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Libero Quotidiano
Simonetta Matone minacciata, esplode il caso. La rissa con la Appendino
3 ore fa | Dom 19 Apr 2026 12:02

Esplode il caso Simonetta Matone, e Lega e centrodestra si indignano. "Minacce vergognose, da condannare senza ambiguità. Solidarietà a Simonetta Matone. Chi usa odio e violenza non ci fermerà", scrive il partito di Matteo Salvini su X dopo che l'ex magistrata, oggi deputata del Carroccio, ha subito minacce per le sue parole pronunciate a Un giorno da pecora su Rai Radio 1 venerdì, alla vigilia della manifestazione dei Patrioti in piazza Duomo a Milano di sabato pomeriggio.  "La mia piena solidarietà alla deputata Simonetta Matone, ancora una volta bersaglio di gravi minacce. Colpisce e indigna profondamente la reiterazione di episodi di odio, accompagnati da insulti che arrivano a coinvolgere anche gli affetti più cari. A Matone rivolgo la mia vicinanza, sicuro che non si lascerà intimidire. Confido che siano presto individuati i responsabili", si è aggiunto il presidente della Camera dei deputati, Lorenzo Fontana.  "Andrò alla manifestazione della Lega, pacificamente, ma senza bandiera della pace - aveva detto la Matone in radio -, quelle bandiere io le brucerei. Sono servite a fare tutt'altro. Porti le bandiere della pace poi ti stacchi dai cortei, tiri le bombe e massacri le forze dell'ordine?".   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47328295]] Politicamente, a innescare la polemica è stata Chiara Appendino, ex sindaca di Torino e deputata del Movimento 5 Stelle: "Un'affermazione delirante che rivela il vero volto di chi oggi scende in piazza con Salvini a parlare a vanvera di un patriottismo fatto di fumo e ipocrisia mentre svendono il futuro degli italiani alle lobby delle armi. Onorevole Matone, quella bandiera lei la vuole bruciare perché le ricorda ogni singolo miliardo che il suo governo sottrae alla sanità pubblica e all'istruzione dei nostri figli per ingrassare l'industria bellica. È troppo facile fare i forti con un pezzo di stoffa, mentre in Parlamento chinate il capo e votate decreti che alimentano i conflitti globali. Oggi più che mai, sventolare la bandiera della pace è un atto di puro coraggio. È il coraggio di chi non si piega alla vostra narrazione bellicista e rifiuta di normalizzare un'economia di morte. La vera violenza non è uno sventolio di colori ma la vostra complicità davanti ai massacri di Netanyahu, la vostra folle corsa al riarmo, l'escalation che state fomentando sulla pelle dei popoli. Ai finti patrioti di Salvini diciamo chiaramente: la patria non si difende con l'odio o bruciando i simboli della convivenza. La patria si difende proteggendo gli ospedali, i servizi e il diritto alla vita. Bruciate pure quello che volete: non basteranno le fiamme a nascondere che siete i primi responsabili della violenza che farneticate di voler combattere. Noi la bandiera della pace continuiamo a tenerla alta. Con orgoglio. Con coraggio".  "Nella furia di dover rilasciare dichiarazioni anche quando non se ne sente assoluto bisogno, l'onorevole Appendino, nota esponente M5S, prende l'ennesima topica - è la replica secca della Matone -. Se solo avesse ascoltato le frasi che ho detto a Radio Uno e non se le fosse fatte riassumere o raccontare avrebbe evitato di tirare in ballo le bandiere della pace, alle quali si deve rispetto, e avrebbe condannato con me chi le utilizza nelle manifestazioni di piazza per nascondersi dietro e fare violenze inaudite. Non capisco perché non lo faccia anche con gli esempi che ha nella sua Torino".  Appendino però continua il botta e risposta: "Le dichiarazioni stizzite dell'onorevole Matone sono il riflesso di una paura evidente: quella di chi vede le proprie piazze svuotarsi mentre il popolo della pace invade l'Italia. Basta strumentalizzazioni: non accettiamo lezioni di legalità da chi invoca i roghi per le bandiere. Da Sindaca a Torino ho sgomberato aree anarchiche e ho sempre condannato ogni forma di violenza con i fatti. La verità è che vi brucia la realtà. Ieri a Milano eravate quattro gatti a celebrare un finto patriottismo fatto di fumo e ipocrisia. Mentre voi vi chiudete nei palazzi a votare decreti che alimentano le guerre e sottraggono miliardi alla sanità pubblica, c'è una generazione che con la sola forza della coerenza vi sta costringendo a rivedere persino la cooperazione militare con Israele. Una retromarcia su cui ovviamente vogliamo vederci chiaro". "La bandiera della pace - conclude l'onorevole pentastellata - non è uno scudo per violenti, ma il simbolo di un'Italia che rifiuta la vostra economia di morte e il vostro silenzio sui massacri a Gaza e in giro per il mondo. Torneremo ancora in piazza con le nostre bandiere, con orgoglio e a viso scoperto. Noi tra la gente, voi chiusi nei palazzi a votare il riarmo insieme ai vostri alleati".

Giorgia Meloni e il poliziotto ferito dagli anarchici: "Non ci lasceremo intimidire"
3 ore fa | Dom 19 Apr 2026 11:54

