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A Un giorno da pecora, si sa, ci si fa prendere la mano. E si dice tutto quel che passa per la testa come in un confessionale. Sogni, progetti, boutade, incazzature. Lory Del Santo qualche tempo fa si spinse in lodi sperticate sulla fisicità da fenicottero di Sinner; la Zanicchi confessò di aver inventato un corteggiatore agee; Albano la buttò in politica: dopo l’esclusione da Sanremo si lamentò di non essere stato invitato neppure al concerto per gli 80 anni della Repubblica. Ieri è toccato al sindaco Beppe Sala sedere sullo scranno del programma più irriverente del palinsesto e farsi travolgere dalla voglia matta di esternare. E vuoi il caldo, vuoi l’inchiesta sulla Galleria Vittorio Emanuele, vuoi le palle del toro che sono state restaurate e ancora non si vedono, vuoi la sua maggioranza che litiga su tutto e non sa che pesci pigliare alle prossime comunali (Calabresi sì, Calabresi no, meglio le primarie, meglio Majorino ma poi Calenda se ne va e i Verdi tornano... e via di questo passo) il sindaco si è tolto qualche sassolino dalla scarpa e ha condensato in un’oretta di trasmissione nostalgie (una) e progetti (nessuno) per il futuro. Il rimpianto. «Ero partito con l’idea di riaprire i Navigli, un’idea molto affascinante e mi sono fatto spaventare dal costo significativo. Ma sarebbe stato un progetto che avrebbe migliorato Milano, una vera rivoluzione per il traffico». Il futuro sportivo. «La prima cosa che farò quando non sarò più sindaco sarà andare, insieme ai miei amici, in bicicletta da Milano a Napoli, in una decina di giorni». Il futuro politico. «Candidarsi alle elezioni politiche? Magari non ci sono molte alternative a quello... In Parlamento? Dipende. Alle Regionali no, non mi sento di fare altri cinque anni così come impegno... se devo pensare a qualcosa, ma proprio per buttarla lì, sia chiaro, potrei prendere il posto di Urso allo Sviluppo economico, visto quello che ho fatto nella vita». Il futuro in generale. «Non ho deciso cosa farò, vorrei continuare in politica ma ci devono essere le condizioni, non è un obbligo, io sono uno operativo, non voglio essere un peso». La «cara» Schlein. «Se ci fossero le primarie domani voterei Schlein, penso che sarebbe giusto perché è del partito di maggioranza. Però le primarie sono una iattura». L’emergente Salis. «Credo che Silvia abbia bisogno di fare esperienza, lo sa anche lei. Poi ha 40 anni, perché forzare i tempi?». L’autoanalisi. «Non mi do un voto, me lo darei alto per l’impegno perché ho lavorato tanto, il voto al sindaco secondo me bisogna darlo qualche anno dopo, quando c’è più serenità». Vi direi anche del nucleare («una follia una centrale in città...») ma lo spazio è finito (forse pure la trasmissione). E viene in mente il tempo in cui Sala era Mr Expo ed era l’uomo più corteggiato d’Italia. Altra epoca e soprattutto un’altra Milano...
Chiamatelo come volete: commedia d’avventura, action-comedy, film per famiglie. Ma la sostanza non cambia. Zitto zitto, senza proclami e senza le polemiche (e nemmeno i battage) che accompagnavano i vecchi kolossal natalizi, il cinepanettone, però, sia pure in vesti, modi e toni diversi (adeguati ai tempi) è tornato. All’appuntamento ha trovato una nuova coppia di riferimento, formata da Christian De Sica e Lillo Petrolo che, di tentativo in tentativo, sicuramente senza programmare prima ma vedendo di volta involta l’effetto che fa, si sono messi a...impastare, raggiungendo già il ragguardevole traguardo di tre film assieme. Il terzo lo stanno girando ora. Si tratta di Spie per caso – Missione Tokyo, diretto da Eros Puglielli, le cui riprese sono ufficialmente partite tra Roma e la capitale giapponese. L’uscita è prevista proprio per le prossime festività natalizie e il progetto ha tutti gli ingredienti della tradizione: equivoci, gag surreali, inseguimenti, personaggi improbabili e, loro, il nuovo duo comico che funziona sempre meglio. AGENTI SEGRETI Insomma, non sarà un cinepanettone in senso stretto, ma ne raccoglie pienamente l’eredità e lo spirito. Ma