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L’Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo, fondato da San Pio, come riporta Repubblica, è travolto da una gravissima crisi finanziaria. Il buco di bilancio è stimato tra i 250 e i 300 milioni di euro. Papa Francesco è intervenuto commissariando la struttura, nominando una commissione guidata dal laico spagnolo Maximino Caballero Ledo.I sindacati CGIL, CISL e FIALS hanno scritto al Papa il 22 maggio denunciando «una forte asimmetria nella distribuzione delle risorse interne», con «repentine progressioni di carriera», «consistenti assegni ad personam» per una cerchia ristretta e «ricorso diffuso a consulenze esterne», mentre ai lavoratori sono stati chiesti «pesanti sacrifici economici», tra cui la rinuncia a quote di produttività. I bilanci non sono mai stati resi pubblici.I sindacati criticano duramente la gestione del manager veneto Gino Gumirato (nominato nel 2022 e vicino al cardinale Parolin). Hanno annunciato che dialogheranno direttamente con il Vaticano: «A questo punto noi dialogheremo direttamente con il Vaticano», ha detto Angelo Ricucci della CGIL.La tensione è altissima: scioperi della fame, cortei, fiaccolate e decreti ingiuntivi (1.400 quelli pronti della CGIL) per ottenere gli arretrati contrattuali. I sindacati accusano: «Davanti a una gestione che disonora il nome di un santo, perché la Chiesa tace?».Tra le cause del declino: la concorrenza dell’ospedale Riuniti di Foggia, che ha acquisito tecnologie avanzate, la perdita di grandi nomi della medicina e la difficoltà ad attrarre nuovi primari in una sede periferica. Recentemente è arrivato da Milano Paolo Girotti come nuovo direttore della Chirurgia Toracica, nel tentativo di rilancio auspicato dal Papa.
In un’intervista a Mattino Cinque, la premier Giorgia Meloni ha difeso l’azione del governo su economia, energia e immigrazione, ribadendo la necessità di stabilità.Sulla crisi energetica ha dichiarato: "I provvedimenti del governo saranno puntuali" e ha ricordato il taglio delle accise, il bonus sociale (aumentato a 315 euro nel 2026) e gli aiuti alle imprese fino a 9-10mila euro di risparmio. Ha annunciato la riapertura al nucleare: "È il modo più pulito ed efficace per abbassare i prezzi". Sul fronte europeo ha chiesto flessibilità per la crisi legata alla chiusura dello Stretto di Hormuz: "Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa".Sul possibile logoramento del governo ha risposto serena: "Non sono preoccupata, non ho paura". Ha sottolineato i vantaggi della stabilità: "Questa continuità e questa stabilità sono state una grande occasione per l’Italia".Sul tema immigrazione Meloni ha rivendicato risultati concreti: "È stato interrotto una volta per tutte l’incremento incontrollato dell’immigrazione illegale. Abbiamo invertito la tendenza in modo drastico. Ad oggi gli sbarchi rispetto al 2023 sono diminuiti addirittura dell’80% e di oltre il 40% rispetto a quando siamo arrivati al Governo. E sono aumentati i rimpatri". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47841673]] Ha aggiunto: "Non canto vittoria e non abbasso la guardia". Ha poi criticato chi non applica le leggi e ha accusato: "Io penso da tanto tempo che una parte di questo enorme interesse per l’immigrazione illegale di massa che alcuni partiti hanno avuto, avesse in fondo anche un interesse di carattere elettorale, cioè sostenere quelle masse per poi fidelizzarne il consenso". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47841715]]
