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C’è una sopravvissuta, una studentessa di Genova che faceva parte del gruppo di italiani coinvolto nel drammatico incidente durante un’immersione alle Maldive, ma non è mai entrata in acqua. Una scelta casuale, forse dettata da prudenza o da un malessere momentaneo, che le ha salvato la vita. Mentre proseguono le operazioni di recupero dei corpi dei cinque sub italiani morti, emergono nuovi dettagli su una tragedia che ha sconvolto famiglie e amici delle vittime. Il gruppo stava partecipando a un’escursione subacquea in una delle mete più amate dagli appassionati di immersioni, quando qualcosa è andato terribilmente storto. La giovane genovese era insieme agli altri, pronta a prendere parte all’immersione. Poi la decisione di restare a bordo. Poco dopo, il dramma. Una circostanza che oggi la rende l’unica superstite diretta di quella giornata e una testimone chiave per ricostruire gli ultimi momenti prima dell’incidente. Intanto, alle Maldive continuano le attività delle autorità locali per il recupero delle salme e per chiarire la dinamica dell’accaduto. Le indagini dovranno stabilire se vi siano stati problemi tecnici, condizioni marine particolarmente difficili o eventuali errori durante l’escursione subacquea. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47735719]] Nel frattempo, il dolore delle famiglie si fa sempre più forte. A colpire sono soprattutto le parole della madre del capobarca coinvolto nella vicenda: “Un dolore indicibile”, ha detto, descrivendo lo shock che ha travolto tutti coloro che erano legati all’equipaggio e ai turisti italiani. Nelle prossime ore potrebbero emergere ulteriori dettagli sulle cause dell’incidente, mentre le famiglie attendono il rientro delle salme e risposte su quanto accaduto in quelle acque considerate tra le più spettacolari al mondo. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47731538]]
Volendo utilizzare un termine tecnico si potrebbe parlare di rebranding, “cambiamento di marchio”, pratica commerciale consueta. Una cosmesi lessicale che però a Siena non funziona e rischia di banalizzare una questione dall’apparente profilo locale, ma invece profondamente radicata nella cultura e nella storia non solo nazionale, ma dell’intera civiltà europea. In nome di una asettica, inclusiva e ottusa burocrazia è stata affissa l’insegna con la nuova denominazione dell’ospedale cittadino, “Azienda ospedaliero-universitaria Senese”, cancellando la storica dicitura “Santa Maria alle Scotte”. Un cambiamento che ha generato sorpresa, domande, petizioni, interrogazioni dei politici di centrodestra, chat di medici che invitano al ripensamento e, soprattutto, la condivisa sensazione di una deturpazione dell’identità storica della città. Togliere quel Santa Maria non è un dettaglio, mai come in questo caso la forma è sostanza, chi obietta che “sarebbe meglio preoccuparsi dei problemi del policlinico” ha certamente buon gioco ma ignora che proprio in funzione di quel matronimico l’ospedale senese ha raggiunto e vantato per decenni un posto fra le eccellenze. Il Santa Maria alle Scotte non è un’entità autonoma nata dal nulla nel XX secolo, ma l’erede legittimo di quel Santa Maria della Scala grazie al quale è stato coniato lo stesso termine-concetto “hospitalis”. Posto di fronte alla scalinata del Duomo senese, il “della Scala” (da qui il nome) è stato per quasi un millennio il cuore pulsante della carità senese. Fondato secondo la leggenda dal calzolaio Sorore nell’898, è documentato già nel 1090 ed è di fatto il primo ospedale d’Europa e del mondo occidentale concepito con una struttura organizzativa moderna. Tanto da aver ispirato, fra gli altri, la Ca’ Granda, l’Ospedale Maggiore di Milano (Francesco Sforza nel 1456 inviò il Filarete a studiare e copiare il modello senese), l’Hospital de la Santa Creu a