"Esprimo la mia solidarietà e la mia vicinanza al funzionario della Polizia di Stato ferito da una bottiglia di vetro lanciata durante il corteo degli anarchici scesi in piazza in solidarietà ad Alfredo Cospito. A chi pensa di intimidire lo Stato con la violenza diciamo una cosa semplice: non ci riuscirete. Il Governo è al fianco delle Forze dell'ordine e non arretrerà di un passo davanti a chi semina violenza, caos e paura". E' chiarissimo il messaggio su X della premier Giorgia Meloni, intervenuta per commentare le violenze in piazza sabato pomeriggio a Roma.  Un sentimento di sdegno e di solidarietà espresso da tutto il centrodestra. "Esprimo la mia totale solidarietà e la più sentita vicinanza al funzionario della Polizia di Stato ferito ieri a Roma durante il corteo degli anarchici - ha spiegato in una nota Gianluca Cantalamessa, segnatore e capogruppo della Lega in Commissione Antimafia -. Condanniamo con estrema fermezza questo gesto gravissimo: l'aggressione vile e violenta contro chi indossa una divisa e lavora per la sicurezza di tutti i cittadini è un atto inaccettabile che merita la condanna più dura". "Questi gruppi che seminano violenza e caos nelle nostre piazze - prosegue l'onorevole leghista - devono sapere che lo Stato non farà un solo passo indietro e non si lascerà mai intimidire da chi utilizza il disordine come arma. Auspichiamo, su questo episodio, una ferma e unanime condanna da parte di tutte le forze politiche: davanti alla violenza contro le istituzioni non possono esserci ambiguità. Al vice dirigente della Digos Francesco Romano rivolgo i miei più sinceri auguri di pronta guarigione".    [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47337695]] Una condanna ferma e unanime che, considerato il sostanziale silenzio delle forze di centrosinistra sull'episodio, non è ancora arrivato. "L'Associazione nazionale funzionari di polizia esprime piena solidarietà al funzionario di polizia ferito durante la manifestazione anarchica di ieri a Roma. Colpire un poliziotto non è dissenso: è violenza - afferma in una nota Enzo Letizia, segretario nazionale dell'Anfp -. E la violenza non ha nulla a che vedere con il diritto di manifestare. Piccoli gruppi organizzati continuano a utilizzare cortei per generare tensione e provocazione, nel tentativo di intimidire le istituzioni. È un disegno che va contrastato senza esitazioni".  L'Associazione esprime "apprezzamento e ringraziamento al presidente del consiglio Giorgia Meloni e al ministro Matteo Piantedosi per la chiarezza e la fermezza delle loro parole, che rappresentano un segnale importante di vicinanza e sostegno concreto a tutte le donne e gli uomini in divisa". "Serve chiarezza: nessuna zona grigia tra protesta e aggressione. Lo Stato non arretra e non si lascia intimidire".   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47337699]]

Pavia, atti osceni sul treno davanti alla studentessa: una scena agghiacciante
3 ore fa | Dom 19 Apr 2026 11:35

Brutta, bruttissima avventura per una studentessa di 28 anni a bordo di un treno regionale in Lombardia. Un vero e proprio incubo a tinte hard: un uomo, seduto proprio di fronte alla ragazza, è stato sorpreso a compiere gesti di autoerotismo a bordo del convoglio. Secondo le ricostruzioni dei carabinieri del Comando provinciale di Pavia, la giovane ha improvvisamente notato che il passeggero seduto di fronte a lei era intento a compiere atti osceni. A quel punto la 28enne si è alzata di scatto e ha iniziato a urlare, richiamando immediatamente l'attenzione dei presenti. Le grida hanno allertato il capotreno, il quale è arrivato subito sul posto. Compresa la dinamica, il controllore ha contattato il 112 per richiede l'intervento immediato delle forze dell'ordine alla prima fermata utile. All'arrivo del treno alla stazione ferroviaria di Lomello, in provincia di Pavia, ad attendere il convoglio c'era una pattuglia. I militari, raccolta la testimonianza della studentessa e del personale ferroviario, hanno bloccato e identificato l'uomo. Al termine degli accertamenti di rito, è stato denunciato in stato di libertà con l'accusa di atti osceni in luogo pubblico. Gli inquirenti hanno proceduto all'acquisizione delle immagini registrate dalle telecamere di videosorveglianza del treno, che sono state fondamentali per cristallizzare l'esatta dinamica dell'accaduto.

Peppi Franzelin: "L'annuncio più drammatico fu per le Torri Gemelle. Ora faccio la nonna a Vienna"
3 ore fa | Dom 19 Apr 2026 11:15

Peppi Franzelin - capelli biondi a caschetto, rossetto rosso e occhi azzurri - era una delle storiche “Signorine buonasera” che ci annunciavano i programmi tv della Rai e lei, essendo bilingue («Sono nata a Bolzano»), lo faceva sia in tedesco che in italiano. Non solo. A farci conoscere - e amare - Peppi è stato, per anni, anche il “Concerto di Capodanno” di Vienna, che la sua voce ha raccontato («Ma sempre dagli studi di Roma») dal 1977 al 2003. In pensione dal 24 dicembre 2002 («Giusto che questa professione non esista più, adesso non avremmo senso»), la Franzelin adesso ha 79 anni e fa la nonna a Vienna. Peppi Franzelin, la sua voce non è cambiata per niente: chiara, precisa, squillante.  Il timbro però è inconfondibile: quando è in giro la riconoscono dalla parlata?  Ah, ecco. E da quanto si è trasferita in Austria?  Ora, quindi, fa la mamma e la nonna a tempo pieno.  Piatti forti?  Il legame con Roma, quindi, è rimasto forte.  Oltre a quello della cucina ha altri hobby?  Ha viaggiato molto nella sua vita?  Il posto che l’ha più affascinata?  A parte stare con la famiglia, ora, come è la sua giornata tipo?  Cosa?  La tv la guarda?  Ogni tanto torna ancora in Italia?  E qui da noi, invece, la gente la riconosce?  Quando qualcuno scopre il suo passato cosa le chiede?  Cosa risponde?  Ha un carattere positivo?  Torniamoci insieme, allora, alla piccola Josefine Franzelin.  Subito una curiosità: il soprannome Peppi chi glielo dà?  Che lavoro fanno, in quegli anni, i suoi genitori?  Figlia unica?  Come è la piccola Peppi?  Cioè? Che fa?  Ma è un amichetto?  Che ricordo ha di quegli anni del dopoguerra?  Lei, crescendo a Bolzano, è bilingue, vero?  Scusi, in che senso “nonno-non-nonno”?  Dicevamo della doppia lingua.  Urca, complimenti. Restiamo alla sua infanzia: cosa studia?  Quale?  E accetta subito.  Deve sostenere un provino?  Preso il diploma, pochi mesi dopo, si trasferisce a Roma. I suoi genitori sono d’accordo?  In che senso?  A Roma, lei, conosce Uwe Ladinser, conduttore del telegiornale, che poi diventa suo marito.  Lo ritrova evi innamorate.  Come è la vita notturna, a Roma, in quegli anni?  Domanda un po’ scomoda: lei si sente più altoatesina o romana?  Parliamo delle annunciatrici. Come è, in quegli anni, la vostra professione?  Poi, quando arriva il momento, si accendono le telecamere e parlate in diretta. Ma leggete?  Lei?  E per il look come fate?  Perché quel sorrisino?  Come è il rapporto tra voi annunciatrici, in quel periodo? C’è competizione?  Parliamo delle sue colleghe storiche. Vi vedete ancora?  Facciamo un giochino: un aggettivo per definire le più famose. Partiamo da Nicoletta Orsomando.  Mariolina Cannuli.  Anna Maria Gambineri.  Gabriella Farinon.  Maria Grazia Picchetti.  Paola Perissi.  Marina Morgan.  Roberta Giusti.  La Giusti è morta l’11 febbraio 1986, a soli 42 anni.  Maria Giovanna Elmi.  Rosanna Vaudetti.  In quegli anni voi siete conosciute e ammiratissime: avete molti corteggiatori?  Torniamo alla sua carriera. Nel 1979, con la nascita di Rai3, viene chiamata ad annunciare anche i programmi delle reti nazionali perché c’è bisogno di rinforzare l’organico delle “Signorine buonasera”. A proposito, a lei piaceva essere chiamata così?  È un no?  Lei fa i doppi annunci sia in italiano che tedesco fino al 1991. Poi?  Parallelamente, dal 1977 al 2003, conduce il “Concerto di Capodanno” di Vienna.  Come mai la scelgono?  Che ricordo ha di quei concerti in Austria? Ha una strana smorfia...  A proposito di musica, lei per cinque volte commenta pure l’Eurovision Song Contest. L’edizione cui è più legata?  Due anni dopo, invece, l’Italia è rappresentata da Mia Martini.  Musica, ma non solo. Dal 1982 al 1989 lei, saltuariamente, sostituisce Paola Perissi ne “L’Almanacco del giorno dopo”, mentre poi conduce “Tg2 Sport Sette”, “Tg1 Prisma”, “Tg2 Start” e “Tuttocavalli”.  Incontra campioni importanti in quelle trasmissioni?  Peppi, impossibile dire quanti annunci ha fatto in carriera, vero?  Quello più drammatico, però, non se lo sarà dimenticato...  È terrorizzata per ciò che sta accadendo?  Un anno dopo, nel dicembre 2002, lei va in pensione.  Peppi, ultime domande veloci. 1) Rapporto con la religione?  2) Ha paura della morte?  3) Ha un sogno?  4) Qualcuno che vorrebbe re-incontrare?  5) Le “Signorine buonasera” non esistono più definitivamente dal 2016. Giusto toglierle?  Ultimissima: le offrissero la possibilità di fare un ultimo annuncio cosa direbbe?  «Signore e signori, finalmente sono tutti rinsaviti: le guerre sono finite ed è scoppiata la pace».

