoltati dalle voci dei migranti neidue giorni passati nelle Isole Canarie, che riacquistano così il loro vero volto, non solo di terra per vacanzieri, isola dorata del divertimento e della leggerezza; in realtà approdo per tantissimi disperati che non sanno quale sarà il loro destino, nelle mani di gente senza scrupoli e capace di grandi crudeltà. Nell’incontro con le realtà di integrazione dei migranti proprio durante l’ultimo giorno del viaggio del Pontefice in Spagna, Leone indica nel potere del denaro una delle cause di tanto male e dice «una parola chiara», senza possibilità di interpretazioni varie: una parola rivolta «a coloro che approfittano della disperazione; a coloro che organizzano percorsi di morte, trafficano in esseri umani, trattengono i documenti, sfruttano i lavoratori, minacciano le donne, ingannano le famiglie e trasformano la sofferenza altrui in un affare». Tutti coloro che vivono in questo modo e continuano a farlo, incuranti di leggi e di sentimenti di compassione, devono aver ben chiaro che «per ogni vita perduta, ogni famiglia ingannata, ogni corpo sottomesso, ogni donna minacciata, ogni lavoratore sfruttato, dovrete comparire davanti alla giustizia divina». Ai trafficanti di morte il Vescovo di Roma rivolge ancora un accorato appello che è un invito a cambiare vita, a convertirsi. «Spezzate quelle catene e liberate coloro che tenete sotto il vostro dominio. Restituite ciò che avete sottratto e riparate quanto potete. Ritornate finché c’è ancora tempo, perché la misericordia di Dio può raggiungere anche il peccatore più incallito, ma entra solo attraverso la porta stretta della verità». La porta stretta di cui Gesù parla nel Vangelo è dunque per il Papa fatta di «verità, giustizia e conversione». Aprire quella porta e andare oltre significa anche comprendere fino in fondo che cosa significa integrazione, al di là degli slogan e delle distorsioni applicate dall’ideologia. Integrare, sottolinea il Papa, infatti non vuol dire cancellare il passato, né creare «mondi paralleli, chiusi gli uni agli altri, dove le persone convivono senza incontrarsi realmente» ma è «un cammino reciproco». Alla società spetta il compito di scoprire che «la dignità, riconosciuta come diritto, fiorisce quando si trasforma in responsabilità e in sincero desiderio di costruire insieme agli altri», si tratta – afferma Leone – di «una preziosa forma di misericordia». E per i migranti cosa dovrebbe significare integrarsi? «A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni». Rispettarsi e rispettare le regole dei Paesi che accolgono, tentare di abbattere il traffico dei clandestini, di eliminare lo squilibrio profondo tra la ricchezza dei paesi più industrializzati e quelli che sono in via di sviluppo, far crescere questi ultimi e non depauperarne le grandi risorse, aiutare i giovani, gli studiosi, le forze più capaci a non andarsene, a ingrossare le fila di clandestini e sottopagati, facili prede per il fondamentalismo sempre pronto a colpire. Obiettivi che anche il cosiddetto piano Mattei per l’Africa messo in cantiere dal governo italiano si propone di realizzare.
