Un rinnovo a vita con la Ferrari,: nelle prossime stagioni del Campionato del Mondo di Formula 1, Charles Leclerc continuerà a gareggiare in qualità di pilota ufficiale del team di Maranello. Il rinnovo pluriennale dell'accordo con il pilota monegasco, alla Rossa dal 2019, è stato annunciato dalla stessa Scuderia del Cavallino. "Non potrei essere più felice di continuare il percorso con la Scuderia Ferrari che per me è molto più di un team - ha commentato il 28enne "Principino" -. È la squadra che ho sempre amato e di cui ho sognato di far parte fin da quando ero bambino e che, dopo tutti questi anni, è diventata per me una seconda famiglia. Insieme abbiamo condiviso momenti incredibili e altri più difficili, ma credo più che mai nella Scuderia e sono profondamente grato di poter continuare a lottare per il nostro obiettivo comune che è riportare il titolo mondiale a Maranello". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47851802]] "Essere un pilota Ferrari è un sogno, ma anche una responsabilità mai scontata - sottolinea Leclerc -: continuerò a dare tutto me stesso per riportare la Scuderia dove merita, ovvero al vertice, per tutti coloro che lavorano a Maranello e soprattutto per i tifosi, che con la loro passione ne sono il cuore pulsante". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47852182]] "Charles è parte della famiglia Ferrari da tanti anni ormai e questo rinnovo è qualcosa di molto naturale per noi", spiega Fred Vasseur, team principal della Ferrari. Il rinnovo arriva proprio nella settimana che porta al gp di Montecarlo, quello "di casa" per Charles. "In queste stagioni abbiamo visto crescere non solo uno dei piloti più forti della Formula 1 - aggiunge Vassuer -, ma anche una persona che vive profondamente il legame con questa squadra e tutto ciò che Ferrari rappresenta. Apprezziamo il suo talento, amiamo la sua determinazione e il modo in cui affronta ogni giornata insieme alle persone del team, dentro e fuori la pista. Sappiamo - conclude il team principal delle Rosse - quanto questo progetto significhi per lui e siamo felici di continuare a lavorare insieme per conseguire gli obiettivi che condividiamo".
Ci risiamo col fascismo. Pier Luigi Bersani, ospite di DiMartedì nella puntata in onda il 2 giugno, riprende le parole di Giorgia Meloni per la festa della Repubblica. Ovviamente criticandole. "'Che Repubblica vogliamo essere domani', perché spostare il peso dal festeggiamento ai prossimi anni?", chiede Giovanni Floris in riferimento alla frase del premier. E, in men che non si dica, ecco la replica dell'ex governatore della Regione Emilia-Romagna: "Perché non si riconoscono... Il '46 è stato anche l'anno di fondazione del Movimento sociale italiano, con la bara, con la fiamma. È un'altra storia che continua". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47902234]] Finita qui? Niente affatto: "I fascismi sono Made in Italy. Ce lo siamo inventato noi. Liberarcene resta una fatica quotidiana. C'è poco da fare... C'è una storia parallela che insiste a mettersi a lato". E pensare che qualche giorno fa, questa volta ospite di Lilli Gruber a Otto e Mezzo, l'esponente del Partito democratico si era lasciato andare a una frase tutt'altro che democratica. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47971387]] Al centro il flop della componente dem islamica alla Comunali. "E perché no (mettere i bengalesi nella lista ndr)? Non l’hanno digerita questa volta, ma la prossima volta la digeriscono (gli elettori ndr)", sono state le parole. Insomma, un modo come un altro per dire che volente o nolente prima o poi i cittadini dovranno farseli andare bene. Qui Bersani sul 2 giugno del centrodestra a DiMartedì
Vittoria Baldino, deputata alla Camera per il Movimento 5 Stelle, è una degli ospiti dell’ultima puntata di DiMartedì, programma d’approfondimento di La7, condotto da Giovanni Floris. La grillina attacca il partito di Giorgia Meloni in occasione delle celebrazioni per la festa della Repubblica, giunta al suo 80imo anniversario, perché oggi il premier ha così definito il 2 giugno: "È una festa di riconoscenza e responsabilità, perché dopo 80 anni dobbiamo anche chiederci che Repubblica vogliamo essere domani". Due anni prima, accompagnata dal ministro Lollobrigida, la considerazione, però, era leggermente diversa: "Sono feste divisive, perché il 2 giugno nasce da un referendum che divide il popolo italiano e il 25 aprile nasce da una guerra civile. Invece il 4 novembre (Giorno dell'Unità Nazionale e la Giornata delle Forze Armate, ndr) potrebbe essere la giornata simbolo della libertà del popolo italiano. È grazie a quella vittoria che oggi siamo una Nazione unita, intera e sovrana”. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47991082]] La Baldino, perciò, non crede a questo cambiamento di rotta: "Io non mi stupisco, considerando che Fratelli d'Italia è l'erede del partito che la Costituzione l'ha subita e non ha contribuito a scriverla e questo lo vediamo al di là delle auto-narrazioni di questa destra adesso moderata, che non è poi così tanto moderata in quello che fa, nei fatti. Sono abituata a vedere i fatti e non le auto-celebrazioni. Oggi è anche l'anniversario dell'elezione dell'Assemblea Costituente e i fatti dicono che loro la Costituzione in realtà non la proteggono e non la tutelano, hanno provato a scassinarla con il referendum, l'ha tutelata il popolo, l'abbiamo tutelata noi, i valori della Costituzione di libertà, uguaglianza, giustizia sociale, diritto alla salute per tutti sempre, diritto all'istruzione". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47994702]] "Non li stanno tutelando questi diritti - conclude l'onorevole pentastellata -, non li stanno garantendo effettivamente ai cittadini quindi non mi stupisco. Io credo che la vera Giorgia Meloni sia quella che diceva che il 25 aprile e il 2 giugno sono feste divisive e non questa di adesso che, per opportunismo cambia faccia, ma in realtà la faccia è sempre la stessa”. Baldino contro Meloni, guarda qui il video di DiMartedì su La7
