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Il deputato azzurro, Enrico Costa, assumendo l’incarico di capogruppo di Forza Italia alla Camera, alla metà di aprile, aveva ricordato ai colleghi che «un centrodestra moderno si deve occupare di libertà e diritti». Nelle parole dell’esponente berlusconiano, ovviamente, c’era un richiamo al risultato del referendum sulla giustizia, ma anche l’esplicito invito a guardare avanti, a non fermarsi. Ed è esattamente quello che il forzista ha deciso di fare, dando corpo alle idee presentate un mese e mezzo fa, convinto della necessità di non mollare la presa sul tema della giustizia e della sua amministrazione. «Stiamo predisponendo una proposta di legge sulla responsabilità civile dei magistrati, sulla quale ci confronteremo all’interno della maggioranza», annuncia sui social il capogruppo di Forza Italia alla Camera, spiegando che, archiviato definitivamente il referendum sulla separazione delle carriere, Fi non intende abbandonare il percorso delle riforme sul fronte giustizia, questa volta con leggi ordinarie e non con riforme costituzionali. L’azzurro elenca «l’abuso della custodia cautelare, le troppe ingiuste detenzioni», così come, «occorrerà riportare all’ordine del giorno il tema dell’inappellabilità delle sentenze di assoluzione». [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47847253]] Di fatto, quello squadernato da Costa, è un programma di fine legislatura e non certo una serie di appunti sparsi, visto che il referendum sulla giustizia di due mesi fa «ha evidenziato tante critiche che restano, irrisolte, ancora tutte sul tavolo». Insomma, il risultato delle urne sarà stato pure deludente, ma i messaggi no e vanno ascoltati. «La strada da intraprendere è quella di intervenire con riforme ordinarie capaci di ripristinare piena efficienza all’amministrazione della giustizia e di rafforzare le garanzie costituzionali assicurate ai cittadini». Costa parla di interventi sul processo civile e sull’ ordinamento giudiziario, «per far fronte alle degenerazioni correntizie riconosciute tardivamente anche dall’Anm». La mossa di Costa, perfettamente in linea con la tradizione e la cultura politica di Forza Italia, trova negli alleati un’accoglienza misurata, frutto del risultato referendario di due mesi fa. Perché se la responsabilità civile dei magistrati «è un tema sul quale il centrodestra è sempre stato compatto e di cui ci siamo occupati più volte»; sottolinea la senatrice della Lega, Giulia Bongiorno, questo non vuol dire che non serva «responsabilità» e equilibrio». «Da parte nostra c’è piena condivisione: è una priorità. Naturalmente ci sono delle condizioni», sottolinea l’esponente leghista, «la legge dovrà essere equilibrata, non scritta frettolosamente e non dovrà apparire come una norma punitiva nei confronti di qualcuno. Sono convinta che il testo di Costa avrà queste caratteristiche». [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47784670]] Più cauto, ma per ragioni istituzionali, il sottosegretario alla Giustizia ed esponente di Fdi, Alberto Balboni. «Non conoscendo la proposta di legge» annunciata da Costa, «non posso esprimere un parere. Prima vorrei leggere il testo, visto anche il ruolo che ricopro». «Se c’è una proposta di una forza politica di maggioranza è giusto valutarla, ma nel merito. Se non conosco il merito», sottolinea l’esponente meloniano, «faccio fatica a valutarla». Certo, aggiunge il sottosegretario, «il tema non è nuovo, non è che si pone all’attenzione dell’opinione pubblica oggi. C’è stato anche un referendum, a suo tempo, sulla responsabilità civile dei giudici. Quindi è un tema antico e va ponderata una soluzione che tenga conto dei diversi interessi in gioco», chiosa Balboni. «Forza Italia non dimentica gli oltre 13 milioni di cittadini che hanno sostenuto la battaglia referendaria per una Giustizia giusta», replica capogruppo azzurro Costa, «e lavora a proposte liberali e garantiste sulle quali aprire il confronto con la maggioranza e il Parlamento». «L’ultimo annodi legislatura non deve andare sprecato», gli fa eco il senatore di Forza Italia, Pierantonio Zanettin, «c’è ancora molto da fare. Ripartiamo dai disegni di legge sul sequestro degli smartphone e sulla riforma della prescrizione, già approvati da un ramo del Parlamento». La giustizia, dunque, torna al centro del dibattito politico, e non solo come capitolo dell’agenda di governo, ma anche come tema della campagna elettorale, che è già iniziata.