soprattutto certifica una realtà ormai evidente: Lillo è diventato il partner artistico più naturale per De Sica in questa nuova fase della sua carriera. Nessuno potrà mai sostituire Massimo Boldi nell’immaginario collettivo, ma è innegabile che oggi il ruolo della spalla comica accanto al mattatore romano sia occupato proprio dal comico di LOL. La trama del nuovo film promette scintille. Massimo e Aldo, due ex agenti segreti, vengono spediti in Giappone da MM, responsabile dei servizi segreti con il volto di Mara Maionchi. Obiettivo: recuperare un software rivoluzionario capace di rendere indistinguibili la realtà e i contenuti creati dall’intelligenza artificiale. Con l’aiuto di Sergio, agente sotto copertura interpretato da Paolo Calabresi, i due si ritrovano coinvolti in una missione più grande di loro tra Yakuza, rapimenti, travestimenti improbabili e disastri a catena. Lo slogan ufficiale è già un programma: “Il futuro dell’umanità è nelle loro mani. Ma sono quelle sbagliate”. Il primo tassello del nuovo sodalizio è stato Cortina Express, la commedia natalizia che nel 2024 ha riportato sul grande schermo atmosfere, ambientazioni glamour e comicità popolare tipiche della tradizione dei cinepanettoni. Neve, vacanze, equivoci e personaggi sopra le righe: un aggiornamento in chiave contemporanea di un genere che sembrava scomparso. La conferma è arrivata poi con Agata Christian – Delitto sulle nevi, uscito nelle sale nel febbraio 2026. Un curioso caso di cinepanettone fuori stagione: ambientazione alpina, comicità corale e la strana coppia formata dal criminologo Christian Agata e dal brigadiere Cuozzo, interpretato da Lillo, alle prese con un delitto in una villa isolata dalla neve. Un mix di giallo alla Agatha Christie e commedia popolare che ha consolidato la chimica tra i due protagonisti. «Sono due nature comiche completamente diverse, ma entrambe eccezionali», ha detto più volte Eros Puglielli, il regista “padre” del nuovo duo. «La comicità di Lillo è molto ingenua, pulita, ma anche surreale e di situazione, lui tende a puntare tutto sull’improvvisazione o su situazioni che poi prendono piede durante le riprese con molta inventiva sul set. Christian è legato più alla battuta. Con lui si fa un gran lavoro di preparazione, studio dettagliato e profondo sul materiale. Insieme però sono complementari, nei meccanismi comici Lillo ha sempre bisogno di essere vittima di qualcuno e Christian è un carnefice perfetto». Ora non resta, dunque, che aspettare il terzo atto di questo inaspettato quanto finora riuscito sodalizio comico.
“L'emendamento al DL Lavoro che definisce il trattamento economico complessivo, legandolo all'equivalenza dei CCNL, va nella direzione giusta: lo avevamo chiesto già in fase di audizione. E sbaglia chi parla di via libera ai contratti pirata, perché è vero l'opposto: si fissa infatti uno standard oggettivo da rispettare, dove conta soltanto la qualità reale del CCNL e non le sigle che lo firmano”. Lo dichiara Roberto Capobianco, presidente nazionale di Conflavoro. “Se l'emendamento sarà approvato, per la prima volta avremo un criterio certo e verificabile voce per voce per capire quanto vale davvero, nel suo insieme, il CCNL applicato. È così che si alza l'asticella della contrattazione e si tutela chi lavora. Proprio per questo - prosegue il presidente di Conflavoro - non condividiamo la lettura del segretario della Cgil Landini, quando parla di 'gamba tesa sul sistema contrattuale', perché l’emendamento definendo il TEC mette un importante argine contro i contratti al ribasso. Non toglie nulla all'autonomia delle parti, anzi spinge per far sì che venga garantito lo stesso valore ai lavoratori”. “Il punto, semmai, è un altro: la cosiddetta rappresentatività comparata, su cui qualcuno vorrebbe continuare a fondare tutto, è un criterio privo di parametri oggettivi. Il pluralismo sindacale tutelato dalla Costituzione non è una minaccia, è una garanzia: le PMI chiedono certezza, trasparenza e concorrenza leale, e per le parti sociali dev’essere questa la priorità”, conclude Capobianco.
