Rassegna Stampa Quotidiani
Libero Quotidiano
Mediterraneo, Italpress ed Ecam Council rinnovano la loro partnership
30 minuti fa | Lun 4 Mag 2026 12:00

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Iraq, a Bassora il primo intervento di cardiochirurgia pediatrica a cuore aperto
30 minuti fa | Lun 4 Mag 2026 12:00

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La Barba al Palo - Bella e meritata la grande festa dell'Inter
30 minuti fa | Lun 4 Mag 2026 12:00

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Secondo voi Chivu può aprire un ciclo all'Inter?
2 ore fa | Lun 4 Mag 2026 09:53

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Regione Lazio, la Giunta approva il Rendiconto Generale 2025
2 ore fa | Lun 4 Mag 2026 09:53

La Barba al Palo - Bella e meritata la grande festa dell'Inter
2 ore fa | Lun 4 Mag 2026 09:49

L'Italia non ha fatto nulla per meritarsi Renzo e Lucia
2 ore fa | Lun 4 Mag 2026 09:42

Dopo un’onorata carriera spesa a parlare bene o male di libri, anche su queste pagine, mi trovo in enorme difficoltà a discutere I Promessi sposi, considerato il padre del romanzo italiano, il momento fondativo della nostra lingua letteraria. Eppure non è scritto in lingua italiana, perché la lingua italiana non esisteva, esiste oggi che ogni romanzo italiano attinge a uno stile comune, fatto in parte di traduzioni dall’inglese e in parte di dialoghi cinematografici. Non ho studiato come Manzoni sia arrivato alla prosa del suo capolavoro (intendo la versione definitiva) ma quella scrittura è irripetibile, inimitabile. Del resto ogni grande scrittore scrive nella sua lingua, non in quella della nazione in cui si trova a operare. Nel romanzo di Manzoni si trova il toscanismo “scandolo” anziché scandalo, e mille altre parole esotiche alle nostre orecchie, eppure si capisce benissimo. Perché? Perché il punto non è la lingua, ma l’emozione e la musica di un testo, che aiutano il significato. Si trova spesso un errore per cui oggi gli editor ti scorticano vivo, cioè la virgola dopo il soggetto. C’è Dio, ma non è un romanzo cattolico e non entra in polemica con i valori moderni e non predica la religione dell’umanesimo. Sono più cattoliche le opere di Pasolini. È un romanzo eretico, e perciò controverso, enigmatico e di impossibile interpretazione. A scuola non sanno che farsene, anche perché è lecito il dubbio che, per un adolescente, sia un romanzo troppo raffinato. A quell’età bisogna appigliarsi a qualcosa di più spettacolare, oppure a qualche estremismo politico, mentre I Promessi Sposi è un libro all’altezza di un lettore al di sopra del tempo e dello spazio come Goethe, che lo ammirava molto, soprattutto per quella galleria formidabile di personaggi, il cast meglio assortito del mondo.   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47523769]] C’è la falsa ingenua, quella Lucia Mondella che, rapita dal cattivo (l’Innominato, ancora nella fase di villain ma già a disagio) chiede di essere liberata e da lui accompagnata in una chiesa, uscendosene con un argomento teologico sensazionale per una filatrice: «que’ passi Dio glieli conterà». Al paragone con tanta sottigliezza dialettica, l’esagitato Renzo fa la parte del Sigfrido di Wagner, una specie di figlio della natura rozzo e infantile, che scorrazza, si nasconde e riappare, utile però a farci vedere con i suoi occhi da primo uomo sulla Terra il magnifico paesaggio dell’attraversamento dell’Adda. E davvero qui si sente la musica della natura, il canto non del paesaggio, della Terra. C’è il villain vero e proprio, Don Rodrigo, che finisce come in un film di George Romero, zombificato tra i disprezzati zombi, appestato tra gli appestati. Perché I Promessi sposi, nel suo essere il parto di un folle controllato come Manzoni, raccoglie volentieri anche l’horror – vedi gli infernali monatti -, e poco importa se gli venisse da Walter Scott o fosse una sensibilità nativa. Il tanto citato Don Abbondio, è, in fondo, un personaggio minore, sopravvalutato dagli interpreti perché subito identificato con il presunto carattere vile e opportunista, ma non genuinamente malvagio, dell’italiano medio. Il vero giustiziere, il personaggio eroico del romanzo è naturalmente padre Cristoforo, già noto, nella sua prima vita, come Lodovico, giovane bullo che stende un altro bullo, ma aristocratico, e si deve convertire sì per rivolta morale ma anche perché non ha altre strade, se non vuole subire la vendetta dei congiunti dell’ucciso. Completa il cast la monaca di Monza, poi utile a sfruttamenti grossolani nel filone cinematografico “lussuria in convento”, qualche altro popolano folcloristico, l’arroganza e l’ottusità del potere con i governatori spagnoli e le loro gride. Le descrizioni, quelle cose scomparse dai romanzi contemporanei (non solo italiani) sono al livello delle vette di Edgar Allan Poe. L’unica cosa che si può concludere è che, dalla sua pubblicazione a oggi, cioè quasi due secoli, l’Italia della politica, della cultura, dello spettacolo non ha fatto nulla per meritarsi I promessi sposi. E stiamo ancora a discutere se includerlo o no nei programmi scolastici.   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47502427]]