Assolutamente rivelatore è il modo in cui il pubblico sta reagendo al primo trailer della nuova serie dedicata a Harry Potter, prevista per Natale 2026. L’attesa per un ritorno – l’ennesimo – a Hog warts, e la riemersione di una frattura che da anni attraversa il fandom: quella tra l’amore per una storia che ha segnato un’intera generazione e che tutt’oggi rimane un fenomeno mondiale; e il rifiuto sempre più esplicito della sua autrice, J.K. Rowling, per la sua posizione riguardo l’identità di genere e i diritti delle donne, concentrandosi sulla distinzione tra sesso biologico e identità di genere; le quali sostiene anche economicamente. Questo, da molti anni, ha sollevato dibattiti, con critiche che la accusano di transfobia, mentre lei sostiene di voler difendere gli spazi riservati alle donne biologiche. Da una parte ci sono i nostalgici, gli spettatori cresciuti con i libri e i film, per cui la musica, le atmosfere, persino le inquadrature del trailer bastano a riattivare un immaginario emotivo potentissimo. Per loro Harry Potter è un luogo mentale prima ancora che un prodotto culturale: un archivio di crescita, amicizie, paure e formazione. Dall’altro lato, una parte consistente del pubblico che rifiuta questa immersione. Le posizioni di Rowling sul rapporto tra sesso biologico e identità di genere - e il suo sostegno a determinate associazioni- hanno trasformato la fruizione della saga in una questione etica. La questione, tuttavia, non si esaurisce nella contrapposizione – spesso semplificata – tra chi “fa bene” a boicottare e chi “fa finta di niente”. Il punto critico riguarda piuttosto il modo in cui il consumo culturale viene caricato di una responsabilità morale sempre più esplicita. Guardare o non guardare una serie diventa una presa di posizione pubblica, una dichiarazione identitaria. È qui che il discorso si fa più complesso. Perché accanto alla scelta del boicottaggio emerge una dinamica speculare: la pressione a trasformarlo in un imperativo. Come se esistesse una sola modalità eticamente accettabile di relazionarsi all’opera. Il rischio, in questo passaggio, è quello di ridurre una questione stratificata a una norma implicita, dove la riflessione individuale lascia spazio a una forma di prescrizione collettiva. $ qui che il dibattito si irrigidisce. Perché se è legittimo interrogarsi sull’impatto economico e simbolico delle proprie scelte culturali, lo è altrettanto rivendicare uno spazio di autonomia individuale. Non tutti vivono il rapporto tra opera e autore nello stesso modo, e pretendere una linea unica rischia di trasformare una riflessione complessa in un atto prescrittivo. Il caso Harry Potter è emblematico proprio perché si colloca a metà tra mito contemporaneo e prodotto industriale. A differenza di altre saghe, il mondo creato da Rowling ha assunto una dimensione archetipica. Lo dimostra anche la fortuna editoriale di saggi e riletture come Harry Potter e la filosofia, che analizza la saga attraverso categorie etiche, politiche e metafisiche, interrogandosi su temi come il bene e il male, il libero arbitrio, il potere e la costruzione dell’identità. La fortuna di operazioni di questo tipo – oggi rilanciate anche in nuove edizioni e progetti editoriali – segnala un dato preciso: Harry Potter è un dispositivo culturale stabile, capace di generare letture plurali e di produrre discorso critico. Un linguaggio attraverso cui leggere il mondo, oltre che un universo narrativo in cui rifugiarsi. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:44350353]] IL LEGAME PERSONALE [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:45836714]]
Si chiamava Nasire Best ed era già conosciuto dal Secret Service il 21enne che alle 18,10 locali di sabato, le 24,10 italiane, all’esterno della Casa Bianca ha innescato una sparatoria in un checkpoint della sicurezza, ferendo un passante e venendo poi ucciso dagli agenti. In almeno due occasioni, tra giugno e luglio del 2025, era stato infatti fermato nei pressi della Casa Bianca, dopo comportamenti giudicati preoccupanti. In un caso aveva bloccato una corsia d’accesso al complesso presidenziale sostenendo di essere Dio, episodio che aveva portato al suo ricovero presso l'Istituto Psichiatrico di Washington per una valutazione. Poche settimane più tardi era stato nuovamente arrestato, dopo aver tentato di entrare in un vialetto della struttura. Un giudice gli aveva poi imposto di tenersi lontano dall’area della Casa Bianca. Nonostante le segnalazioni e i controlli, secondo le autorità il giovane non aveva mai mostrato atteggiamenti violenti né era mai stato visto con armi prima della sparatoria. Ma, secondo quanto riportato dalla Cnn, aveva anche pubblicato diversi messaggi dove si definiva il «vero Osama bin Laden», mentre in altri aveva manifestato il desiderio di fare del male a Donald Trump. In pochi istanti sono stati sparati almeno 20 colpi di arma da fuoco, ed è scattato il lockdown. Secondo la ricostruzione diffusa dai media Usa, Nasire Best avrebbe aperto il fuoco contro gli agenti del Secret Service, che hanno risposto sparando e colpendolo mortalmente. Il giovane è morto poco dopo il trasporto in ospedale. Durante l’attacco è rimasta ferita gravemente anche una persona che si trovava casualmente nella zona. Sul posto sono intervenuti immediatamente gli agenti federali e l’Fbi. Le autorità hanno recuperato l'arma. Al momento il presidente si trovava all'interno della Casa Bianca, impegnato in incontri dedicati per i negoziati con l’Iran. LA SERIE È stato il diciottesimo complotto contro la sua vita, anche se solo il terzo in cui ci sono stati spari. Il quarto, se si considera una volta in cui Trump non era presente. Il presidente fu ferito una volta: il 13 luglio 2024, quando fu colpito da un proiettile mentre teneva un discorso elettorale vicino a Butler, in Pennsylvania. Poco dopo che aveva iniziato a parlare, il ventenne Thomas Crooks sparò otto colpi con un fucile AR-15, dotato di un mirino a punto rosso, dal tetto di un edificio situato a circa 120 metri dal palco. Trump fu ferito all'orecchia destra e gridò «Fight! Fight! Fight!», prima di ripararsi sul pavimento del podio e farsi accompagnare all'ospedale. Un uomo nel pubblico del comizio fu ucciso e altri due feriti, prima che l’attentatore venisse a sua volta eliminato dalla squadra di cecchini anti-cecchino del Servizio Segreto. La sera del 25 aprile scorso, invece, il trentunenne Cole Thomas Allen ha sparato otto colpi all'interno della hall, durante l’annuale cena della White House Correspondents’ Association. Tutti coloro che si trovavano nella sala del banchetto sono stati immediatamente evacuati e l'autore del reato è stato preso in custodia. Il 22 febbraio 2026, poi, il 21enne Austin Tucker Martin si è introdotto di nascosto oltre la sicurezza di Mar-a-Lago, una residenza di Trump, armato di un fucile a pompa Winchester SXP Defender calibro 12 e benzina. È stato ucciso a colpi d’arma da fuoco dagli agenti del Secret Service. Il presidente, però, non c’era. A parte ciò, l’8 giugno 2016 il ventenne cittadino britannico Michael Steven Sanford aveva tentato di estrarre la pistola di un agente durante un comizio a Las Vegas per sparare a Trump. Il 6 settembre 2017 il quarantenne Gregory Lee Leingang rubò un carrello elevatore da una raffineria di petrolio e si diresse verso il corteo presidenziale, con l’intenzione di travolgere la limousine presidenziale. Ma rimase bloccato, fuggì a piedi e fu arrestato. Nel novembre del 2017 un militante dell’Isis il cui nome non è stato rivelato fu arrestato dalla polizia filippina con l'accusa di aver pianificato di assassinare Trump durante il vertice diplomatico dell'Asean. Il 12 luglio 2024 il pakistano Asif Merchant è stato arrestato per un complotto volto a uccidere Trump durante un comizio. Il 15 settembre 2024 Ryan Wesley Routh, 58 anni, operaio edile e attivista russo-ucraino di Greensboro, Carolina del Nord, è stato avvistato con un fucile tipo SKS su un campo da golf privato di proprietà di Trump a West Palm Beach, in Florida. Tentò di puntare l'arma su Trump ma fu arrestato. Il primo ottobre 2018 e nel settembre 2020 sono state intercettate buste contenenti ricina inviate a Trump.