Il 3 giugno, all’Associa- tion of Catholic Colleges and Universities (Usa), Leone XIV ha detto: «È mia speranza che gli studenti possano sempre trovare nelle vostre Istituzioni la sana dottrina (cfr. 2 Tm 4, 3) affidata alla Chiesa». Parole sacrosante. Ma la “sana dottrina” sarebbe necessaria anzitutto in Vaticano, a cominciare dai Dicasteri che hanno scritto l’enciclica Magnifica Humanitas. Com’è possibile, infatti, che si sia “accantonata” la parola “anima” il cui significato teologico e filosofico è fondamentale nella dottrina cattolica? Eppure non c’è fra le 40mila parole dell’enciclica. C’è una citazione degli Atti degli Apostoli 4,32 («La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede ave va un cuore solo e un’anima sola») e una del Magnificat («la sua anima magnifica il Signore»). Ma non c’è la parola “anima” nel discorso dell’enciclica, nella riflessione sull’Intelligenza Artificiale. La sua assenza è sorprendente, non perché vi sia l’obbligo di usare sempre questa parola, ma perché proprio l’anima, nel suo significato profondo, è la formidabile risposta cattolica ai problemi che, secondo l’enciclica, vengono posti dall’IA. La Magnifica Humanitas infatti è incentrata sul rapporto e sulla diversità fra intelligenza umana e IA. Qual è dunque la differenza vera che c’è (e ci sarà per sempre) fra l’uomo e l’IA? L’enciclica dice ciò che dice il mondo, non ciò che insegna la Chiesa. Lo si vede al n. 99. S’invita a «evitare l’equivoco di equiparare questa “intelligenza” a quella umana» perché «questi sistemi imitano alcune funzioni dell’intelligenza umana», ma si tratta di un «trattamento dei dati», i sistemi di IA «non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze... Anche quando tali strumenti vengono presentati come capaci di “apprendere”, il loro modo di farlo è diverso da quello della persona umana». Roberto De Mattei ha osservato che questo «non chiarisce perché l’equiparazione tra intelligenza umana e artificiale sia impossibile». Ecco la sua ris p o sta: l’IA «manca di un’anima razionale spirituale, principio intrinseco delle operazioni intellettive. L’enciclica formula invece la distinzione fra uomo e IA in termini puramente fenomenologici, sul piano dell’esperienza, dell’affettività e della relazionalità, dimenticando o ignorando che la distinzione decisiva è ontologica». Se la Chiesa parlasse di anima immortale, forma sostanziale del corpo, sede della conoscenza e della moralità, darebbe quella risposta che anzitutto è razionale (infatti c’era già arrivata la filosofia greca) e che apre alla Rivelazione cristiana. È evangelizzazione. Sul mistero della coscienza umana, fra l’altro, riflettono oggi studiosi di neuroscienze, linguistica, fisica... Ma evidentemente al Dicastero dell’ultra-progressista cardinal Czerny, dove hanno redatto l’enciclica, non è scarsa solo la “sana dottrina” cattolica, ma anche la cultura necessaria per capire che parlare di “anima” non è una cosa da bigotti. È il contrario. www.antoniosocci.com
U n fuoco inestinguibile lambisce e minaccia, si intravvede in fondo, come visto dall’orlo di un pozzo, un rossore che brucia anche da lontano; il tempo non passa mai, o meglio: un giorno dura quarant’anni – di tempo terreno – e agli anni si aggiungono anni, secoli, millenni. Lamenti, sospiri, ma anche la possibilità di materializzarsi nelle case e nelle vie abitate un tempo – da vivi – e ai vivi chiedono in tanti modi diversi di non dimenticarsi di loro, che ora vivono in un’altra dimensione, tra i patimenti previsti per espiare i vari peccati accumulati. Anime che mormorano fastidiosamente all’orecchio di chi, per impulso misericordioso, si impegni a pregare per loro, elargiscono piccoli doni e rasserenanti prodigi. Diventano pallidi fantasmi malinconici e muti, in cerca di un volto amico e benevolo, seduti accanto al proprio cane... il fantasma del loro cane... Ma come, anche i cani diventano anime purganti? Perché scrivere del Purgatorio? «Delle anime purganti non si parla, nessuno immagina l’orrore dello stato di tribolazione in cui vivono, nessuno si preoccupa per la loro condizione», spiega l’autrice. PROVE E TESTIMONIANZE Una descrizione sghemba, a tratti comica, ma aderente alla dottrina. A dimostrazione pratica, basterebbe fare un giro nella chiesa neogotica del Sacro Cuore di Gesù a Roma con annesso un piccolo museo che raccoglie testimonianze dell’esistenza ultraterrena dei defunti e dei loro contatti con i congiunti viventi: lettere, panni, stoffe, tonache, papaline, breviari, camicie da notte e tavolette di legno, segnate da “impronte di fuoco”. Per tornare al racconto, la scrittrice ha un suo metodo di preghiera continua che risulta efficace, anche se oscilla verso l’ossessività, così le anime cominciano a ricompensarla: vestiti della sua taglia, soldi trovati per terra e cose simili. La situazione degenera quando scopre la Lotteria delle anime, una pagina social dedicata alle anime purganti, con le richieste specifiche, le liste d’attesa... Il ritmo diventa grottesco, com’è nella cifra della Matteucci, che rende comiche le esperienze drammatiche e al contrario, ma non per questo le svilisce o le ripudia. Rimane impressa l’apparizione dell’anima triste di un ex giornalaio, che la Matteucci scorge dalla finestra di notte in notte, e che le chiede, con un muto movimento, di pensare all’anima del suo piccolo cane, anche lui fantasma, anche lui da purgare. Non sarà blasfemo pregare per l’anima di un cane, si chiede angosciata lei. Ma poi trova la risposta: se ho pregato per l’anima di un piccolo cane, Gesù probabilmente mi perdonerà, anzi, mi avrà già perdonato.