Premio Caravella Tricolore, ecco i nomi dei vincitori
3 ore fa | Dom 19 Apr 2026 11:13

L'avvocato del diavolo, un Al Pacino mefistofelico
4 ore fa | Dom 19 Apr 2026 10:49

L'AVVOCATO  DEL  DIAVOLO LA TRAMA PERCHE' VEDERLO Anzitutto  per la straordinaria  performance  di  Al Pacino (splendidamente  doppiato  da  Giancarlo  Giannini)  un  Satana  assurdamente  estroverso, dominato (e tradito)   dalla  sua vanità.

Tg Giovani - 19/4/2026
4 ore fa | Dom 19 Apr 2026 10:25

https://video.italpress.com/play/mp4/video/VVwX

Tg Giovani - 19/4/2026
4 ore fa | Dom 19 Apr 2026 10:25

https://video.italpress.com/play/mp4/video/VVwX

Sorsi di Benessere - Una merenda con fragole e skyr
5 ore fa | Dom 19 Apr 2026 10:00

https://video.italpress.com/play/mp4/video/AYB3

Cina, il robot batte il record della mezza maratona. "E' la fine dell'uomo"
5 ore fa | Dom 19 Apr 2026 10:00

"La fine dell'uomo", scrivano sgomenti molti commentatori sui socia. Un'esagerazione, ma l'elemento di inquietudine alla Black mirror è evidente: un robot umanoide supera il record mondiale umano nella mezza maratona e segna un nuovo passo avanti nello sviluppo tecnologico cinese. E' accaduto a Yizhuang, nel sud di Pechino, dove macchine e corridori in carne e ossa hanno gareggiato su corsie separate. Il robot vincitore, dotato di sistema di navigazione autonoma e sviluppato dal produttore cinese di smartphone Honor, ha completato i circa 21 chilometri in 50 minuti e 26 secondi, a una velocità media di circa 25 chilometri orari. Un crono più rapido sia rispetto ai partecipanti umani della gara sia al record mondiale maschile di 57 minuti e 20 secondi detenuto dall'ugandese Jacob Kiplimo, pur in condizioni non direttamente comparabili. L'evento ha attirato numerosi spettatori lungo il percorso, incuriositi da robot di diversa complessità: alcuni estremamente agili, paragonati a grandi velocisti come Usain Bolt, altri più rudimentali nelle prestazioni. Il progresso rispetto al 2025 è stato significativo: lo scorso anno i robot cadevano frequentemente e il migliore aveva impiegato oltre 2 ore e 40 minuti per concludere la gara. Quest'anno i movimenti sono apparsi molto più fluidi e il numero di partecipanti è salito da una ventina a oltre cento, segno della crescente diffusione del settore. Tra il pubblico, entusiasmo ma anche qualche timore. "E' davvero impressionante, ma come lavoratrice sono un po' preoccupata: la tecnologia avanza così velocemente che potrebbe influire sull'occupazione", ha commentato una spettatrice. Secondo gli osservatori, i robot umanoidi potrebbero entrare nella vita quotidiana entro pochi anni, trovando applicazione nelle faccende domestiche, nell'assistenza agli anziani e in lavori pericolosi come quelli dei vigili del fuoco.   A humanoid robot from Honor just set a new half marathon record, finishing in 50 minutes 26 seconds. pic.twitter.com/PS1fYaGlUI April 19, 2026

Cobolli strapazza Zverev e scoppia a piangere: il suo dramma segreto
5 ore fa | Dom 19 Apr 2026 09:37