Cinque giorni di Festival dell’Economia, a Trento, organizzati dal Sole 24Ore con le meglio teste d’Italia in tema di affari, soldi, innovazione. Ministri, ex ministri, professori, industriali, politici, destra e sinistra, cervelli in fuga richiamati a portare la loro testimonianza. E un grande assente: il programma economico dell’opposizione. Pd, M5S e Avs stanno impostando la campagna elettorale che ci accompagnerà per un anno sulla bassa crescita dell’Italia, all’insegna del «quando ci saremo noi...», sanità gratis per tutti, energia a basso costo senza nucleare e stipendi alti. Già, ma come? E qui cala il silenzio e si spalancano stupiti gli occhi progressisti, come quelli dei bambini quando viene fatta loro una domanda inaspettata: perché, dobbiamo anche preoccuparci di come mantenere le promesse che facciamo? Il che, nella fattispecie sarebbe: su quali leve puntare per far crescere l’economia e da dove trarre le risorse per rispettare gli impegni senza sfasciare i conti. «Non voglio dare a Elly Schlein e Giuseppe Conte consigli non richiesti», chiosa elegantemente il due volte premier che capeggiò l’Ulivo. Raramente un silenzio ha detto tante cose. Non ce n’era uno, a Trento, forse inclusa la leader del Pd, che fosse persuaso che l’attuale opposizione, qualora andasse al governo, sarebbe in grado di muovere l’economia senza aumentare spaventosamente il debito a colpi di spesa pubblica. Si accettano smentite se non è così. La stesura del programma del campo largo è stata rinviata a dopo le ferie, perché non governare stanca. Qualche anticipazione però c’è, ed è lecito tremare. Primo punto, aumentare la produzione industriale, ma senza indicare su quali settori investire; anzi, difendendo settori come elettrodomestici e auto, anche se di marchi italiani non ce ne sono più e ormai questi prodotti non li fanno neppure in Germania perché né noi né i tedeschi possiamo più essere competitivi con Asia ed Est Europa. Secondo, aumentare gli stipendi, senza però preoccuparsi di come alzare il valore effettivo che un’ora di lavoro in Italia produce, fattore che sta alla base di ogni crescita che non diventi solo inflazione e debito. Terzo: bonus e investimenti pubblici, ma guai a porsi il problema di come generare il denaro per finanziarli senza aumentare ulteriormente il debito. Quarto, conversione totale all’energia pulita, e questo in realtà sarebbe l’obiettivo di tutti; non fosse che i maggiori paletti a fotovoltaico ed eolico sono nelle Regioni storicamente amministrate dalla sinistra e che tre quarti del campo largo ostacola pannelli, pale e nucleare. Salvo però attaccare Meloni per aver prorogato il taglio alle accise; e sì che negli ultimi tre anni non c’è stata settimana nella quale Bonelli, Fratoianni e compagni non abbiano rinfacciato alla premier di non aver dato fede al video in cui, quando era all’opposizione, prometteva di farle sparire. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47784968]] Quinto, aggressione al governo perché il boom dell’occupazione è dovuto ai cinquantenni; quasi che non fosse un bene e dovessimo tornare ai tempi delle baby pensioni. Sesto, alzare la spesa in Welfare, soprattutto in Sanità, scambiando il dovere dell’assistenza per un fattore di sviluppo economico e non una fonte di spesa di risorse che dovremmo prima preoccuparci di creare. Settimo, inesistenti nelle proposte della sinistra la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e la tecnologia, queste sconosciute, il settore dei servizi, motore di crescita perfino in Cina superiore alla manifattura. Ottavo, la sacrosanta lotta all’evasione come panacea, anche se essa è già conteggiata nel Pil e una sua emersione porterebbe il livello di pressione fiscale oltre il 50%, quindi ad altezze insostenibili, paralizzanti di ogni economia, traducendosi così in un giusto riequilibrio del carico delle tasse ma non in maggiori risorse. Morale: a Trento, dem, verdi e grillini dovrebbero andarci in viaggio di studio e non marcare visita o, peggio, sdottoreggiare dal palco, terrorizzando la platea e gli interlocutori, finanche quelli amici. A Trento c’erano i cervelli in fuga, si è detto; ma si è registrata soprattutto la fuga del cervello dalle teste dell’opposizione. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47788256]]
La rispettosa e rispettata partecipazione di Nilde Jotti e Giancarlo Pajetta alla comune camera ardente di Giorgio Almirante e Pino Romualdi nel maggio del 1988, testimoniata in un bell’articolo su Libero di Annalisa Terranova, che faceva parte del picchetto del servizio d’ordine dei giovani missini, era stata preceduta nel 1985 dalla visita commossa di Giorgio Almirante alla camera ardente di Enrico Berlinguer, allestita alle Botteghe oscure. Dove il leader della destra italiana, come avrebbe raccontato poi la moglie Assunta, aveva deciso di andare piangendo alla notizia della morte del segretario comunista. Di cui era stato certamente un avversario senza tuttavia disconoscerne i meriti, a partire dalla onestà personale, o negargli addirittura la collaborazione in passaggi difficilissimi della storia nazionale, e non solo di entrambi i loro partiti. Il Pci, in particolare, era minacciato nella sua credibilità e persino sopravvivenza al terrorismo rosso che lo sentiva imborghesito dai rapporti con la Dc di Aldo Moro e di Giulio Andreotti. Il partito di Almirante era minacciato dal terrorismo nero, al quale veniva abbinato per aumentarne l’isolamento in nome dell’antifascismo. I due segretari in una rigorosa riservatezza imposta dalle loro basi animose, chiamiamole così, avevano avvertito la necessità e preso l’abitudine di incontrarsi e scambiarsi notizie, consigli e impegni. Fu una bella e rara pagina della politica nazionale, calpestata più