Barcellona e l’Hôtel-Dieu di Parigi. “L’ospedale vecchio”, enorme e superbo complesso oggi aperto ai turisti, non era solo un luogo di cura, ma una “città nella città” che accoglieva pellegrini lungo la via Francigena (che gli passava di fronte), assisteva i “gettatelli”, gli orfani (modello riproposto dall’Ospedale degli Innocenti di Firenze, progettato da Brunelleschi) e nutriva i poveri anche nello spirito: il celebre Pellegrinaio, con gli affreschi del XV secolo, dimostra come Siena credesse nel valore terapeutico del bello, della narrazione e dell’istruzione per immagini. Chiedere a chi vi è stato ricoverato, fino agli anni 90 del secolo passato... Quando, negli anni ’70 del Novecento, le attività sanitarie furono trasferite progressivamente dal centro storico al nuovo complesso delle Scotte, il nome non fu scelto a caso. “Santa Maria” è rimasto, cordone ombelicale con la tradizione della carità cristiana e l’identità mariana della città (Siena vetus civitas Virginis) dedicata in toto alla Madonna (vedi i due palii, quello della Madonna di Provenzano del 2 luglio e dell’Assunta il 16 agosto). Cambiare oggi quel nome significa declassare un’istituzione storica a fredda unità produttiva sanitaria, recidendo il legame con l’origine. Una sciocchezza iconoclasta. E un attacco all’identità cristiana che non stupisce arrivi in una delle regioni rosse per eccellenza, quella dell’onnipresente Giani, in ossequio alla legge regionale numero 40 del 2005, ratificata con questo atto da Antonio Davide Barretta, oggi dg del policlinico ma per oltre un decennio Direttore Generale della Regione Toscana, uomo forte del centrosinistra. Del resto, dalle polemiche sulla rimozione dei crocifissi negli uffici pubblici alla trasformazione di festività in eventi laicizzati (Festa d’Inverno, invece che Natale), è questa un’altra occasione persa dalla sinistra che blatera sempre di cultura...
In un'intervista rilasciata a Fanpage nel marzo di quest'anno, Andrea Sempio diceva: "Per alcune persone ormai Garlasco è come una soap opera". Come dargli torto. Tutti ne parlano, tutti esprimono con convinzione la propria opinione, ergendosi a investigatori e inquirenti. Se da una parte questo può essere un bene, visto che l'attenzione sul caso rimane alta e si dà voce ai familiari; dall'altra, il lutto viene spettacolarizzato e le indagini diventano, appunto, uno show. La questione è oggetto di analisi sul Corriere della Sera di oggi, 15 maggio, nella rubrica "A fil di rete" di Aldo Grasso. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47736479]] Il critico televisivo pone l'attenzione sul programma Chi l'ha visto che, da quando è condotto da Federica Sciarelli, arrivata nel 2004, ha subito, secondo Grasso, una netta trasformazione. "La scomparsa - si legge sul Corriere - smette di essere il fine del programma e diventa spesso l'innesco narrativo di altre situazioni noir: omcidi, cold case, misteri italiani, errori giudiziari". Il coinvolgimento degli spettatori - che avviene attraverso forum, social e community in fissa con la cronaca nera - è diventato un aspetto centrale del programma aiutando ad accrescerne progressivamente la popolarità. Ecco che allora il pubblico diventa "una sorta di investigatore diffuso" e "una rete di sorveglianza nazionale", dice Grasso. Una condizione che, al giorno d'oggi, viene pesantemente amplificata dai podcast true crime, sempre più numerosi. Un mix tra informazione e intrattenimento che, come nel caso di Garlasco, può trasformarsi in bombardamento mediatico, sovraccarico di notizie e in una perdita totale dell'empatia. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47737349]]