Nel mondo del calcio c’è un istinto che non passa mai di moda: marcare il territorio. E alla Juventus oggi lo stanno facendo in due: l’amministratore delegato Damien Comolli e il tecnico Luciano Spalletti. Un gioco di posizionamenti che fa da strascico a una già insoddisfacente stagione di Serie A. Dopo il ko con la Fiorentina, Spalletti aveva lasciato intendere la sua linea: “Questa settimana parlerò con lui (Comolli, ndr). Lo farò dato che ogni tanto ci sentiamo; sarà soprattutto un’analisi di me stesso più che degli altri calciatori perché io devo presentare qualcosa di più di quello che ho presentato”. Parole che hanno fatto rumore, perché suonavano come un aggiramento delle gerarchie interne, quasi uno “scavalcamento” rispetto a Comolli. Non a caso il tema del rapporto diretto con John Elkann ha alimentato tensioni e interpretazioni. Dall’altra parte della scrivania, Comolli ha risposto ribadendo la sua centralità e la fiducia dell’azionista, con cui si confronta più volte a settimana. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47805828]] E poi quella parola che ha fatto sobbalzare lo spogliatoio: “fallimento”. Un termine che Spalletti aveva sempre respinto, quasi con fastidio, nelle sue analisi pubbliche. E invece ora rientra come giudizio sul momento bianconero. A rendere ancora più teso il quadro c’è anche il capitolo mercato. Tra richieste e promesse, Spalletti aveva indicato la necessità di un centravanti mai arrivato. Aveva chiesto la conferma di Dusan Vlahovic e l’arrivo di Alisson Becker. Due nomi pesanti che oggi diventano terreno di scontro interpretativo. L’attaccante serbo intanto guarda altrove, deluso dal mancato approdo in Champions League. Sul portiere brasiliano, invece, il Liverpool ha frenato chiedendo circa 15 milioni, rallentando la trattativa. Nel frattempo si valutano alternative come David de Gea e Alexander Nübel. Un mosaico ancora incompleto che rischia di trascinarsi oltre il prossimo incontro interno tra Spalletti e Comolli. E alla Juventus la sensazione è che il vero scontro non sia sul campo, ma su chi lo debba governare con tensione crescente bianconera. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47867484]]
Lo sciopero generale proclamato dai sindacati di base si trasforma nell’ennesimo capitolo della campagna contro Israele, con l’Italia piattaforma di mobilitazione pro boicottaggio. Dalle 21 scatta l’astensione dal lavoro che rischia di paralizzare trasporti aerei, ferroviari e marittimi proprio all’inizio del ponte più atteso della stagione. Dietro le sigle Cub e affini, poco rappresentative ma molto attive sul piano mediatico, si muove un fronte pro Pal che rilancia la parola d’ordine dell’“embargo” e denuncia il “Made in Italy per l’industria del genocidio”. Tesi fuori da ogni logica. Intanto la raccolta firme della campagna “Justice for Palestine” supera il milione di adesioni online, un quarto dall’Italia, per chiedere alla Ue la sospensione dell’accordo di associazione con Israele. Francesca Albanese ribadisce a Milano la sua lettura del 7 ottobre: “Non c’è dubbio che siano stati commessi atti di terrorismo, ma il problema non è questo, ma cosa ha generato quella violenza”. E ancora: “Non è vero che è stato l’odio nei confronti degli ebrei... è una balla”. Poi: “Quella violenza è anche il prodotto dell’impunità che è stata garantita a Israele”. A Roma, come riporta IlGiornale, spazio anche a Moni Ovadia, che auspica un processo per crimini contro l’umanità contro il governo italiano, definito “complice al 100%”, e liquida come “una truffa” la soluzione dei due popoli due Stati, invitando a “sputare in faccia” a chi la sostiene. Un vero e proprio delirio. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:45260376]] Sul palco applausi per quella che viene descritta come “energia” e “carica”, tra retorica del conflitto e parole che incendiano il dibattito politico. Non meno controverso l’intervento di Dyab Abou Jahjah, che replica alle accuse del ministro israeliano per la Diaspora Amichai Chikli e rivendica la sua presenza a una conferenza finanziata dal Parlamento europeo. Nel botta e risposta social arriva la frase: “Piangi di più, genocida”. Una chiusura che sintetizza il clima di tensione attorno a un fronte che divide opinione pubblica e istituzioni. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47865458]]
