Rassegna Stampa Quotidiani
Libero Quotidiano
Longevity Magazine - Puntata del 16/5/2026
2 ore fa | Sab 16 Mag 2026 09:15

https://video.italpress.com/play/mp4/video/DKrK

Pietracatella, "La vittima sente il sapore della ricina?": la svolta, caccia a "Mister X"
2 ore fa | Sab 16 Mag 2026 08:31

Esiste un "Mister X" che a dicembre scorso, su forum e community online, faceva ricerche inquietanti sull’acquisto di grandi quantità di semi di ricino e sui rischi legati alla ricina, il potente veleno senza antidoto che ha ucciso Antonella Di Ielsi e la figlia 15enne Sara Di Vita nella notte tra il 26 e il 27 dicembre a Pietracatella, in Molise.La Procura di Larino ha chiesto l’intervento dello SCO (Servizio Centrale Operativo) della Polizia per identificare questo utente anonimo e verificare eventuali collegamenti con il duplice omicidio. Tra le ricerche attribuite allo stesso nick name, come ricorda ilMessaggero, ci sono domande come: "L’acquisto di grandi quantità di semi di ricino online è tracciato?", "Come avvelenare un insegnante" e "Esiste qualcosa che agisce sul sistema nervoso centrale impedendo anche un solo grido?". In un post l’utente ha scritto: "Sto cercando di capire se la vittima finirebbe il pasto o sputerebbe tutto al primo boccone dal sapore amaro. È importante per il romanzo" .Antonella (50 anni) e Sara avevano nel sangue valori di ricina 250 volte superiori alla soglia letale. Il marito e padre Gianni Di Vita ha mostrato invece una quantità minima. La cena del 23 dicembre è considerata il momento dell’avvelenamento: all’epoca i medici avevano pensato a un’intossicazione alimentare.Gli investigatori stanno analizzando tutti i dispositivi sequestrati alla famiglia, in particolare il telefono di Alice, la figlia maggiore assente da quella cena. Giovedì è stato sentito anche don Stefano Fracassi, il parroco che ha raccolto la confessione di Antonella il 25 dicembre, proprio mentre Sara iniziava a stare male.

Pichetto Fratin: costo energia grande tema, lavoriamo su alternaitv
2 ore fa | Sab 16 Mag 2026 08:28

Quanti soldi bisogna avere da parte per stare tranquilli? La risposta
3 ore fa | Sab 16 Mag 2026 08:18

Molti italiani, una volta pagati affitto, bollette e spesa, si ritrovano con pochi soldi a fine mese e si chiedono quanto dovrebbero realmente mettere da parte.Non esiste una cifra universale, ma gli esperti indicano alcune soglie di sicurezza chiare per vivere più sereni. Il principio di base è costruirsi un “cuscinetto” contro gli imprevisti e accumulare patrimonio nel tempo.La regola più consigliata è la 50/30/20: destinare il 50% del reddito netto alle spese indispensabili (casa, cibo, bollette, trasporti), il 30% ai desideri e il 20% al risparmio e investimenti. Chi ha difficoltà, come ricorda un approfondimento su Grazia, può partire dal 5-10% del reddito e aumentare gradualmente ogni sei mesi .Priorità assoluta è il fondo di emergenza: meglio avere da parte l’equivalente di 3-6 mesi di spese essenziali (fino a 6-12 mesi per chi ha redditi incerti o famiglia monoreddito). Nel lungo periodo, conta anche il patrimonio complessivo accumulato. Un orientamento comune suggerisce: intorno ai 35 anni: 1-1,5 volte il reddito annuo a 40 anni: 2-3 volte a 50 anni: 3-6 volte verso i 60 anni: 5,5-11 volte Per riuscirci, gli accorgimenti più efficaci sono impostare un bonifico automatico verso un conto separato subito dopo lo stipendio, tenere il fondo emergenza su un conto facilmente accessibile ma distinto, e registrare le spese per qualche mese per capire dove tagliare.L’importante è iniziare, anche con poco: meglio risparmiare il 5% in modo costante piuttosto che sognare il 20% senza mai cominciare. Risparmiare significa soprattutto guadagnare tranquillità e libertà di scelta per il futuro.

Pichetto Fratin: DIsegno di legge sul nucleare è a buon punto
3 ore fa | Sab 16 Mag 2026 08:10

Donald Trump, la lettera choc a Vance: "Ecco cosa dovete fare se mi uccidono"
3 ore fa | Sab 16 Mag 2026 08:09

Una lettera è stata lasciata da Donald Trump nel cassetto della scrivania dello Studio Ovale, indirizzata al suo vice JD Vance, con istruzioni nel caso in cui al presidente dovesse accadere qualcosa."C'è una lettera nel cassetto del Resolute Desk, indirizzata al vice presidente, nel caso in cui dovesse accadergli qualcosa", ha rivelato Sebastian Gorka, capo dell’antiterrorismo dell’amministrazione americana, nel podcast "Pod Force One". Gorka ha precisato di non poter rivelare i contenuti della missiva, aggiungendo: "Abbiamo dei protocolli, credetemi. Non sono protocolli di cui posso discutere, ma ne abbiamo".La lettera si inserisce in una più ampia strategia di "proiezione di forza verso avversari come Cina, Iran e Russia". JD Vance è il primo in linea di successione alla presidenza.A gennaio Trump aveva già dichiarato di aver lasciato "istruzioni molto precise" su come "far saltare l'Iran" in caso di suo assassinio. "Ho lasciato un messaggio. Se mai dovesse accadermi qualcosa, faremo saltare in aria l'Iran", aveva detto a NewsNation.N el frattempo sono tornate a circolare speculazioni sulle condizioni di salute del presidente 79enne. In una recente puntata del suo podcast, Joe Rogan ha sostenuto che Trump potrebbe essere nel mirino delle grandi compagnie petrolifere ("Big Oil") per la sua politica volta ad abbassare il prezzo della benzina, arrivando a prevedere: "Lo faranno fuori...non puoi fotterli con i soldi del petrolio. E Jd Vance si ritroverà a piangere in tv".