Gli ormoni sessuali maschili potrebbero avere un ruolo molto più importante di quanto si pensasse nella protezione del cervello. Una recente ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Nature ha infatti acceso i riflettori su un possibile collegamento tra la riduzione degli androgeni ,come il testosterone, e la crescita dei tumori cerebrali. Secondo gli studiosi, la perdita di questi ormoni non influenzerebbe soltanto aspetti legati al metabolismo, alla massa muscolare o alla sfera sessuale, ma potrebbe modificare anche il delicato equilibrio immunitario del cervello. Il risultato sarebbe un ambiente biologico più favorevole allo sviluppo e alla progressione delle cellule tumorali. Gli androgeni sono ormoni fondamentali per lo sviluppo delle caratteristiche maschili, ma negli ultimi anni la ricerca ha dimostrato che la loro funzione va ben oltre il sistema riproduttivo. Questi ormoni partecipano infatti anche alla regolazione dell’infiammazione, del metabolismo cellulare e della risposta immunitaria. Lo studio pubblicato su Nature suggerisce che quando i livelli di testosterone diminuiscono, il cervello possa entrare in uno stato di neuroinfiammazione cronica. In pratica, alcune cellule del sistema nervoso iniziano a produrre segnali infiammatori che alterano il normale funzionamento dell’ambiente cerebrale. Questa infiammazione non riguarda solo il tessuto nervoso, ma coinvolge anche le difese immunitarie. Ed è proprio qui che emerge uno degli aspetti più importanti della ricerca. Secondo gli autori dello studio, la riduzione degli androgeni sembra compromettere la capacità del sistema immunitario di riconoscere e attaccare le cellule tumorali. In condizioni normali, il nostro organismo è in grado di individuare molte cellule anomale e distruggerle prima che si trasformino in tumori. Quando però si sviluppa uno stato infiammatorio persistente, questo meccanismo può indebolirsi. Le cellule immunitarie diventano meno efficienti e il tumore riesce più facilmente a crescere e a sfuggire ai controlli dell’organismo. I ricercatori hanno osservato che nei modelli analizzati la perdita di androgeni era associata a una maggiore attivazione delle vie infiammatorie nel cervello e a una ridotta risposta immunitaria contro le cellule tumorali. In altre parole, il cervello diventava un ambiente più “accogliente” per la progressione della malattia. La ricerca è ancora nelle fasi iniziali e saranno necessari ulteriori studi per capire quanto questi risultati possano essere applicati all’uomo. Tuttavia, la scoperta potrebbe aprire nuove strade sia nella prevenzione sia nelle terapie contro alcuni tumori cerebrali. Comprendere il legame tra ormoni, infiammazione e sistema immunitario potrebbe infatti aiutare gli scienziati a sviluppare trattamenti più mirati, capaci non solo di colpire il tumore, ma anche di modificare l’ambiente biologico che ne favorisce la crescita. Negli ultimi anni la medicina sta sempre più evidenziando quanto il corpo funzioni come un sistema interconnesso: ormoni, cervello e difese immunitarie dialogano continuamente tra loro. E questa ricerca rafforza l’idea che anche un cambiamento ormonale possa avere effetti molto più profondi e complessi sulla salute dell’organismo.
Ogni volta che usiamo l’espressione «è un casino all’italiana» tendiamo decisamente a esagerare, a usare iperboli, a imbrodarci oltre i nostri reali demeriti. Ebbene, non in questo caso. Il delirio calciofilo legato a date e orari del 37° turno di Serie A è un minestrone fatto di cattiva gestione, scelte sbagliate, pavidità massima, incapacità di venirsi incontro tra capoccioni di questo e quello sport, fastidi personali, maniavantismo assoluto, decisioni pilatesche e, soprattutto, totale e inaccettabile mancanza di rispetto nei confronti dei clienti ultimi di tutto l’ambaradan, che poi sarebbero i tifosi. I tifosi in tutta ’sta faccenda sono stati trattati come moschini, fastidiosi insetti, petulanti rompicoglioni: «Volete sapere quando si gioca? E chi vi credete di essere...». Una roba del genere. E se per caso lor signori