Iraq, a Bassora il primo intervento di cardiochirurgia pediatrica a cuore aperto
2 ore fa | Lun 4 Mag 2026 09:40

Cicerone-Hillary: il primo della classe lo odiano tutti
2 ore fa | Lun 4 Mag 2026 09:37

Nel 63 avanti Cristo, Marco Tullio Cicerone era il console più preparato che Roma avesse mai avuto. Nato ad Arpino da famiglia equestre, quindi senza titoli nobiliari, si era fatto da solo: studi di retorica, diritto, filosofia greca. Aveva sventato la congiura di Catilina, salvato la Repubblica, e non perdeva occasione di ricordarlo. Il titolo di pater patriae era diventato per lui un secondo nome e scriveva discorsi su se stesso con la stessa energia con cui attaccava i nemici. Era il più brillante, il più eloquente, il più preparato. Era anche il più antipatico? Di certo era inviso a molti pezzi grossi. Quando il triumvirato di Cesare, Pompeo e Crasso si divise il potere, non c’era posto per un tecnocrate senza esercito. Lo mandarono in esilio. Tornò, fu perdonato da Cesare e gli sopravvisse. Ma alla fine si giocò tutto lanciandosi contro Antonio con quattordici orazioni fulminanti, le Filippiche. Antonio e Ottaviano si accordarono: Cicerone finì in lista di proscrizione. Lo raggiunsero nella villa di Formia. Gli tagliarono la testa e le mani, quelle che avevano scritto le Filippiche, e le esposero sui rostri del Foro. *** L’8 novembre 2016,Hillary Clinton sembrava la candidata più qualificata nella storia delle elezioni presidenziali statunitensi. First Lady per due mandati, le corna di Bill esibite come una corona, senatrice (i senatori americani sono potenti come quelli dell’antica Roma), donna in un mondo politicamente corretto. Per Obama lei era la migliore; e forse dicendolo ci credeva davvero, anche se come suo Segretario di Stato Hillary gliene aveva combinate così tante (Primavere arabe su tutte) che la cambiò con il grigio e inerte John Kerry. La Clinton indubbiamente conosceva ogni dossier, ogni trattato, ogni corridoio del potere mondiale. Aveva preparato la campagna per anni, raccoglieva più fondi, aveva più esperienza, parlava meglio. Perse contro un imprenditore televisivo che non aveva mai ricoperto una carica pubblica in vita sua. Lei scrisse un libro per spiegare che cosa era successo. Si intitolava “Che cosa è successo”. Continuò a spiegare per anni che l'elezione non era stata regolare. Che c’era ancora molto da scoprire. Che la storia avrebbe rivelato la verità. La testa di Cicerone, dai rostri, avrebbe cominciato a scuotersi sconsolata.   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46549521]] Il parallelo non è nella sconfitta: perdere capita ai migliori e Hillary è ancora viva. Ma è nell’incapacità di tacere la propria ferita. Cicerone scrisse di sé in terza persona e costruì la propria leggenda. Clinton ha scritto due memorie e non ha ancora smesso. Entrambi convinti che la superiorità tecnica bastasse, che il mondo dovesse riconoscerla. Il mondo non ama chi dimostra di avere ragione. Marco Antonio era volgare e spregiudicato. Trump sa essere anche quello. Che cosa è successo? Hanno vinto loro.   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46559193]]