Non è più una notizia, semmai una conferma. Il tennis italiano continua a riempire le finali del circuito, settimana dopo settimana, torneo dopo torneo. Cambiano i nomi, cambia il contesto, ma il risultato resta lo stesso: un azzurro a giocarsi il titolo. Si va oltre l’effetto trainante di Jannik Sinner, lanciando il segnale di un movimento che vince anche oltre il proprio numero 1. E questa settimana, il protagonista è Flavio Cobolli. A Monaco di Baviera, l’azzurro ha firmato una vittoria che ha un significato che va oltre la finale conquistata. In primis perché ha battuto Alexander Zverev, numero tre del mondo e campione in carica, con un doppio 6-3 che non lascia spazio a interpretazioni, dominando per 69 minuti in cui il campo è stato tutto suo. È la prima vittoria contro un top 5, è la quarta finale in un ATP 500 in carriera, la seconda stagionale, ma soprattutto è una vittoria che va oltre il punteggio, oltre i numeri, oltre l’aspetto sportivo, perché le lacrime a fine partita dicono tanto: non lacrime di gioia, ma di un’emozione che si porta dietro qualcosa di più profondo. Cobolli ha dedicato il successo a Mattia, un ragazzo di appena tredici anni del suo circolo scomparso nei giorni scorsi. È in questi casi che il tennis diventa un modo per ricordare, per portare in campo qualcosa che non si può spiegare con le statistiche. «Questa vittoria è per un amico che non c’è più, aveva solo 13 anni e se ne è andato troppo presto», ha detto a fine partita, con la voce rotta dall’emozione.   DOMINIO Poi c’è la partita, che merita di essere raccontata per quello che è stata: un dominio netto. Cobolli è stato impeccabile al servizio, ha tenuto percentuali altissime con la prima, ha difeso con solidità con la seconda, ma soprattutto ha costruito il match in risposta. Nonostante un buon numero di prime in campo, Zverev ha perso quattro volte il servizio, travolto dalla profondità e dalla continuità dell’azzurro. I numeri spiegano tutto: 32 vincenti per Cobolli, appena 10 per il tedesco, con un saldo negativo che racconta di una partita sempre giocata in difesa. Il primo set si è deciso presto, con il break arrivato nel quarto game e una sensazione immediata di controllo. Il secondo è stato la naturale prosecuzione, con Cobolli capace di accelerare nei momenti giusti, di non concedere ritmo all’avversario, di chiudere senza esitazioni. Anche quando Zverev ha provato a rientrare, il romano ha mantenuto la lucidità, segno di una maturità ormai evidente.   MATURITÀ «È stata una delle mie migliori partite di sempre, contro uno dei miei migliori amici nel circuito. È davvero un bravo ragazzo e abbiamo un ottimo rapporto con tutti i membri del suo team, quindi è stato un po’ difficile giocare contro di lui. Ma oggi penso di aver disputato una delle mie migliori partite e sono davvero soddisfatto della mia prestazione», ha dichiarato a fine gara. La Germania, del resto, gli porta bene. Proprio qui, un anno fa, arrivava il primo titolo importante, ad Amburgo e oggi trova un’altra finale, la quinta in carriera nel circuito maggiore. Adesso l’ultimo atto lo vedrà opposto a Ben Shelton (ore 13.30, diretta su Sky Sport e Now), che ha superato la rivelazione Alex Molcan. Una finale che vale un titolo, certo, ma anche qualcosa di più: la possibilità di avvicinare ulteriormente il best ranking, con l’orizzonte del numero 12 del mondo sempre più concreto, a seconda dei risultati paralleli di Andrey Rublev a Barcellona. Tutto questo quindi, è la somma di conseguenze, perché quando il livello si alza così, quando le prestazioni iniziano a ripetersi con questa continuità, non è più episodio, ma volontà. Flavio Cobolli si sta ritagliando il suo spazio, dentro un movimento che oggi non ha più bisogno di appoggiarsi soltanto a Jannik Sinner per sentirsi competitivo e che torneo dopo torneo riesce a portare sempre qualcuno in fondo ai tornei a giocarsi il titolo.   Flavio Cobolli learned of the tragic passing of one of his close friends from Italy, aged only 13, after his win yesterday. pic.twitter.com/fxy7AQmrS1 April 18, 2026

Pavia, tragedia nella notte: un ragazzo accoltellato a morte nel parcheggio
5 ore fa | Dom 19 Apr 2026 09:31

Un ragazzo di 25 anni è morto al Policlinico San Matteo di Pavia dopo essere stato accoltellato questa notte nel parcheggio dell'area Cattaneo, nelle vicinanze del centro storico della cittadina lombarda. L'omicidio, sul quale sta indagando la polizia, è avvenuto verso le 3,30. Il giovane, originario della Sicilia, si era trasferito a Pavia da diversi anni e lavorava a Stradella. In base ai primi accertamenti, il 25enne aveva raggiunto il posteggio insieme a due amici, per recuperare l'auto dopo la serata trascorsa in un locale. A quel punto c'è stato il contatto con un altro gruppo di persone. Sarebbe seguita una discussione e, subito dopo, l'aggressione. Il ragazzo è stato ferito con una coltellata al collo. Da quando si è appreso, i suoi amici l'hanno portato a casa e, solo dopo essersi conto della gravità della situazione, hanno chiamato i soccorsi. Gli operatori del 118 hanno trasportato il 25enne in ospedale, ma ormai non c'era più nulla da fare. Oltre alla polizia, sono giunti sul posto per un sopralluogo anche gli agenti della polizia locale. Le indagini sono state subito avviate, per risalire agli autori dell'aggressione costata la vita al giovane e ricostruire la dinamica del delitto.

Putin, l'attacco della influencer russa Victoria: "La gente ha paura di te"
5 ore fa | Dom 19 Apr 2026 09:23

È diventato virale con oltre 26 milioni di visualizzazioni il video girato dalla blogger russa Victoria Bonya in cui si rivolge direttamente al presidente Vladimir Putin. "La gente ha paura di te, gli artisti hanno paura, i governatori hanno paura", ha detto nel filmato di 18 minuti pubblicato il 14 aprile su Instagram. Secondo la testata indipendente russa Meduza, Bonya ha elencato 5 problemi urgenti di cui, a suo dire, "nessun governatore vuole parlare": le inondazioni in Daghestan, la contaminazione da olio combustibile delle spiagge e del mare vicino ad Anapa, le norme che consentono l'uccisione di animali elencati nel Libro Rosso, il sequestro e la macellazione del bestiame nella regione di Novosibirsk e le restrizioni a internet. Qualche giorno dopo il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha affermato che il video tocca "temi di grande rilevanza" che stanno ricevendo "molta attenzione, con un gran numero di persone coinvolte, e nessuno di questi è stato lasciato senza risposta". In un nuovo video registrato il 16 aprile, Bonya ha affermato tra le lacrime di essere rimasta colpita nell'apprendere che il Cremlino aveva visionato il suo discorso e lo ringraziava di non averla "ignorata". Bonya, che non vive in Russia, è molto nota in patria, dopo essere diventata famosa nel 2006 grazie a Dom-2, la versione russa del reality show Grande Fratello. Bonya ha aggiunto di aver visto "un paio di riassunti della mia intervista su qualche canale della BBC Russia e sull'emittente Dozhd", ma ha aggiunto: "Per favore, non tiratemi in ballo, non sono con voi, sono con il popolo, sono dentro il popolo". Ha poi precisato che nessuno l'aveva pagata per registrare il discorso e che non farlo "sarebbe stato un tradimento dello spirito russo". "Voglio che viviamo al meglio la nostra vita nel nostro grande Paese", ha concluso, sottolineando di non sapere cosa ne sarà di lei dopo il discorso a Putin, ma che "ne è valsa la pena".          Visualizza questo post su Instagram                       Un post condiviso da Виктория Боня (@victoriabonya)