È ancora rissa tra maranza. Questa volta accade a Jesolo, in un litorale pieno di turisti. Qui martedì pomeriggio venti giovani si sono ritrovati, non si sa se casualmente o perché si fossero dati appuntamento, dato presto il via a una vera e propria guerriglia. Intorno alle 17, lungo via Helenio Herrera, tra il piazzale dello stadio "Picchi" e l'autostazione, infatti, alcuni italiani di seconda generazione, residenti nelle province limitrofe, se le sono date di santa regione seminando il panico tra i presenti. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47960828]] Secondo una prima ricostruzione tutto sarebbe partito con le classiche offese e minacce, fino a quando i due gruppi hanno iniziato ad alzare le mani tra schiaffi, spintoni e pugni. Sul posto sono intervenuti i carabinieri e in loro supporto anche gli agenti della polizia locale. Immediatamente sono iniziate le procedure di identificazione delle persone coinvolte e le indagini per ricostruire le varie responsabilità. Tra coloro che sono stati identificati, anche alcuni minorenni. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47941755]] "Chi è rimasto coinvolto in questi episodi non dovrà più mettere piede a Jesolo - tuona il sindaco Christofer De Zotti -. Il comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica convocato per giovedì sarà interamente dedicato alla nostra città, perché vogliamo stroncare sul nascere fenomeni di questo tipo. Sul tavolo ci saranno il rafforzamento dei servizi di ordine pubblico, in particolare nelle aree più frequentate come piazza Mazzini, l'arrivo dei rinforzi estivi e l'eventuale ulteriore attivazione delle Zone rosse. In questi giorni Jesolo ha registrato il tutto esaurito, con punte superiori alle 200 mila presenze giornaliere, e il sistema della sicurezza ha sostanzialmente funzionato. Questo, però, non significa che possiamo tollerare simili fenomeni. Chi si rende protagonista di questi episodi non è il benvenuto in città: chiediamo che vengano adottati tutti i provvedimenti necessari per allontanare immediatamente i responsabili". Jesolo, ennesima rissa tra “maranza” pic.twitter.com/jTnEj5VTxE June 2, 2026
Presenze, assenze, rivendicazioni e polemiche. L’annuale festa della Repubblica del 2 Giugno trascina con sé tutto un indotto di parole e c’è chi grida allo scandalo per le figure istituzionali che non hanno preso parte e chi, invece, vorrebbe che fossero altri i rappresentanti a sventolare il tricolore. Se ne parla a 4 di Sera, il talk di approfondimento di Rete4, condotto da Francesco Vecchi in "sostituzione estiva" di Paolo Del Debbio. In collegamento, da Roma, un attivista pro Pal che si spende anche per cause civili del nostro Paese e che vorrebbe maggior attenzione sui volontari invece che sull’Esercito: “Magari il giorno della Repubblica sarebbe opportuno ricordare chi civilmente e gratuitamente col volontariato, come noi, aiuta la nostra comunità a vivere e a progredire, perché se no sembra che la Repubblica sia formata soltanto dall'Esercito, quando sappiamo che ormai è un qualcosa di anacronistico”. "Ma alla parata ci sono anche i sindaci... - lo interrompe Vecchi, quasi allibito -. Cioè, io non capisco bene. Come si può difendere un Paese se non ha l'esercito? Se non ha le forze armate? Come si fa a difenderlo?". "Sì ma la giornata della Repubblica dovrebbe rappresentare la società civile", replica l'attivista. "Ci sono sicuramente i sindaci, ma manca la società civile, ma la Repubblica dovrebbe rappresentare la società civile che non è fatta solo dall'Esercito e dagli infermieri, ma anche da tutte quelle persone che quotidianamente aiutano gli altri, quindi ad esempio la Caritas, ma anche le associazioni LGBT che aiutano le persone vittime di discriminazione, chi si occupa di ambiente". "La Flotilla?", domanda quindi Vecchi. "È molto varia, quindi bisognerebbe rappresentarla - conferma il ragazzo -, ha portato una battaglia sicuramente importante, perché se oggi discutiamo della Palestina e sappiamo ancora la tragedia che lì avviene è anche grazie a loro. La flotilla è anche una parte della nostra società, perché dà una sensibilità su quello che avviene in altri paesi. Non solo una manifestazione di pace, ma delle barche che vanno a portare, simbolicamente lo sappiamo, degli aiuti". L’europarlamentare Massimiliano Salini, di Forza Italia, smentisce però la cognizione di un Esercito come portatore di guerra: “Nel conteggio delle spese devi considerare che hai l'obbligo, il dovere, di collocare anche quell'investimento e quella spesa. È chiaro che va chiarito da un punto di vista educativo, va chiarito quanto noi spendiamo in più per tutto il resto. E poi bisogna fare quello che oggi i trattati europei purtroppo non ci consentono di fare, perché abbiamo sbagliato in passato, abbiamo rinunciato alla difesa europea e abbiamo quindi tradito il progetto “Degasperiano”. Noi oggi spendiamo 40 miliardi all'anno per la difesa e 350 miliardi all'anno per le pensioni, cioè il nostro paese non ha tradito il mandato democratico che gli è stato assegnato, di dare una prevalenza alla spesa sociale rispetto ad altre spese. Il dramma del nostro paese è che spende 350 miliardi di euro per la difesa e meno di 80 miliardi per l'educazione, ad esempio. Il quadro complessivo è che noi dobbiamo smetterla di trasferire alla popolazione un messaggio secondo il quale la spesa per la difesa è una spesa per la guerra, la spesa per la difesa è una spesa per evitare la guerra”. “Alla parata del 2 giugno dovrebbero sfilare attivisti della Flotilla a e delle ONG” #4disera News pic.twitter.com/2BBgcyMb4d June 2, 2026
C'era una volta il referendum del 1946, il debutto delle donne alle urne e la nascita della Repubblica. E poi c’è il 2026, l’epoca dei reel, dei video da un minuto e della politica raccontata come una fiction. Così, per celebrare il 2 giugno, Fratelli d’Italia ha pubblicato uno spot che ha immediatamente acceso il dibattito: protagonista una donna alla vigilia del voto del 1946 che, inizialmente indecisa se recarsi alle urne, durante la notte sogna il futuro. E nel suo futuro compare una figura destinata a cambiarle idea: Giorgia Meloni. La protagonista del cortometraggio, di nome Teresa, viene descritta nel comunicato di FdI come "una giovane donna, sposa e madre". Il filmato, diffuso sui canali social del partito della premier, racconta infatti una sorta di viaggio temporale. La protagonista procede per gradi, con le fotografie di Tina Anselmi (prima ministra, anche se la targa la chiama "ministro"), Nilde Iotti (prima donna presidente della Camera), Maria Elisabetta Casellati (prima donna presidente del Senato) e Marta Cartabia (prima donna presidente della Corte costituzionale). Fino all’immagine simbolo: la prima presidente del Consiglio donna della storia repubblicana. Un riferimento diretto a Meloni, presentata come approdo finale di quel percorso di emancipazione iniziato ottant’anni fa. Lo slogan scelto è "Il futuro ha bisogno di voi", messaggio con cui FdI lega il voto femminile del dopoguerra all’attuale leadership della premier. Un’operazione comunicativa che ha trovato il plauso dei sostenitori del centrodestra, ma che ha provocato anche numerosi mal di pancia dall’opposizione e sui social, dove in molti hanno accusato il partito di aver trasformato una ricorrenza istituzionale in uno spot personale dedicato alla presidente del Consiglio. Del resto, il confine tra celebrazione e propaganda, nell’era della politica digitale, è sempre più sottile. E così una data che richiama il suffragio universale e la nascita della Repubblica finisce per raccontare soprattutto il presente. Anzi, una persona sola. Con un messaggio implicito ma chiarissimo: da quel primo voto del 1946 fino a Palazzo Chigi, la strada porta dritta a Giorgia Meloni. Con buona pace della sinistra che, a dispetto di tante buone intenzioni, non è mai riuscita a raggiungere un risultato del genere. Dal voto alle donne alla prima donna Presidente del Consiglio. #FestadellaRepubblica #2giugno pic.twitter.com/hkjL4yMSnp June 2, 2026