L'annuncio a sorpresa di Trump: "Eliminato il numero due dell'Isis"
3 ore fa | Sab 16 Mag 2026 07:48

“Questa sera, sotto la mia guida, le coraggiose forze armate americane e le forze armate nigeriane hanno portato a termine in modo impeccabile una missione meticolosamente pianificata e molto complessa volta a eliminare dal campo di battaglia il terrorista più attivo al mondo”. Con questo annuncio su Truth Social, Donald Trump ha rivendicato l’uccisione di Abu-Bilal al-Minuki, indicato come il numero due dell’Isis a livello globale. Il raid, condotto congiuntamente da Stati Uniti e Nigeria, è avvenuto nel cuore del Sahel jihadista, presumibilmente nell’area di Borno, nel nord-est della Nigeria, storica roccaforte di Boko Haram e gruppi affiliati all’Isis. Trump ha sottolineato l’importanza dell’operazione: “Non terrorizzerà più il popolo africano né contribuirà a pianificare operazioni contro cittadini americani”, affermando che il colpo ha “fortemente ridimensionato” la capacità operativa del Califfato.L’azione si inserisce in una strategia più ampia di ritorno americano in Africa. Già a dicembre Trump aveva annunciato un altro attacco contro militanti Isis nella regione, accusando i gruppi jihadisti di colpire comunità cristiane. Il raid arriva poche ore dopo il vertice con Xi Jinping, assumendo anche un valore geopolitico: gli Stati Uniti dimostrano di poter proiettare forza militare in un continente dove la Cina investe economicamente ma non può competere sul piano militare.Al-Minuki, nato nel 1982 nello Stato di Borno, rappresentava una figura chiave nell’insurrezione jihadista che da oltre 15 anni destabilizza l’Africa occidentale. Trump ha chiuso il messaggio con un tono trionfale: “Pensava di potersi nascondere in Africa”.

Il trionfo di Meloni in Europa: "Riconosciuto come legittimo il modello Albania", sinistra in tilt
3 ore fa | Sab 16 Mag 2026 07:30

I 46 Stati membri del Consiglio d’Europa hanno raggiunto oggi un accordo per rendere le espulsioni degli stranieri condannati più facili, limitando le interferenze della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU).Sotto la forte pressione di Paesi come Regno Unito e Italia, i ministri degli Esteri hanno adottato a Chisinau una dichiarazione che invita la Corte di Strasburgo a modificare la propria giurisprudenza, rendendo meno vincolanti i diritti umani degli stranieri condannati. Fino ad oggi la CEDU aveva spesso bloccato espulsioni ritenendo che violassero il diritto alla vita familiare o esponessero le persone a trattamenti degradanti o tortura nel Paese di origine. Il nuovo testo punta proprio a facilitare queste espulsioni.I ministri sottolineano che “alcune delle sfide migratorie attuali non erano prevedibili” al momento della stesura della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Per questo chiedono alla CEDU di dare grande importanza alla valutazione delle autorità nazionali, considerate “in linea di principio meglio posizionate” rispetto a una corte internazionale.Inoltre, invitano gli Stati a usare le “rassicurazioni diplomatiche” (promesse del Paese di destinazione di non torturare o trattare in modo degradante la persona espulsa) e a sviluppare quadri nazionali che rendano più efficaci le espulsioni.L’obiettivo dichiarato è evitare che il sistema perda la fiducia dei cittadini. Secondo gli esperti, si tratta di un chiaro messaggio politico ai giudici di Strasburgo: gli interessi di sicurezza nazionale e le espulsioni devono avere più peso rispetto alla protezione individuale degli stranieri condannati. E su questo punto è intervenuta la premier Giorgia Meloni: "La Dichiarazione di Chisinau, adottata oggi dai 46 Stati membri del Consiglio d’Europa, riconosce la legittimità per le Nazioni di soluzioni innovative nella gestione dei flussi migratori, come gli hub di rimpatrio in Paesi terzi, sul modello avviato dall’Italia in Albania. È un risultato importante, frutto di un percorso che l’Italia ha contribuito ad aprire con coraggio e determinazione insieme al Primo Ministro danese Frederiksen. Quello che solo un anno fa faceva discutere, oggi è diventato un principio condiviso tra i 46 Stati membri del Consiglio d’Europa e dimostra, ancora una volta, che l’approccio italiano ad una gestione ordinata dei flussi migratori, portato avanti con serietà e coerenza dal nostro Governo, è ormai diventato anche l’approccio dell’Europa".

Cannes, Catherine Deneuve sul red carpet per "Gentle Monster"
4 ore fa | Sab 16 Mag 2026 07:18

Luciano Darderi, scoppia la rissa a Roma: "Abbiamo pagato", "E allora..."
4 ore fa | Sab 16 Mag 2026 07:04

Luciano Darderi ha ammesso senza giri di parole la sua stanchezza dopo la pesante sconfitta in semifinale contro Casper Ruud al Foro Italico."Mi scuso con tutta la gente, ma oggi non avevo proprio benzina", ha detto il tennista italiano nella conferenza stampa. Sul 4-1 nel secondo set, un tifoso dal secondo anello ha urlato "Abbiamo pagato", lamentando il mancato impegno di Darderi, reduce dalla durissima maratona dei quarti contro Rafa Jodar terminata alle due di notte. Al secondo "abbiamo pagato", Darderi è sbottato: si è voltato verso lo spettatore e gli ha mostrato più volte la racchetta come a dirgli "vieni tu e gioca al mio posto". Il pubblico del Foro Italico si è schierato immediatamente con l’azzurro, fischiando sonoramente il tifoso critico. Pochi minuti dopo la partita si è conclusa con un netto 6-1 6-1. Nella conferenza stampa Darderi ha spiegato: "Ho avuto poco tempo per recuperare. Mercoledì tra la partita e quello che è seguito ho finito alle tre del mattino, i tempi di recupero sono stati diversi rispetto a quelli di Ruud".Nonostante la delusione, l’italiano ha salutato con emozione il torneo: "È stato comunque un sogno poter giocare questo torneo e arrivare in semifinale, cosa che non mi aspettavo. Ho vissuto il torneo più bello della mia vita".

Longevity Magazine - Puntata del 16/5/2026
4 ore fa | Sab 16 Mag 2026 07:00

Il sondaggio che sotterra i sogni della sinistra: dov'è ora Fdi
4 ore fa | Sab 16 Mag 2026 06:59

Secondo l'ultimo sondaggio di Termometro Politico il centrodestra mantiene la leadership nelle proiezioni di coalizione. Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni si conferma primo partito al 28,7% in crescita, trainando il blocco nonostante il calo degli alleati: Forza Italia al 7,7% e Lega al 7,2%. Con Futuro Nazionale di Vannacci al 3,7%, il centrodestra resta avanti nel testa a testa con il centrosinistra (44,6% contro 45,3%, ma con una coalizione più ampia e coesa). Questa tendenza trova conferma anche nella Supermedia YouTrend/AGI del 15 maggio, che fotografa un consolidamento del centrodestra: FdI sale al 28,4% (+0,2), Lega al 7,3% (+0,3) e Futuro Nazionale in crescita. Il blocco di maggioranza appare solido e in leggero vantaggio rispetto alle forze di opposizione, che registrano flessioni generali (PD al 22%, M5S al 12,6%).Altri rilevamenti recenti, come quelli di SWG e EMG, mostrano un quadro sostanzialmente equilibrato ma con Meloni e FdI stabilmente primi partiti intorno al 28-29%. Il centrodestra beneficia della maggiore compattezza della coalizione e della possibilità di allargamento con forze minori, mentre il “campo largo” fatica a compattarsi.Il panorama resta molto competitivo, ma i numeri di maggio confermano una tenuta del centrodestra e la centralità di Giorgia Meloni come leader più forte del Paese.