Se domani - e si sottolinea se -, dopo una quarantina di annunci a vuoto, scoppiasse davvero la pace tra Stati Uniti e Iran, si renderebbe necessario un bilancio dei costi e dei benefici dell’operazione Furia Epica lanciata da Donald Trump. Per tre mesi e mezzo i prezzi delle materie prime, su tutte il gas e il petrolio sono schizzati in alto. L’allarme dei mercati in subbuglio ha riflettuto l’instabilità geopolitica che, dal Medio Oriente, si è propagata in Europa e nel Mediterraneo, provocando effetti a catena fino all’Estremo Oriente, creando incertezza a un certo punto perfino sull’indipendenza di Taiwan, passando per l’Oceano Indiano, dove sono caduti i missili a lungo raggio lanciati dai pasdaran iraniani. Ci siamo accorti solo allora, all’improvviso, che Parigi e Milano sono sotto il tiro della Repubblica Islamica di Teheran. E che, se gli ayatollah avessero già a disposizione anche solo tre o quattro testate nucleari pronte all’uso, potremmo condividere in un istante la sorte toccata nel 1945 alla popolazione di Hiroshima e Nagasaki. Magari per ingenuità o inconsapevolezza o forse perché paralizzati dal terrore dell’escalation, l’unico spettro evocato dai politici, i governi occidentali si sono limitati a subire gli effetti della scossa partita da Washington e a tentare di pararne i colpi sull’economia. Spesso anche maledicendo le iniziative della Casa Bianca e insinuando che gli americani fossero rimasti impastoiati in un altro Vietnam, da dove avrebbero finito irresponsabilmente per trascinare nel baratro tutto il mondo. Pur rimanendo spettatori alla firma dell’accordo finora prevista per domani a Ginevra, e spingendosi al massimo a dichiarare con Ursula von der Leyen che «accogliamo con favore i progressi compiuti grazie al costante impegno diplomatico», dopo la fase dell’immobilismo, è arrivato il tempo di chiedersi anche se sia valsa la pena di uno sforzo bellico così imponente. È il momento della verità. Perché, bisogna riconoscerlo, senza bombardamenti, blocchi navali e sanzioni, oggi la situazione sarebbe immutata rispetto allo scorso febbraio e l’Occidente di cui fa parte Israele - sarebbe meno sicuro. I risultati dell’intesa, sempre che vada in porto e perduri nel tempo, sono significativi: l’Iran che continuerà comunque a fronteggiarci sarà uno Stato meno canaglia di prima, con gli apparati militari e religiosi divisi fra loro e schierati gli uni contro gli altri, come hanno messo in luce i tira-e-molla che hanno ritardato e rischiato di far fallire i negoziati. Non è caduto il regime, ma gli Stati Uniti hanno dichiarato apertamente e autorevolmente con il loro segretario di Stato Marco Rubio che non si erano mai posti l’obiettivo di rovesciarlo. Se la popolazione iraniana ne avesse la possibilità caccerebbe i fondamentalisti, ma dopo 45mila vittime della repressione fra dicembre e gennaio, purtroppo le speranze di una transizione democratica si sono tragicamente ridotte. Non per questo si poteva rinunciare a sterilizzare la minaccia di un’arma nucleare sciita. Se si sigillano i bunker dove le centrifughe non hanno mai smesso di arricchire l’uranio per costruire la bomba atomica, è un successo per tutti. Anche per la popolazione iraniana, che forse potrebbe finalmente vedere investire il denaro pubblico nella ricostruzione del Paese invece che nell’impresa suicida dell’esportazione della guerra santa in tutto il mondo. Anche perché, a partire dal mondo arabo e islamico, non solo sunnita, l’isolamento della teocrazia iraniana è ormai un risultato permanente. Ancora una volta, non esattamente come conseguenza degli Accordi di Abramo, il cui potenziale rimane intatto nonostante la battuta d’arresto dovuta all’ondata di odio contro Israele seguita alle stragi di Hamas, ma perché, attaccando con droni e razzi i propri vicini, Teheran ha contribuito alla propria fine ingloriosa. Il colpo di grazia, comunque, glielo ha dato il presidente degli Stati Uniti.