ancora che dimenticata dalla sinistra che ha fatto un caso anche del ricordo dedicato ad Almirante nel trentattotesimo anniversario della scomparsa dalla premier Giorgia Meloni e dal presidente del Senato Ignazio La Russa, la solita “seconda carica dello Stato” che gli viene rimproverata, anzi rinfacciata, ogni volta che lui dice o fa ciò che non piace ai suoi critici e avversari in servizio permanente ed effettivo. Si demonizza con ossessione in Italia una destra con la quale anche prima della cura termale di Gianfranco Fini a Fiuggi hanno avuto rapporti di un certo peso politico tutti indistintamente i partiti. Ricordo, fra l’altro, i voti missini con i quali nel 1955 Giulio Andreotti riuscì a mandare al Quirinale, mischiati ad alcuni comunisti, Giovanni Gronchi. Lo stesso Andreotti e altri della Dc riuscirono poi a coinvolgere, quanto meno, i missini - che non aspettavano altro - nell’elezione dei presidenti della Repubblica Antonio Segni e Giovanni Leone. Sarebbe accaduto nel 1985, su richiesta dell’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi a Giorgio Almirante, anche con Arnaldo Forlani, se questi non si fosse sottratto da solo alla corsa per fare correre ed eleggere in una sola votazione Francesco Cossiga alla scadenza del mandato di Sandro Pertini. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47854425]] Scendiamo pure di qualche gradino, dal Quirinale a Palazzo Chigi, o al Viminale che aveva precedentemente condiviso col ministero dell’Interno la sede della Presidenza del Consiglio. Ricordo i voti missini al governo del democristiano Adone Zoli, che si vantò di non averli chiesti e fece finta di rifiutare, avvalendosene per restare in carica e, fra l’altro, sottrarre alla clandestinità la tomba di Mussolini. Ricordo i voti missini, per niente rifiutati neppure essi, al governo del democristiano Fernando Tambroni, che Gronchi aveva nominato per preparare la prospettiva opposta del centro-sinistra, doverosamente col trattino. A cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso - come corre dannatamente il tempo - nacque anche, sia pure nell’ambito regionale della Sicilia, il famoso “milazzismo”, dal nome del democristiano dissidente Silvio Milazzo fiduciato da missini e comunisti insie me. Vi debbo raccontare altro, pescare ancora nella mia memoria di cronista politico, per farvi capire quanto farlocco sia l’antifascismo di cui a sinistra hanno ancora bisogno per cercare di sopravvivere ai loro errori, alla loro inconcludenza, alle loro ambizioni sproporzionate? Per oggi può bastare, credo.
“Il digitale riesce ad aiutarci nel momento in cui riusciamo a semplificare i processi. E su questo abbiamo ancora tantissimo da fare. Basti pensare che abbiamo centinaia di migliaia di leggi vigenti contro poche decine di migliaia della Germania o dell’Inghilterra. Parlerei allora più correttamente di burocrazia digitale. La transizione digitale da sola non basta e comunque non possiamo imporla anche agli anziani o i diversamente abili. Negli ultimi decenni abbiamo fatto 20 leggi sulla semplificazione in 20 anni. È un ossimoro… Esiste più un problema dell’ipernanismo delle aziende italiane che però è l’altra faccia del produrre puntando sulla altissima qualità invece che sulla quantità. Chi produce eccellenze artigianali, viste le piccole dimensioni, ha più difficoltà a internazionalizzarsi. Nel dl Incentivi ci sono risorse per sostenere queste imprese nell’affrontare questa sfida. In tanti anni in Italia è mancata una politica industriale seria, pensando erroneamente che la ricchezza dovesse essere prodotta dallo Stato e non dalle aziende”. Lo ha dichiarato Gianluca Cantalamessa, senatore della Lega in Commissione Industria a Palazzo Madama, nel corso del Cnpr forum “Italia digitale: il ritardo che pesa. Cosa frena la trasformazione del Paese?”, promosso dalla Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili, presieduta da Luigi Pagliuca. Un patto generazionale per il trasferimento delle competenze è auspicato da Elena Bonetti (Azione), presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sugli effetti economici e sociali della transizione demografica: “Il vero ostacolo è la burocrazia che rallenta l’accesso digitale ai servizi pubblici accrescendo la diseguaglianza generazionale che penalizza le persone più anziane. Lo Stato deve mettere in campo una campagna straordinaria di formazione e informazione per l’utilizzo di questi strumenti. Altrimenti la barriera che si crea rischia di escludere molti cittadini dal godimento di alcuni diritti fondamentali come la telemedicina e tutta una serie di servizi erogati nel campo sanitario. Le imprese vanno sostenute per la formazione dei propri dipendenti. I costi di questa iniziativa non possono ricadere esclusivamente sulle aziende: è necessario utilizzare strumenti a loro sostegno come industria 4.0 che abbiamo chiesto di estendere per questi obiettivi. Poi, c’è il tema che riguarda il ricambio generazionale. Gli over 50 sono percepiti spesso come un costo, senza valutare il loro know how acquisito negli anni; i giovani vengono pagati poco ma hanno le competenze digitali. Introdurre un meccanismo di flessibilità che favoriscano lo scambio di competenze è una scelta virtuosa”. Secondo Rosaria Tassinari, deputata di Forza Italia nelle Commissioni Istruzione e Lavoro a Montecitorio: “Il digitale ha enormi potenzialità sul fronte delle semplificazioni ma è evidente che per gestirlo servono competenze informatiche non alla portata di tutti. E’ necessario, dunque, un impegno per l’alfabetizzazione di tutti coloro che si avvicinano a questa innovazione in sinergia con gli enti locali. La cosa importante è accompagnare questo passaggio in modo attento per non tenere fuori nessuno nel rapporto con