È un Enzo Iacchetti-show quello visto nell’ultima puntata di È Sempre Cartabianca, il programma d’approfondimento di Rete 4 che tratta i temi d’attualità sotto la conduzione di Bianca Berlinguer. Tanti gli argomenti su cui l’attore e volto storico di Striscia La Notizia ha dato la sua impronta. A cominciare dalle assenze pesanti per la parata del 2 Giugno, anniversario degli 80 anni della Repubblica italiana, in primis il Ministro dei Trasporti, Matteo Salvini e praticamente tutti gli esponenti del centrosinistra. Iacchetti attacca, però, Giorgia Meloni e FdI: "Lei non è vicinissima alla Repubblica, così come il suo governo. Lo dimostra il fatto che quando si è onorato Matteotti alla Camera, Fratelli d'Italia non si è presentata. Vuol dire che se Matteotti era un antifascista e stava lottando per la democrazia, il governo italiano è un governo simpatizzante per il fascismo". Iacchetti, poi, punta il dito contro lo scrittore Erri De Luca, sui suoi ragionamenti sul sionismo e il suo rifiuto di usare il termine genocidio: "Non sono amico di Erri De Luca, non vado né a scalare né a bere con lui. Se uno dichiara di essere sionista e la mette nel modo buono, non credo che esista un modo buono per definirsi sionista. Ci sono molti modi buoni per definirsi ebreo, questo sì. Il sionismo è una politica allucinante che tende a neutralizzare un popolo. Se Erri De Luca si è esposto come sionista diventa sostanzialmente un mio nemico". Infine, il cabarettista cremonese fa una previsione sul generale Vannacci ed il suo Futuro Nazionale: "Sta guadagnando consensi Futuro Nazionale? Non so se li guadagnerà tutti lui, li perde senz'altro la Lega, sicuramente. Io non credo neanche che arrivi a queste cifre che tutti quanti adducono, cioè 4 o 5%, non penso proprio che arrivi, almeno posso sbagliarmi. Santo cielo, ieri ho detto ‘il mondo va al contrario’ e uno mi ha detto ‘citazione di Vannacci’. Stavo presentando il mio libro e ho detto veramente l'ha detto Vannacci, sì l'ha detto il libro di Vannacci, il mondo va al contrario e uno del pubblico mi ha detto ‘stai citando Vannacci, il libro di Vannacci’. Ma io manco lo so che lui ha scritto un libro che si intitola il mondo va al contrario, ti giuro, non lo so per ignoranza, non perché di Vannacci non me ne frega niente”. "Non sono amico di Erri De Luca, non credo esista un modo buono per definirsi sionista" #ÈsempreCartabianca pic.twitter.com/rbmJFP2HMX June 2, 2026
Non bastava la delusione, enorme e ancora fresca, per la mancata qualificazione ai Mondiali. Gli italiani dovranno ora sorbirsi anche due amichevoli della Nazionale, mentre le rivali preparano la manifestazione iridata nordamericana. Si comincia questa sera con Lussemburgo-Italia (calcio d’inizio alle 20.45; diretta Rai 1). Un’amichevole grottesca, contro un’avversaria tra le più modeste in circolazione e con una rosa, scelta dal commissario tecnico ad interim Silvio Baldini, molto più simile a quella dell’Italia Under 21 rispetto alla Nazionale maggiore (Baldini, dopotutto, è - e resterà - il ct dell’Under 21). Sì, perché a eccezione di Gigio Donnarumma («È stato l’unico a chiamarmi», dice Baldini) nessun senatore fa parte del gruppo al lavoro a Coverciano. «Ci sono giocatori bravissimi in questo gruppo che giocano già in serie A, sono pronti per arrivare nel grande calcio. Le emozioni? Danno il senso alla tua vita, anche per essere una persona migliore», ha spiegato il ct alla vigilia. Assieme a Gigio Donnarumma gli altri reduci dalla disfatta con la Bosnia sono Francesco Pio Esposito, 20enne centravanti dell’Inter, e Marco Palestra, 21enne terzino destro dell’Atalanta. Ma chi sono le principali speranze azzurre? Certamente Samuele Inacio, 18enne attaccante del Borussia Dortmund, figlio dell’ex Atalanta Inacio Pia. GIOIELLINO Avrebbe potuto scegliere il Brasile, paese natio del padre, ma ha sempre sognato l’azzurro: in Italia è nato e cresciuto, come la mamma bergamasca. Inacio ha già debuttato e segnato in Bundesliga con il Borussia Dortmund (club in cui si è trasferito nell’estate del 2024, lasciando l’Atalanta) e, secondo il papà, rappresenta un mix tra Kakà e Rodrygo. Inacio, tra l’altro, non è l’unico gioiellino del Dortmund nella lista dei convocati: ci sono anche i difensori centrali Luca Reggiani (18 anni), cresciuto nel Sassuolo, e Filippo Mane (21), ex Sampdoria. Sempre dalla Bundesliga, poi, arriva Fabio Chiarodia, 20enne centrale del Borussia M’gladbach, mentre in Francia gioca Luca Koleosho, 21enne ala destra del Paris Fc. Nel gruppo azzurro, però, è pieno di ragazzi che si sono messi in mostra anche in Serie A. Partendo dalle grandi, c’è il terzino sinistro del Milan Davide Bartesaghi, vent’anni e 33 presenze stagionali in rossonero, il duttile difensore dell’Atalanta Honest Ahanor (18), capace di giocare sia da centrale sia da esterno di sinistra, ma anche i romanisti Niccolò Pisilli (21), mezz’ala di qualità, e Lorenzo Venturino (19), promettente ala offensiva. E poi, ancora, il centrale di difesa Pietro Comuzzo (21) e il centrocampista Cher Ndour (21), entrambi della Fiorentina, il mediano del Sassuolo Luca Lipani (21) e i centravanti Jeff Ekhator (19) del Genoa e Francesco Camarda (18) del Milan. Ma nella Nazionale di domani c’è anche un gruppo di giocatori che hanno vissuto un campionato da protagonisti in Serie B. È certamente il caso di Costantino Favasuli (22), terzino sinistro del Catanzaro, come del portiere Giovanni Daffara (21), super all’Avellino e di proprietà della Juventus (mentre dall’Under 23 della Signora arriva il 21enne centrocampista Giacomo Faticanti). Tra le neopromosse in A, infine, si sono messi in luce Matteo Dagasso (22), centrocampista del Venezia, e Seydou Fini (20), ala del Frosinone, ma di proprietà del Genoa. Perché l’Italia è piena di gioielli nascosti.