Il giornalista Sandro Sabatini è intervenuto a “Siamo Tutti Allenatori” analizzando la situazione del Napoli e alcuni nomi caldi del calciomercato allenatori.Sul contrasto tra Aurelio De Laurentiis e Antonio Conte, Sabatini ha sottolineato il momento chiave della conferenza stampa: quando il presidente ha affermato che "senza infortuni il Napoli avrebbe vinto lo scudetto" e Conte ha risposto che non era vero. Sabatini ha difeso il lavoro di Radio Marte: "L’informazione è sempre stata corretta e rispettosa. Quando Conte dice di non essersi sentito appoggiato non si riferiva a noi. I tifosi non devono generalizzare. Se Beukema non gioca bisogna dirlo, altrimenti sarebbe censura". Sul futuro di Massimiliano Allegri, Sabatini è stato chiaro: "Ha fallito, va detto". Secondo lui Allegri sarebbe andato comunque al Napoli, ma il mancato raggiungimento dell’obiettivo Champions ha indebolito la sua forza contrattuale. "De Laurentiis e Manna sono titubanti e li capisco. Imporre Allegri alla piazza napoletana non farebbe passare un’estate tranquilla al presidente". Riguardo alla panchina del Milan, Sabatini si aspetta Antonio Conte: "Al Milan mi aspetto Conte, altrimenti Iraola". Per il Napoli invece indica Vincenzo Italiano come l’allenatore più adatto: "Grosso è bravo, ma è presto per lo step Napoli. Mi auguro che De Laurentiis non faccia riferimenti a nomi esotici alla Garcia". In sintesi, Sabatini boccia l’ipotesi Allegri a Napoli per il momento e vede Conte come il grande obiettivo rossonero.
Dopo la pesante sconfitta interna contro il Cagliari e l’eliminazione del Milan dalla Champions League, il club ha licenziato immediatamente Massimiliano Allegri, Giorgio Furlani, Geoffrey Moncada e Igli Tare. A oltre 24 ore di distanza, tra i calciatori rossoneri regna un "silenzio assordante". Nessun giocatore ha pubblicato messaggi, post o foto di saluto nei confronti di Allegri, nonostante il tecnico livornese avesse sempre fatto del gruppo la sua arma principale. Sui social dei calciatori milanisti non c’è traccia del tecnico: solo tante immagini di giocatori in partenza per i Mondiali, quasi a voler voltare rapidamente pagina. L’unico a intervenire è stato Rafael Leao, che ha espresso delusione per la stagione conclusa senza però citare né Allegri né la dirigenza. Molti hanno interpretato il suo messaggio anche come un possibile addio ai tifosi, vista la forte probabilità di una sua cessione. Particolarmente notato è anche il silenzio di senatori come Adrien Rabiot, fortemente voluto da Allegri e considerato uno dei suoi fedelissimi dai tempi della Juventus. Non è un obbligo, ma è consuetudine che almeno alcuni giocatori lascino un pensiero quando un allenatore viene esonerato. Per ora, invece, tutto tace. I calciatori sembrano ancora metabolizzare quanto accaduto, in attesa di sviluppi sul futuro del club.
A Ceglie Messapica, comune della Valle d’Itria, il sindaco uscente di Fratelli d’Italia Angelo Palmisano è stato riconfermato a larghissima maggioranza. Nessun effetto particolare ha avuto la discesa in campo di Rocco Casalino, ex portavoce di Giuseppe Conte, che si era candidato con una lista del Movimento 5 Stelle. Casalino, attualmente direttore del quotidiano online "La Sintesi", aveva presentato la sua candidatura come un segnale politico anti-Giorgia Meloni, sottolineando che Ceglie è il paese dove la presidente del Consiglio trascorre le vacanze. Nonostante le aspettative basse ("sono perfettamente consapevole del fatto che prenderò molti meno voti rispetto a chi lavora sul territorio da anni"), Casalino ha ottenuto 246 preferenze. Un risultato che, secondo lui, gli apre la strada per una futura candidatura alle politiche con il Movimento 5 Stelle. Ma in realtà questa performance ha il sapore acre del disastro totale. Al punto che sui social di Fdi ormai circola da ore una clip in cui Casalino, prima del voto, affermava: "Sono veramente convinto che sia importante il voto a Ceglie Messapica. Uno perché diamo un segnale a Giorgia Meloni che viene qui a fare le vacanze e sarà un segnale importante se Ceglie cambia dopo 15-16 anni di amministrazione di centrodestra. Diamo un segnale a Giorgia Meloni". Il commento di Fdi è impietoso: "Alla fine, il messaggio gli elettori lo hanno mandato a lui. Grazie, Rocco: ci hai portato fortuna".