Tasse, reddito e servizi sono gli ingredienti insostituibili della tavola degli italiani, persone, famiglie e imprese. Da parecchi lustri, le forze politiche vengono sollecitate dalla società civile, attraverso le molteplici rappresentanze datoriali e sindacali, a definire un’idea Paese che identifichi un piano in grado di rendere attivo uno spazio e un ruolo interconnesso a e tra ciascuno dei tre grandi capitoli. Intervenire sulle tasse senza aver costruito una politica fiscale, che venga messa al primo posto dell’agenda, non solo governativa ma anche legislativa, non porterebbe a nulla. La pressione fiscale è relativamente alta, ma deve far fronte alla complessità dei servizi, che da noi, forse più che in ogni altro Paese, consentono ad ogni abitante di avere sanità, previdenza, assistenza, servizi comuni per la gestione urbanistica e del territorio, istruzione. Negli ultimi quattro anni l’erario ha recuperato dall’evasione oltre il doppio di quanto faceva precedentemente, eppure i servizi non sono migliorati, mantenendo le stesse carenze. Che sia necessario continuare nell’opera di abbattimento dell’evasione ed elusione è fondamentale, ma lo è altrettanto migliorare i servizi a cominciare da quelli sulla salute. L’azzardo della sinistra di puntare ad una patrimoniale non solo è sbagliato, ma non farà che alimentare tensioni che si scaricherebbero, come sempre, sul ceto medio, una ricetta, la loro, che fa emergere la disfatta che hanno costruito nei servizi durante i tanti periodi in cui hanno guidato il Paese. È sostanziale che la coalizione guidata da Giorgia Meloni concentri la sua attività progettuale Paese sul far funzionare i servizi e parimenti che le categorie economiche, datoriali e sindacali del lavoro dipendente, contribuiscano al loro miglioramento con proprie azioni organizzative, ma anche finanziarie per primi. Altrettanto necessario che i sindacati collaborino per realizzare un lavoro maggiormente produttivo, alla pari di quello tedesco e francese, ma anche spagnolo, per consentire e ottenere non solo la crescita dei salari, vincolandola alla produttività, ma anche la redditività aziendale. Una redditività che per realizzarsi deve disporre di crescite patrimoniali e dimensionali che si traducono in maggiori disponibilità agli investimenti e un accesso al credito più favorevole e meno oneroso e parimenti consenta di dare corso a forme integrative di servizi a favore dei dipendenti. Il basso reddito del lavoro dipendente è sovente associato a quello del lavoro autonomo di micro dimensioni che può ricorrere alla via di fuga dell’elusione e dell’evasione, fortemente dannosa per la collettività. Il difetto-merito della flat tax è, da una parte, di riuscire a ridimensionare l’evasione, ma dall’altra di essere iniqua per chi, da lavoratore dipendente con il medesimo reddito, paga il doppio. Le tasse debbono far parte del vivere sociale. È importante però che il loro utilizzo sia esente da sprechi e inefficienze che innescano una tassa occulta aggiuntiva per compensare la scarsa qualità e disponibilità dei servizi.
È tornata «la République des copains», la Repubblica degli amichetti. Con l’avvicinarsi della fine del suo secondo mandato, il presidente francese Emmanuel Macron sta accuratamente piazzando i suoi fedelissimi in posizioni strategiche. Con un obiettivo: anticipare un’eventuale vittoria del Rassemblement national (Rn) di Marine Le Pen e Jordan Bardella alle presidenziali del 2027 e magari preparare un clamoroso ritorno nel 2032. Nei corridoi dell’Eliseo, alcuni parlano ancora di semplice «gestione di fine mandato». Ma nei fatti, il ritmo, la precisione e la natura delle nomine raccontano ben altro. All’Eliseo, l’idea si è imposta progressivamente: il prossimo avvicendamento potrebbe essere brutale e riguardare non solo gli orientamenti politici ma anche gli equilibri amministrativi. In questa prospettiva, ogni nomina diventa un tassello di un dispositivo più ampio. La più recente è quella di Emmanuel Moulin. Ex capo di gabinetto di Bruno Le Maire al ministero delle Finanze, Moulin ha appena lasciato la carica di segretario generale dell’Eliseo, che ricopriva dalla primavera del 2025, per diventare governatore della Banca di Francia su proposta di Macron. Fedelissimo del presidente francese, Moulin prenderà nei prossimi giorni il posto di François Villeroy de Galhau, che a febbraio aveva annunciato le sue dimissioni anticipate da governatore, alimentando la diffidenza di chi accusa Macron di blindare le istituzioni. Quella di Moulin è soltanto l’ultima di una serie di nomine dalle tempistiche assai curiose. Amélie de Montchalin, 40 anni ed ex ministra dei Conti pubblici (disastrati), è stata nominata alla guida della Corte dei conti su proposta di Macron. Annunciata a febbraio, la nomina ha suscitato un’ondata di indignazione