Mediterraneo, Italpress ed Ecam Council rinnovano la loro partnership
2 ore fa | Lun 4 Mag 2026 09:34

Report, Ranucci e le finte scuse in tv: "Mi cospargo il capo di cenere, ma..."
2 ore fa | Lun 4 Mag 2026 09:33

Nella puntata di Report di domenica 3 maggio, Sigfrido Ranucci è tornato sui fatti della scorsa settimana con il ministro della Giustizia Carlo Nordio, avvenuti durante la trasmissione È sempre Cartabianca condotta da Bianca Berlinguer. Dopo che il ministro ha annunciato di voler adire alle vie legali, Ranucci ha dichiarato di volersi difendere a proprie spese, rinunciando alla tutela della Rai: Ministro della Giustizia Nordio, rinuncio già da ora ad esporre l’azienda, che gestisce soldi pubblici, a eventuali rischi. Affronterò il giudizio a mie spese". Il giornalista ha poi chiesto scusa e ricostruito la vicenda, difendendo (sic!), il proprio operato. Ripercorrendo il momento televisivo, Ranucci ha citato esattamente ciò che aveva detto in trasmissione: "Siamo sulle tracce di una testimonianza raccolta in queste ore, dove una fonte ci ha detto di aver visto Nordio i primi giorni di marzo in Uruguay e di averlo visto nel ranch di Cipriani. Stiamo verificando una pista e quindi la prendiamo con il beneficio dell'inventario". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47520229]] Insomma prima si spara la notizia e a limite nel mentre si fa una verifica... Ranucci ha ammesso di aver commesso un eccesso, ma ha precisato di non aver presentato la notizia come certa: "Ora sicuramente sono caduto in un eccesso, mi copro il capo di cenere, tuttavia non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto stiamo verificando una notizia che è una cosa un po' diversa". Beh sì è proprio diversa la faccenda. Peccato solo per un piccolo dettaglio: il fango che resta nel ventilatore... [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47551306]]

Migranti, Meloni: flussi incontrollati influiscono su democrazie
2 ore fa | Lun 4 Mag 2026 09:31

Von Der Leyen: Europa deve essere più indipendente su energia, puntiamo su rinnovabili e nucleare
2 ore fa | Lun 4 Mag 2026 09:30

Doppia contribuzione, la sentenza che ribalta tutto
3 ore fa | Lun 4 Mag 2026 09:13

Con la sentenza n. 487/2026 (RG n. 1005/2023), il Tribunale di Monza ha emesso un’importante pronuncia in materia di contribuzione previdenziale degli amministratori di società.Il giudice ha escluso la legittimità della doppia iscrizione alla Gestione Commercianti e alla Gestione Separata INPS, condannando l’Istituto alla restituzione di tutti i contributi indebitamente versati, oltre interessi e spese di lite. Il ricorrente è stato assistito dagli avvocati Massimo Leonardi e Celeste Collovati dello studio Dirittissimo.Il caso riguardava un amministratore che, per anni, aveva versato contributi sia alla Gestione Commercianti (per la carica societaria) sia alla Gestione Separata (per il compenso da consigliere delegato).  L’INPS riteneva legittima la doppia contribuzione.Il Tribunale di Monza ha invece chiarito un principio fondamentale: l’iscrizione alla Gestione Commercianti non è automatica per il solo fatto di ricoprire la carica di amministratore o di essere socio. È necessario dimostrare una partecipazione personale, abituale e prevalente all’attività aziendale di natura operativa.Nel caso esaminato, è emerso chiaramente che l’amministratore svolgeva esclusivamente funzioni gestionali e di rappresentanza strategica, senza alcun coinvolgimento diretto nel ciclo produttivo o nelle attività operative. La società aveva una struttura articolata con dipendenti e responsabili di reparto. Le testimonianze hanno confermato che l’uomo non partecipava concretamente al lavoro aziendale. Di conseguenza, il giudice ha dichiarato illegittima l’iscrizione alla Gestione Commercianti dal 2015, confermando il solo obbligo contributivo alla Gestione Separata per il compenso da amministratore. La sentenza riveste notevole importanza pratica: ribadisce che non basta la carica formale per giustificare la doppia contribuzione e impone all’INPS una verifica concreta dei presupposti di legge, evitando automatismi. Si tratta di un precedente significativo a tutela di amministratori e soci di società in situazioni analoghe.