Jannik Sinner ha sconvolto Thiem: "Cosa gli ho visto fare la mattina in palestra"
5 ore fa | Dom 19 Apr 2026 09:17

Lui Jannik Sinner lo ha visto da vicino, in palestra e sul campo. Ci si è allenato insieme e ha assistito "in diretta" alla nascita di un fenomeno generazionale. E il bello è che il risultato di questa crescita non era affatto scontato. Dominic Thiem, intervenuto al podcast BTA, lo ha detto a chiare lettere. Se Carlos Alcaraz appariva fin da subito come un predestinato, per l'altoatesino tornato da poco al numero del ranking Atp non sembrava così.  "Ha un grande team composto da ottimi professionisti per ogni singolo aspetto importante per un tennista: fisioterapista, preparatore atletico, due allenatori di tennis...", spiega l'ex tennista austriaco, vincitore degli US Open 2020, a proposito del fuoriclasse di San Candido. "Mi è capitato di vederlo a volte al mattino, prima che iniziasse la giornata, nella palestra dei tornei, e faceva esercizi molto specifici. Esercizi noiosi, a dire il vero, se li guardi; e penso fossero noiosi anche per lui, esercizi di stabilità molto lenti". Ed è così che si è letteralmente costruito: "Avere la capacità di lavorare duro è un grandissimo talento di per sé. Non si tratta solo di lavorare duro, ma di essere in grado di farlo per tanti anni di fila, con costanza. Conosco molti ragazzi in grado di fare sforzi incredibili, ma dopo qualche settimana o mese, finiscono lì. Si esauriscono. Essere costanti è una chiave fondamentale", sottolinea Thiem centrando il punto.  "Voglio dire, lo conosco, ma guardandolo dall'esterno direi che è un lavoratore metodico e che è incredibilmente stabile in ogni aspetto. E poi, la cosa che risalta di più in questo momento, e che ovviamente non potevi notare quando aveva 16 o 17 anni, è il modo in cui si muove. È incredibile. Dal vivo fa ancora più impressione: il modo in cui arriva su ogni palla... non importa in quale situazione di pressione tu lo metta, lui è sempre lì e riesce a rimettersi in equilibrio per restituirti una palla difficilissima. Direi che è questo ciò che spicca di più".  L'austriaco si è allenato anche con Alcaraz quando lo spagnolo aveva appena 16 anni: "Giocava a una velocità e con una pesantezza di palla pazzesche. Io all'epoca ero al mio apice e facevo fatica a gestire i suoi colpi. Quindi per lui era ovvio". "Credo che Jannik fosse sempre a Monte Carlo ad allenarsi con gli altri ragazzi perché la sua accademia era lì vicino - ha proseguito -. Ne parlavamo spesso e credo di essermi allenato con lui quando aveva 16 o 17 anni; ovviamente giocava molto bene, era molto solido, ma non potevamo fare previsioni. Sapevamo che avrebbe avuto una bellissima carriera, ma non sapevo se sarebbe arrivato in top 20, in top 10 o se sarebbe diventato quello che è oggi: una leggenda del tennis che si gioca ogni titolo del Grande Slam. Non ne ero sicuro. Quindi è davvero super interessante".   Dominic Thiem compares training with young Carlos Alcaraz and Jannik Sinner. https://t.co/ojH2TzycIb pic.twitter.com/QSpNDG9NyI April 17, 2026

Jannik Sinner qualificato alle Atp Finals di Torino con 7 mesi d'anticipo
6 ore fa | Dom 19 Apr 2026 08:58

L'algoritmo complessissimo del ranking Atp non mente mai: e così Jannik Sinner si ritrova qualificato alle Atp Finals di dicembre già ad aprile, con 7 mesi d'anticipo. Incredibile, considerando che la partenza di questa stagione non è stata il massimo, con le dolorose sconfitte agli Australian Open e a Doha. Nel momento della crisi, con Carlos Alcaraz che sembrava proiettato ad allungare e blindare il suo numero 1, ecco che il fenomeno di San Candido ha compiuto un nuovo miracolo sportivo. Si è allenato duramente, ha rivisto con i coach Cahill e Vagnozzi il suo gioco, limato i difetti (pochi, pochissimi) ed esaltato le qualità (tante, tantissime). E ha centrato un tris clamoroso: le vittorie a Indian Wells e Miami, il Double Sunshine, e poi nella "sua" Montecarlo, centrando peraltroil record delle vittorie consecutive senza concedere un set nei tornei Masters 1000. In particolare, il successo nel Principato sembra il preludio al cambio di passo sulla terra rossa. Per stessa ammissione di Sinner, l'obiettivo vero del 2026 è il Roland Garros, l'unico Slam che gli manca e forse teatro della sua più atroce delusione sportiva, il ko con Alcaraz al quinto set lo scorso anno. Ora Carlos, infortunato, salterà sicuramente Barcellona e Roma e anche Parigi è in forse. Strada spianata per Jannik, che potrebbe scendere in campo a Madrid come allenamento di lusso prima di puntare agli Internazionali e allo Slam parigino. Nel frattempo, però, come riportala Gazzetta dello Sport può già brindare. A Torino a fine anno, dove si è laureato campione nel 2024 e nel 2025, Sinner ci sarà. L'altoatesino è primo nella Race, la classifica che qualifica per il Masters finale per cui contano solo i risultati dell'anno solare. Manca solo l'aritmetica, ma è una formalità perché Sinner ha già accumulato un bottino che nelle ultime 5 stagioni ha sempre garantito l'accesso alle Finals. I punti sono 3.900, frutto degli 800 della semifinale in Australia, dei 100 dei quarti a Doha e dei 3000 dei tre Masters 1000 consecutivi vinti (Indian Wells, Miami e Montecarlo). Quasi impassibile, per il nono inclassifica, agguantarlo. Lo scorso anno il canadese Auger-Aliassime, ottavo, era arrivato alle Finals con 3.845 punti.