Quarto Grado, Andrea Sempio sbotta: "Sai cosa avevo in testa eh?"
4 ore fa | Sab 16 Mag 2026 06:55

Andrea Sempio è tornato a parlare in esclusiva a Quarto Grado sulla nuova indagine per l’omicidio di Chiara Poggi. "Non ho mai visto i video di Chiara" e, alla domanda diretta, afferma: "No, non ho ammazzato io Chiara Poggi". L’uomo al centro dell’inchiesta nega qualsiasi ossessione per la vittima: "Non ho mai visto i video di Chiara, non c’è mai stato interesse per Chiara". Riguardo al movente sessuale ipotizzato dagli inquirenti commenta: "Capisco che alla fine bisognava trovare un movente, è stato scelto questo… va bene".Sempio spiega anche le controverse intercettazioni in auto: "Ovviamente sono intercettazioni fatte mentre sono indagato, indovina cosa ho in testa in quel momento? Eh". E aggiunge: "Ovvio che in quel momento i pensieri girano intorno a quell’argomento, come da un anno e mezzo". "Grazie – prosegue – che se mi intercetti in quel momento, parlo di quello".La sua avvocata, Angela Taccia, lo difende con decisione: "È indagato, non condannato". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47737334]] Ribadisce più volte questo concetto: "È indagato, non è ancora condannato". Taccia critica inoltre il modo in cui i media hanno riportato le intercettazioni, spesso tagliate o trascritte in modo impreciso.Sempio conclude: "Nessuno potrebbe dire di essere allegro e tranquillo, ho parlato con i miei avvocati, ho dato tutte le spiegazioni che potevo dare".Il programma ha trasmesso i documenti esclusivi e gli audio originali, permettendo a Sempio di rispondere pubblicamente alle accuse dopo anni di silenzio.

Città del Messico, protesta degli insegnanti: "Blocchiamo i Mondiali"
4 ore fa | Sab 16 Mag 2026 06:54

Marco Poggi, la testimonianza chiave di Biasibetti: "Ricordo bene il 13 agosto 2007..."
4 ore fa | Sab 16 Mag 2026 06:48

"Mi ricordo molto bene la giornata del 13 agosto 2007. Ero in vacanza con la mia famiglia insieme alla famiglia Poggi, nello specifico Marco Poggi e i suoi genitori. Quel giorno eravamo andati a fare una lunga passeggiata io, Marco e i nostri padri. [...] ci dissero che ci cercavano al telefono. Rispose mio padre e gli riferirono che Chiara era morta". Così Alessandro Biasibetti, oggi sacerdote e amico storico della comitiva di Garlasco, ha ricostruito il momento in cui appresero la notizia dell’omicidio di Chiara Poggi. Nel verbale del 10 marzo 2025, reso nell’ambito della nuova inchiesta della Procura di Pavia su Andrea Sempio, Biasibetti racconta che dopo lo choc "ci portarono con il soccorso alpino al primo distributore di carburante ove ci attendevano i carabinieri. Successivamente io e la mia famiglia riaccompagnammo la famiglia Poggi a Garlasco". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47737334]] La famiglia Poggi ha reagito con forza alle insinuazioni sul figlio Marco: "Solo falsità contro di noi, il giorno in cui è morta Chiara era in Trentino".Secondo gli inquirenti, però, "Marco Poggi ostile e in costante difesa di Andrea Sempio", arrivando forse a modificare alcune testimonianze. Nelle intercettazioni emergerebbe una "commistione tra le versioni della famiglia Poggi e quelle indotte dal fronte Sempio".Biasibetti ha inoltre descritto le abitudini del gruppo (Marco Poggi, Capra, Freddi e Sempio): "Quando ci vedevamo nelle case era per giocare. [...] Andavamo più spesso a casa di Marco e a casa mia. [...] Gli appassionati di videogame erano Marco e Capra [...] Lì Marco aveva la consolle".La difesa di Sempio sostiene che il DNA trovato sotto le unghie di Chiara possa essere arrivato per trascinamento dalle frequentazioni comuni in casa Poggi. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47748300]]

Garlasco, l'audio inedito di Alberto Stasi prima della condanna: "Come con lo scontrino..."
4 ore fa | Sab 16 Mag 2026 06:39

Un audio inedito. L'appello finale di Alberto Stasi prima della condanna. A Quarto Grado va in onda una clip che inevitabilmente fa riflettere su quanto accaduto a l'unico condannato, finora, per l'omicidio di Chiara Poggi. Durante l’udienza prima della condanna, Alberto Stasi ha letto uno sfogo accorato ribadendo la sua innocenza nell’omicidio di Chiara Poggi. "Si dimentica sempre che Chiara non era una sconosciuta per me. Non si è mai detto nulla di questo", ha esordito, criticando un’impostazione accusatoria che "dimentica il tutto e si concentra solo sui dettagli". L’imputato ha ricordato gli anni di processi e accuse "di tutti i colori". E qui arriva l'affondo: "E in questi sette anni e mezzo, otto quasi, ne ho viste di tutti i colori, lo devo dire purtroppo. L'ultima che mi viene in mente è quella dello scambio dei pedali. Può essere una banalità, ma io ho passato questa estate additato di essere quello che ha scambiato i pedali. E a ottobre il Procuratore Generale, giustamente, porta una consulenza tecnica in cui dice che è matematicamente escluso lo scambio dei pedali".  Stasi ha poi lanciato un attacco diretto alle indagini: "Ogni volta che c’è un fatto che mi scagiona si cerca un altro modo per raccontare la storia. È come quando un carabiniere chiede uno scontrino per un alibi, poi lava i pantaloni e lo scontrino diventa illeggibile. Questo è quello che avete fatto col mio pc". Parole pesantissime alla luce della svolta di oggi con Sempio indagato per omicidio.  Tra i tanti audio che vi faremo ascoltare per la prima volta possiamo proporvi in esclusiva l’ultimo disperato appello di Alberto Stasi prima di essere condannato#Quartogrado pic.twitter.com/OIuok2XbUG May 15, 2026