perché rispondeva a tutti i criteri del processo intentato contro il macronismo in declino: vicinanza politica, riconversione di una fedelissima, passaggio diretto dal governo a un’istituzione di controllo e, soprattutto, insediamento in una carica destinata a durare a lungo, con un limite di età fissato a 68 anni. Prima di lei un altro generale del macronismo, Richard Ferrand, ex presidente dell’Assemblea nazionale, è stato piazzato in un posto chiave: il Consiglio costituzionale, istituzione incaricata di garantire la conformità delle leggi alla Costituzione. Proposto da Macron, Ferrand è entrato in carica nel marzo del 2025 per un mandato di nove anni. «Il Consiglio costituzionale non è una casa di risposo per pensionati della politica», ha tuonato la leader del sovranismo francese Marine Le Pen. Negli ultimi anni, diverse altre figure del macronismo hanno trovato una poltrona sicura in altre istituzioni dopo una parentesi da ministri. Emmanuelle Wargon, ex ministra delle Politiche abitative, presiede dal 2022 la Commissione di regolamentazione dell’energia, un’autorità chiave in un contesto di forti tensioni sul mercato energetico. Stéphane Séjourné, ex ministro degli Esteri, è stato nominato commissario europeo per l’Industria nel 2024 dopo le dimissioni di Thierry Breton. Clément Beaune, ex deputato del partito macronista Renaissance nella circoscrizione di Parigi, sconfitto alle elezioni legislative del 2024, è stato ricollocato come Alto commissario per la Strategia e il Piano nel marzo 2025. Più recentemente, nel ruolo di prefetto di Parigi e della regione parigina Île-de-France, è stato promosso Georges-François Leclerc, che era capo di gabinetto di Macron dallo scorso autunno. Un altro ex capo di gabinetto del presidente francese, Brice Blondel, è diventato prefetto degli Yvelines, dipartimento della regione parigina. Ma non è tutto. Macron vorrebbe blindare un’altra prestigiosa istituzione, simbolo della Francia nel mondo: il castello di Versailles. Vacante dal 25 febbraio per la partenza di Christophe Leribault verso la direzione del Louvre, il ruolo di presidente del castello di Versailles potrebbe essere affidato a un altro uomo di fiducia di Macron: Bruno Roger-Petit, consigliere per le questioni memoriali all’Eliseo. «Il presidente vuole nominare un profilo politico», ha detto al Figaro una fonte a conoscenza delle trattative. Il secondo nome che circola con insistenza è quello dell’ex ministra della Cultura Rachida Dati, amica della coppia presidenziale Emmanuel e Brigitte Macron.
Ci sono notizie che sembrano inventate da un autore satirico particolarmente ispirato. Invece sono vere. Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, impegnato a preparare la città all’assalto dei Mondiali di calcio al via l’11 giugno, ha deciso di affidarsi non a Lincoln o a Churchill e nemmeno a Roosevelt. Ha scelto Mario Balotelli. Sì proprio lui. Super Mario. L’uomo che per anni ha fatto discutere più dei suoi gol, il campione delle polemiche, delle provocazioni e delle frasi destinate a diventare leggenda. Una su tutte: «Quando segno non esulto perché sto solo facendo il mio lavoro. Un postino festeggia forse quando consegna una lettera?». Una battuta che all’epoca fece sorridere molti e irritò altri, ma che conteneva una verità elementare: fare il proprio dovere non dovrebbe essere considerato un miracolo. Il primo cittadino della Grande Mela ha ripreso questa perla di saggezza durante una conferenza stampa dedicata all’organizzazione dell’evento per spiegare che non intende stappare bottiglie se New York riuscirà a ospitare i Mondiali come da programma, senza incidenti, senza caos e senza paralisi del traffico. «Festeggeremo? No. Staremo semplicemente facendo il nostro lavoro», ha dichiarato. Tradotto: niente autocelebrazione, niente passerelle, niente selfie trionfali. O almeno questa è la promessa. Così, nel cuore dell’America, mentre milioni di tifosi si preparano a invadere gli stadi e la finale del 19 luglio al MetLife Stadium promette di paralizzare l’attenzione del pianeta, il sindaco della città più importante degli Stati Uniti si affida alla filosofia esistenziale di Balotelli. In altri tempi sarebbe sembrato materiale da cabaret. LEZIONE RIVOLUZIONARIA CULTURA POLITICA BOLOGNESE Del resto Bologna resta una delle poche città al mondo dove il comunismo viene raccontato con la stessa nostalgia con cui altrove si ricordano i fasti dell’Impero romano. Nel frattempo, però, la notizia vera rimane un’altra. Nel 2026, a pochi giorni dall’inizio del più importante evento sportivo del mondo, il pensiero più lucido ascoltato da un politico americano non arriva da Harvard, da Yale o da qualche costoso centro studi. Arriva da Mario Balotelli. E questa, più che una vittoria della politica, sembra una sconfitta della politica stessa.