vi dicono: «Non è vero, non è così» fategli notare quel che è accaduto e vedrete che non potranno più battere ciglio e, forse, troveranno il coraggio per fare quello che, al momento, non hanno ancora fatto: chiedere scusa. E riassumiamo. La contemporaneità imposta dal regolamento per squadre che inseguono medesimi obiettivi è cosa nota e contempla gli ultimi due turni di campionato. Nel caso specifico riguarda cinque club che combattono per gli ambitissimi posti-Champions. Tra questi c’è la Roma che, guarda un po’, deve affrontare la Lazio nel derby. E qui viene il bello: al momento della programmazione dei calendari, il derby romano è stato piazzato nel fine settimana degli Internazionali di tennis. Ci voleva dell’impegno per auto-sabotarsi in questa maniera, ci sono riusciti. Il derby romano da tempo non si può disputare domenica sera per questioni di ordine pubblico. Ma in questo caso nemmeno all’ora di pranzo perché è in programma la finale del tennis. Il prefetto non può garantire la sicurezza per due eventi così importanti e decide di spostare il derby al lunedì ore 20.45 (evidentemente il lunedì sera è meno pericoloso della domenica sera, altrimenti non si spiega). Solo che la Lega Calcio non è d’accordo, parola dell’ad De Siervo: «Non accettiamo lo spostamento». E minaccia il ricorso al Tar. Prima però le parti provano a trovare una soluzione “all’italiana”, per l’appunto: anticipiamo di mezz’ora il derby, posticipiamo di mezz’ora la finale del tennis (col Presidente Mattarella atteso sugli spalti, tra l’altro) e il gioco è fatto. A posto così? Macché. Il gran capo della FITP Binaghi dice «amici del calcio, arrangiatevi come ci siamo arrangiati noi per 25 anni» e ributta il pallone dall’altra parte, la A.S. Roma dice «noi vogliamo giocare domenica», Sarri dice «noi domenica non ci presentiamo», il Tar dice «noialtri non prendiamo decisioni, trovate un accordo tra di voi», i tifosi prima si organizzano per la domenica, poi per il lunedì, poi ancora per la domenica, poi il lunedì e infine tornano alla domenica. Si spera. E, niente, a un mese e mezzo dal floppone azzurro ai playoff Mondiali il calcio italiano colleziona un’altra figura barbina devastante, con la ciliegina sulla torta (ma questa è solo sfortuna) della sospensione notturna del match Darderi-Jodar causata dai fuochi d’artificio della “vicina” Coppa Italia. Straordinario. Sapete che c’è? Per fortuna non ci siamo qualificati per il Mondiale: avremmo sbagliato a prenotare i voli.
Un ‘giustiziere della notte’ a Milano. notturno, perché agisce con il calare delle tenebre, ma lontano dallo stereotipato leggendario Paul Kersey, il personaggio interpretato nel 1972 da Charles Branson. Siamo nell’estate 2025 e sotto la Madonnina appare un folle assassino seriale, ‘Il Sagittario’, che va in giro - armato di una micidiale balestra professionale da caccia e bardato total black con moto riverniciata nera come la tuta e il casco che indossa - a trafiggere mortalmente uomini assolti dai tribunali per reati di violenza contro le donne. E’ il protagonista del giallo omonimo milanese ‘Il Sagittario’, edito da Ugo Mursia Editore, in distribuzione da oggi nelle librerie e nei bookstore, firmato dalla coppia di autori milanesi Fabrizio Carcano e Giorgio Mainome, già autori lo scorso anno del prequel ‘Il Fiore della Vendetta’. Un giallo metropolitano ambientato nella Milano di oggi, con un doppio filo conduttore nella trama che si snoda in diversi archi temporali - nel 1978 durante i giorni del rapimento Moro, all’apice degli anni di piombo, nel passaggio epocale tra il 1999 e il 2000 e poi nei giorni nostri - in tre Milano distanziate ognuna di un quarto di secolo, diverse tra loro, descritte dagli autori con i loro occhi sul presente e i loro ricordi del passato cittadino. Ma al centro dell’indagine ci sono i delitti seriali compiuti dal Sagittario.