C’erano due possibili strade da percorrere per attenuare, edulcorare e annacquare la gravissima frase sulle ginocchiere pronunciata in aula dal pentastellato Francesco Silvestri: insistere con la storiella del vittimismo oppure gettare nel mucchio del degradato linguaggio sessista anche l’allusione offensiva del grillino verso la premier. E questa seconda strada è quella che ha scelto Francesca Schianchi sulla Stampa: «Servirebbe – ha scritto - un’operazione di igiene del linguaggio pubblico. Sarebbe utile nell’ultimo bar di periferia, figuriamoci in un dibattito parlamentare in diretta tv». Ecco che così l’offesa di Silvestri diventa una tra tante, diluita nell’imbarbarimento del lessico politico che tocca tutte le donne. Tesi sostenuta anche dalla dem Paola De Micheli e sottolineata nell’articolo di Domani in cui si parla delle ginocchiere ma si fa riferimento anche a una frase detta da Vannacci a Lilli Gruber: «Le piacciono i clandestini». Frase anch’essa sessista secondo l’autrice dell’articolo. Così la colpa è solo della sessualizzazione del linguaggio rivolto alle donne. Peccato che ciò allontani l’analisi da ciò che in replica ha detto Giorgia Meloni, concetti su cui torneremo. COPYRIGHT M5S Ma solo dopo avere specificato che mentre oggi si tende collettivamente ad attribuire a Donald Trump, e dunque alla destra tutta, il ricorso all’inciviltà del linguaggio come risorsa identitaria strategica, si dimentica che il copyright dell’insulto in politica come esibizione di disgusto verso gli avversari è stato uno dei connotati del grillismo, di cui non a caso Silvestri è erede. Ma Meloni ha toccato un’altra corda, cui la sinistra è sensibilissima: quella del primato delle donne in politica, versante sul quale la destra ha raggiunto risultati che a sinistra sono ben lontani da profilarsi, visto anche l’accerchiamento subìto dalla leader del Pd Elly Schlein che deve guardarsi ormai più dagli amici che dai nemici. È questo che non riuscite a sopportare, ha di fatto detto la premier alle opposizioni. Di qui il ricorrere insistente dell’accusa di servilismo: verso Trump, verso Israele, verso il patriarcato. Meloni come donna «cameriera» dei maschi potenti diventa una Meloni depotenziata, sminuita, indebolita, una il cui traguardo storico può pure passare sotto silenzio quando si parla il 2 giugno di donne e Repubblica. E in effetti Meloni ha centrato il problema: non riescono a sopportare che la prima donna premier sia arrivata da destra, mentre sull’altro fronte, con tutti i dibattiti sui diritti, le quote, i testi di Judith Butler, Lidia Ravera e Simone de Beauvoir, sull’altro fronte insomma stanno sempre ferme là, costrette in politica per auto-promuoversi a far parte di una corrente capeggiata da un maschio. ALTRO CHE CHEERLEADER Occorre dunque indebolire la leadership meloniana trattandola da cheerleader, termine molto gettonato tra le file dell’opposizione, e al contempo disegnare il mondo della destra come un universo retrogrado, maschilista, virilista, volgare. Una tesi sostenuta in pamphlet di sapore propagandistico come quello di Mirella Serri (Nero indelebile) che scrive cose surreali tipo questa: «Quando le donne si affacciano alla politica i colleghi di destra le puniscono duramente». L’altro terreno su cui si gioca l’accusa a Meloni è quello grammaticale ormai noto. Si fa chiamare “il” presidente. Non è vero, Meloni ha anzi detto che per lei possono chiamarla il presidente, la presidente o anche semplicemente Giorgia. Perché nella cultura di destra in effetti non esiste l’idea che il linguaggio debba essere educativo, pedagogico, inclusivo, modificabile a tavolino. Esiste l’idea che il linguaggio come tutti i prodotti della storia è fatto di stratificazioni che rimandano a mentalità che a loro volta cambiano e si evolvono lentamente e senza indottrinamenti. Il che ci porta fuori dalle elucubrazioni femministe e rimanda al punto centrale denunciato dalla presidente del Consiglio: la sinistra non ha ancora digerito una donna di destra a Palazzo Chigi. E probabilmente non la digerirà mai.