Attenzione (a sinistra), caduta miti. In Spagna è crollato Zapatero, indagato per organizzazione criminale, traffico di influenze e falso documentale. I sospetti, appesantiti dai cento gioielli trovati nella sua cassaforte – collier, anelli, orecchini – rischiano di travolgere politicamente l’erede Sánchez, il quale però è pure leader di un partito ormai devastato dalle inchieste, oltre a quelle sulla moglie, Begoña Gomez, rinviata a giudizio per traffico di influenze, corruzione, malversazione e appropriazione indebita. Nella sede del Psoe, il Partito Socialista di cui Sánchez è segretario, ha fatto irruzione la Guardia Civil per raccogliere informazioni su un presunto sistema di finanziamenti illeciti. IMBARAZZO ALTRO GIRO... Sempre la perfida Albione aveva sfornato il sogno Jeremy Corbyn, anti-israeliano imbarcatosi sul Circo-Flotilla, pure su quello sbarcato a Cuba con Ilaria Salis: Corbyn, nel 2019, doveva sconfiggere quell’arruffato e arruffone conservatore di Johnson, ma è finito a gambe all’aria, dieci punti dietro. Ah, poi c’era Biden, il quale pare che stia ancora vagando per i prati. Per la sinistra, italica e no, era «lucidissimo».
Paul Preston è sempre stato – per tutti coloro che non solo studiano ma amano la Spagna — la Spagna secolare, prima imperiale e dorata, poi quella di Ortega y Gasset che giunge sino a noi, non senza consentirci di ricordare sempre, del suo passato glorioso, l’immenso patrimonio artistico, letterario e pittorico. Nell’ultimo capolavoro del grande storico britannico, Paul Preston appunto, che non a caso s’intitola A People Betrayed, edito a Londra nel 2020 da William Collins, a parlare non sono le storie delle persone e dei grandi capolavori, ma il popolo spagnolo, sì, il popolo, di cui solo i grandi storici sanno raccontare. «Il popolo», afferma Preston con tristezza immensa, «ossia un insieme di persone tradite dalle istituzioni volta a volta succedutesi nel configurare il potere della classe politica, dell’esercito e della Chiesa, dal 1874 ai primi anni 2000»: periodo a cui il testo magnifico e fondamentale fa riferimento, in una narrazione scientifica e avvincente insieme, come tutti i libri del grande storico. La tesi principale di Preston si fonda sulla dimostrazione che la corruzione scaturiva e scaturisce dall’intreccio dell’incompetenza politica con l’ineguaglianza sociale, che favorì e favorisce secolarmente il diffondersi di una connivenza criminale istituzionalizzata e radicata nelle imprese e nei gruppi di interesse, diretta all’accumulazione tanto di risorse spendibili sul mercato politico quanto su quello economico, come è sempre inevitabilmente assai più manifesto ed evidente, e sempre più proliferante, soprattutto per effetto dell’internazionalizzazione crescente dell’economia. Questo organico radicamento ha devastato la Spagna, ostacolandone lo sviluppo e approfondendo sempre quelle divisioni sociali che portarono