In data odierna, il Consiglio di Amministrazione di Biesse S.p.A. (“Biesse” o la “Società”) - società quotata su Euronext Milan, segmento Euronext STAR Milan – ha esaminato ed approvato la relazione finanziaria trimestrale al 31 marzo 2026. Approvazione della relazione finanziaria trimestrale al 31 marzo 2026 In un quadro internazionale già fragile caratterizzato dalle perduranti tensioni geopolitiche e commerciali, ulteriormente aggravato dal conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, nel primo trimestre del 2026 il gruppo Biesse (il “Gruppo”), ha avviato le progettualità contenute nel Piano Strategico 2026-2028 volte a garantire il ritorno ad una crescita profittevole e sostenibile. Il trimestre ha tuttavia evidenziato una pressione sui volumi e sulla marginalità, in relazione alla quale il Gruppo ha mantenuto un approccio prudente nella gestione dei costi, degli investimenti e della liquidità. In particolare, è proseguito nel corso del trimestre il lavoro di rafforzamento degli investimenti service e commerciali, leve fondamentali per il raggiungimento degli obiettivi del Piano Strategico 2026-2028. Commento del Presidente e Amministratore Delegato, Roberto Selci “Registriamo una trimestrale interlocutoria in un contesto ancora caratterizzato da elevata incertezza. Il management team continua ad operare con disciplina gestionale, mantenendo un rigoroso controllo dei costi ma, al contempo, portando avanti gli investimenti strategici a supporto dei nostri clienti. Intendiamo proseguire con determinazione nell’attuazione delle priorità strategiche del Gruppo, con un focus sul rafforzamento della leadership nel servizio, sullo sviluppo delle competenze commerciali e sull’accelerazione dell’innovazione di prodotto”. biesse.com Commento del Chief Financial Officer, Pierre La Tour “I risultati del primo trimestre 2026, seppur leggermente inferiori rispetto allo scorso esercizio, evidenziano segnali positivi sul fronte commerciale, con un portafoglio ordini in crescita del 2,3% rispetto a fine 2025. Nello specifico, la marginalità del trimestre ha risentito della riduzione dei volumi, del mix di vendita e del contesto valutario, elementi rispetto ai quali il Gruppo ha proseguito nelle azioni di contenimento dei costi e di presidio del capitale circolante. La posizione finanziaria netta esclusi gli effetti dell’IFRS 16, anche se in calo rispetto al dato di fine anno, mostra un minor assorbimento di cassa rispetto al primo trimestre 2025, confermando l’attenzione del Gruppo alla gestione della liquidità e del capitale circolante, in un contesto di mercato ancora volatile. In questo scenario, continuiamo a operare con prudenza e disciplina, mantenendo un approccio flessibile per cogliere le opportunità e rispondere tempestivamente all’evoluzione dei mercati.”
Tre giorni di incontri, simboli diplomatici e dossier internazionali sul tavolo. Donald Trump ha concluso la sua visita di Stato in Cina con un ultimo faccia a faccia con Xi Jinping nel cuore del potere cinese, Zhongnanhai, il complesso riservato alla leadership di Pechino adiacente alla Città Proibita. Un accesso altamente simbolico, raramente concesso ai leader stranieri, che ha rappresentato il suggello politico di una missione destinata a segnare un nuovo capitolo nei rapporti tra Washington e Pechino. Ma dietro gli annunci di collaborazione economica e i toni distensivi restano nodi profondi: su tutti Taiwan, che Xi considera una linea invalicabile, con il rischio di uno scontro diretto tra le due superpotenze sullo sfondo. La visita del presidente americano, la prima in Cina dopo il ritorno alla Casa Bianca nel gennaio 2025, si è chiusa con un pranzo di lavoro e una passeggiata nei giardini di Zhongnanhai insieme al leader cinese. Al termine degli incontri, Trump ha lasciato Pechino a bordo dell’Air Force One dopo una cerimonia di commiato curata nei minimi dettagli: guardia d’onore, tappeto rosso e scolaresche cinesi che sventolavano bandiere dei due Paesi mentre scandivano cori di saluto. Prima di salire sull’aereo, il presidente americano si è voltato dalla scaletta, ha alzato il pugno e ha salutato la folla. Un’immagine destinata a diventare una delle fotografie simbolo della missione diplomatica. Nel corso dei colloqui, durati