Gaza, soccorritori tra le fiamme dopo raid israeliani
4 ore fa | Sab 16 Mag 2026 06:34

Milan, punto Cardinale
4 ore fa | Sab 16 Mag 2026 06:29

Gerry Cardinale rilascia un’intervista come se fosse un intervento sul palco in uno di quei summit di management e finanza che è solito frequentare. Non c’è un vero contraddittorio, c’è lui che si loda e chissà se s’imbroderà. Intanto si rivela per ciò che è: un uomo che pensa di avere la verità in tasca non solo sul Milan, ma anche sul calcio italiano. E allora verrebbe da domandargli come mai, pur avendo la verità in tasca, il Milan è peggiorato da quando è sotto la sua gestione: la lotta scudetto è un miraggio, la Champions è a rischio (servono 6 punti per essere sicuri tra il Genoa, domani alle 12, e il Cagliari) e un nuovo anno zero è all’orizzonte. Dice Cardinale che il club è finanziariamente stabile ed è vero ma, dovesse fallire di nuovo la Champions, il bilancio si chiuderà in passivo. E non ci sarà più tutto il materiale da plusvalenza della scorsa estate: la rosa ora è ridotta all’osso e i nuovi acquisti (da Nkunku a Jashari, Ricci ed Estupinan) che non hanno reso sono stati pagati molto, quindi pesano parecchio a bilancio e, appunto, sono meno facilmente vendibili per generare plusvalenze. Se crollano sistematicamente i risultati sportivi, prima o poi lo faranno anche quelli finanziari che Cardinale definisce «sopra le aspettative». Perché il calcio non è uno sport americano: qui è il risultato sportivo a generare quello finanziario, non il contrario. TAMPONARE Se manca il risultato sportivo, nel breve si può tamponare a livello finanziario con il player trading con cui il Milan, solo nella scorsa estate, è riuscito a generare oltre 100 milioni di plusvalenze, e di questo bisogna dare atto a Furlani e Tare, pur nelle ormai note frizioni. Ma alla lunga, serve che funzioni la squadra. E che il pubblico ne sia soddisfatto, che vi si riconosca, che ci sia un’identità comune. Invece il Milan oggi è contestato dai suoi stessi tifosi, ed è una contestazione ben più strutturata del banale «demoralizzare la squadra», cosa che peraltro la curva non ha fatto, prendendosela prima di tutto con proprietà e dirigenza. Cardinale dice «di essere molto bravo» a fornire risorse, si dà «un voto più alto per i soldi che ho messo che per come li abbiamo spesi». La parte buona (anche se i soldi non sono propriamente suoi, tant’è che dichiara di reinvestire i profitti del club) ha un nome, il suo; quella cattiva invece rimane buttata lì. Il modo peggiore per mettere a tacere «polemiche e falsità». Cita solo Allegri. «Rivaluterò tutto e tutti in estate», ma poi ieri nella riunione a Londra erano presenti solo Zlatan Ibrahimovic, Giorgio Furlani e Massimo Calvelli, manager in RedBird e già nel CdA del Milan, che non sembra interessato a rilevare il ruolo di amministratore delegato oggi ricoperto da Furlani. In ogni caso, se molti componenti del Milan sono egoriferiti, è perché lo è chi li governa, colui che «ha sempre vinto» nella classica visione un po’ tossica dei guru d’azienda. Anziché mettere nel calderone, senza citarla, l’Inter che «non si presenta a una finale di Champions e perde 5-0» e dire al calcio italiano che servono i soldi per fare le cose – che scoperta –, sarebbe il caso di concentrarsi sulle faccende di casa propria. E sistemarle “all’italiana”, per una volta: ovvero darsi una struttura tradizionale e codificata, inserendo dirigenti esperti e non alle prime armi, uomini di calcio e non di finanza. Paradossale, a tal proposito, che quello più fuori di tutti dal Milan sia Tare: il più esperto e il più “calcistico”.

Serve un taglio netto alla burocrazia e ai suoi costi nascosti
4 ore fa | Sab 16 Mag 2026 06:26

I costi della burocrazia nel nostro Paese continuano a costituire un danno per il sistema economico, soprattutto per le micro imprese e per le famiglie, che è sfociato in una insostenibilità perniciosa. Primari enti di ricerca ritengono che la sua incidenza sia superiore al 12% del Pil. E da un tempo ormai infinito i costi della burocrazia sono ritenuti dalla politica di ogni colore insostenibili e quindi da azzerare. Peccato che nessuno, oltre agli annunci, abbia dato corso a progetti legislativi mirati a ridurne l’impatto. Il modello burocratico italiano ha tra le sue pecche, almeno un doppione obbligatorio per ogni tipo di pratica, così come sono significativamente elevati i costi per rendere ufficiale ogni atto. Per le imprese la burocrazia è come una tassa occulta che varia da poche decine di migliaia di euro a molte centinaia di migliaia l’anno per ogni azienda. Purtroppo ogni legislatura invece di tagliare le norme in vigore ne aggiunge di nuove, complicando ulteriormente la vita delle imprese sopratutto piccole e piccolissime. Anche la burocrazia locale ha la sua parte di colpa che ammonta a circa 15 miliardi l’anno, poco più di 251 euro pro capite. Così come la giustizia civile ha anch’essa significative responsabilità che si traducono in circa 40 miliardi di euro ogni anno. A partecipare al grande tavolo imbandito dagli sprechi ci sono quelli della sanità che ammontano a oltre 25 miliardi di euro annui. E a completare la lista dell’asfissiante burocrazia c’è lo Stato che ha circa 50 miliardi di euro di debiti con i fornitori, spesso legati a ritardi burocratici. Debiti che non di rado mandano gambe all’aria le imprese creditrici. Una burocrazia così invasiva, mai limitata realmente, sottopone imprese, famiglie e persone a una pressione inaccettabile che per di più si autoalimenta anche a causa dell’entrata in vigore di norme sempre nuove, diventando un nemico della crescita del Paese, incoraggiando sia l’evasione fiscale che la ritrosia di molta parte della popolazione a rispettare regole e metodi gestionali del sistema pubblico. La riforma della burocrazia dovrebbe essere ai primi posti dell’agenda di questo governo e di quelli che seguiranno. La modernizzazione del Paese impone alla politica e sempre più anche alle grandi imprese, che a loro volta, come capi filiera, impongo esse stesse regole burocratiche finalizzate esclusivamente al loro interesse, di definire un codice burocratico lineare e semplice, abbattendo i costi e i tempi. Un codice che sia in grado di facilitare la vita di tutti.