Si offendono se si prende atto che ormai il reato più perseguito da certi magistrati è quello di governare. Ma in che altro modo si può raccontare la nuova prodezza dei magistrati di Torino che arrivano addirittura a invocare la Corte costituzionale contro la legge che punisce il blocco stradale? Siamo all’assurdo e proprio in una delle città che più di altre paga l’arroganza delle manifestazioni più violente scatenate negli ultimi tempi. Proprio la Procura di Torino ha chiesto di sollevare una questione di legittimità costituzionale di un articolo del «decreto sicurezza» dell’11 aprile 2025 che riguarda il blocco stradale. La decisione ora spetta a un gip del tribunale. L’iniziativa è stata presa dal pubblico ministero Elisa Pazè nell’ambito di un fascicolo sull’occupazione di un tratto dell'autostrada alle porte di Torino durante una delle manifestazioni Pro Pal dello scorso autunno. È vero che la Pazè, per alcuni indagati, si è già pronunciata per l’emissione di un decreto penale di condanna, ma ha fatto presente al tribunale che potrebbero esserci dei profili di incostituzionalità della norma. Una delle tesi è che «l’incriminazione del blocco stradale attuato con il corpo» potrebbe ledere «i diritti di riunione e di sciopero tutelati dagli articoli 17 e 40 della Costituzione», dato che «la possibilità che si creino rallentamenti o addirittura blocchi del traffico è connaturata alle manifestazioni» e che «fa parte della fisiologia dei cortei l'arresto periodico in certi punti del percorso» per scandire slogan e sensibilizzare i passanti, o per evitare che gli stessi manifestanti si disperdano. Complimenti vivissimi alla magistrata che evidentemente non deve mai essere incappata in certi blocchi stradali, mentre i comuni cittadini devono sopportare le pene dell’inferno. Altro che fisiologia delle manifestazioni... Ovviamente si butta a pesce sulla presa di posizione della magistrata il parlamentare di Avs Grimaldi, cultore della materia come padrino politico di Askatasuna: «Apprendo che la procura di Torino ha chiesto di sollevare una questione di legittimità costituzionale sull'articolo del decreto sicurezza riguardante il blocco stradale. È ciò che sosteniamo da tempo: quella misura è lesiva dei diritti fondamentali tutelati dagli articoli 17 e 40 della Costituzione». Non c’erano dubbi sul copia e incolla sostanziale delle due prese di posizione.Il problema reale resta però. Pretendere l’intervento della Consulta significa tentare di provocare una paralisi decisionale. Solo nel palazzo di giustizia di Torino non sembrano accorgersi che l’Italia ha un servizio lentissimo (tra le peggiori in Europa per durata processi civili, ad esempio), bassa efficienza percepita e un uso politico della toga che viene spesso indicata come perno del modello di erosione della sovranità popolare. In altri paesi (Danimarca, Finlandia, Austria) il Pm è più legato all’esecutivo ma la terzietà dei giudici regge per cultura istituzionale e selezione, non per isolamento totale. L’Italia è spesso in fondo alle classifiche Ue per percezione di indipendenza effettiva vs inefficienza. Logico quindi che si torni a parlare di “governo dei giudici”, che non è mito, ma fenomeno reale quando pm come quella di Torino sollevano questioni di costituzionalità su norme appena votate dal Parlamento (come nel caso Torino sul blocco stradale), o quando certe sentenze interpretano la legge in modo opposto allo spirito del legislatore. Abbastanza creative, diciamo. Però non è per fortuna “tutta” la magistratura a comportarsi in questo modo: tante procure applicano le norme, ci sono condanne e espulsioni. Ma sbagliano le toghe che non riescono a rendersi conto che questi strumenti da loro contestati servono come essenziali contro il caos, gli eco-blocchi e le violenze (qui è evidente il riferimento agli scontri di Torino con Askatasuna). Giorgia Meloni e i suoi alleati hanno spesso accusato parti della magistratura di “doppiopesismo” o lassismo su questi temi. E questi fatti depongono a favore delle tesi del governo.
Come sta la pancia del Paese? La partita politica italiana resta inchiodata, senza scossoni e con margini sempre più sottili tra le due grandi coalizioni. L’ultima indagine svolta da Supermedia YouTrend/Agi fotografa in ogni caso qualche cambiamento nelle intenzioni di voto. In testa, in ogni caso, si conferma Fratelli d’Italia, stabile attorno al 28,2%, seguita dal Partito Democratico al 21,8%. Il partito di Elly Schlein non riesce a ridurre in modo significativo il divario dalla prima forza politica. Il Movimento 5 Stelle si sposta di poco, dal 12,8% al 13% dell’ultima rilevazione, ma rimonta sul Pd. Forza Italia si attesta all’8,2%. Nel campo delle opposizioni più strutturate, Alleanza, Verdi e Sinistra (AVS) si posiziona al 6,6%, mentre le forze centriste restano frammentate: Azione al 3%, Italia Viva al 2,4% (leggerissimo calo, -0,1%), +Europa all’1,4% e Noi Moderati all’1,1%. Fuori dai grandi blocchi cresce invece Futuro Nazionale, che tocca il 4,3%, confermando una dinamica di possibile consolidamento attorno alle nuove sigle emergenti. Sul piano delle coalizioni, il dato politico più rilevante è l’accelerazione dell’opposizione nei confronti dei governanti: il campo largo si attesta al 45,6%, mentre il centrodestra segue a distanza ravvicinata con il 44,6%. Questo fa sì che, ad oggi, il centrodestra abbia, sulla carta, un 'ritardo' di un punto esatto nei confronti del Campo Largo, nel quale intanto si verifica una sorta di riequilibrio a sfavore del Pd e a vantaggio di M5S. Numeri che confermano quanto il vantaggio delle opposizioni, quando c’è, resti minimo e altamente volatile.