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Per l’ennesima volta il Parlamento Ue ha voltato le spalle a milioni di europei che dovrebbe rappresentare. E lo ha fatto in un modo altamente simbolico. Mercoledì la Conferenza dei Presidenti (i leader degli otto gruppi parlamentari, insieme alla presidente del Parlamento Roberta Metsola) ha bloccato una proposta del gruppo conservatore Ecr di tenere un dibattito in plenaria e successivamente adottare una risoluzione parlamentare sulla tragica e sconvolgente morte di Henry Nowak. Impossibile da dimenticare, si tratta dello studente britannico di 18 anni che è morto dissanguato in strada a Southampton mentre veniva arrestato e ammanettato per un presunto reato d’odio a sfondo razziale, dopo essere stato invece egli stesso vittima di accoltellamento da parte di Vickrum Singh Digwa, sikh britannico 23enne. Questi, dopo aver colpito Nowak per cinque volte con il kirpan, pugnale sacro portato dai fedeli sikh e per questo permesso dalla legge, disse agli agenti di polizia interventi di essere stato, lui, vittima di un’aggressione razzista. I poliziotti gli hanno creduto, accompagnandolo a casa, mentre Nowak, sanguinante, è stato immobilizzato a terra ed è morto poco dopo. Digwa è stato poi condannato a 21 anni di carcere, mentre le investigazioni circa l’operato degli agenti andranno avanti ancora per settimane. Nel frattempo, la rabbia dei residenti era esplosa in strada, con 13 persone arrestate per «crimini d’odio». Con la proposta di un dibattito commemorativo su una vicenda che ha scosso tutto l’Occidente davanti al Parlamento, l’istituzione europea si è trovata di fronte a una scelta facile, praticamente identica a quella sostenuta nel 2020, quando la morte di George Floyd negli Stati Uniti diede origine alle proteste del movimento Black Lives Matter non solo Oltreoceano ma anche in gran parte dell’Europa occidentale. Questa volta, però, incredibilmente, è stata presa una decisione diversa. Se all’epoca l’élite politica dominante (compresa la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen) si mostrò prontissima a discutere l’uccisione dell’afroamericano di Minneapolis e si affrettò allora a condannare «ogni forma di razzismo» proprio attraverso una risoluzione, stavolta ha rifiutato di fare lo stesso per un giovane europeo morto perché la polizia britannica lo avrebbe considerato automaticamente violento e razzista, per il solo fatto di essere bianco. Degli otto gruppi parlamentari, soltanto i sovranisti dei Patrioti per l’Europa e di Europa delle Nazioni Sovrane hanno sostenuto la proposta dei conservatori di Ecr. I leader del Ppe, dei Socialisti e Democratici (S&D), di Renew, dei Verdi e della Sinistra, insieme alla stessa presidente Metsola, l’hanno invece respinta. Benché scandaloso in generale, a far discutere in particolar modo è stata la scelta dei Popolari europei: «Il Ppe si è ancora una volta schierato con l’estrema sinistra per proteggere il modello di polizia “woke”, bloccando la proposta dell’Ecr», ha scritto in risposta l’eurodeputato svedese Charlie Weimers. Il gruppo dei Patrioti ha invece rivolto un messaggio direttamente ai membri della cosiddetta “coalizione Ursula”: «Anche le vite degli europei contano». Uno scenario simile si è verificato recentemente nel Parlamento polacco, dove i deputati della destra hanno reso un silenzioso omaggio alla memoria di Nowak. I membri della coalizione di governo, Queste prese di posizione sono la rappresentazione plastica dei doppi-standard ormai in vigore nel Vecchio Continente a tutti i livelli: politico, sociale, giudiziario. E del resto le stesse forze di polizia britanniche, pur finite sotto accusa, hanno in realtà seguito il “Race Action Plan” (Piano d’Azione per le Questioni Razziali), incentrato sul contrasto al razzismo nei confronti delle minoranze etniche e che prevede procedure differenti a seconda dell’appartenenza etnica. Per gli agenti della Corona, persino la progressione di carriera dipende (anche) dall’adesione a queste iniziative legate a diversità, equità e inclusione (le cosiddette Dei). Quindi, seguirle è una nota di merito. E pazienza se talvolta ciò comporti la vita di qualche innocente e autoctono. Ecco, a quanto pare in queste ore abbiamo scoperto della loro tacita esistenza anche tra i banchi dei parlamenti continentali.