Edi Rama fa impazzire la sinistra: "Cos'è cambiato con Meloni, accordo non replicabile"
6 ore fa | Dom 19 Apr 2026 08:38

"Dopo la decisione sulla legittimità sono arrivate richieste anche da altri Paesi europei. Ma voglio essere chiaro: è una concessione esclusiva all'Italia. L'accordo con Roma non è replicabile". Lo afferma, in un'intervista a il Giornale, il premier albanese Edi Rama riferendosi all'attuazione degli accordi Italia-Albania sui migranti. Quanto al rapporto con il governo italiano, il leader socialista di Tirana sottolinea il cambio di passo imposto dalla premier Giorgia Meloni: "Tutti i governi italiani sono stati molto rispettosi e molto aperti. Però da quando c'è questo governo, siamo passati dalle belle idee sulla carta ai progetti concreti, in settori importanti come infrastrutture, energia, difesa e sanità. Abbiamo un accordo con Fincantieri, in joint venture costruiremo navi di misura piccola e media che saranno esportate espandendo così la capacità produttiva di Fincantieri". Il premier parla anche dei rapporti con Leonardo con un pacchetto di attività per la difesa e continua: "Abbiamo firmato un accordo strategico, che ci dà la possibilità di metterci in contatto diretto con le eccellenze italiane e di portare qui la loro esperienza su sanità, educazione e formazione. C'è un altro importante progetto che riguarda le attività portuali".  Sabato, intervistata da Il Tempo, Sara Kelany, responsabile di Fratelli d'Italia per l'immigrazione, aveva annunciato che i gruppi di FdI alla Camera e al Senato lunedì nei centri attivi oltre confine. "I dati ci dicono che i Cpr in Albania sono più di un semplice progetto pilota. Il prossimo step è estenderlo ai paesi di partenza, quelli inclusi nel Piano Mattei. Una cooperazione che può avere effetti immediati sia dal punto dei flussi che a livello energetico. Grazie a questo tipo di azioni, nascono nuove partnership che hanno ricadute reali su economia e sviluppo, a maggior ragione in un contesto difficile per l'approvvigionamento come quello attuale", continua Kelany. I gruppi di FdI alla Camera e al Senato, nonché il responsabile organizzazione del partito Giovanni Donzelli, lunedì saranno in Albania per visitare i centri. "Sarà effettuata una verifica sul loro funzionamento. Vogliamo, con i fatti, smentire quella narrazione distorta e strumentale per cui queste strutture non funzionano o peggio sono un inutile spreco". I numeri dicono "che seppure si sia interposta una magistratura politicamente orientata, il progetto funziona. Anzi, rappresenta un modello per l'intero continente. Gli stessi Egitto e Bangladesh, per cui è stato sollevato un caso, alla fine, come anticipato dall'Italia, sono da considerare 'paesi sicuri'. Tanto rumore per nulla".

L’Autocronologia che racconta l’Italia (e pure noi)
6 ore fa | Dom 19 Apr 2026 08:32

Solo Alberto Arbasino avrebbe potuto scrivere di sé in terza persona senza sembrare un Napoleone da manicomio. Ci vuole del genio per riuscire nell’impresa. E infatti in questa sua Autocronologia – un titolo il più possibile asettico per un genere che faceva a pugni con il suo riserbo – ripubblicata da Adelphi dopo oltre quindici anni con la curatela di Raffaele Manica (p. 246, €16), già curatore del Meridiano sul grande lombardo, è tutto un rincorrere fatti, incontri, anche mondani, con molte digressioni e qualche rivelazione sui suoi libri più importanti. Con ogni probabilità sarà mondano anche partecipare alle presentazioni del libro da parte di Manica, che farà una prima tappa alla Casa Manzoni di via Morone 1 (a cura del Circolo dei Lettori di Milano) il 21 maggio, quindi nella Roma tanto cara ad Arbasino, allo Spazio Sette Libreria di via Barbieri 7, il 26 maggio. Sarà tutto un gran rincorrere questa mappa arbasiniana di pensieri e coltissime note, sempre in punta di piedi e con l’erre arrotata, che del resto dell’autore era la cifra, in quanto oratore s’intende, e che in letteratura si traduce in sublime sprezzatura. Occorre precisare che mai e poi mai l’avrebbe intitolata Autobiografia: troppo scontato e autoreferenziale per un uomo che ha fatto della scrittura in punta di penna il suo stile e, sebbene parlando di sé più di altri scrittori, facendolo sempre con sottile ironia e distacco. Avverso al “proustismo di maniera” – niente dissertazioni sulle madeleine, che nel suo caso sarebbero state “mangiarini” vogheresi e “rievocazione sentimentale e patetica di nonne e bisnonne”, quando gli chiedono di raccontarsi per introdurre il Meridiano Mondadori di cui sopra si fa prendere la mano e scrive un libro. Questo, appunto, e che libro! Perché bisogna dire che qui dentro non c’è solo molto Arbasino, c’è molto della seconda metà del Novecento e un po’ anche della prima, perciò da qualche parte ci siamo anche noi. Per prima cosa, indicando egli l’indirizzo preciso della casa in cui nacque e crebbe, in quel di Voghera, essendo a due passi da chi scrive, forte è la tentazione di andare a vedere la magione, per scoprire se la farmacia di famiglia è ancora lì. Che poi, pensando che nella sua vita straordinaria è mancata giusto l’occasione per andare a visitare gli igloo degli eschimesi, bisogna dire che non si era mai visto un provinciale meno provinciale di lui. Con quel fare aristocratico di chi sembra prendere tutto alla leggera, in modo un po’ frou frou, ma in verità è uomo di cultura maiuscola, ha girato il mondo in lungo e in largo facendo anche giornalismo di livello altissimo, prima con il Corriere, poi con Repubblica. Quindi largo alle trasferte americane, a New York, certo, ma anche, per esempio, in una San Francisco in cui «nascevano i movimenti che dopo qualche stagione sarebbero arrivati non più allegri e festosi ma molto più seriosi e sanguinosi da noi». Correva il ’68 e i soggiorni arbasiniani in California si sarebbero moltiplicati, ed è favoloso il disincanto infastidito per i cosiddetti movimenti di liberazione, perché «si sarebbero rivelati inibizioni o repressioni, giacché definivano o catalogavano ed etichettavano in ghetti le pulsioni e gli istinti prima liberamente leggeri e vaganti». Una notevole capacità di anticipare quanto sta accadendo ora, con accenni di tetra censura. Ad Arbasino d’altronde era estranea una certa plumbea pesantezza, che in genere somiglia alla stupidità, un morbo per cui certi talenti hanno la vaccinazione innata. In questi viaggi, si era imbattuto nella tramontante Gloria Swanson – per stare sul leggero, appunto, in Brigitte Bardot e Audrey Hepburn, che molto probabilmente conosceva già a Roma. In Andy Warhol, totem da decenni, che tuttavia egli osserva senza alcuna reverenza, anzi addirittura con un pizzico di snobismo per il look poco intonato allo splendore decadente di Venezia. Di principesse e di bon ton tuttavia qui non ce n’è poi tanto, c’è invece più letteratura che altrove, in una carrellata di incontri e conversazioni con i giganti del Novecento italiano. Gadda, che per lui era un grande vecchio della letteratura, Mario Praz, Longhi, Palazzeschi «amati vegliardi misconosciuti e commiserati» dalla generazione successiva, nonché ignorati dai giornali e ormai stoicamente rassegnati ad accomodarsi in soffitta. Bassani, con cui ebbe una singolar tenzone letteraria per la pubblicazione del romanzo che lo ha reso celebre, Fratelli d’Italia, con un codazzo di polemiche per i personaggi ivi descritti- e più che riconoscibili, dell’alta società, che notoriamente non la presero bene. E poi Carmelo Bene, il grandissimo del nostro teatro, che aveva visto al Teatro Sistina a Roma e poi a casa sua, mentre recitava Sem Benelli snocciolando parole desuete «sulla mia terrazza, agitando le ciglia folte e nere». Insomma, una meraviglia di libro, che vale mille noiosissimi manuali perché ci avvicina a scrittori che altrove troveremmo sezionati da critici barbosi, e invece qui sono umani, troppo umani, straordinariamente veri. Prende una punta di malinconia, di nostalgia anche, leggendo che Arbasino, con «Pasolini e Testori e con altri ci eravamo promessi di “dircele finalmente tutte”, passati i tempi trafelati, in una vecchiaia piena di polemiche fra camini e castagne», perché non accadde, data la morte tragica di Pasolini. Arbasino invece è vissuto, per nostra fortuna, lasciando cronache d’autore del tempo che fu.