"La famiglia non c'entra". A oltre cinque mesi dalla tragedia che ha sconvolto il Molise, il padre di Antonella Di Ielsi prende la parola e respinge con forza ogni sospetto sui familiari. Lo fa in un’intervista a Quarto Grado. L’uomo si mostra sgomento di fronte alle ipotesi che il responsabile possa essere nell’ambito familiare: "Pensate davvero che sia successo in famiglia? Ma chi potrebbe aver fatto una cosa simile? Mi sembra impossibile".Ha ripercorso gli ultimi drammatici momenti con la figlia: "Stava quasi in silenzio. Stava in piedi, ma non aveva la forza di parlare. Per me, Antonella aveva già capito che Sara se ne era andata. È crollata a terra, hanno dovuto portare la barella e portarla al pronto soccorso. Io non l’ho più vista". Ha aggiunto di aver saputo solo dopo della possibile causa: "Nessuno aveva il coraggio di dirmelo".Le indagini si concentrano sull’ipotesi di avvelenamento da ricina, la sostanza tossica rilevata sui corpi di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, morte a dicembre in provincia di Campobasso.Gli inquirenti hanno sequestrato numerosi alimenti consumati durante le festività natalizie del 23 e 24 dicembre per verificare una possibile contaminazione, magari attraverso conserve o regali. Un’altra pista porta al web sommerso: si sta controllando se qualcuno abbia acquistato online la ricina o i semi da cui si estrae, anche attraverso il dark web.Le indagini proseguono ancora senza un responsabile individuato.
Un uomo di 48 anni, Francesco Oliveto, è stato fermato con l’accusa di aver ucciso la madre, Vittoria Maria Rosa De Donato, di 78 anni, a Roma nel quartiere Villaggio Prenestino (zona San Vittorino).Secondo la ricostruzione dei carabinieri, l’omicidio è avvenuto il 29 maggio nell’abitazione familiare di via Macchiagodena. Durante una violenta lite in casa, il figlio avrebbe spinto la madre facendola cadere e urtare la testa contro un tavolo. Mentre la donna era a terra agonizzante, l’uomo l’avrebbe colpita ripetutamente con un mattarello fino a ucciderla. Dopo il delitto, nella stessa notte, Oliveto ha cercato di occultare il cadavere: lo ha spostato nella cantina di casa e lo ha nascosto all’interno di un manufatto in cemento. Il corpo è stato ritrovato proprio su indicazione dell’assassino.Le indagini sono scattate dopo la denuncia di scomparsa presentata dai familiari. I carabinieri si sono concentrati subito sul figlio, incensurato, che alla fine ha confessato: "Ho ucciso mia madre".Sul posto sono intervenuti i carabinieri del Nucleo Investigativo di Frascati per i rilievi tecnici. L’inchiesta è coordinata dal procuratore aggiunto Maurizio Arcuri, che sta lavorando per chiarire ogni dettaglio della dinamica e il movente della tragedia familiare.
Peppe Provenzano, responsabile Esteri del Pd, è "incredulo" e "indignato" per l’assenza di Giorgia Meloni al vertice Ue-Balcani in Montenegro. Per l’esponente dem si tratterebbe di un "gigantesco danno" per l’Italia e di un "vuoto della nostra politica estera"."Davvero, non so se essere più incredulo o più indignato. Siamo di fronte a un gigantesco danno nei confronti del nostro Paese, probabilmente frutto di una ripicca della nostra premier che, all’improvviso, si scopre marginalizzata in Europa", ha attaccato Provenzano in un colloquio con Repubblica. Secondo il dirigente Pd, Francia, Germania e Gran Bretagna starebbero rilanciando trattative con Mosca e spingendo per un’adesione accelerata dell’Ucraina all’Ue, tagliando fuori l’Italia. "Si stanno discutendo questioni strategiche per il nostro Paese… È gravissimo che l’Italia non sia in prima fila. Meloni, invece di fare l’offesa, dovrebbe fare politica", ha aggiunto. Provenzano ha definito l’assenza "emblematica di un vuoto di strategia più generale", sostenendo che sia crollata "l’impalcatura trumpiana" di Meloni e che la premier sia "incapace di reinventarsi una politica". Ha inoltre sottolineato le divisioni interne al governo tra Tajani e Crosetto, tirando in ballo anche Salvini."Il problema non è il ritardo dell’aereo dalla Calabria ma il ritardo con la Storia", ha sentenziato con il solito tono da professorino saccente.L’ennesimo attacco pretestuoso del Pd, che usa ogni vertice per lamentarsi e dipingere Meloni come isolata. Provenzano predica di stare "nella carrozza di testa" come ai tempi di Draghi, ma dimentica che l’opposizione è ancora ferma alla solita propaganda anti-governativa invece di fare proposte serie.