Tra Usa e Cina tanti affari e diplomazia di facciata
4 ore fa | Sab 16 Mag 2026 06:23

Prima di salire a bordo dell’Air Force One, venerdì pomeriggio, Donald Trump si è fermato a stringere la mano a ogni funzionario cinese che ha incrociato. Poi s’è messo sull’attenti davanti agli studenti danzanti vestiti di bianco che sventolavano le bandiere e ha alzato il pugno. In cima alla scalinata si è fermato di nuovo, si è girato e ha mormorato ancora qualche «grazie» al Paese che lo ha ospitato per 42 ore. La lista della spesa delle due superpotenze è stata spuntata solo parzialmente. Sono stati tre i temi in agenda: economia, Taiwan, Iran. ECONOMIA Sull’intelligenza artificiale, il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato l’apertura di un canale formale: un protocollo per impedire che i modelli più avanzati finiscano nelle mani di attori non statali. «Le due superpotenze dell’Ia inizieranno a dialogare», ha detto, aggiungendo che la disponibilità americana esiste perché «i cinesi sono sostanzialmente indietro rispetto a noi». Sul petrolio, il segretario all’Energia Chris Wright ha preannunciato flussi crescenti verso la Cina, mentre Trump sta valutando di revocare le sanzioni sulle aziende cinesi che comprano petrolio iraniano. È il pragmatismo “business-first” che entrambi avevano bisogno di esibire: Trump verso l’elettorato, Xi verso il Partito. TAIWAN IRAN E HORMUZ Wang Yi ha annunciato che Xi visiterà gli Stati Uniti il 24 settembre: sarà il quarto incontro del’anno, dopo l'Apec a Shenzhen e il G20 a Miami. Questo summit non ha prodotto un grande accordo storico- le diffidenze strutturali rimangono ma ha sancito la nascita di un regime di rivalità gestita. Trump con Boeing, soia e l’aiuto cinese su Hormuz sotto braccio; e Xi con il respiro economico che cercava e qualche rassicurazione su Taipei. Chi aveva previsto che i nodi più difficili sarebbero stati rimandati aveva visto giusto. Rimandare, in questa relazione – che è «la più importante al mondo», ha detto Xi - non è un fallimento. È la struttura.

Il bergoglismo sta minando la spiritualità del pontificato
4 ore fa | Sab 16 Mag 2026 06:22

«Molti giornali elogiano il discorso di Draghi in cui dice armiamoci, poi giri pagina ed elogiano il discorso di Leone XIV in cui dice disarmiamoci. Mettiamoci d’accordo...». Paolo Mieli ha ragione. Il più surreale è stato il giornale dei vescovi che ieri, per il discorso di Leone XIV all’università di Roma, ha pubblicato un editoriale di elogio al Papa dove contemporaneamente si elogia pure Draghi, come se avessero detto la stessa cosa. In realtà hanno detto cose opposte. Draghi ha parlato dell’aumento da 800 a 1200 miliardi di euro l’anno per la «spesa strategica aggiuntiva» che occorre all’Europa (anche) per finanziare la difesa e il Papa, al contrario, ha detto: «Nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune». Draghi sbaglia quando sembra liquidare l’idea di Occidente disegnando un’Europa che ormai ha divorziato dagli Stati Uniti (anche se ha fatto capire che da sola non riuscirà mai, sul piano militare, a fare a meno degli Usa). Leone XIV ha delle ragioni, ma ci si chiede se intenda delegittimare pure il diritto alla legittima difesa che la Chiesa ha sempre riconosciuto. Probabilmente il Pontefice non ha un’idea così estrema, ma di fatto nel mondo cattolico (e della sinistra) la sostengono e stanno cercando di attribuire a lui l’utopia ideologica del “pacifismo assoluto”. Nell’editoriale di Avvenire di ieri sul discorso del Papa per esempio si legge: «Non c’è strada più chiara del “ripudio” alla guerra, oggi come oggi. È un “no” senza se e senza ma all’opzione bellica, che suscita consenso generalizzato e non si presta ad alcun distinguo». Il Papa e Avvenire citano ed elogiano l’articolo 11 della nostra Costituzione che però non teorizza affatto il «pacifismo assoluto», anzi l’articolo 52 proclama che «la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». La guerra è un male e giustamente i Pontefici hanno ripetuto «Mai più la guerra!», ma spesso è proprio la deterrenza che scongiura le guerre. Lo dimostra l’equilibrio fra Est e Ovest successivo al 1945. È stato l’armarsi della Nato che ha mantenuto la pace e infine ha fatto collassare i sistemi comunisti con un crollo incruento. Dopodiché il male nel mondo c’è sempre e talvolta – come insegna S. Agostino – la violenza altrui obbliga a usare anche la forza militare per proteggere i popoli. Perciò la Chiesa ha sempre riconosciuto questo diritto-dovere. Joseph Ratzinger insegna: «Un pacifismo assoluto, che neghi al diritto l’uso di qualunque mezzo coercitivo, si risolverebbe in una capitolazione davanti all’iniquità, ne sanzionerebbe la presa del potere e abbandonerebbe il mondo al diktat della violenza». A proposito di Ratzinger: se si rilegge la famosa lezione che Benedetto XVI fece nell’Aula Magna dell’Università di Regensburg (nel 2006) o quella che avrebbe dovuto fare il 15 gennaio 2008 all’Università La Sapienza di Roma, se non avesse dovuto annullare la sua visita per la nota opposizione dei tolleranti, scopriamo due interventi strepitosi. Ciò che avremmo bisogno di sentire anche oggi. Non si possono confrontare con il testo che ha letto Leone XIV giovedì all’Università di Roma. È come paragonare la Sinfonia n. 40 di Mozart a un intervento di Rosy Bindi nel programma della Gruber. Ho parlato del testo “letto” da Leone XIV perché è evidente che non è stato scritto da lui, ma (in massima parte) dell’establishment bergogliano di Curia che continua a sfornare discorsi politici, non prolusioni per un Papa agostiniano di profonda spiritualità come Leone XIV che purtroppo, di suo pugno, scrive solo le omelia e poco altro. In questo intervento (che rigira la solita minestra: guerra/disarmo, migranti, ecologia/riscaldamento globale, Palestina) c’è ben poco di suo: non è mai rammentato Gesù Cristo, neppure una volta e questo rende evidente che proviene dalla Curia “sudamericana” e non è stato concepito da Leone XIV, il Papa che ha riportato Cristo al centro della Chiesa. Peraltro non c’è neanche un accenno alla brutta vicenda del 2008 per la quale Benedetto XVI dovette rinunciare alla visita. Eppure nel libro di Leone appena uscito c’è un suo intervento del 2006 in cui ne parla. Nel discorso di giovedì invece è citato papa Bergoglio e anche questo fa capire che quel testo viene dai suoi tifosi di Curia. Ovviamente è un passo della Laudato si’ sul riscaldamento globale. L’ennesima moda ideologica che il cattoprogressismo insegue quando il mondo la sta già archiviando. Non a caso ieri l’intervento letto da Leone XIV alla Sapienza non ha avuto neanche un titolo sulle prime pagine dei giornaloni. Per due motivi. Primo: quando c’è il loro papa (Draghi) ha il sopravvento sul Pontefice romano (che viene esaltato solo quando può essere contrapposto a Trump). Secondo: tutti si sono ormai stancati di sentire una Chiesa che parla solo di migranti, guerra, disarmo e riscaldamento globale. Per questo basta l’onorevole Bonelli, non serve un Papa. Con l’agenda bergogliana la Chiesa non ha più fascino, né futuro. Non attrae, diventa insignificante e irrilevante. Il bergoglismo sta minando la spiritualità di questo pontificato. È un colossale problema. E non riguarda solo i testi o l’apparato informativo e mediatico della Curia, ma la Curia stessa. L’infortunio dei giorni scorsi relativo all’onorificenza (fra gli altri) al diplomatico iraniano, per cui Teheran ha suonato le trombe trionfali, è quantomeno un segnale di grave superficialità curiale. C’è stato bisogno dell’intervento dell’ambasciatore americano presso la Santa Sede per stendere un pietoso velo e scongiurare un pasticcio diplomatico. Ma è un infortunio non casuale. La Chiesa sembra non capire più che esiste il mondo libero (pur con i suoi difetti) e il mondo delle tirannie, che sono un pericolo per tutti. L’Occidente ha bisogno di risentire il messaggio di Ratzinger. www.antoniosocci.com