Una telefonata di fuoco, sulla linea Washington – Gerusalemme, in cui Donald Trump non le ha mandate a dire all'alleato israeliano. «Sei un fottuto pazzo» è il senso del messaggio riferito dal presidente americano al primo ministro Benjamin Netanyahu, almeno stando alle fonti citate dal sito Axios. Un’irritazione esternata di fronte alle operazioni che l’Idf sta conducendo in Libano, compromettendo il percorso accidentato dei colloqui tra Stati Uniti e Iran: Teheran ha infatti minacciato di abbandonare il tavolo delle trattative se Israele dovesse continuare con gli attacchi verso il gruppo terroristico Hezbollah, protetto del regime sciita. Il disappunto trumpiano, secondo il retroscena riportato dalla testata americana, è stato espresso con termini particolarmente duri, oltre i limiti di una comunicazione trumpiana che è già di per sé diretta e senza troppi ossequi diplomatici. E la Casa Bianca avrebbe sottolineato come un attacco a Beirut renderebbe Israele ancora più isolato sul piano internazionale. Perché se da una parte c’è il diritto legittimo di difendersi dai continui attacchi che Hezbollah conduce con razzi e droni sulle postazioni militari avversarie, dall’altra Trump avrebbe maturato la convinzione che Netanyahu stia reagendo in modo sproporzionato e sarebbe giunto a definirlo ingrato per il sostegno americano che non è mai mancato, alimentando ancor di più la tensione della conversazione. La capitale libanese – almeno per ora – è stata risparmiata, ma l’esercito israeliano non si è fermato: così mentre Trump lunedì annunciava un cessate il fuoco, ieri mattina alcuni droni israeliani hanno sorvolato il sud del Libano e ai residenti della città di Nabatieh è stato ordinato di evacuare l’area. Quattro persone sono rimaste uccise, a cui si aggiungono le vittime dell'attacco all’ospedale Jabal Amel di Tiro, stando al bilancio diffuso da Al Jazeera e dall'agenzia di stampa Nna. Segno che la sfuriata americana ha lasciato il segno, ma solo in parte: i vertici militari israeliani restano molto preoccupati che i miliziani di Hezbollah siano in possesso di droni a lungo raggio per raggiungere importanti centri come Haifa e il solo modo per intervenire è colpire i punti da cui sono guidati, visto che la tecnologia di cui sono dotati azzera i tentativi di disturbare il segnale tra operatore e drone. La divergenza tra Stati Uniti e Israele è emersa per il fronte libanese, ma riguarda direttamente la questione iraniana. Ancora ieri il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha riferito al Congresso degli Stati Uniti che Teheran avrebbe accettato di negoziare alcuni aspetti del proprio programma nucleare su cui in precedenza si era rifiutata di discutere: una «possibilità concreta» che potrebbe concretizzarsi «oggi, domani o la prossima settimana», ma su cui il regime sciita ha posto la condizione di una totale interruzione degli interventi in Libano, contando sulla forza di convincimento di Washington, dove ieri sono riprese le trattative tra le delegazioni israeliane e libanesi. Il presidente del parlamento libanese, Nabih Berri, che copre il ruolo di intermediario tra Hezbollah e Stati Uniti, ha quindi garantito che il gruppo sponsorizzato dal regime iraniano aderirà al «cessate il fuoco globale» con Israele. PIANI DI DISTRUZIONE L’espressione, ha precisato un suo collaboratore, indica la cessazione degli attacchi aerei, terrestri e navali, oltre che l’interruzione delle operazioni di demolizione o distruzione nel sud del Paese. Berri è anche il leader storico di Amal, partito e movimento paramilitare sempre a trazione sciita, che si è dato una veste più istituzionale ma che resta un fedele alleato di Hezbollah. Un intreccio che non rassicura Gerusalemme, che ha più volte rimproverato al governo libanese di non riuscire a domare il gruppo terroristico antisemita. Ecco perché Netanyahu ha ribadito – dopo la telefonata con Trump – che l’Idf continuerà a tenere alta la guardia e ad agire contro Hezbollah finché non cesseranno gli attacchi sul territorio israeliano. Ed ecco perché la minaccia sciita non viene per nulla declassata: lo ha ufficializzato ieri Roman Gofman, nuovo direttore del Mossad, il servizio segreto israeliano. «L’asse sciita iraniano ha subito un duro colpo», ha dichiarato Gofman nel corso della cerimonia di insediamento e ha aggiunto che il lavoro non è finito. Una posizione in linea con quella del predecessore David Barnea, che ha concluso il suo mandato quinquennale rilanciando l’obiettivo di impedire che gli ayatollah dispongano di un arsenale nucleare. Il ribaltamento strategico imposto all’Iran – ha proseguito Gofman – ha compromesso i piani sciiti per distruggere lo Stato ebraico e «ha modificato gli equilibri di potere nell'intera regione». Un risiko ancora in evoluzione.