Kallas: Truppe americane in Europa proteggono anche gli interessi degli Usa
3 ore fa | Lun 4 Mag 2026 08:59

Garlasco, la carta coperta contro Andrea Sempio: dov'è la goccia di sangue su cui puntano i pm
3 ore fa | Lun 4 Mag 2026 08:46

Nelle nuove indagini della Procura di Pavia sul caso di Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007 a Garlasco, emerge un quadro significativamente diverso da quello che portò alla condanna definitiva di Alberto Stasi. Uno degli elementi più interessanti riguarda le modalità con cui l’assassino si sarebbe ripulito dopo il delitto.Secondo i nuovi inquirenti, dopo l’omicidio il killer non si lavò nel bagno di fronte alle scale, come sostenuto nella prima ricostruzione. In quel lavandino furono trovati capelli lunghi neri, il dispenser del sapone presentava residui di sapone essiccato e lo scarico non mostrava tracce di emoglobina. Inoltre, sul tappetino c’era un’impronta a “pallini” compatibile con l’assassino, ma solo per uno specchio rapido. Al contrario, come riporta ilCorriere, gli investigatori ritengono che l’uomo si sia ripulito utilizzando altri lavelli della casa, in particolare quello della cucina. Proprio accanto a questo lavandino della cucina venne repertata una goccia di sangue, elemento su cui ora si concentra l’attenzione. Questa traccia potrebbe essere caduta mentre l’assassino si lavava le mani o gli abiti sporchi di sangue dopo la colluttazione e i colpi mortali inferti a Chiara, anche in fondo alle scale. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47555720]] Questa ipotesi si inserisce in un quadro più ampio: un ingresso probabilmente non autorizzato (porta chiusa solo con la maniglia), una iniziale colluttazione confermata dal DNA di Sempio sulle unghie di Chiara, e un delitto durato più tempo di quanto Stasi ne avesse a disposizione. La goccia di sangue in cucina diventa così un tassello potenzialmente cruciale per ricostruire le azioni finali del killer e le sue modalità di pulizia prima di lasciare la villetta. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47551210]]

Cnpr forum: “Le sfide dell’accesso al lavoro tra scelte e opportunità”
3 ore fa | Lun 4 Mag 2026 08:40

“Esiste oggi un evidente divario tra il sistema della formazione e della scuola e quello del lavoro. Da un lato, i percorsi formativi non sempre rispondono alle reali esigenze del tessuto economico; dall’altro, persistono forti squilibri territoriali, con il fenomeno dei Neet più diffuso nel Mezzogiorno rispetto al Nord. È necessario che le istituzioni intervengano per costruire un collegamento concreto tra questi ambiti, favorendo un’integrazione reale. Le imprese devono entrare nelle scuole e il mondo dell’istruzione deve aprirsi al confronto con il sistema produttivo, creando un dialogo continuo capace di aggiornare le competenze e facilitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. In questo contesto, risultano fondamentali misure come la decontribuzione per i contratti stabili destinati ai giovani e un rafforzamento dei servizi di orientamento, per consentire ai ragazzi di valorizzare al meglio le proprie capacità. È inoltre necessario introdurre un sistema pubblico di certificazione della formazione, così da garantire qualità e trasparenza, evitando distorsioni e permettendo agli operatori di competere correttamente sul mercato”. Lo ha dichiarato Fabrizio Sala, deputato di Forza Italia in Commissione Finanze a Montecitorio, intervenuto nel corso del Cnpr Forum “Una generazione in attesa: le sfide dell’accesso al lavoro tra scelte e opportunità,” promosso dalla Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili, presieduta da Luigi Pagliuca.  Questa direzione deve essere rafforzata attraverso politiche attive orientate allo sviluppo delle competenze, per rendere i giovani più preparati e pronti a entrare rapidamente nel mercato del lavoro. L’obiettivo è favorire non solo l’accesso all’occupazione, ma anche la qualità dei percorsi professionali, garantendo retribuzioni adeguate e maggiore stabilità. I dati confermano che gli impieghi stabili tra le nuove generazioni sono aumentati rispetto agli anni precedenti, indicando che la strada intrapresa è quella corretta e va consolidata con interventi mirati”.  https://youtu.be/iCwUocwvy4Q