La guerra asimmetrica tra jihadismo e civiltà
4 ore fa | Sab 16 Mag 2026 06:19

Chi considera come il fattore più pericoloso nell’attuale scenario internazionale sia, per la sua dimensione omicida -apocalittica, il regime degli ayatollah iraniano, si interroga ogni giorno sul perché gli Stati Uniti non facciano una mossa più audace per mettere con le spalle al muro i pasdaran e le altre congreghe di assassini che circolano a Teheran. Perché non si possa mandare una squadra di marine e di tecnici a sequestrare l’uranio arricchito a Isfahan? E, se è troppo difficile questa operazione, perché non si riesca a inviare almeno un po’ di truppe a occupare l’isola di Kharg cuore della produzione petrolifera dell’ex Persia? Il Wall Street Journal riportando discussioni avvenute su Kharg tra Pentagono e Casa Bianca, scrive come negli ambienti più influenti dell’amministrazione Trump si consideri che i militari depositati nel centro di produzione petrolifero finirebbero per diventare delle sitting ducks, espressione americana (anatre sedute) per descrivere un bersaglio troppo facile. Già venti anni fa il generale Niccolò Pollari, allora capo del Sismi, spiegava durante la presentazione di un libro, come gli occidentali non avrebbero mai vinto in Afghanistan perché i talebani avevano un culto della morte e un’indifferenza rispetto all’opinione pubblica contro la quale un esercito regolare guidato da principi civili non avrebbe mai potuto prevalere. E non è inutile ricordare a questo proposito il generale William Westmoreland che disse della guerra in Vietnam: «A noi ci ha sconfitto la Cnn». Peraltro allora l’esercito americano utilizzava non solo soldati professionisti ma anche giovani chiamati alle armi che rendevano le morti in battaglia ancora più dure da sopportare rispetto a quelle di coloro che scelgono volontariamente di assumersi rischi anche fatali. Così nella guerra in Irak l’unico generale che si rese conto che non si poteva vincere una guerra di terra in modo tradizionale, fu David Petraeus che spiegò: «Bisogna imitare la strategia degli inglesi in conflitti come quello in Malesia, si tratta di supportare e di affidarsi a settori della popolazione che si ribellano ai seguaci di Saddam Hussein, o altrimenti ogni nostra vittoria sarà precaria». La tenacia di come americani e israeliani cercano di evitare, a prezzo di sforzi altissimi, rischi letali per i loro militari dà la misura di valori di occidentali che considerano la vita umana sacra. Questo però non risolve il fatto che a questi occidentali tocca combattere fanatici adoratori della morte e pronti a imbottirsi di tritolo per vincere la loro guerra sacra, la loro jihad. Certo ci sono ancora occidentali che per difendere la patria sono pronti al sacrificio supremo, ma persino in Ucraina la leva dei cittadini arruolati nell’esercito è passata solo recentemente dai 27 ai 25 anni (non i 18 di quando c’era la leva per esempio in Italia). Di queste riflessioni fanno parte anche commenti raccolti sulla situazione tedesca e che recitano così: «Friedrich Merz sta facendo un encomiabile sforzo per dotarsi di carri armati che possano contrastare aggressioni russe, ma chi ci metterà dentro a guidarli e utilizzarli?». D’altra parte gli stessi russi evitano di mandare nel Donbass giovani provenienti dai grandi centri urbani e hanno schierato innanzi tutto ceceni e criminali scarcerati, e ora finiscono per utilizzare perfino i nordcoreani. Intanto si deve constatare come anche un’altra solida tradizione militare sia stata liquidata dalla storia: quella di una Francia che ha dovuto rinunciare alla sua influenza pluridecennale sul sub Sahara perché non riusciva a contrastare i ribelli dell’Isis che adesso sono contenuti da mercenari russi. In un mondo dove chi ama la pace deve confrontarsi con un fanatismo jihadista in grado di armare decine di migliaia di tagliagole, è arrivato il momento di fare una qualche riflessione strategica. La scelta dell’esercito di popolo decolla alla fine del Settecento con gli “straccioni di Valmy” schierati a difendere la rivoluzione francese contro i sodati di professione austro-ungarici. Poi man mano questo tipo di organizzazione militare si afferma prima con la guerra civile americana, poi con i grandi conflitti del Novecento. Oggi però pare aver esaurito molto della sua efficacia nell’area a Euro-atlantica. E così si tratta di capire se assieme alle tecnologie che rendono competitivi i militari occidentali rispetto a quelli jihadisti, non si debba ritornare anche a qualcosa come le compagnie di ventura del tipo di quella che è stata abbastanza efficacemente – almeno fino al tentato colpo di stato contro Vladimir Putin (come spiegava Niccolò Machiavelli questo è uno dei possibili danni collaterali della scelta di truppe mercenarie) - cioè la Wagner di Evgenij Prigožin. E così sembrano funzionare i soldati professionisti arruolati dagli Emirati Uniti. E forse in questo senso, come ho già scritto, non sarebbe male, per contrastare il jihadismo innanzi tutto iraniano, seguendo sempre i consigli di Petraeus, imitare quella Legione araba (ancora peraltro efficiente in Giordania) che gli inglesi misero in piedi per dare l’ultimo colpo all’impero ottomano. Magari questa “Legione” potrebbe essere la scelta adeguata per scoraggiare nuove imprese dei tagliagole gestiti e pagati da Teheran, e portare la pace nelle aree incandescenti del Medio Oriente (sud Libano, Gaza, Cisgiordania, Nord Yemen) dove iniziative pur lodevoli come l’Unifil non hanno raggiunto i propri obiettivi.