Nell’ultima puntata stagionale di Ore 14 Sera del 5 giugno 2026, Milo Infante ha dedicato l’intera trasmissione al caso Garlasco, evidenziando l’esistenza di “due verità”. Da una parte la condanna di Alberto Stasi, definita frutto di “errori mai registrati prima” e arrivata “dopo un dubbio ragionevole”. Dall’altra l’indagine della Procura di Pavia che punta su Andrea Sempio come vero assassino di Chiara Poggi.Infante ha sottolineato un aspetto anomalo: “Contro questa indagine si sono mossi sia la persona indagata, sia la famiglia della vittima”. È stata trasmessa la dichiarazione dell’avvocato dei Poggi, Gianluigi Tizzoni, scettico sul nuovo filone.Nel corso della puntata si è svolto un acceso faccia a faccia con l’avvocato Antonio De Rensis, legale di Stasi. Sono state mandate in onda intercettazioni di Sempio con la madre, in cui lei attacca De Rensis, e un’altra in cui Sempio parla di magistrati “stracorrotti”. Sono emerse anche intercettazioni che coinvolgono Marco Poggi.Ampio spazio è stato dedicato all’inchiesta sulla corruzione a Pavia, con il biglietto trovato a casa Sempio (“Venditti GIP archivia x 20.30 euro”) e i movimenti di denaro tra famiglia Sempio e avvocati.Grande dibattito sull’impronta 33 sul muro: la difesa di Sempio contesta la compatibilità con il suo piede, mentre De Rensis e Garofano difendono la posizione di Stasi. Sono intervenuti anche Giada Bocellari, legale di Stasi, e vari consulenti su DNA e impronte .La trasmissione si è chiusa con le parole commosse di Milo Infante: “"Ci tenevamo a dirvi grazie, tra poco si spegneranno le luci al Tv2 d Milano, finisce qui la stagione televisiva di ‘Ore 14 Sera’, un viaggio cominciato quasi per caso, ma si è conquistato grazie al vostro affetto un posto importante nel palinsesto di Raidue. C’è una frase che mi ha sempre accompagnato, amo i libri di Stephen King, ‘Ci sono altri mondi al di fuori di questo’, quindi vedremo. Grazie tutti ai nostri ospiti, autori, collaboratoir, al Tv2, di Milano che ci ha accolto, alla Direzione Approfondimento, a questa azienda, quello che sarà lo vedremo. Grazie di cuore".
Dopo quasi 18 anni di silenzio, Marco Poggi è intervenuto a “Quarto Grado” e ha sbottato contro le accuse che lo hanno coinvolto nell’omicidio della sorella Chiara.“Non pensavo di dover affrontare tutto questo 19 anni dopo”, ha detto, esprimendo tutto il peso di essere ancora al centro di sospetti. “Essere accusato di essere coinvolto nell’omicidio di Chiara, essere accusato addirittura di essere l’autore è sicuramente una cosa che difficilmente andrà via”. Poggi ha spiegato di aver scelto per anni di non parlare e di rifiutare ogni esposizione mediatica: “Non ho mai accettato tutta questa esposizione mediatica”. Secondo lui, questo silenzio potrebbe aver alimentato le voci: “Probabilmente il fatto di non aver mai rilasciato interviste può aver alimentato anche queste voci”.Ha respinto con forza le teorie sul presunto giro di droga: “È stato detto tutto, si è fatta qualsiasi ricostruzione. Consumo di cocaina? No, non l’ho mai provata. Purtroppo è una fantasia che più fantasia non può essere”. Marco Poggi ha criticato chi ha lasciato circolare liberamente queste ricostruzioni: “Io ho sempre pensato che chi indagava poteva benissimo smontare alcune piste, ma non solo la mia, poteva smontare anche tutte le altre piste alternative”.Nel suo sfogo, il fratello di Chiara ha sottolineato il fastidio per le continue speculazioni che lo riguardano ancora oggi.
La patrimoniale è il chiodo fisso della sinistra. E piano piano la campagna elettorale che ci porterà al voto per le politiche verrà scandita dal dibattito sulla tassa delle tasse, tanto cara alla sinistra. Avs con Fratoianni e Bonelli è in prima linea per introdurla, il Pd non si tira indietro. Una sinistra tassarola che si prepara a mettere le mani nelle tasche degli italiani con uno sciagurato programma elettorale che ha un punto fermo: la tassa sul patrimonio. Seguendo i diktat e gli ordini di Bruxelles, la sinistra non fa passi indietro e in ogni occasione sponsorizza l'imposta. Un'imposta definita "bellissima" da Romano Prodi e che di fatto agita e non poco le acque del campo largo. E così a riportare sulla terra Schlein, Fratoianni&Co. è Aldo Cazzullo che, ospite di Lilli Gruber a Otto e Mezzo su La7, non le manda a dire: "Il problema è che qualsiasi manovra tu fai, patrimoniale, rivisione del catasto, tasse di successione, non colpisce i veri ricchi, colpisce il ceto medio, che è già in grande difficoltà. Alla fine il PD è l'unico partito al mondo che vuole tassare di più i suoi elettori, cioè quelli che già pagano le tasse, quelli che già pagano il 90% dell’IRPEF, pensionati e lavoratori dipendenti". Nulla da aggiungere.