la pubblica amministrazione che agisce a volte su piattaforme complesse. Le imprese senza alcun dubbio devono investire in digitalizzazione che è una straordinaria occasione di sviluppo. Anche le più piccole che, però, trovano difficoltà perché non hanno una adeguata strutturazione. Bisogna sostenerle aiutandole a svilupparle rendendole competitive nei mercati internazionali. Per fare questo dobbiamo formare i giovani nella gestione informatica dei processi e nell’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale. Il ministero ha lavorato per l’introduzione degli Its nel mondo produttivo riducendo il miss match tra domanda e offerta di lavoro”. Critico Arturo Scotto, parlamentare del Partito Democratico in Commissione Lavoro alla Camera: “Il digitale può certamente semplificare la vita dei cittadini, ma è necessario aumentare gli investimenti e costruire strumenti e campagne specifiche per sostenere le fasce più fragili della popolazione. Il vero nodo della produttività in Italia resta però quello della dimensione delle imprese. Troppo spesso il nostro sistema produttivo continua a essere legato all’idea che ‘piccolo è bello’, mentre oggi è indispensabile favorire aggregazioni, reti e processi di crescita capaci di rendere le aziende più competitive attraverso l’innovazione. Le nuove tecnologie devono servire a migliorare la qualità del lavoro, rendendolo più libero, più produttivo e meglio retribuito. Per questo è fondamentale investire sulle persone e sulla formazione, perché chi lavora non può essere considerato un semplice numero. Serve una strategia che punti realmente sulla qualità dell’occupazione, sull’aggiornamento delle competenze e sull’inclusione digitale, elementi indispensabili per affrontare le trasformazioni economiche e tecnologiche in corso e costruire un sistema produttivo più moderno e competitivo”. Nel corso dei lavori, moderati da Anna Maria Belforte, il punto di vista dei professionisti è stato espresso da Mario Chiappuella, commercialista e revisore legale dell’Odcec di Massa Carrara: “Il digitale, nato per semplificare il rapporto con la pubblica amministrazione, rischia spesso di trasformarsi in un ostacolo soprattutto per anziani, cittadini meno istruiti e residenti nelle aree interne. Nonostante la diffusione di strumenti come SPID e CIE, l’utilizzo dei servizi pubblici online in Italia resta inferiore alla media europea. Il problema non riguarda tanto la mancanza di piattaforme o connessioni, quanto piuttosto la carenza di competenze digitali. Per questo è necessario investire maggiormente nella formazione, nella semplificazione reale dei processi e nella sicurezza dei dati, affinché la digitalizzazione migliori concretamente la vita di cittadini e imprese”. Le conclusioni sono state affidate a Paolo Longoni, consigliere dell’Istituto nazionale Esperti contabili: “La transizione digitale ha registrato importanti accelerazioni grazie alle risorse del PNRR, ma resta un percorso complesso frenato da ostacoli culturali, infrastrutturali e burocratici. Il principale limite è la carenza di competenze digitali, sia tra i cittadini sia all’interno della pubblica amministrazione. Per questo è fondamentale investire nella formazione e rendere i servizi online della PA più semplici e accessibili. Particolare attenzione va inoltre rivolta alle cosiddette “aree bianche”, che comprendono anziani, persone poco alfabetizzate digitalmente e cittadini residenti lontano dai grandi centri urbani.”. https://youtu.be/qjDNzhdwqmQ
Nel tempo della polemica istantanea e delle analisi consumate nel giro di una puntata televisiva, l’uscita di un libro come “Dal conservatorismo al postliberalismo. Traiettorie della destra negli Stati Uniti dalla Guerra fredda a Donald Trump”, di Giovanni Borgognone, da poco pubblicato dall’editore torinese OTTO, rappresenta un piccolo ma significativo evento culturale. Borgognone, ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino, affronta un tema spesso trattato con superficialità, e cioè l’evoluzione della destra statunitense dalla Guerra fredda fino alla stagione trumpiana. Il primo merito del libro consiste nel sottrarre la destra americana alle caricature. In Europa essa viene spesso raccontata o come rozzo estremismo o come mitologia semplificata fatta di mercato e patriottismo folcloristico. Borgognone mostra invece una realtà molto più complessa, per certi aspetti contraddittoria, ma culturalmente ricca. Dietro il Partito Repubblicano e il suo leader si muove tutto un mondo fatto di riviste, filosofi, economisti, polemisti, strateghi, moralisti, libertari, tradizionalisti e tecnocrati. È un mosaico che il volume ricostruisce con mano ferma. Di grande interesse sono le pagine dedicate a James Burnham, figura decisiva nel passaggio dal radicalismo novecentesco a un conservatorismo elitista e antitotalitario. Non meno efficaci risultano i capitoli su Max Eastman, sulla “National Review” di William F. Buckley e sul tentativo di dare alla destra americana una legittimazione culturale alta. Le idee contano e hanno conseguenze spesso impreviste, come mostra il filo che conduce dal conservatorismo classico al neoconservatorismo e poi alla stagione trumpiana. La destra americana non è un blocco monolitico, ma una storia di “traiettorie”, fatta di continuità e rotture, mutazioni improvvise e ritorni carsici. Molto acuta è la parte dedicata al postliberalismo, che Borgognone definisce come «rigetto della tradizione liberaldemocratica». È qualcosa di più radicale della critica alle élite progressiste o alla burocrazia globale, perché esprime la convinzione che il paradigma liberale non sia più in grado di garantire ordine, identità, appartenenza e destino storico. La nuova destra identitaria è capace di richiamarsi