Gli adoratori italiani della dittatura cinese
5 ore fa | Sab 16 Mag 2026 06:18

Ma quale Costituzione, ma quali diritti? Da quando Giorgia Meloni ha vinto le elezioni e Donald Trump è stato rieletto presidente degli Stati Uniti, il meglio della sinistra italiana non fa che lanciare l’allarme democratico in Occidente. Diventeremo un’autocrazia sovranista, è il mantra. Poi gli basta vedere un dittatore da vicino, per cadere in estasi in ginocchio. Gratta, gratta, il comunista viene sempre fuori. «A noi europei un poco rassicura sapere che c’è qualcuno più grosso e più composto dell’America uscita di senno, anche se è una potenza totalitaria, almeno secondo l’idea che ci siamo fatta dei diritti», scrive Michele Serra su Repubblica. Parli per sé; il difensore della Costituzione affascinato da chi ha messo la dittatura in Costituzione al punto dal mettere in dubbio l’idea dei diritti che l’Occidente si è fatta. Delle due l’una: o l’antipatia per Trump ottenebra la sinistra al punto da farle preferire lo spietato e liberticida regime cinese, peraltro ferocemente sovranista; oppure i compagni di casa nostra con le dittature comuniste hanno un feeling ininterrotto che viene fuori a ogni occasione buona. Sono stati salvati dall’antiberlusconismo, diventato poi antimelonismo, con il quale hanno mascherato la loro vera natura totalitaria sotto un abito democratico che non gli si attaglia. L’amore per il regime ha contagiato perfino Radio24. Ieri mattina, in un programma dedicato agli esiti del vertice Usa-Cina, si è sentito dire nell’ordine: 1) che non bisogna temere la Repubblica Popolare perché, a differenza degli States, non ambisce a fare il poliziotto del mondo 2) che, questione di tempo, la Cina riabbraccerà Taiwan, che in fondo altro non è che una provincia ribelle, ragion per cui la maggior parte delle nazioni del mondo non la riconosce 3) che il Tibet ormai è argomento decotto, non se ne parla da almeno vent’anni e va bene così. Con tanti saluti alla democrazia e all’autodeterminazione dei popoli. Si spera che sia solo un obnubilamento temporaneo. Si potrebbe pensare che siano tutti incantati dalla Cina perché non sanno cosa sia davvero, ci illudiamo di conoscerla e che sia innocua perché scendiamo al ristorante sotto casa a mangiare etnico e ci sorridono cerimoniosi. È in corso da parte della stampa e di molti analisti un’opera di normalizzazione del regime cinese, per farci sembrare l’orrore normalità. Ignoranza, stupidità o calcolo? Ciascuno scelga la risposta, certo il partito di Pechino in Italia cresce rapido e purtroppo inquieta poco. I cinesi sono gentili e gli americani villani, quindi la sinistra tutta forma e woke e zero sostanza e pragmatismo si fa incantare dai primi e disprezza i secondi. Abissi di ingratitudine. La democrazia si misura in loco e non dalle dichiarazioni dei politici: sono più liberi gli americani o i cinesi? Basterebbe l’esperienza del Covid a raccontarlo, e a spiegare molto anche della nostra sinistra. La sudditanza verso Pechino è tale che sono tutti incantati dalla lezione di storia di Xi Jinping allo zoticone Donald: la famosa trappola di Tucidide, ammonimento con cui il dittatore ha accolto il presidente. Avrà capito Trump la citazione di Sparta (Usa) che, spaventata dalla crescita di Atene (Cina), le ha mosso guerra e da lì il declino della Grecia, cent’anni dopo conquistata da Alessandro il Grande? Si chiedono gli analisti nostrani strafottenti. Chi lo sa? Resta che il conflitto comunque lo vinse Sparta, anche se nessuno lo ricorda, e quindi l’esempio di Jinping è più rassicurante per noi che per lui. Il dilemma è se sia più bullo chi ti dice “mi hai rotto le scatole, arrangiati” o chi ti rassicura “siamo amici, vieni qui ma fai tutto quel che ti ordino e non sgarrare”? Punti di vista: chi ama la libertà e l’individuo preferisce il primo, chi tifa dirigismo e gregge sceglie il secondo. Cosa sia destra e cosa sinistra non è un dettaglio nell’alternativa. Dal Vietnam al Giappone, dalla Corea del Sud a Taiwan, sarà un caso che, più si è geograficamente vicini alla Cina, più si ha voglia di America, di qualsiasi America?

Addio pensiero critico al salone del libro vince l'omologazione
5 ore fa | Sab 16 Mag 2026 06:16