Prima l’antisemitismo. Poi gli attacchi appellandosi al “sionismo dilagante”. A adesso l’esclusione per l’orientamento sessuale. Bel pasticcio quello combinato dagli organizzatori del Gay Pride romano edizione 2026. La tradizionale sfilata italiana dell’orgoglio omosessuale (arricchitasi dal 1984 per accogliere tutte le diverse declinazioni Lgbtq+), quest’anno rischia di passare alla storia come quella dell’esclusione. Paradosso di un allineamento pro-Pal e anti ebraico che mischia le battaglie ideologiche politiche con quella che dovrebbe essere una parata pacifica e allargata a tutte le diverse sensibilità e orientamenti. Per sabato 20 giugno gli organizzatori della manifestazione hanno deciso di «escludere dalla sfilata le associazioni ebraiche Keshet Italia e Keshet Europe», accusandole di non aver preso le distanze dal «genocidio in corso a Gaza ad opera dello Stato di Israele». Come se i rappresentanti delle associazioni ebraiche omosessuali, che sono ben rappresentati nel parlamento israeliano, non avessero negli ultimi 3 anni e mezzo di legislatura più che duramente contestato l’azione del governo di Benjamin Netanyahu. Amir Ohana è il primo deputato apertamente gay a entrare alla Knesset per il Likud, il partito conservatore al governo dal 2015, nel dicembre 2022 è stato eletto all’unanimità presidente della Knesset all’unanimità. Con il compito di condurre i lavori parlamentari quotidiani anche se, come riporta il quotidiano israeliano Ynet, non «presiederà le riunioni che tratteranno di diritti Lgbtq+», evidentemente per questioni di opportunità. Tra settembre e ottobre gli israeliani saranno chiamati al voto. E le oceaniche manifestazioni di protesta contro Bibi e la compagine ultra ortodossa che lo ha mantenuto alla guida del Paese in questi anni travagliati, ma che ora rischia di implodere. La decisione di escludere i rappresentati della comunità Lgbtq+ italiana di fede ebraica odi origine israeliana ha già scosso la comunità europea. La scelta ha provocato accuse di discriminazione e un acceso confronto politico. Nel comunicato diffuso sui social, il coordinamento del Pride spiega che «non vi sono le condizioni per la partecipazione di un loro carro in Parata». Il Pride italiano, hanno scandito gli organizzatori escludendo il carro israeliano, è «una manifestazione aperta e libera», sottolineando però che i carri rappresentano «una responsabilità politica» e richiamano il documento della manifestazione, nel quale «la posizione del Roma Pride sul genocidio in corso a Gaza ad opera dello Stato di Israele è chiara». E così il comitato direttivo del Roma Pride, dopo un incontro con i rappresentanti di Keshet Italia e Keshet Europe, organizzazioni Lgbtqia+ ebraiche, ritiene «che non vi siano le condizioni per la partecipazione di un loro carro in Parata». Il Pride è una manifestazione aperta e libera, assicurano. L’associazione organizzatrice si picca di «sapere distinguere con chiarezza la differenza fra il governo israeliano e la comunità ebraica costituita da persone Lgtquia+ e non potremmo mai attribuire a quest’ultima la responsabilità di atti criminali di guerra operati da un governo genocida». Però c’è sempre un distinguo: «Attribuiamo, tuttavia, a Keshet Italia la responsabilità di non aver preso e non intendere prendere le distanze dal genocidio in corso a Gaza ma, anzi, di fare un non condivisibile distinguo lessicale nel documento da loro recentemente pubblicato. Noi chiediamo a chiunque faccia richiesta di partecipare con un carro in Parata di fare proprie tutte le nostre rivendicazioni e le nostre istanze». Insomma, dicono, per poter partecipare al Roma Pride si «presuppone anche una posizione netta e inequivocabile di condanna rispetto al genocidio perpetrato dal governo israeliano». La polemica ha scavalcato i confini nazionali. Da Tel Aviv - dove tra venerdì 12 e sabato 13 giugno la tradizionale sfilata dell’orgoglio gay con 250mila presenze previste - il capo del gruppo Lgbtq della Knesset (il parlamento israeliano),Yorai Lahav-Hertzanu, ha accusato apertamente gli organizzatori del Pride romano di «antisemitismo». Secondo il quotidiano Times of Israel. Lahav-Hertzanu, all’inizio di una riunione del gruppo parlamentare per celebrare la Giornata annuale della comunità Lgbtq della Knesset, ha rivendicato la libertà di manifestare: «Sono ebreo, israeliano e gay. Israele è l’unico posto in Medio Oriente dove posso vivere», ha scandito il parlamentare iscritto al partito di opposizione Yesh Atid, attualmente nella lista “Insieme” dell’ex primo ministro Naftali Bennett. «Si può criticare il governo israeliano. Io e i miei colleghi lo facciamo, giorno dopo giorno», ha ricordato Lahav-Hertzanu, aggiungendo che tuttavia trasformare la critica allo Stato ebraico in «una condizione preliminare per la partecipazione» al Pride è «un doppio standard, e un doppio standard rivolto agli ebrei è antisemitismo. Nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra la propria identità ebraica e la propria identità Lgbtq».