L'ex pm Scarpinato ostaggio della politica
6 ore fa | Dom 19 Apr 2026 08:28

Roberto Scarpinato, 74 anni, già procuratore generale a Palermo, ora senatore della Repubblica a 5 Stelle e membro della commissione parlamentare antimafia, che si trova ad occuparsi anche di lui per il ruolo svolto negli anni Novanta nella gestione di un’indagine, dossier e quant’altro su mafia e appalti, è inconsapevolmente prigioniero della politica. Alla quale è passato, da ex magistrato, il più scortato d’Italia quando indossava la toga, accettando la candidatura alla Camera offertagli personalmente e orgogliosamente dall’ex premier Giuseppe Conte, presidente del movimento che fu di Beppe Grillo. Forse anche per questo, e non solo per il clima sopraggiunto alla vittoria referendaria, il mese scorso, della riforma costituzionale della magistratura, Scarpinato ha recentemente auspicato, scrivendone sul Fatto Quotidiano, l’autoscioglimento della commissione parlamentare antimafia presieduta dalla sorella d’Italia Chiara Colosimo. O il suo blocco, la sua volontaria rinuncia al lavoro assegnatole con tanto di legge, compreso quello proposto dalla premier Giorgia Meloni, parlandone in Parlamento, di occuparsi anche delle possibili infiltrazioni mafiose in tutti i partiti, compreso o a cominciare dal suo. Si potrebbe anche concordare in linea di principio con Scarpinato quando coglie la contraddizione, a dir poco, fra l’archiviazione giudiziaria chiesta dalla Procura della Repubblica di Caltanisetta di un’indagine riguardante anche il ruolo dell’allora procuratore generale di Palermo di un dossier dei Carabinieri su mafia e appalti, e la convinzione espressa davanti alla commissione parlamentare dal capo stesso di quella Procura che vi fosse stato un nesso fra quel dossier e le stragi che costarono la vita nel 1992 prima a Giovanni Falcone, a Capaci, e poi a Paolo Borsellino, sotto casa della madre. Per essere coerente con i dubbi e le proteste che esprime oggi, quando si è trovato - ripeto- a vivere in prima persona la realtà di un’inchiesta parlamentare, Scarpinato avrebbe dovuto quanto meno evitare di parteciparvi, o correrne solo il rischio entrando nella commissione che ora sembra entrargli stretta, quanto meno. Una commissione della quale fa parte come vice presidente anche il collega deputato ed ex magistrato Federico Cafiero De Raho. Pure lui, per diaboliche coincidenze, trovatosi ad occuparsi del suo stesso lavoro alla Procura Nazionale antimafia, dove si sono raccolti dossier e si sono trafficate notizie, prevalentemente a scapito di esponenti del centrodestra, che hanno fatto rizzare i capelli al capo della Procura di Perugia Raffaele Cantone quando vi ha lavorato sopra. La politica, lo so bene raccontandola da una vita, è una brutta bestia. Non è, come anche l’attività giudiziaria, un pranzo di gala, una gita fuori porta. Ancor meno lo sono, l’una e l’altra, quando si intrecciano e si sovrappongono, o confliggono. Ne converranno insieme, Scarpinato e De Raho, senza limitarsi a festeggiare la prevalenza della magistratura sulla politica nel risultato del referendum svoltosi il mese scorso.

Pistole e insulti, tutti i deliri dei centri sociali anti-Salvini
6 ore fa | Dom 19 Apr 2026 08:25