Sinner, "e poi te ne penti": le parole pesantissime su mamma Siglinde
3 ore fa | Lun 4 Mag 2026 08:40

Non è una semplice vittoria quella di Madrid. È un manifesto di superiorità. Jannik Sinner non si è limitato a battere Alexander Zverev: lo ha archiviato con un punteggio (6-1; 6-2) che regge poco più di un allenamento. Cinquantotto minuti, giusto il tempo di certificare ciò che ormai è evidente a chiunque abbia occhi: il tennis mondiale ha un padrone ed è, per fortuna, italiano. Sinner, con questo trionfo, infila il quinto Masters 1000 consecutivo, roba mai vista prima. Nemmeno i cosiddetti dei dell’Olimpo — Novak Djokovic e Rafael Nadal — si erano spinti così oltre. Madrid diventa così l’ennesima tappa di una marcia militare: Parigi-Bercy, Indian Wells, Miami, Montecarlo e ora la Caja Mágica. Cinque colpi, cinque centri. E sempre con quella sensazione di superiorità quasi irritante per gli avversari. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47554993]]   Zverev, sulla carta il rivale più credibile, in campo è sembrato un comprimario. Sinner, però, resta umile: “Significa tanto per me vincere cinque tornei 1000 di fila, ma non posso confrontarmi con Rafa, Roger e Novak che hanno fatto cose incredibili. Io non gioco per questi record, gioco per me stesso e per la mia squadra, che sa cosa c'è dietro. Gioco anche per la mia famiglia perché la famiglia è la cosa principale. Anche loro non hanno mai cambiato il modo in cui sono con me".   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47555506]] E dentro questo dominio glaciale c’è anche altro. C’è la dimensione privata, quella che Sinner non ostenta ma lascia filtrare. Mamma Siglinde non riesce ad essere sempre presente, ma Jannik ci sta: “Nonna e nonno, i genitori di mia mamma, sono ancora entrambi vivi. E capisco bene che lei voglia restare a casa e passare quanto più tempo possibile con loro. Piacerebbe anche a me avere più tempo con la famiglia. Perché poi quando qualcuno non c’è più, allora te ne penti. Lei è decisamente un modello e sono molto felice di averla come mamma, e vale lo stesso per papà. Sono una vera ispirazione per me". Il più freddo in campo è forse il più consapevole fuori. Vince tutto, ma sa cosa costa. Macina record, ma parla di famiglia. La domanda, ormai, non è più chi può batterlo. Ma fino a dove può arrivare.

Si finge cieco per incassare la pensione: chiama i vigili nel traffico, finisce male
3 ore fa | Lun 4 Mag 2026 08:39

È diventata virale la somiglianza con una celebre scena del film “Benvenuti al Sud”, ma questa volta non si tratta di finzione. Ai Castelli Romani, un uomo di 60 anni è riuscito per anni a fingersi cieco assoluto dal 2018, percependo indebitamente la pensione di invalidità e l’indennità di accompagnamento per un totale di circa 104.000 euro. I soldi sono stati sequestrati dalla Guardia di Finanza di Roma nell’ambito di un’indagine partita da alcune segnalazioni ambigue. L’uomo, che aveva ottenuto il pass per disabili da apporre sull’auto, è stato scoperto dopo aver chiamato personalmente i vigili urbani per denunciare comportamenti scorretti di altri automobilisti. Il paradosso è evidente: come poteva un cieco assoluto guidare l’auto e notare con precisione le infrazioni altrui? Questo episodio ha fatto scattare i sospetti e ha portato all’avvio di pedinamenti mirati.Le indagini hanno confermato che l’uomo non aveva alcuna disabilità visiva. Tra le prove raccolte emergono fatti eclatanti: nel 2020 ha regolarmente rinnovato la patente di guida, e nel 2024 ha addirittura presentato domanda per ottenere il porto d’armi sportivo. Tutti comportamenti incompatibili con la condizione di cecità assoluta dichiarata.Al termine dell’attività investigativa, il 60enne è stato denunciato per truffa aggravata ai danni dello Stato. La Procura ha disposto il sequestro delle somme percepite illegalmente negli anni.