a «un nazionalismo esclusivista, basato su una mitica comunità organica di popolo». [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47740943]] Dietro Trump c’è l’Alt Right come tentativo di “metapolitica”, cioè di costruzione di una nuova egemonia culturale prima ancora che elettorale. Ciò spiega come certi movimenti abbiano saputo incidere ben oltre il loro peso numerico, conquistando linguaggi, piattaforme digitali e codici simbolici. Ancora più originale appare la parte dedicata alla Tech Right, la destra tecnologica nata nell’ecosistema della Silicon Valley, con la sua fiducia nella “meritocrazia algoritmica” e nel governo dei “competenti”. Questo libro ci aiuta a capire quanto del dibattito europeo contemporaneo – sovranismo, critica del globalismo, guerra culturale contro il progressismo, diffidenza verso le istituzioni tecnocratiche – sia transitato attraverso il laboratorio americano. È un’analisi sul disagio dell’Occidente, sulle sue fratture interne, sulle alternative che emergono quando un ordine appare esausto. E forse il suo merito maggiore sta proprio nel ricordarci che Trump non è solo un personaggio della cronaca americana, ma il nome politico di una crisi che riguarda anche noi. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47764561]]
Non è ancora finita la battaglia legale di Daniela Casulli, l'insegnante di 47 anni di Bari diventata famosa, suo malgrado come "Zia Martina" sui social. La donna era stata protagonista di una vicenda scandalosa: aveva infatti avuto rapporti sessuali multipli con ragazzini minorenni. Quache mese fa in Appello era stata assolta dall'accusa di pornografia minorile e corruzione di minore ma ora la Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza, accogliendo il ricorso presentato dalla Procura generale di Bari. "Perché la Cassazione ha azzerato la mia assoluzione rimandando tutto a un nuovo processo? Vi spiego la farsa in 30 secondi", ha spiegato "Zia Martina" sui social. "In secondo grado sono stata assolta totalmente, ma i giudici, invece di mettere nero su bianco che le indagini erano piene di abusi informatici e video taroccati, false vittime, hanno fatto un equilibrismo diplomatico: mi hanno assolta solo per 'mancanza di dolo' per salvare la faccia alla Procura di Bari e ai Carabinieri. Una classica sentenza politica per coprire il sistema. E la Procura Generale che fa? Invece di ringraziare per essere stata risparmiata da quel salvataggio diplomatico, ne approfitta e fa ricorso a Roma. La Cassazione ha annullato tutto non perché io sia colpevole, ma perché quella motivazione troppo 'democristiana' e protettiva di Bari era giuridicamente fragile". A scatenare il caso erano state le segnalazioni ricevute nel 2021, quando la Casulli era insegnante in Trentino. La donna, secondo l'accusa, avrebbe avuto contatti sui social con alcuni minorenni per poi organizzare un incontro vero e proprio con un 15ennne all'interno di un hotel di Bari. Al rapporto avrebbe assistito tramite videochiamata anche un 12enne. In primo grado, il Tribunale di Bari aveva condannato l'insegnante a 7 anni e 3 mesi di reclusione e a una multa da 75mila euro, con l'interdizione dai pubblici uffici e il divieto di lavorare a contatto con minori. In Appello, la sentenza di assoluzuone "perché il fatto non costituisce reato". Visualizza questo post su Instagram Un post condiviso da Zia Martina - Daniela Casulli (@danielacasulli.ziamartina)
"No". È la risposta secca di Christine Lagarde alla richiesta di Fabio Fazio se potesse svelare cosa pensò quando, un anno fa, il presidente Usa Donald Trump nel 'Liberation Day' annunciò in diretta tv la lista dei dazi per il resto del mondo con una tabella che conteneva le aliquote tariffarie che, da lì in poi, Washington avrebbe applicato a ciascun Paese del mondo. La presidente della Bce è stata l'ospite d'onore dell'ultima puntata stagionale di Che tempo che fa sul canale Nove. Un colpaccio televisivo che Fazio ha sfruttato anche per cavalcare un po' la polemica politica destra-sinistra. "Nel 2026 la crescita di tutta l'Europa sarà al di sotto dell'1%", ha spiegato Lagarde citando le recenti previsioni per il 2026 della Commissione europea che ha indicato una crescita Ue allo 0,9% e ha ribadito che "quest'anno è un anno difficile per il prezzo dell'energia e per l'enorme incertezza". Quindi ha formalmente respinto la richiesta del governo italiano di poter derogare al patto di stabilità e fare uno scostamento di bilancio: "Dobbiamo attenerci alle regole, abbiamo delle regole in termini di bilancio, in termini di debito, in termini di deficit, abbiamo dei processi che funzionano e dobbiamo operare all'interno di queste regole, se le regole valgono per tutta Europa e se le regole vengono seguite correttamente, allora automaticamente i mercati apprezzeranno e capiranno che questo o quest'altro paese è un paese nel quale investire perché il rischio non esiste". "Abbiamo bisogno di più difesa europea. Abbiamo bisogno di un'Europa più digitalizzata, dove tutti rispettiamo gli stessi standard - ha aggiunto -. Siamo riusciti a fare tante cose in comune". "L'idea dell'autonomia sovrana è stata difesa da tantissimi leader europei e penso che sia stata spinta dalla situazione esistente tra Europa e Stati Uniti tra l'Europa e la Cina, tra l'Europa e la Russia dove improvvisamente la protezione, il mercato dell'esportazione e la fonte di energia a basso costo che avevamo sono scomparse. Quindi, a un certo punto, ci siamo resi conto che dovevamo essere soli insieme, proprio come ha detto Mario Draghi, però dobbiamo essere forti insieme, uniti, dobbiamo essere sovrani a casa nostra". "Pensare di poter essere sovrani nei singoli stati membri è sì una realtà, ma siamo troppo piccoli" ha concluso spiegando anche che la costruzione dell'Unione europea "è difficilissima, sono 27 nazioni diverse con lingue diverse, con culture leggermente diverse, con storie diverse e con Paesi che tra l'altro tra l'altro, hanno lottato tantissimo, si sono ammazzati vicendevolmente nel corso dei secoli passati. Quindi arriveremo ai 70 anni di storia comune l'anno prossimo, 70 anni di pace, tra l'altro, tra tutti noi". - Si può dire cosa ha pensato @ecb, Christine @Lagarde, a #CTCF. pic.twitter.com/Y92BEQlzg8 May 24, 2026