e portano nel loro seno, via via, la dittatura di Primo de Rivera, la sanguinosa Guerra Civile, la lunga dittatura di Francisco Franco e poi, ancora, tradendo tutte le illusioni: prima la transizione alla democrazia, poi la democrazia stabilizzata e tanto attesa — e ancora una volta sempre tradita. Sia il Partito Popolare sia il Partito Socialista altro non hanno fatto che accompagnare la modernizzazione capitalistica spagnola utilizzando con grande sagacia e intelligenza le risorse dell’Ue, a cui si è attinto con una perizia che non ha eguali. Preston ci fa cogliere tutto questo ribollire di illeciti e di transazioni amorali, trasfigurato da quel gioco di specchi transumanante e digressivo, suadentemente unisex e transex, ben ritratto dal cinema di Almodóvar e dalle pagine del giornale più spregiudicato e à la page del mondo, che è El País, inserto di Babelia in primis. La Spagna cattolica e tradizionalista è scomparsa con una rapidità inusitata che ha colpito la stessa Monarchia, sopravvissuta miracolosamente e solo perché rimane l’ultimo simulacro di una tradizione gloriosa che il popolo «profondo» della Spagna non vuole abbandonare — come le alluvioni succedutesi in Spagna nel 2024 a Paiporta, nella provincia di Valencia, hanno dimostrato: gli alluvionati evitavano il leader Sánchez per abbracciare la Regina e il Re, che si erano recati — sfidando ogni pericolo — tra i colpiti dalla disavventura per rendere manifesta la loro solidarietà. La drammatica visita di Re Felipe VI e della Regina Letizia è avvenuta in uno dei comuni più devastati dalle alluvioni nella provincia di Valencia. La folla, esasperata per i ritardi nei soccorsi, accolse le delegazioni ufficiali guidate da Sánchez lanciando fango e gridando «assassini», mentre il Re riusciva a dialogare con i cittadini per placare gli animi e la Regina Letizia, visibilmente commossa e con il volto coperto di fango, abbracciava alcune delle persone colpite dalla disgrazia. Una pagina indimenticabile nella storia della Spagna. In queste ore, mentre scrivo queste note, le forze di polizia nelle perquisizioni nelle case dei Primi Ministri attuali e precedenti scoprono le stesse cose di sempre in casi come questi — e che in Italia abbiamo già conosciuto: gioielli, documentazioni di illeciti e di intrecci affaristici che uniscono uomini d’affari e politici, in questo caso spagnolo, tanto venezuelani quanto cinesi, a conferma che il ruolo che la Spagna oggi svolge con disinvoltura nel mondo è assai lontano da quel mondo di libertà e di democrazia che ha aiutato la Spagna stessa a liberarsi dal passato franchista. Sono abbastanza vecchio per ricordarne i momenti cruciali — e per certi versi ancora inediti, e che un giorno o l’altro occorrerà raccontare senza infingimenti — per onorare coloro che per la democrazia spagnola molto sacrificarono e che, con il popolo spagnolo di Paiporta, non meritano questa vergogna.