L'arrivo di Meloni al vertice della Comunità Politica Europea in Armenia
3 ore fa | Lun 4 Mag 2026 08:33

Giacomo Bongiorni morto pestato? Clamoroso: indagato il cognato, le accuse
3 ore fa | Lun 4 Mag 2026 08:31

Nelle indagini sulla morte di Giacomo Bongiorni, il 47enne aggredito e ucciso nella notte tra l’11 e il 12 aprile in piazza Palma a Massa sotto gli occhi del figlio minorenne di 11 anni, è arrivata una svolta significativa. La Procura di Massa ha iscritto nel registro degli indagati anche Gabriele Tognocchi, cognato della vittima, che si trovava insieme a lui al momento dei fatti. L’ipotesi di reato contestata nei suoi confronti è quella di rissa. Si tratta, come precisato dagli inquirenti, di un "atto dovuto" finalizzato a consentire lo svolgimento completo delle attività peritali e a chiarire definitivamente le responsabilità individuali di tutti i presenti in quei minuti concitati intorno all’una e mezza di notte. Tognocchi non era infatti uscito illeso dallo scontro: la stessa notte era stato trasportato d’urgenza al pronto soccorso con una tibia fratturata e il setto nasale rotto. I suoi avvocati, Pietro Bogliolo e Marco Marino, per il momento hanno preferito non rilasciare dichiarazioni.Con l’iscrizione di Tognocchi il numero totale degli indagati sale a sei. Oltre al cognato della vittima, risultano coinvolti cinque giovani. Due maggiorenni, Ionut Alexandru Miron di 23 anni ed Eduard Alin Carutasu di 19 anni, si trovano attualmente in carcere. Un 17enne è stato trasferito in un istituto penale minorile, mentre altri due minori sono indagati a piede libero. Al gruppo viene contestato, a vario titolo, l’omicidio volontario e la rissa aggravata.L’autopsia eseguita a Genova dal professor Francesco Ventura ha confermato la brutalità dell’aggressione: Giacomo Bongiorni è morto per una vasta e profonda emorragia cerebrale provocata dai ripetuti colpi alla testa. I traumi sono stati talmente violenti da causare anche la dislocazione della mandibola dalla sua sede naturale. Le indagini proseguono con l’analisi approfondita dei dati estratti dagli smartphone dei cinque ragazzi e della compagna di Bongiorni. La copia forense dei dispositivi sarà fondamentale per ricostruire messaggi, video o conversazioni utili a chiarire movente e dinamica esatta della tragedia.

Tennis, sorteggio IBI26 a piazza del Popolo. Onorato: le stelle a Roma
4 ore fa | Lun 4 Mag 2026 08:28

Genitori galeotti, finti misteri e quel “reato di ricchezza”: cosa resta del “caso Minetti”
4 ore fa | Lun 4 Mag 2026 08:25