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È da settimane che la sinistra ironizza sulle “letterine” di Giorgia Meloni alla Ue per chiedere maggiore flessibilità sulle deroghe al patto di stabilità. Sarcasmo difficilmente comprensibile, considerato che in gioco c’è la pelle delle famiglie e delle imprese italiane. E, cosa ancora più grave, considerato che gran parte dei problemi che l’Italia ha sull’energia derivano da scelte folli di quella stessa sinistra fatte nel passato (il no al nucleare) e nel presente (il sostegno alle tasse ambientali che soffocano l’industria energivora). Basterebbe andare a guardare le dichiarazioni di qualche mese fa di imprenditori e artigiani o sfogliare uno dei tanti rapporti stilati da Mario Draghi per capire che lo stretto di Hormuz c’entra poco con le difficoltà dell’Italia, ben presenti anche prima e non da ieri. Poi c’è l’ultimo ridicolo paradosso, che sarebbe anche divertente se non ci fosse di mezzo il portafoglio degli italiani. Prima il governo era accusato di bellicismo per voler finanziare la difesa con la flessibilità della Ue, ora viene criticato perché vuole usare una parte di quelle risorse per alleggerire le bollette e il pieno alla pompa di benzina. PRIMA CREPA Sta di fatto che le “letterine” della premier, a dispetto di gufi e menagrami, un risultato l’hanno ottenuto. Lo stile è quello solito della Ue, soldi centellinati e vincolati ai soliti obiettivi green, considerati l’unico antidoto allo strapotere dei combustibili fossili. Però, come è successo per l’auto e per i migranti, è una prima crepa che attraverso il sostegno di altri Stati potrebbe facilmente allargarsi. Come ha detto il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, «è un mese che stiamo lavorando e sento dire che non otterremo niente. È un percorso lungo e complicato, vediamo come va a finire. Per ora la “dote” che la Ue è disposta a concedere è da 6,5 miliardi l’anno con un tetto massimo di tredici, delimitata da paletti e condizioni piuttosto rigide. Ma il dato politico non è trascurabile: la Commissione europea risponderà con un sì alla richiesta di Giorgia Meloni di estendere la deroga al Patto di stabilità per la difesa anche all'energia. Ursula von der Leyen, che in questi anni ha coltivato un rapporto sempre più stretto con la premier italiana, ha scelto di ascoltare le richieste del governo «con la massima attenzione», senza tuttavia derubricare alcuni principi fondamentali che Bruxelles da settimane ripete in ogni occasione: la necessità della sostenibilità fiscale, la contrarietà ai sussidi a pioggia, itimori di un aumento della domanda dell'energia che peggiori l'andamento dell'inflazione. Dopo oltre due settimane di lavoro e di interlocuzioni discrete, la Commissione ha scelto perciò di consentire all'Italia - e ovviamente a chi lo vorrà trai 27- un margine di flessibilità per gli investimenti legati all'energia pari all'0,3% del Pil annuo per il triennio 2026-28 ma con un tetto massimo dello 0,6%. La distribuzione di questo margine non è tassativa. Lo è, invece, l'attivazione della clausola di salvaguardia nazionale per la difesa, che vale l'1,5% del Pil annuo. È solo in questo perimetro, infatti, che la flessibilità per gli investimenti sull'energia potrà inscriversi. Le deroghe per l'energia saranno attivate seguendo la stessa procedura della clausola per la difesa (National Escape Clause): gli Stati interessati dovranno presentare una richiesta formale, cui seguiranno una proposta della Commissione e l'approvazione del Consiglio Ue. In termini assoluti e stando ai dati Istat per il 2025, per l'Italia lo 0,3% vale circa 6,8 miliardi con un tetto massimo di poco più di tredici. La Commissione certificherà l'apertura alla flessibilità sull'energia con la presentazione del pacchetto del semestre europeo. Sarà quella la sede della replica alla lettera di Meloni. DESTINAZIONI GREEN Sulla destinazione delle risorse l'esame della Commissione si preannuncia rigoroso. L'obiettivo non è allargare le maglie dei sussidi, ma rafforzare il percorso per l'indipendenza energetica dell'Ue. Tra gli esempi di investimenti approvabili, ci sono gli incentivi all'acquisto di veicoli elettrici, batterie e pannelli solari, investimenti nelle reti elettriche e nei sistemi di accumulo, misure di efficienza energetica e l'ampliamento della capacità produttiva delle energie pulite. Un po’ poco, per ora. Ma la risposta della Commissione, come si diceva, non esaurisce la trattativa. È difficile, ma non escluso, che Palazzo Berlaymont si spinga più in là sul binario delle deroghe, fermo restando la flessibilità concessa già sui fondi di Coesione e con una possibile ulteriore modifica del Pnrr. Von der Leyen già nelle settimane scorse aveva ricordato che c'è un tesoretto da 95 miliardi distribuibili per i 27 ancora inutilizzati.
Alla fine la quadra è stata trovata. Dopo diverse settimane di lunghi negoziati, il Parlamento europeo, il Consiglio Ue e la Commissione hanno raggiunto l’accordo politico sul regolamento rimpatri. Le nuove norme imporranno obblighi di cooperazione con le autorità ai cittadini di Paesi terzi che non hanno diritto di soggiorno negli Stati membri, il foglio di via unico europeo nonché la possibilità di creare hub per i rimpatri al di fuori dei confini dell’Unione. L’intesa dovrà ora essere approvata dalla commissione Libe e dall’Assemblea plenaria di Strasburgo, mentre la prossima settimana dovranno dare il loro via libera definitivo gli Stati membri. «C’erano alcune questioni che abbiamo dovuto approfondire e risolvere alcuni piccoli disaccordi, nessuno di sostanza, ma su come rendere operativo il regolamento» ha spiegato il viceministro cipriota per la Migrazione, Nicholas A. Ioannides, della presidenza di turno Ue. «Il regolamento integra il Patto (Migrazione e Asilo, ndr), che entra in vigore» il prossimo 12 giugno, «la conclusione del negoziato è più importante perché ci permetterà di attuare l’obiettivo di costruire una politica migratoria comune e coerente». Parla di «passo avanti significativo verso una gestione del fenomeno migratorio che sia sostenibile per tutti» il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. «Le