Ogni giorno si osserva con apprensione gli eventi militari in corso nello Stretto di Hormuz. A tutti è evidente come il regime apocalittico -omicida iraniano abbia preso in ostaggio un’arteria vitale dell’economia globale e ricatti la comunità internazionale. Un qualche sollievo, comunque, è senza dubbio venuto dall’incontro tra Donald Trump e Xi Jingping, che ha aperto la strada al difficile negoziato oggi avviato. Nei prossimi giorni si capirà se questo negoziato funziona. In ogni caso non sarà facile superare la diffusa inquietudine delle opinioni pubbliche occidentali perché intanto continua la guerra in Ucraina, pesano le minacce cinesi a Taiwan, e in tanti luoghi in Medio Oriente e Africa si continua a sparare. Dopo il 1945 non sono mancati momenti di tensione, ma al fondo prevaleva la persuasione che l’accordo siglato a Yalta tra campo sovietico e campo occidentale, evitasse esiti più tragici. Finita l’Urss, per un periodo siamo stati convinti che la kantiana pace perpetua fosse alle porte. Sono sacrosanti gli appelli della Chiesa alla pace: predicare il “bene” non solo è giusto, ma anche utile perché richiama tutti a fare i conti con la propria coscienza morale. Però la testimonianza non sostituisce la responsabilità politica di chi deve scegliere il meno peggio per evitare catastrofi. Magari, poi, è pure astrattamente apprezzabile immaginare un ordine multilaterale che temperi le prepotenze dei più forti. Però oggi il muoversi di tante medie potenze, ricorda l’affannoso costituire triplici intese, sostituite da triplici alleanze, che freneticamente avveniva alla vigilia della Prima guerra mondiale. Secondo me sono tre i fattori principali che caratterizzano l’attuale realtà storica: innanzi tutto una rinnovata tendenza a quella polarizzazione ideologica che è ricorrente in Europa dopo la fine dell’impero romano e dopo la divisione tra cristiani avvenuta con Martin Lutero: è dalla fine del Cinquecento che i conflitti economico-sociali e ideologici nel Vecchio continente tendono a trasformarsi in devastanti guerre civili come quelli della guerra dei Trenta anni, le guerre napoleoniche, la prima vera guerra moderna nel 1861 in un’area di civilizzazione europea come gli Stati Uniti, e la grande macelleria iniziata nel 1914 e finita nel 1945. Tratti di questa nostra diabolica tradizione mi pare di coglierli anche oggi, riprodotti in certi scontri inconciliabili, per fortuna ideologici e non armati ma comunque paralizzanti: al fondo agiscono gli effetti di una globalizzazione che contrappone una certa cultura conservatrice capace di mettere insieme ceti popolari e settori della borghesia, a una certa cultura liberal che raccoglie larghi settori del lavoro intellettuale, giovani non di rado per diversi motivi disperati e aree dell’immigrazione. Altro fattore determinante dell’attuale momento è l’entrata dell’Asia nel Grande gioco globale: la Cina e sempre più l’India non sono solo alleati di potenze dominanti come prima del 2000, ma sono protagonisti, rafforzati anche dal fatto che Mosca è sempre più “asiatica” e meno europea. La terza grande contraddizione negli equilibri internazionali attuali, è il rilancio di un fondamentalismo islamico che esprime una storia secolare (interrotta dalla fine dell’impero ottomano tra il 1918 e il 1923): la nuova vague fondamentalista inizia nel 1979 a Teheran, prosegue con i talebani, esplode con gli attentati alle Torri gemelle, si espande con le “primavere arabe” nel 2011 e arriva al suo apice con la strage del 7 ottobre 2023. Se queste sono le tre contraddizioni che principalmente determinano il caos globale in cui stiamo vivendo, su queste bisogna agire “realisticamente”. Per fare i conti con la tendenza alla radicalizzazione ideologica del conflitto politico-sociale nelle società di civilizzazione europea, a mio avviso la prima scelta da fare è cercare di assorbire e non emarginare le varie diffuse, culture politiche. Olanda, Finlandia Svezia, Paesi baltici (ma anche l’Austria) e l’Italia contano su un clima politico ben più solido di Francia e Germania perché hanno lavorato per integrare nel sistema, il conservatorismo radicale, resistendo alla tentazione di governare consociativamente e tecnocraticamente come peraltro più o meno apertamente tende a chiedere l’Unione europea. E in questo senso in Ungheria e Polonia, dove forse è stato necessario, per sconfiggere certo conservatorismo radicale particolarmente antieuropeo, costituire blocchi politici anomali, ma alla