Passano le ore, passano i giorni e l’inchiesta del Fatto Quotidiano sulla grazia concessa dal Presidente della Repubblica a Nicole Minetti si scioglie come neve al sole. Oggi, a Milano, la procuratrice generale Francesca Nanni e il sostituto procuratore Gaetano Brusa faranno il punto della situazione. A breve sono attesi i primi esiti, parziali, degli accertamenti svolti all’estero, in Spagna e in Uruguay, così come richiesto dalla Procura nel supplemento di indagine. Intanto, gran parte delle supposizioni del Fatto sembra sgretolarsi. Ma andiamo con ordine. 1) La famiglia biologica. Nonostante ci sia un documento, datato 19 luglio 2024, con cui è stata dichiarata «efficace» in Italia l’adozione del bambino da parte della coppia Minetti-Cipriani (con sentenza del febbraio 2023), tra gli altri motivi anche perché «si trovava in stato di abbandono sin dalla nascita, con “separazione definitiva dai genitori biologici i quali sono stati dichiarati decaduti dalla responsabilità genitoriale», il giornale di Marco Travaglio insiste sulla presenza dei genitori biologici. Bene, anzi male: la mamma, definita dalla polizia uruguayana “pericolosa criminale”, nel 2015 è stata incriminata per omicidio, reato per il quale ha scontato circa tre anni di galera, mentre nel 2019 è stata arrestata e nuovamente condannata per furto aggravato (aveva rubato un televisore da 32 pollici e un decoder da un supermercato). La signora è stata inoltre legata ad alcune piazze di spaccio di Maldonado. E il padre? Al momento della nascita del bimbo era in carcere. Non solo: né la mamma né il papà, scrive la giudice del Tribunale di Maldonado nella sentenza del 2023, si sono mai presentati all’Inau (l’Instituto del niño y adolescente del Uruguay) «per avere sue notizie». Così, a occhio, non i migliori genitori con cui crescere. 2) Le tappe dell’adozione. La tesi per cui Nicole Minetti avrebbe fatto “carte false” per ottenere quel bambino in adozione non regge. Lo stesso presidente dell’Inau, al Corriere della Sera, ha spiegato che tutto è avvenuto «nel rispetto della legge». Nello specifico, ha raccontato che c’è stato «un lungo iter, fra il 2019 e il 2023, e la legge è stata rispettata, non ci sono stati errori: l’hanno decretato gli stessi tribunali». E ancora: «Due giudici, assieme a due avvocati d’ufficio nominati a tutela del minore, sono intervenuti nelle diverse fasi del procedimento. E tutti quanti hanno approvato l’integrazione del bambino nella nuova famiglia italiana». La giudice del Tribunale di Maldonado che nel 2023 ha dato il via libera all’adozione, nella sentenza aveva scritto così: «Minetti è diventata il suo (del minore, ndr) punto di riferimento. Il legame che il bambino ha con la coppia (Minetti-Cipriani, ndr) è di tale intensità che una separazione violerebbe tutti i suoi diritti». 3) Il reato di ricchezza. Prima di finire tra le braccia di mamma Nicole e papà Giuseppe, il minore aveva frequentato un’altra famiglia, uruguayana, dal 2018 al 2020. Poi, la pre-adozione della coppia italiana ma, scrive il Fatto, solo nel 2021 l’Inau ha avvisato i primi di aver affidato il bambino «alla ricca coppia italiana». Premesso che la coppia uruguayana era al corrente del fatto che l’adozione potesse non concretizzarsi, possedere un’ottima disponibilità economica sembra quindi diventare una colpa, per non dire un reato. I soldi di Cipriani, però, in questa vicenda non hanno pesato nulla. «A essere determinante è stato il legame affettivo che s’era instaurato fra il bambino e i suoi nuovi genitori adottivi, nato nel 2019 da una visita di Minetti e Cipriani alla casa famiglia di Maldonado. C’era un’altra famiglia interessata, sì. Ma alla fine spettava all’Inau e ai giudici, decidere. E la famiglia italiana è parsa la migliore soluzione per il bambino», ha spiegato sempre il presidente dell’Inau. 4) La dietrologia sugli avvocati. Si è fatto un gran parlare dell’avvocatessa della famiglia naturale del bambino, morta carbonizzata in circostanze poco chiare, adombrando chissà quale scenario da film. E invece non solo è emerso che non ricopriva quel ruolo - era la tutrice del minore- ma anche che «aveva espresso un approfondito e motivato parere positivo all’adozione a favore della coppia Minetti-Cipriani», hanno detto gli avvocati dell’ex consigliera regionale lombarda di Forza Italia, Emanuele Fisicaro e Antonella Calcaterra. Aggiungendo che «tutti i fatti qui precisati sono agevolmente documentabili e rendono grotteschi e paradossali i commenti, gli accostamenti e le valutazioni che stanno circolando in queste ore sui mezzi di informazione». La stessa avvocatessa che ha rappresentato il minore agli inizi, ovvero quando i suoi genitori biologici lo avevano abbandonato, nei giorni scorsi ai media uruguayani ha dichirato che il processo di adozione aveva soddisfatto «tutti i requisiti richiesti dalla legge» e che «l’Uruguay è molto severo nel concedere adozioni e molto garantista». 5) I precedenti penali. Secondo il Fatto il passato giudiziario di Minetti e «i guai fiscali» di Cipriani- «elementi che di norma precludono l’adozione» - non sarebbero stati debitamente analizzati. Falso. «Ogni informazione di base è stata presa in considerazione sia dall’Inau sia dai giudici. E alla fine tutti quanti abbiamo concordato che questa fosse l’opzione migliore per il bambino», ha sottolineato il presidente dell’Inau. I legali di Minetti hanno aggiunto che «nel complessivo procedimento di adozione sono stati rappresentati in maniera trasparente i procedimenti penali italiani di Nicole Minetti» e che la scelta dei giudici uruguayani «è stata assunta sulla base dell’istruttoria svolta dalle autorità competenti sui contesti famigliari dei richiedenti».