C’ è una novità quest’anno al Salone del libro di Torino, giunto sotto la direzione di Annalena Benini alla XXXVIII edizione. Rispetto alle ultime edizioni non c’è stata, almeno finora, ombra di polemiche sulla “egemonia culturale” da parte della destra, né ci sono state censure preventive e sollevazioni di intellettuali di sinistra. Sembra veramente il Salone della concordia, e peccato che Torino sia poi la patria di Luigi Einaudi che all’armonia preferiva il conflitto, indicatore per lui di una società aperta, vitale, in crescita, liberale. Cosa è successo? Finalmente ci troviamo di fronte a un Salone pluralista, a più voci e tutte equamente bilanciate? Finalmente gli “irregolari”, quelli veri, che fanno la forza di una cultura, sono stati ammessi ai tavoli che contano accanto ai nomi dei “soliti noti”, degli scrittori di cui già sappiamo quello che diranno nei dibattiti prima ancora che parlino? Finalmente tutti possono avere questa volta la possibilità, uscendo dal Salone, di confrontare tesi opposte e farsi una propria idea sui temi dibattuti? Purtroppo no: il pensiero che domina anche quest’anno, forse ancora più degli altri anni, è a tinta unica. Ed anche i protagonisti principali son sempre gli stessi, dai Zagrebelsky ai Carofiglio, dai De Giovanni alla Maraini, giusto per fare qualche nome. D’altronde, sono gli autori che riempiono le sale, e che vendono pure qualche libro (anche se al Salone si va poco per scegliere, scoprire e comprare). Come suol dirsi, cavallo vincente non si cambia. Ma perché vincente? L’impressione è che il “pensiero unico” trionfante sia, per molti, come una cura lenitiva e rassicurante, una terapia atta a confermarli nelle loro idee e convinzioni, che dopo tutto non sono troppo sofisticate. Anzi, sono il più delle volte ovvietà, stereotipi, luoghi comuni, che tutti insieme costituiscono quella mediocrazia che ci avvolge e quasi ci coccola ogni giorno. Ora, sia beninteso, qualche novità compare, e quest’anno è la volta della Palestina: dibattiti, instant book, bandiere pro-Pal letteralmente tracimano, li trovi dove meno c’entrano e te l’aspetteresti. Non si sentono le voci dell’altra campana, quelle di Israele, anche perché se ci fossero sarebbero subissate di fischi e non potrebbero parlare. C’è poi la novità relativa di Trump, di cui nessuno si sforza di capire le ragioni, per quanto contestabili, ma tutti sono impegnati a descriverlo come Satana o giù di lì. Ma sono novità tutte interne a un perimetro già delineato, indiscutibile. Insomma, la chiave predominante è quella dell’omologazione. La vera “vittoria” di chi ha elaborato il pensiero dominante è quello di aver saldato le idee progressiste al pubblico di massa e, quindi, anche agli interessi del mercato. Nulla da eccepire. Ma, poiché il “pensiero unico”, non è mai un bene per le società democratiche, toccherebbe allo Stato che lautamente finanzia eventi come il Salone agire per agevolare l’immissione di dosi di pensiero critico in una struttura apparentemente oliva. Non per opporre una «cultura di destra» a quella «di sinistra», ma per combattere ciò che solo una democrazia ha da temere, da qualunque parte arrivi: il conformismo, appunto. Sempre Einaudi scriveva che il bello e il vero «non è l’unità, ma la varietà e il contrasto». La vera novità di quest’anno che gli intellettuali critici sembrano aver deposto le loro armi, rinunciando a una battaglia che certo non è semplice e di breve periodo ma pure è indispensabile. Forse un momento di stanchezza, ma va superato. Per il bene di tutti, a destra come a sinistra.

Sulla cultura è la sinistra che continua a rincorrere la destra
5 ore fa | Sab 16 Mag 2026 06:15

Ogni giorno sui quotidiani siamo costretti a leggere il “doveroso” articolo di turno sul fallimento dell’egemonia culturale della destra. Si dimette Sangiuliano? È fallita la cultura di destra. Giuli rompe con Merlino? È fallita la cultura di destra. Gli artisti piangono miseria? È fallita la cultura di destra. La superficialità di queste analisi fa il paio con la mancata elaborazione del lutto per avere perso il fortino del Mic, dove non si orienta la cultura nazionale bensì si distribuiscono tanti soldi e tante poltrone, il vero e unico bottino che fa gola ai progressisti nostrani. Il punto è che a ben guardare le cose stanno un po’ diversamente. C’è l’occhiuta vigilanza di un’opposizione incarognita che su ogni iniziativa che abbia a che fare con la cultura spara tutte le cartucce disponibili. E parte l’allarme: ecco, vogliono costruire la loro egemonia. Ma chi l’ha mai detta questa stupidaggine? Nessuno. Né Sangiuliano né Giuli né Meloni né nessun intellettuale di area perché tutti sanno bene che non è possibile più nessuna egemonia, piuttosto c’è la possibilità di incunearsi dentro la frammentazione del comune sentire per veicolare una visione plurale. Ma anche questa possibilità viene vista come un affronto. Basta una mostra su Tolkien (che peraltro ha avuto un numero record di visitatori) per scatenare analisi, ironie, sarcasmi e la condanna suprema: pensano agli hobbit ma sotto il mantello di Gandalf hanno ancora le camicie nere... E che dire di Giorgia Meloni e del femminismo messo in crisi da una di destra arrivata a Palazzo Chigi? E no no no, mica c’entrano lei e quelle come lei col femminismo. Si scomoda il priapismo di Mussolini, si intrecciano dotte analisi sull’emancipazionismo reazionario: care di destra, state fuori dal recinto, voi siete serve del patriarcato... Insomma a ben guardare è la sinistra che rincorre la destra, che ha come finalità quella di metterla fuori gioco, non solo sul piano politico ma anche e soprattutto sul piano delle idee, del costume, dell’immaginario. Altro esempio: si è parlato più della mediocre serie M. il figlio del secolo, tratta dal trascurabile e non definitivo romanzo di Antonio Scurati che della bellissima serie Portobello diretta da Marco Bellocchio. La prima funzionale a dire quanto siano deprecabili gli eredi degli squadristi con la fiamma nel simbolo, la seconda troppo urticante per i magistrati in campagna referendaria per salvarsi le carriere e scongiurare l’Alta corte disciplinare prevista dalla riforma della giustizia. Ma il caso più eclatante in cui abbiamo visto la sinistra rincorrere la destra, per spiegare, sottolineare, rivendicare, chiarire ecc. ecc. è stato il convegno su Pasolini conservatore. Lì i travasi di bile ci sono stati e parecchi. E così tutti addosso al povero Pasolini per spiegarci quanto fosse antifascista nell’intimo, nel profondo, nell’essenza, come se non lo si sapesse già. Hanno quindi organizzato i loro controconvegni, di cui non ha parlato nessuno peraltro. Hanno poi scoperto che anche a destra si pubblica qualche libro ma hanno decretato che nelle fiere editoriali certi cataloghi non dovrebbero essere ammessi: hanno opposto la bieca e totalitaria censura alla libera circolazione delle idee, anche quelle che non piacciono, o che possono apparire scomode. E di mezzo c’è andata la casa editrice Passaggio al Bosco. Si fa una mostra sul Futurismo che ha un bel successo di pubblico? È il caso di mobilitare Report. In pratica la sinistra è perennemente sul piede di guerra per difendere un’egemonia che non è più tale, la sua, rispondendo con la censura e con il boicottaggio a ogni iniziativa che non sia scaturita dal proprio circoletto di intellò irreggimentati. Al Salone del libro di tre anni fa sono riusciti a imbavagliare Eugenia Roccella per un libro che parlava delle battaglie radicali e hanno fatto una colossale figura di palta. Ma se quelli di sinistra hanno bisogno di difendere la loro presunta egemonia con i divieti e con le liste di proscrizione non sarà la loro cultura che è in caduta libera, che è in crisi, che ha fallito?