È un’equazione perfetta: se di mezzo c’è il Movimento 5 Stelle, al peggio non c’è mai limite. E così, il giorno dopo il “caso ginocchiere” su cui femministe e sinistra ancora tacciono, Giuseppe Conte ha pubblicato sui propri social un video dal titolo “Fatevi sotto, non temiamo nulla” in cui dai banchi dalla Camera (giovedì) sciorina i suoi grandi- per lui- successi ottenuti quando era premier. In alcune parti del filmato, a metà schermo, fa capolino Giorgia Meloni con viso corrucciato. Sembra quasi atterrita dai colpi sparati da Giuseppi su tasse, giustizia, sanità. Poi però salta fuori che oltre la retorica qualunquista c’è stato pure un taglia e cuci ad arte per colpire il presidente del Consiglio. Meloni, mentre Conte parlava a Montecitorio, non era infatti seduta al suo scranno perché si trovava al Colle. Un bel video tarocco. «Presidente Conte, mi spiega come avete fatto a montare mie espressioni sul video del suo intervento, considerato che in quel momento io ero al Quirinale e quindi non in Parlamento? Lo chiarisco solo per ricordare a tutti quanto la vostra politica si fondi su mistificazioni della realtà e fake news», attacca il premier. La toppa di Giuseppi è peggio del buco. Colto in castagna, il leader pentastellato segue la linea Silvestri (Francesco, il suo deputato balzato ai disonori delle cronache per essersi rivolto in Aula a Meloni così: «Dopo il referendum si è detto che la linea del governo era di raddrizzare la schiena. Lei non ha rialzato la schiena, ha semplicemente indossato delle ginocchiere per stare più comoda»). Mica chiede scusa... DIFESA DEBOLE Sentite un po’: «Cara presidente Meloni, non avrei mai immaginato che tra crollo del potere d’acquisto, Italia fanalino di coda sulla crescita, stazioni di carburante come gioiellerie, inchieste per corruzione e 13 miliardi bloccati sul Ponte, riuscisse a trovare il tempo per seguire i miei social e aggiornarsi sui miei post». E ancora: «Mi sorprende, peraltro, che l’unica sua premura sia stata di segnalare che nel mio video compare il suo viso, quando in realtà lei si era allontanata, e non ha potuto seguire in diretta il mio intervento che ho fatto dopo le sue comunicazioni, quando era tenuta ad ascoltare non solo gli interventi di maggioranza ma anche di opposizione. Vero. Chissà come mai l’espressione del volto del premier appariva preoccupata mentre Conte parlava. Tu guarda il caso... Che poi il premier non è che si fosse assentato per andare a farsi un aperitivo ma anzi era dal presidente della Repubblica in vista del Consiglio europeo in programma a Bruxelles settimana prossima. FDI ATTACCA «Il video taroccato pubblicato da Giuseppe Conte descrive alla perfezione lo stato di totale disperazione politica in cui versa il Movimento 5 Stelle. Quando non si hanno idee, proposte o argomenti per l’Italia, l’unica via rimasta - oltre a quella di usare espressioni becere e triviali è quella di fabbricare falsi a tavolino pur di attaccare il governo», dice Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera. «Il video-patacca raffigura plasticamente lo stato di disperazione della sinistra italiana, restituendoci un’istantanea impietosa sul vuoto di idee e di contenuti», rincarala dose il collega deputato Francesco Filini. Sul fronte 5 Stelle, la perla migliore che si registra è quella del vicepresidente Michele Gubitosa: «Meloni è ossessionata da Conte, che il premier l’ha fatto come si deve».
Mai più nessuno come Silvio. Se questa affermazione può dividere sul piano politico, di certo su quello comunicativo mette tutti d’accordo. A Silvio Berlusconi vanno riconosciute capacità non banali nell’uso del linguaggio, del corpo, degli oggetti fisici, delle situazioni. È grazie alle sue doti naturali – ma anche a un’attenta regia e preparazione – che è stato in grado di diventare un imprenditore di successo e un politico amato e ammirato, in Italia e all’estero. Ma quali sono i segreti della sua strategia di comunicazione che ancora oggi restano validi? E chi, nel tempo, li ha a sua volta cavalcati con successo? Troviamo interessanti spunti di riflessione nella docuserie Il giovane Berlusconi, tre puntate su Netflix. Attraverso le voci narranti delle persone che sono state vicine a Silvio o che lo hanno seguito – da Fedele Confalonieri a Marcello Dell’Utri, da Achille