fine si è sostanzialmente liquidata la sinistra con effetti sistemici rischiosi nel medio periodo. Mentre le positive tendenze politiche in corso in Grecia, derivano anche da come si è gestita serenamente la transizione da un governo della sinistra radicale a uno conservatore-popolare, difendendo alternanza e sovranità popolare, senza lacerazioni della società. Governare la piena responsabilizzazione delle grandi potenze asiatiche nella scena mondiale, è, poi, un altro nodo da sciogliere sul quale Washington e Pechino hanno dato una prima risposta cercando di gestire le questioni aperte con il dialogo e la trattativa, senza polarizzazioni incontrollate. Però il fatto che la Cina eserciti (con un socio di minoranza al traino come la Russia) la leadership degli Stati autoritari richiede un coordinamento delle democrazie che sarà efficace solo grazie a un rapporto organico con l’India. Infine fare i conti con il fondamentalismo islamico significa innanzi tutto per l’Occidente promuovere la costruzione di un sistema di sicurezza della Penisola arabica che contrasti il cuore dell’eversione fondamentalista, contenendo anche le manovrette di una Turchia che per farsi spazio punta sulla divisione innanzi tutto tra musulmani ed ebrei. È evidente come in questo contesto l’Unione europea abbia chance per esercitare un grande ruolo. Ma solo se, invece di rincorrere proposte astratte, assumerà iniziative concrete come il Piano Mattei (fondamentale per isolare il fondamentalismo islamico africano), il corridoio economico India-Medio oriente-Mediterraneo, e, infine, un progetto di sicurezza e pace per la Penisola arabica che unisca “tutti” gli Stati dell’area. Solo un ruolo globale può unire un’Europa, la cui crescente integrazione - è bene ricordarlosi è certamente avviata grazie a coraggiosi intellettuali e politici che dopo il 1945 credettero in questo obiettivo, ma è decollata solo grazie a concreti fatti politici legati al quadro internazionale come il Piano Marshall e il Patto atlantico.
Tanto del nuovo Milan passerà dall’allenatore, ma il piano A della dirigenza rossonera rischia di sfumare. Non è un segreto che Gerry Cardinale e Zlatan Ibrahimovic abbiano ritrovato in Andoni Iraola il profilo ideale per la panchina del Diavolo: un tecnico giovane - ha 43 anni - con una proposta di gioco offensiva, nonché moderna, su cui basare un progetto di crescita pluriennale. ALTERNATIVE Mark Van Bommel, fermo anche lui da due anni, dopo la fine della sua avventura con il Royal Antwerp. Due allenatori che - fattore da non sottovalutare - hanno un buon rapporto con Ibrahimovic. Il campione svedese, infatti, predilige lavorare con persone che considera amiche, un po’ come Jovan Kirovski, dirigente statunitense dal curriculum non certo stellare (aveva lavorato solo per i Los Angeles Galaxy, dove ha conosciuto Ibra), scelto per dirigere il progetto Milan Futuro (Kirovski sarebbe anche vicino al rinnovo con il Diavolo, nonostante la retrocessione in Serie D del Milan Futuro della passata stagione e un’altra annata mediocre, conclusa con la quarta posizione nella quarta serie italiana). Altre possibili piste per la panchina portano a Thiago Motta, voglioso di rilanciarsi dopo la pessima parentesi alla Juventus, e a Oliver Glasner, pronto a un nuovo capitolo dopo aver fatto bene al Crystal Palace (proprio uno dei club che, si diceva, segue Iraola). E poi c’è l’intrigo legato a Ralf Rangnick. I vari viaggi di Ibrahimovic e Cardinale a Vienna, raccontati anche da Libero, avevano infatti lo scopo di incontrare l’attuale commissario tecnico dell’Austria. Contatti non smentiti nemmeno dal diretto interessato: «Tutti si sono accorti che lo scorso fine settimana è successo qualcosa di straordinario al Milan. L’unico referente per me in merito alle questioni contrattuali è la federazione austriaca», le parole dello stesso Rangnick, a margine di un evento a Vienna. L’eventuale arrivo del 67enne tedesco, comunque, non sarebbe per il ruolo di allenatore, ma per la figura di direttore tecnico. Il nome di Rangnick torna quindi di moda per il Diavolo, dopo che era stato vicinissimo al club rossonero nel 2020, prima che l’allora proprietà Elliott decise di confermare Stefano Pioli, in panchina, e Paolo Maldini, da direttore tecnico (Maldini che, intanto, replica a Cardinale: «Mi considera un one man show? Si risponde da solo....», il commento della leggenda rossonera). Ma, sei anni dopo, il matrimonio tra il Milan è Rangnick potrebbe concretizzarsi.