Ue, Meloni: alzare livello azione, bisogna anticipare le emergenze
4 ore fa | Lun 4 Mag 2026 08:21

Ma quale stanchezza, è un uomo in missione: adesso Roma, poi Parigi
4 ore fa | Lun 4 Mag 2026 08:18

Tanto rumore per nulla. Quasi sempre attorno a Jannik Sinner, argomento di discussione degli ultimi giorni, la programmazione del calendario. «Non deve andare a Monte Carlo», ha vinto. «Madrid? Meglio di no, non serve a nulla andarci», ha vinto anche lì. Adesso il tormentone si è spostato su Roma, l’ultimo dei 1000 a mancare nella bacheca dell’azzurro: «Forse dovrebbe riposare, forse meglio concentrarsi direttamente su Parigi, sarà stanco». Nel frattempo però è lui stesso a chiarire tutto: «Voglio vedere fino a dove posso spingermi, voglio capire quali sono i miei limiti». Sta bene, la sua nemesi Carlos Alcaraz è assente: perché non provarci fino in fondo, senza calcoli? Ci pensa Simone Vagnozzi a mettere ordine tra le parole e riportare tutto sul piano della realtà. Il tecnico del numero uno del mondo è stato netto: «Siamo dove vogliamo essere, Jannik sta bene. Ha recuperato da un po’ di stanchezza e ogni giorno migliora». Poi il passaggio più interessante: «Dobbiamo cercare di dimenticare l’assenza di Carlos, perché al Roland Garros ci saranno sette partite da vincere, a Roma sei. Pensiamo giorno per giorno». Tradotto significa: abbiamo la strada chiara di fronte a noi, con buona pace degli avversari e quel «migliora ogni giorno» che sa di sentenza prima dell’azione. E il campo, per chi ha avuto modo di seguirlo da vicino, racconta una verità diversa da quella delle chiacchiere. Allenamenti intensi, progressi costanti, una struttura solida costruita attorno a lui. Con Darren Cahill al fianco di Vagnozzi e Umberto Ferrara a curare ogni dettaglio fisico, Sinner è dentro un sistema che funziona. E allora viene da chiedersi: davvero ha senso fermarsi quando tutto gira così? Così bene? Se le partite sono queste e lo sforzo è sotto controllo, forse la risposta è scontata. Giocare aiuta a stare meglio, alimenta la fiducia, tiene viva quella fame che fa la differenza tra vincere e dominare. Il ritmo partita, per uno come lui, è un alleato, non un rischio, è lì che si misura, è lì che cresce, è lì che trova energia. L’antidoto migliore alla stanchezza non è fermarsi, ma continuare a vincere. Anche perché, vi possiamo garantire, abbiamo visto allenamenti molto più duri della finale di ieri. E allora sì, fidiamoci. Di lui, del suo team, delle sue scelte. Fin qui non ne ha sbagliata una. Basta voltarsi indietro di dodici mesi: era fermo, ai box, costretto a saltare proprio quei tornei che oggi sta cannibalizzando. La rabbia di allora si è trasformata nella benzina di oggi. Il resto è rumore, destinato a spegnersi davanti all’unica cosa che conta davvero: i risultati.