Peggio di così non poteva finire la stagione del Milan, sconfitto dal Cagliari a San Siro 2-1 e rimasto fuori dalla Champions League dopo aver trascorso praticamente tutto il campionato tra le prime 4 posizioni e aver dilapidato un vantaggio di 10 punti. E peggio di così non poteva forse iniziare la prossima, di stagione, con un'aria di rivoluzione che si tradurrebbe in smantellamento a tutti i livelli: dirigenziale e tecnico, con giocatori e l'allenatore in bilico. "Spiegare è difficile. Una volta in vantaggio abbiamo difeso male - ha spiegato nel dopo-gara un Max Allegri abbacchiatissimo -. C'è stata poca reazione nervosa. Siamo delusi e amareggiati. Va accettato il verdetto del campo. Non è il momento ora di fare delle valutazioni, ma poi andranno fatte a 360°. Ai ragazzi non ho da rimproverare niente, hanno messo sempre il cuore in campo". Parole che non convincono nessun tifoso rossonero sui social. La parola d'ordine, infatti, è "indegni". Una sommossa che prelude al ribaltone totale. Per il momento, Allegri non lascia. E negli spogliatoi non ha salutato i giocatori: non c'è, insomma, un clima d'addio manifesto. "Dimissioni? Bisogna avere la lucidità e la freddezza di analizzare il tutto. Se la squadra è arrivata quinta ci meritiamo la classifica. In tre mesi nessuna soluzione? Mi prendo la responsabilità, dovevo trovarla io. Dopo la vittoria contro il Genoa non ci saremmo mai aspettati una partita del genere. I ragazzi hanno messo tutto in campo, per tutto l'anno. Sei sconfitte nelle ultime dieci? Abbiamo fatto degli errori, io compreso. Stasera siamo stati troppo passivi nei due gol e questo non era mai successo. L'aspetto nervoso ha influito molto. Sul futuro societario non so nulla. Il pensiero per ora va alla qualificazione mancata". Quello di patron Gerry Cardinale, scappato dallo stadio al 90' insieme a Ibrahimovic, entrambi pesantemente contestati, va invece al futuro. Secondo la Gazzetta dello Sport, in via Aldo Rossi sarà una sorta di nuovo anno zero, forse ancora più radicale: ai saluti l'amministratore delegato Giorgio Furlani, Geoffrey Moncada, il ds Igli Tare. Nessuno dei tre sembra aver mai lavorato davvero in team. Tre teste che procedevano in direzioni diverse, spesso opposte, vedasi il mercato dello scorso anno con gli arrivi di Ricci, Jashari e Nkunku. Da qui bisogna partire per capire il fallimento totale dell'annata. E da qui bisogna ri-partire per evitarne un altro.
Andrea Kimi Antonelli non si ferma più. Il pilota bolognese della Mercedes avince il Gran Premio del Canada - quinto appuntamento stagionale - e centra il quarto successo in fila, dopo quelli conquistati in Cina, in Giappone e a Miami. "Devo dire che è stata una battaglia molto divertente e non è stata facile a causa del vento. È stato un peccato il guasto che ha avuto perché avremmo lottato fino alla fine, ma ci prendiamo questa vittoria e andiamo avanti. Quando ero da solo ho cercato di gestire le gomme", le parole di Antonelli, che sale a quota 131 punti in classifica, allungando a +43 sul compagno di squadra George Russell. Sfortunato il britannico, costretto al ritiro per un problema tecnico al 31esimo giro, mentre si stava giocando la vittoria con Kimi: "Non me ne va una giusta, sarebbe stato meglio rompere a Miami. C'è qualcosa che non va per il verso giusto al momento, non voglio augurare sfortuna a qualcun altro. Al momento la fortuna non è dalla mia parte", le dichiarazioni di Russell a Sky Sport. In seconda piazza c'è un Lewis Hamilton vintage. Il sette volte campione del mondo la spunta su Max Verstappen (Red Bull) nella lotta per il secondo posto e centra il miglior risultato in carriera in Ferrari. "Ringrazio tutto il team, che mi ha aiutato molto dopo un'annata molto dura. È fantastico tornare sul podio su questa pista e sono contento di aver lottato alla pari con Verstappen. Amo questa pista e questo risultato è molto incoraggiante per le prossime gare. Stiamo lavorando molto per far arrivare altri aggiornamenti, ma fare secondi in un circuito dove contava così tanto la velocità di punta credo sia incoraggiante", spiega Hamilton, che domina il confronto con il compagno di squadra Charles Leclerc. Il monegasco termine quarto a oltre 30 secondi dal podio, limitando i danni in un weekend iniziato male e chiuso con un discreto quarto posto. Quarta piazza arrivata anche grazie a una strategia discutibile di Mclaren, che decide di partire con entrambi i piloti con montate le gomme intermedie. Scelta sbagliata della scuderia di Woking, che chiude fuori dai primi dieci con Oscar Piastri, colpevole anche di aver causato un incidente a centro gruppo e penalizzato di dieci secondi dai commissari. Ritiro per Lando Norris a causa di un problema al cambio. Completano la top ten di giornata Isack Hadjar (Red Bull), quinto, Franco Colapinto (Alpine), sesto, Liam Lawson (Racing Bulls), settimo, Pierre Gasly (Alpine), ottavo, Carlos Sainz (Williams), nono, e Oliver Bearman (Haas), decimo. In classifica piloti guida Antonelli con 131 punti. Seguono Russell (88), Leclerc (75) e Hamilton (69) per una Ferrari che si conferma seconda forza in questo avvio di stagione. Il Mondiale di F1 si prende una settimana di pausa e tornerà protagonista il 7 giugno con il Gran Premio di Monaco.