La sinistra scopre improvvisamente l’antisemitismo in Italia, ma solo quando può usarlo come randello contro Giorgia Meloni. Così ieri a Montecitorio è andato in scena l’ennesimo processo politico costruito sulle chat private di alcuni militanti ed ex dirigenti di Fratelli d’Italia in Trentino, finite nel mirino dopo un’inchiesta del quotidiano Domani. Frasi gravi e politicamente imbarazzanti («peggio degli ebrei non so cosa possa esserci»), sotto la foto di David Parenzo. Pd, M5S e Avs hanno subito sfruttato il caso per attaccare il governo. A guidare l’assalto sono stati Debora Serracchiani, Riccardo Ricciardi ed Elisabetta Piccolotti, con richiesta di informativa urgente della premier. «Avete bollato quelli che scendevano in piazza come antisemiti, invece gli antisemiti ce li avete nel partito», ha attaccato Ricciardi dai banchi pentastellati, dimenticando forse le mille ambiguità grilline sulle manifestazioni pro-Palestina degenerate spesso in slogan contro Israele. Il Partito democratico ha rincarato la dose. Elly Schlein ha parlato di fatti «gravissimi e inquietanti», chiedendo a Meloni una condanna personale e immediata. Andrea Casu è andato oltre, sostenendo che se la presidente del Consiglio non espellerà subito tutti gli iscritti coinvolti «dimostra di esserlo anche lei». Una logica curiosa: per la sinistra le responsabilità sono sempre collettive, ma solo quando riguardano gli avversari. Da Fratelli d’Italia la replica è arrivata netta. Prima con fonti del partito, poi ufficialmente con Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione. La linea è chiara: quelle frasi, se confermate, sono inconciliabili con FdI. «Chi ha scritto quelle parole non è compatibile con noi», ha detto Donzelli, precisando anche che la chat pubblicata «non è di Fratelli d’Italia» e che nelle stesse conversazioni comparivano perfino insulti al partito della premier. Ma il deputato meloniano ha soprattutto respinto il tentativo dell’opposizione di impartire lezioni morali. «Non accettiamo lezioni dalla sinistra italiana», ha spiegato, ricordando come proprio in Parlamento Pd, M5S e Avs abbiano assunto posizioni assai più ambigue quando si è trattato di contrastare l’antisemitismo legato all’estremismo islamista e agli attacchi di Hamas. Donzelli ha citato il voto delle opposizioni sulla proposta di legge per rafforzare gli strumenti contro l’odio antiebraico: Pd astenuto, contrari Movimento 5 Stelle e Avs. Ed è qui che il terreno si fa più scivoloso per le opposizioni. Perché il problema dell’antisemitismo oggi non si manifesta solo nei messaggi idioti di qualche militante di provincia, ma soprattutto nelle piazze dove si bruciano bandiere israeliane, si giustifica Hamas e si trasforma la solidarietà al popolo palestinese in odio verso gli ebrei. Un fenomeno che la destra di governo ha condannato senza esitazioni, mentre a sinistra troppo spesso si è preferito distinguere, sfumare, contestualizzare. Non a caso, nel centrodestra fanno notare come da mesi una parte della galassia progressista minimizzi slogan, cortei e manifestazioni dove il confine tra critica a Israele e antisemitismo è diventato sempre più labile. Ribadiamo che le frasi emerse dalle chat restano gravi e politicamente imbarazzanti. E FdI farà bene ad agire rapidamente, se le verifiche confermeranno autenticità e responsabilità. Ma trasformare il caso in una crociata contro Meloni serve soprattutto a coprire le contraddizioni di un’opposizione che usa l’antisemitismo come arma tattica: inflessibile quando colpisce la destra, molto più distratta quando cresce nei cortei dei propri compagni di viaggio.