nuove disposizioni introducono obblighi concreti, rafforzano la cooperazione tra gli Stati membri e prevedono strumenti operativi nei Paesi terzi» ha aggiunto il titolare del Viminale. QUADRO NORMATIVO Ioannides ha poi sottolineato che alcuni Paesi stanno valutando l’istituzione di hub per i rimpatri in Africa o Asia. «Un gruppo di Stati ha avviato un’iniziativa per esplorare modalità di creazione e attivazione di questi hub, ma finora non si è giunti ad alcun esito concreto», ha spiegato. Secondo il relatore del testo, Malik Azmani, il regolamento contiene il via libera definitivo ai centri costruiti dall’Italia in Albania. Roma «ha avuto alcune controversie legali ma penso che con questo regolamento abbiamo stabilito un quadro normativo affinché gli Stati membri esplorino quegli accordi e intese con cui i paesi terzi» ha spiegato in conferenza stampa l’europarlamentare olandese. Uno dei nodi principali del negoziato ruotava intorno all’articolo 52 del regolamento: ovvero i tempi per dare attuazione alla riforma. Molti Stati membri chiedevano almeno due annidi tempo per le modifiche legislative nazionali, mentre il Parlamento spingeva per un’applicazione immediata. Alla fine si è trovato un compromesso: il regolamento entrerà in vigore dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, come chiedeva il Parlamento, compresa la parte sugli hub di rimpatrio. Tuttavia, alcune disposizioni entreranno in vigore 12 mesi dopo per dare tempo ai Paesi di adeguarsi. Entrando nei dettagli, il regolamento introduce obblighi più stringenti per i migranti senza diritto di soggiorno, imponendo la cooperazione con le autorità e l’obbligo di lasciare il territorio dell’Ue. In particolare, la proposta introduce l’Ordine europeo di rimpatrio (Ero) per facilitare il riconoscimento delle decisioni adottate da altri Stati membri, ma per i primi tempi resterà volontario. La riforma apre poi la strada ai “returns hub” in Paesi terzi - sul modello dell’intesa che il governo Meloni ha stipulato con l’Albania - destinati ad accogliere fino a 30 mesi gli immigrati irregolari in attesa di espulsione nel Paese d’origine o in uno Stato terzo. Infine sono previste procedure più severe per chi viene considerato una minaccia per la sicurezza pubblica. POLEMICHE La notizia ha scatenato la polemica politica, con il Pd che parla di «un fallimento normativo» che «calpesta i diritti fondamentali» e che «minerà l’efficienza» del sistema, generando «caos e un blocco dei tribunali in tutta Europa», scrivono in una nota gli eurodeputati dem, Cecilia Strada e Nicola Zingaretti. «Volevano rapidità, efficienza e sicurezza» concludono «otterranno paralisi dei tribunali, burocrazia inefficiente e una sistematica violazione dei diritti umani. Questo “circo” normativo non risolverà nulla, aggraverà la situazione e lascerà l’Europa più fragile e meno giusta». Sulla stessa linea il segretario di +Europa, Riccardo Magi, secondo cui il nuovo patto europeo «è un vero e obbrobrio giuridico» che viola il diritto europeo e «spiana la strada a contenziosi e ricorsi giuridici»: «Contrasta infatti con la Convenzione di Ginevra e con l’articolo 78 del Trattato sul Funzionamento dell’Ue che (...) prevede una politica comune in materia di asilo e di protezione. Gli accordi dei singoli Stati membri con i Paesi terzi vanno in direzione opposta». All’opposizione ha risposto il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan. «Le reazioni di vari esponenti del Pd», ha dichiarato, «confermano che il principale partito di opposizione si oppone a qualunque limite all’immigrazione. Per loro chiunque deve poter entrare in Italia e nessuno può essere cacciato via qualunque cosa faccia». L’accordo, ha sottolineato poi Malan, «vede l’Europa seguire la linea tracciata dal governo Meloni inclusi gli hub in paesi terzi, con l’obiettivo di portare anche il fenomeno migratorio sotto la legge, togliendolo dalle mani di trafficanti e criminali».
Più che una parata militare, una fotografia dell’Italia migliore. Un’Italia fatta di uniformi, volontari, sindaci, soccorritori, uomini e donne che lavorano lontano dai riflettori e che ieri hanno trovato il loro posto d’onore lungo i Fori Imperiali per celebrare gli ottant’anni della Repubblica. Oltre 200 amministratori locali con la fascia tricolore hanno aperto il corteo ricordando che la Repubblica non vive soltanto nei palazzi romani ma anche nei municipi e nei piccoli comuni sparsi lungo tutta la Penisola. Cinquemilacinquecento persone in marcia, dodici settori tematici, centinaia di mezzi e una novità: per la prima volta hanno sfilato anche i cappellani militari. A catturare l’attenzione degli appassionati il ritorno del leggendario “maiale”, il siluro a lenta corsa che durante la Seconda guerra mondiale rese celebri gli incursori italiani della Regia Marina. Tra le immagini più suggestive i Corazzieri, con le loro alte uniformi lucenti e i cavalli perfettamente addestrati. Non è passata inosservata la partecipazione di atleti e rappresentanze paralimpiche delle Forze Armate. È stata una parata che ha saputo tenere insieme memoria e futuro. Da una parte la solennità delle divise e dei reparti storici. Dall’altra la tecnologia dei nuovi scenari di guerra e sicurezza. Tra i mezzi esibiti i droni di ultima generazione e soprattutto il sistema Skynex, piattaforma per la difesa antiaerea progettata per intercettare e neutralizzare velivoli senza pilota. Non tutto, però, è filato da programma. Il tradizionale lancio dei paracadutisti è saltato: colpa del vento. Nessuna rinuncia, invece, per le Frecce Tricolori, che hanno chiuso la manifestazione colorando il cielo di verde, bianco e rosso. La vera star della giornata però non aveva né stellette né mostrine, ma quattro zampe e una lunga carriera alle spalle. Briciola, la celebre cagnolina mascotte della Fanfara del 4° Reggimento Carabinieri a Cavallo, ha salutato il pubblico nella sua ultima parata. Quattordici anni, una vita passata tra fanfare e cerimonie istituzionali. Tanto amata da meritarsi il grado simbolico di vicebrigadiere. Ai Fori Imperiali ha sfilato l’Italia che serve. E non è poco.