Occhetto a Stefania Craxi – emerge il racconto del periodo che va dal 1976 al 1994. Dalla nascita di Fininvest alla discesa in campo. Illuminante sul tema poi il saggio Silvio, ci manchi? Le tecniche di comunicazione che hanno cambiato la nostra vita (Roi Edizioni). L’autore, Patrick Facciolo, è analista della comunicazione. «Ha sostituito l’ipotassi della Prima Repubblica - le frasi complesse, le subordinate dentro le subordinate - con la paratassi: frasi brevi e coordinate», spiega Facciolo. Per rendersene conto, basta riascoltare le parole del suo video messaggio del 26 gennaio 1994: «L’Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato da mio padre e dalla vita il mio mestiere di imprenditore». Concetti semplici, chiari, immediati, evocativi. In più, privilegiava parole concrete a termini astratti. Prosegue Facciolo: «Diceva “una casa” dove altri dicevano “patrimonio immobiliare”, diceva “un milione di posti di lavoro” dove altri dicevano “occupazione. Le parole concrete attivano sia il sistema semantico sia quello immaginativo, producendo una traccia più ricca e in grado di essere ricordata». Un altro punto di forza è stato l’uso del corpo e della fisicità. Il 13 dicembre 2009 in piazza Duomo, è oggetto del lancio di un souvenir, che lo colpisce in pieno viso. Un altro punto di forza di Berlusconi è stato l’uso degli oggetti, che hanno reso più concrete le sue idee e le sue promesse: dal contratto con gli italiani, firmato “fisicamente” in diretta tv, ai gadget di Forza Italia. Un esempio di uso meno efficace degli oggetti? Nel suo libro, Facciolo cita Elly Schlein che nel 2023 nello studio di diMartedì beve a canna da una bottiglietta. Quando la comunicazione di Berlusconi ha smesso di funzionare? Forse quando ha smesso di adattarla al suo target di riferimento, aspetto in cui era maestro. Nella docuserie Il giovane Berlusconi è raccontato il suo discorso per il debutto del canale La Cinq. Lo ha tenuto in un ottimo francese, non mancando di compiacere i cugini d’Oltralpe con molti riferimenti ad hoc. «Il momento di rottura più clamoroso arrivò nel 2011. In piena crisi dello spread, dichiarò che in Italia i ristoranti erano pieni, mentre milioni di italiani stavano vivendo una percezione di benessere opposta. Contraddire il percepito è l’errore comunicativo più grave che un leader politico possa fare», conclude Facciolo.
Tre anni senza Silvio Berlusconi. E il “suo” mondo, quello della famiglia, dell’azienda e della politica, l’ha commemorato con un filo conduttore: la sua esperienza, il suo messaggio e il suo mito sono ancora presenti, a lasciare l’esempio e a tracciare strade per il futuro. Ieri, come ormai da tradizione, i suoi figli Marina, Pier Silvio, Barbara, Eleonora e Luigi si sono ritrovati ad Arcore per una messa in suffragio e un pranzo per onorare il ricordo stando insieme. Con loro anche il fratello Paolo, Marta Fascina, ultima compagna del fondatore di Forza Italia, l’ad di Fininvest Danilo Pellegrino e poi i “pionieri” che con Silvio Berlusconi condivisero l’epopea televisiva, sportiva e politica: Fedele Confalonieri, Adriano Galliani e Marcello Dell’Utri. RICORDO DELLA FAMGILIA Giovedì sera a Cologno Monzese, quartier generale di Mediaset, si è svolto un evento di commemorazione con tutti i dirigenti e i collaboratori. Un evento che ha visto l’esibizione dei Pooh. Pier Silvio Berlusconi, amministratore delegato di MFE, ha ricordato così suo papà: «Dobbiamo rendere grazie alla sua energia, al suo entusiasmo, alla sua capacità di voler bene, che sono parte indelebile del nostro dna e che noi tutti insieme facciamo vivere e respiriamo tutti i giorni». E ha aggiunto, rivolto alla squadra del gruppo televisivo: «Ormai sono passati tre anni, ma per me questo continua a essere un momento emozionante e commovente. Penso che voi lo percepiate: poter stare qui con voi è il regalo più bello in assoluto». Il fratello del quattro volte premier, Paolo Berlusconi, sollecitato dal Tg1 è tornato sulla dimensione internazionale: «Silvio era un visionario, più che sulla realtà si basava sull’utopia». Era, ha detto, «un apostolo della pace». E poi c’è la sua creatura politica, Forza Italia. E quell’universo delle istituzioni e del dibattito pubblico cui è appartenuto fino all’ultimo momento di vita. Non è un caso, infatti, che