Altra brusca frenata nei negoziati per la pace in Medio Oriente. E a frenare, ancora una volta, è l’Iran. L'accordo quadro tra gli Stati Uniti e Teheran “è fatto a oggi al 95%”, riporta Fox citando un funzionario americano, secondo il quale “l'istinto di Donald Trump è quello di concedere all'Iran “5, 6 o 7 giorni” per portare a termine l'intesa. Un’intesa che secondo il segretario di Stato americano Marco Rubio potrebbe invece già definirsi oggi. Tuttavia, nonostante la diplomazia indiretta in corso tramite mediatori pakistani, l'Iran continua a nutrire una profonda diffidenza nei confronti degli Stati Uniti. E' quanto afferma una fonte citata dall'agenzia di stampa Tasnim, legata alle Guardie Rivoluzionarie, ripresa da Iran International. La fonte ha affermato che la Repubblica Islamica non nutre “alcun ottimismo” nei confronti di Washington e ha descritto gli attuali scambi di messaggi con gli Stati Uniti come condotti con profondo pessimismo verso il governo americano. Secondo il rapporto, non è stato ancora raggiunto un accordo definitivo e permangono divergenze su diverse disposizioni in discussione. In altre parole, in uno scenario ottimistico, l'approvazione definitiva da parte dei leader di entrambe le parti potrebbe richiedere giorni, ribadiscono i media Usa, tra cui il New York Times, la Cbs e la Cnn. Secondo "un alto funzionario Usa", anonimo,gli iraniani avrebbero accettato in linea di principio un accordo che includerebbe lo smaltimento dell'uranio altamente arricchito e vi è un ampio impegno appunto sui principi. Le modalità con cui Teheran lo farà sono però ancora oggetto di negoziazione, ha affermato il funzionario statunitense. In ogni caso, confermano le fonti, Stati Uniti e Iran stanno lavorando per raggiungere un accordo definitivo.
Donald Trump prova a chiudere in due tempi la partita del Golfo con l’Iran: prima una tregua di 60 giorni, poi il negoziato per renderla concreta e credibile. Ho qualche dubbio sul risultato finale, perché Teheran dai tempi della rivoluzione khomeinista a oggi ha sempre tradito i patti. Nella «pax islamista» che stanno apparecchiando tra Teheran e Islamabad, c’è sempre un obiettivo nascosto. Gli Stati Uniti questa luce obliqua non la colgono, sono un impero riluttante che vuole sempre «tornare a casa», l’America è come una gigantesca isola tra due oceani, Trump vuole chiudere in fretta, i militari hanno l’intelligenza per vedere il rischio, ma solo Israele ha la cultura millenaria per leggere tra le pagine della guerra permanente dell’Islam. Ecco perché il problema è l’uranio e non il petrolio dello Stretto di Hormuz, l’arma nucleare rende possibile il sogno, il grande bagliore della distruzione di Israele. Il vero punto d’attacco si disegna su una mappa culturale, come aveva intuito Samuel Huntington. Nonostante tutto, gli Stati Uniti sono ancora l’unico soggetto che ha la potenza per essere il «katéchon», la «forza che trattiene», che contrasta l’arrivo della fine del mondo, secondo la seconda lettera di San Paolo ai Tessalonicesi. Per Sant’Agostino questo compito era dell’Impero Romano, la nostra sola possibilità è l’America, ma non chiedetelo alla Chiesa, non risponderà. Sant’Agostino è archiviato, la sua «guerra giusta» depennata. Giovanni Paolo II parlava del Diavolo, mi colpiva la sua naturalezza nel ricordarne l’esistenza, la presenza, la tentazione. Nella Chiesa dei nostri giorni l’aldilà è diventato un aldiquà. Perfino Gesù è diventato una comparsa nel presepe. A messa la parola «pace» ricorre più di «preghiamo», la sua evocazione generica ha eliminato la precisione teologica, lo slogan è già al posto del rosario. Se c’è un algoritmo prevedibile, è quello del Vaticano, si sa esattamente cosa diranno e faranno. Oggi esce l’enciclica del Papa, parla di Intelligenza Artificiale. Il Paradiso (e l’Inferno) possono attendere.
Due deliri in un colpo solo. A Piazzapulita, su La7, Tomaso Montanari attenta al record mondiale di castronerie politiche al minuto. Incalzato dal sodale Corrado Formigli, il rettore dell’Università per stranieri di Siena al sapor di prezzemolo parte dalla questione cittadinanza agli stranieri aperto dalla tragedia di Modena. «Non dobbiamo sottovalutare il fatto che il vice-presidente del Consiglio faccia politica violando il codice penale, dicendo cose che nel nostro ordinamento sono criminali. Se si dovesse togliere la cittadinanza a qualcuno comincerei da lui, perché cosa sa della nostra Costituzione francamente non lo so», è l’attacco fuori controllo a Matteo Salvini. «Chi per primo propose la revoca della cittadinanza fu Casapound, nel 2018 per la prima volta affaccia all’ordinamento italiano la proposta di togliere la cittadinanza. Diventa legge con il Conte 1, con i decreti sicurezza di Salvini, fino a 5 anni dall'ottenimento della cittadinanza. Il governo Meloni lo porta fino a 10 anni, questa cosa accomuna le destre e i territori limitrofi». Per entrare nella storia serve però qualcosa in più. Ed eccolo, lo scatto del campione: Israele. La simpatia del governo Meloni per Netanyahu, sostiene il professore agit-prop, non è casuale o contingente ma filosofica e ideologica. «Da una parte c’è uno scambio, che cito nel mio libro per voce di Luciano Belli Paci, figlio di Liliana Segre. Lui dice che c'è uno scambio tra le comunità ebraiche italiane e Fratelli d’Italia. Le comunità ebraiche danno una patente di anti-fascismo e di riconciliazione con il mondo ebraico, dall'altra parte c’è un appoggio incondizionato a Israele. Lui dice addirittura che danno delle patenti “kosher” a questa destra che invece non lo merita, lo dice lui stesso. Perché – prosegue Montanari - a questo governo e a questa destra piace tanto l’Israele di Netanyahu? Perché è uno Stato che pratica l’apartheid, in cui si hanno diritti diversi a seconda delle etnie, dell’appartenenza». Questa, conclude con Formigli che ascolta silente, «è una gerarchia che le destre, le estreme destre di tutta Europa vorrebbero vedere riprodotta con i diritti dei nativi». Una questione di “seduzione”, insomma. Montanari, la destra e Israele: guarda qui il video di PiazzaPulita su La7