Una delle polemiche più surreali che hanno animato la parata del 2 giugno è quella riguardante l’assenza del vicepremier Matteo Salvini. Alcuni l’hanno fatta notare agli altri leader della maggioranza, incuranti del fatto che non è la prima volta che il leader leghista “bigia” la parata. In questo caso, però, la motivazione era più che lecita. Fonti del ministero dei Trasporti hanno subito fatto sapere che il ministro «ha passato tutta la mattinata al lavoro, come ieri peraltro, su trasporti e opere pubbliche da completare, Pnrr in primis, con l’obiettivo fra gli altri di evitare lo sciopero dei ferrovieri del prossimo 11 giugno». A notare l’assenza sono stati alcuni cronisti, ma la questione non ha suscitato più di tanto dibattito politico. Del resto se Salvini era al lavoro al ministero, i leader della sinistra hanno serenamente marcato visita. Sarebbe stato improprio mettersi a fare polemica sul vicepremier. La cui assenza è stata commentata benevolmente anche dai colleghi di governano. «Questa è la festa di tutti gli italiani e mi spiace per chi era assente- spiega il presidente del Senato Ignazio La Russa -. Non ho visto Salvini, ma non ho visto molti. Tranne Italia Viva non ho visto un solo capogruppo dell’opposizione». Poi, compulsato nuovamente sulle assenze, spiega: «Io non chiedo mai dove sono, sono altri che hanno la mania di chiederlo. Ognuno è dove vuole». Idem l’altro vicepremier e leader di Forza Italia, Antonio Tajani: «Salvini assente? Non c’erano nemmeno Conte e la Schlein, non li ho visti... Ognuno va dove vuole». Tornando a Salvini è noto il suo impegno per provare ad evitare l’ennesimo sciopero dei trasporti previsto per il prossimo 11 giugno. Ad agitare i lavoratori sarebbero alcune gare d’appalto sui servizi degli intercity. Perplessità condivise anche dallo stesso Salvini. Ed è proprio per questo che da giorni lui e i suoi tecnici sono al lavoro per rivedere le gare e mediare con i rappresentanti dei lavoratori. Queste polemiche, però, sono lo specchio dei tempi. Si attacca un ministro assente per lavoro, ma non si fiata su figure della sinistra che la parata non solo non l’hanno vista, ma che addirittura vorrebbero abolirla. Viva la democrazia.
Sarà stata la storica allergia alle divise; o la suggestione dei sondaggi dal gusto retrò sul Pci che oggi sarebbe primo partito in Italia; o ancora il lungo ponte festivo. Fatto sta che la sinistra ha disertato in blocco le celebrazioni del 2 giugno. Un fatto ancora più grave se si considera il numero tondo della ricorrenza: ottant’anni dal referendum che trasformò l’Italia da monarchia a repubblica. Non c’era Schlein, non c’era Conte, idem il tragico duo Bonelli-Fratoianni (anzi la loro eroina Ilaria Salis ha pure fatto un appello per abolire la parata). Tutti assenti ingiustificati. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47988588]] PROSPETTIVE DIVERSE Eppure dire che il loro marcare visita è stata una sorpresa sarebbe eccessivo. In fondo il 2 giugno, con la parata delle forze armate, è forse l’unica festa sulla quale la sinistra non è mai riuscita a mettere le mani. Del resto c’è da capirli. Nel percorso della parata, tra il Vittoriano e i Fori Imperiali, c’erano i tricolori che sventolavano, mica le bandiere della pace e quelle palestinesi. E al posto degli antagonisti coi fumogeni, le bombolette spray e i cartelli inneggianti alla Flotilla, c’erano le donne e gli uomini dei nostri corpi militari, tutti inquadrati a passo di marcia. Insomma tutto dannatamente insostenibile per la sinistra italiana che al 2 giugno 1946 più che una repubblica democratica sognava una repubblica socialista da aggiungere a quelle controllate dall’allora Unione sovietica. Così meglio stare a casa o recarsi altrove (Conte era in un liceo romano con degli studenti; Schlein ha “risolto” la pratica con un comunicato da mandare alle agenzie) e lasciare che si parli d’altro. Con tanti saluti al presidente della Repubblica e al rispetto che gli si deve sempre, ma soprattutto in giornate come questa. Ma alla sinistra, lo sappiamo bene, tutto è concesso. Una situazione ben inquadrata dal responsabile organizzativo di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli, che dopo aver polemizzato con Ilaria Salis («cosa vuoi aspettarti da una che si è fatta eleggere per sfuggire a un processo»), chiosa: «Non abbiamo visto stamattina Conte, Schlein, Fratoianni, Bonelli, Boldrini a festeggiare ai Fori Imperiali. Non sappiamo se avessero impegni improcrastinabili o se la pensano come Ilaria Salis. Sappiamo però che le donne e gli uomini che hanno sfilato questa mattina continueranno a difendere la Repubblica italiana anche per la Libertà di chi non gli sarà mai grato». In serata, forse per mitigare la figuraccia, da sinistra rilanciano, spiegando che il cerimoniale della Difesa non prevede la presenza dei leader di partito nell’elenco degli invitati. Vero, ma a metà. Nel senso che in passato Giorgia Meloni, come leader di Fdi, aveva chiesto più volte di poter essere presente e l’invito non gli era mai stato rifiutato. E comune ai Fori non c’erano nemmeno i capigruppo di sinistra, quelli sì, invitati. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47991082]] All’Altare della Patria c’erano il premier Giorgia Meloni, i presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa e il ministro della Difesa Guido Crosetto. Una volta reso omaggio al Milite ignoto le autorità si sono spostare sulle tribune allestite ai Fori Imperiali per assistere alla parata. Qui erano presenti anche gli altri ministri e membri del Parlamento. Una mini-polemica ha investito Matteo Salvini per la sua assenza (giustificata), ma la Lega era ben rappresentata, oltre che da Fontana, anche dal ministro Giancarlo Giorgetti. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47991502]] Il presidente Sergio Mattarella ha puntato il dito contro le crisi internazionali: «Ve ne sono sempre state, anche nei decenni lontani, ma non c’erano uomini soli al comando». Il premier Giorgia Meloni ha parlato di una ricorrenza «che non rappresenta soltanto una data stoica, ma racconta il cammino che gli italiani hanno saputo costruire insieme, con storie di sacrificio, coraggio, unità, solidarietà e impegno, generazione dopo generazione». E ancora: «Ottanta anni di Repubblica ci rendono orgogliosi e riconoscenti verso chi ha contribuito a edificare le fondamenta della nostra comunità nazionale. Ma allo stesso tempo, ci ricordano la responsabilità che ciascuno di noi ha nel custodire e rafforzare questo patrimonio, al servizio della Patria e delle generazioni future». Per il ministro della Difesa Guido Crosetto: «Il legame tra gli italiani e le proprie Forze armate appare più forte che mai. La partecipazione, l’affetto e il calore manifestati dai cittadini, testimoniano la fiducia che il Paese ripone in donne e uomini che ogni giorno garantiscono la sicurezza, proteggono i valori di libertà e democrazia e contribuiscono alla costruzione di un ordine globale sicuro».