la primogenita Marina abbia raccontato che gli ultimi appunti vergati da suo padre poco prima di morire fossero dedicati proprio a una sorta di “carta dei valori” di Forza Italia. Ieri, quindi, il partito azzurro gli ha reso omaggio. Il segretario Antonio Tajani con una lunga lettera sul Giornale in cui fissa l’attualità del pensiero politico del fondatore. Poi con un video social. Il ministro degli Esteri parla così di Silvio, del quale fu anche portavoce nel 1994: «Era un amico fraterno, un grande leader, un campione in tutto. Questo era Berlusconi, una persona perbene. Era pronto ad aiutarti quando avevi momenti difficili anche dal punto di vista personale». Il partito poi lo ricorda con un video social costruito con immagini che hanno segnato il suo percorso di leadership, dalla discesa in campo al vertice di Pratica di Mare fino al discorso di Onna, e si chiude così: “Sempre presidente”. GLI OMAGGI Poi una serie di card con i principi di Forza Italia su fisco, giustizia, impresa, e il claim “ce lo hai insegnato tu, Presidente”. Il Punto Azzurro, magazine interno che viene trasmesso nelle chat di partito, si concentra sul “berlusconismo categoria autonoma della politica”. Così come per tutto il giorno si susseguono le dichiarazioni a ricordo. Tra cui quelle dei capigruppo alle Camere. Stefania Craxi, che guida il gruppo al Senato, ricorda: «Lo chiamavo affettuosamente “Monsieur le combattant”, usando la lingua francese che tanto amava, quella delle canzoni che cantava con passione, insieme a quelle della tradizione italiana». Enrico Costa, alla Camera, sottolinea: «Silvio Berlusconi ha saputo indicare la strada al Paese con coraggio e lungimiranza. Portarla avanti significa difendere la centralità della persona, la libertà dei cittadini, lo stato di diritto e l'equilibrio tra i poteri dello Stato». Omaggi arrivano anche dagli alleati. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni sottolinea: «Resta il ricordo di un protagonista assoluto della vita politica italiana. Con lui abbiamo condiviso un percorso politico e di governo, fondato su una visione dell’Italia e sull’idea che l’amore per la libertà sia il motore di tutto». Il leader della Lega Matteo Salvinio: «Ci manchi, Silvio».
Una storia ai limiti dell'incredibile, in cui si mescolano amore, passione e una buona dose di hype social. Non a caso, infatti, è diventata virale la parabola di Luiza Silvério e Francìlia Costa, due giovanissime suorine che si sono conosciute in convento e dopo una iniziale diffidenza sono diventate prima amiche e poi compagne. Da lì, la decisione di lasciare la vita religiosa e sposarsi. Un trionfo che sta mandando in visibilio il popolo woke del web. Le novizie brasiliane al momento del primo incontro avevano 19 anni. Finite al centro dell'attenzione dei media internazionali, a cominciare da BBC Brasil, hanno raccontato la loro vicenda nei minimi particolari. Francilia viveva in monastero già da 5 anni. Luiza arriva e sconvolge tutto: la ragazza si stava per laureare in teologia ed era stata cresciuta dai nonni secondo una educazione molto religiosa e tradizionale. "Credevo che si desse delle arie", ha confessato Francìlia a BBC Brasil riferendosi a Luiza, segno che non sempre è un colpo di fulmine. Nel giro di due anni, la conoscenza si è trasformata in un rapporto più intimo e profondo. Il vero salto di qualità è avvenuto durante il Covid. A causa del virus, Francilia ha iniziato a soffrire di attacchi di panico mentre Luiza ha perso l'amata nonna. Le ragazze, in una scena alla Nanni Moretti, hanno deciso che la fede da sola non bastava e hanno iniziato a fare terapia. Una revisione totale delle loro scelte di vita le ha portate a lasciare il convento. Fuori, però, "è davvero dura. Non sai mai se riuscirai ad andare all’università o se troverai un lavoro", sottolinea Luiza. "Immagina un colloquio di lavoro, qualcuno ti chiede ‘Qual è la tua laurea?‘ ‘Teologia.’ Che tipo di lavoro potrei mai trovare?", ironizza Francilia. Ma nel frattempo hanno deciso di coronare il loro amore con un matrimonio celebrato a ottobre 2025. E sui social abbondano le loro foto, tra baci, abbracci, sorrisi, scene di vita quotidiana. Il tutto, però, formato cartolina. Visualizza questo post su Instagram Un post condiviso da BBC Global Women (@bbcglobalwomen)