oltre due ore alla Grande Sala del Popolo, Trump e Xi hanno affrontato alcuni dei dossier più delicati dello scenario globale: dalla guerra in Iran alla sicurezza dello Stretto di Hormuz, fino al conflitto in Ucraina e alla crescente tensione nell’Indo-Pacifico. Particolarmente sensibile il confronto su Taiwan, considerata da Pechino una questione interna non negoziabile. Xi avrebbe lasciato intendere con chiarezza che un eventuale confronto militare resta un’ipotesi concreta qualora la situazione dovesse precipitare. Sul fronte mediorientale, Trump ha rivendicato una sostanziale convergenza con il presidente cinese. "Abbiamo parlato di Iran" e "la pensiamo in modo molto simile su come vorremmo finisse", ha dichiarato il tycoon ai giornalisti al seguito. "Non vogliamo abbiano un'arma nucleare. Vogliamo lo Stretto (di Hormuz) aperto". Il presidente cinese, dal canto suo, ha parlato di risultati significativi ottenuti durante la visita americana. "Con Donald Trump abbiamo raggiunto importanti intese comuni sul mantenimento di legami economici e commerciali stabili, sull'espansione della cooperazione pratica in vari campi e sull'affrontare in modo adeguato le reciproche preoccupazioni", ha affermato Xi, secondo quanto riferito dai media di Stato cinesi. Il leader di Pechino ha inoltre sottolineato la necessità di rafforzare il coordinamento tra le due potenze sui principali temi regionali e internazionali, sostenendo che la visita abbia contribuito ad accrescere la fiducia reciproca. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47735539]] Trump, al termine del summit, ha parlato di "fantastici accordi commerciali", anche se restano aperte numerose questioni economiche, comprese le minacce reciproche di nuovi dazi. Alla missione hanno preso parte anche importanti figure del mondo tecnologico statunitense, tra cui Elon Musk per Tesla, Tim Cook per Apple e Jensen Huang per Nvidia, a conferma del peso strategico delle relazioni economiche tra i due Paesi. Xi ha inoltre voluto imprimere alla visita un forte significato simbolico scegliendo luoghi strettamente legati alla tradizione agricola cinese. Giovedì i due leader avevano visitato il Tempio del Cielo, storicamente sede dei rituali imperiali dedicati alla prosperità agricola. L’ultimo pranzo ufficiale si è invece svolto nel Chun’ou Zhai, edificio storico all’interno di Zhongnanhai il cui nome significa "Radici di loto primaverili". Un luogo che richiama l’antico legame tra potere imperiale e fertilità della terra: qui l’imperatore Qianlong si recava per contemplare il celebre dipinto "I cinque bovini" dopo le cerimonie dedicate al dio dell’agricoltura. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47735712]]
"Contro il sequestro della commissione Vigilanza Rai da parte della maggioranza, mi autosequestro nella casa della democrazia e passo da questo momento allo sciopero della fame a quello della sete". Lo ha detto Roberto Giachetti, deputato di Italia Viva, in un intervento nell'Aula della Camera, alla fine del quale si è ammanettato al proprio banco parlamentare. Una sceneggiata in grande stile, il tutto nell'emiciclo deserto. "Al dodicesimo giorno di sciopero della fame per chiedere il ritorno alla legalità, sbloccando la paralisi e il sequestro della Commissione Vigilanza Rai, nella maggioranza - ha avvertito Giachetti - nessuno ha ritenuto di dover dare qualsiasi segnale, se non preoccuparsi per la mia salute. Invece di preoccuparsi per la mia salute, sarebbe utile che tutti ci occupassimo della salute della democrazia. Ho allora deciso di non abbandonare questo luogo finché non ci sarà un pubblico impegno da parte della maggioranza di garantire il numero legale nella prossima convocazione della Commissione Vigilanza Rai", ha concluso Giachetti. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47738035]] "Siamo con Roberto Giachetti a fianco della sua battaglia civile e di libertà. La paralisi della commissione di Vigilanza ha precise responsabilità nella maggioranza di governo che, in spregio alle regole, ha perpetrato uno sconcio istituzionale non più tollerabile", ha commentato il leader di Azione, Carlo Calenda. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47736037]]
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