Volti coperti, caschi da cantiere, barricate mobili e bastoni. Fumogeni e bottiglie contro la polizia. Le scritte lasciate sui muri: “Salvini appeso” e “celerini lapidati”. I video su Instagram per incoraggiare i compagni alla lotta: «È assurdo che venga autorizzato un corteo xenofobo e razzista di personaggi che si dichiarano apertamente fascisti e nazisti», ci spiega un ragazzo con la kefiah alla cintura. Qui però c’è il giallo: ma chi diavolo è che si sarebbe dichiarato apertamente “fascista e nazista” tra gli invitati al corteo della Lega? Una domanda da girare ai militanti del centro sociale Lambretta, che ieri sfilava contro la manifestazione del Carroccio a Milano. E che per la cronaca è proprio quell’associazione che il sindaco di Milano Giuseppe Sala ritiene corretto regolarizzare per l’eccellente lavoro svolto nel panorama della cultura e dell’aggregazione giovanile a Milano. Quegli stessi ragazzi ieri si sono “aggregati” in piazza con le mazze e hanno cercato di mandare all’ospedale qualche poliziotto. Sfilavano sotto un vessillo con falce e martello. Nell’anno 2026. E con un bandierone con il volto di Ernesto “Che” Guevera con in mano una pistola. Carrellata di slogan: «Diciamo no al razzismo di stato». «Milano è migrante». «Siamo la generazione che immagina e pratica le alternative». Quali alternative? Mistero. Spiegavano alla vigilia sempre sul web: «Sarà un corteo plurale, pensato per essere attraversato da persone di ogni età, corpo e status legale». Un corteo aperto a persone di ogni corpo. Nel senso di quelle in sovrappeso? Presenti anche delegazioni di studenti, che ovviamente non mancano di fantasia, soprattutto quando cercano di spiegare quali sarebbero i programmi leghisti: «Parlano di remigrazione, e per farlo vogliono introdurre anche in Europa un modello ICE che faccia dei raid sui posti di lavoro o nelle case alla ricerca di persone senza documenti da deportare». Salvini quindi avrebbe proposto raid stile “Ice” sui posti di lavoro? E via delirando: «Noi student3 siamo meticc3 e queer, fa**** la vostra remigrazione, le scuole restano antirazziste, antifasciste e contro l’omobilesbotransfobia». In mezzo a questi signori, è utile ricordarlo, sfilavano anche rappresentanti del Partito Democratico e un paio di esponenti di Forza Italia. Altrettanto utile è ricordare con precisione le parole del sindaco Sala, riguardo a questi soggetti: «Parliamo di spazi sociali che forniscono una produzione culturale alternativa, un’aggregazione a basso costo, svolgono una funzione molto contemporanea. I leghisti potranno ironizzare sulle mie parole ma questa è la realtà». Ironizzare? No, per la verità, non fa neanche ridere. Al massimo una risata la strappano i commenti che si leggono sul web sui video della grande mobilitazione anti-Carroccio. «Andate a lavorare, somari».

Dopo il "No" la sinistra svela ancora i suoi vecchi vizi e già punta le poltrone
6 ore fa | Dom 19 Apr 2026 08:19

Il risultato del referendum, unito a qualche fisiologico incidente di percorso di un governo che è già oggi uno dei più longevi della storia repubblicana, ha ringalluzzito la sinistra. Che già si immagina nella stanza dei bottoni, fosse pure sotto la forma di un governo “di scopo” o qualche altra astruseria politico-tecnica che la creatività italiana si inventerebbe nel caso in cui dalle politiche del prossimo anno non uscisse una maggioranza chiara. E pazienza se è stata proprio la ritrovata stabilità di un governo tutto politico ad aver ridato credibilità e peso all’Italia nel contesto internazionale! A tutti è lecito sperare, per carità, ma è proprio in questi momenti che viene fuori la più propria natura dei compagni: credendo il vento in poppa, insistono sui più classici motivi del loro repertorio, quelli che li hanno allontanati negli anni passati da buona parte dell’elettorato. Riaffiora così la mentalità dirigista, l’idea di tutto normare e regolare, di tassare tutto quel che è tassabile, di redistribuire le sempre più scarse risorse di un paese il cui primo problema dovrebbe essere per tutti la crescita e la scarsa produttività. Ricompare persino, e non solo fra i pentastellati, l’idea di riempire di bonus, sussidi, “salari minimi” e “redditi di cittadinanza” le tasche degli italiani, proprio ora che con gran fatica siamo riusciti a neutralizzare gli effetti perversi che avevano avuto sui conti pubblici quelli introdotti dai governi Conte. Significativa è l’opposizione di questi giorni ad un decreto che propone due misure di assoluto buon senso quali la stretta sul porto e vendita di coltelli e la cancellazione dell’attenuante della “lieve entità” per chi spaccia droga in senso continuativo. In sostanza, è proprio in questa fase che riemergono quei vizi che hanno così tanto nuociuto alla sinistra allontanandola dagli italiani e che, molto probabilmente, continueranno a nuocerle anche alle prossime elezioni. Masochistico è poi anche il fatto che, a quasi un anno dal voto, già si son messe in moto le manovre per spartirsi i futuri posti di potere. Il totonomine sul “chi va dove” imperversa. D’altronde, morte le ideologie forti del vecchio marxismo, incapace di rinnovarsi idealmente, la sinistra non ha più un’idea di società da proprre ai suoi elettori. Rimane il potere nudo e crudo da esercitare. La lontananza da esso ha come incattivito gli animi dei compagni, ma non ha comportato una seria autocritica e una rifondazione dei loro partiti su nuove basi. L’impressione è perciò che il tanto agognato ritorno al potere sia una pia illusione e la frenesia del momento sia costretta a fare presto i conti con la realtà. Se così fosse, alla sinistra toccherebbe in sorte la fine che fu propria della contadina che, in una favola di Pitrè, corse al mercato a vendere una ricotta immaginando di investire il ricavato in sempre più ambiziosi progetti. Come è noto, un improvvido inchino, facendo cadere la ricotta, mise fine a ogni sogno di futura gloria.

Doveva risolvere i guai del Libano: Unifil è diventata un nuovo problema
6 ore fa | Dom 19 Apr 2026 08:15

Fra tutti gli attori della tragedia mediorientale, Hezbollah è quello che più di ogni altro ha da temere dalla pace. Anche più dei loro referenti a Teheran, i Pasdaran, che comunque sembrano preferire uno stato di guerra continuo piuttosto che la cessazione delle ostilità. Perché la fine degli attacchi israelo-americani metterebbe il regime, indebolito come mai prima, di fronte alla popolazione iraniana che già non lo sopportava prima. Ma Hezbollah, a differenza dei Pasdaran, non può giocare sull’orgoglio nazionale che in Libano non esiste: se Beirut fa l’accordo con Israele, il “Partito di Dio” perde il suo potere. Hezbollah ha smentito la paternità dell’attacco ai caschi blu francesi ma Parigi ha avanzato accuse precise. Soprattutto, il gruppo terrorista ha il movente. Torna anche alla mente il 23 ottobre 1983, il giorno in cui il Libano diventò dominio di Hezbollah. Un giorno di sangue in cui due attentati con camion carichi di esplosivi provocarono la morte di 241 marines americani e 58 paracadutisti francesi. Washington e Parigi, potenze protettrici della minoranza sunnita e di quella cristiana maronita, si ritirarono dalla scena, con Italia e Regno Unito, lasciando l’Onu a gestire il disastro. E il Palazzo di Vetro non si smentì. La United Nations Interim Force in Lebanon (Unifil) era già stata istituita il 19 marzo 1978 dal Consiglio di Sicurezza con le risoluzioni 425 e 426, in seguito alla prima invasione israeliana del Libano. Lo scopo originale era verificare il ritiro delle truppe israeliane, ripristinare la pace e la sicurezza nella zona, e aiutare il governo libanese a ristabilire la propria autorità. Risultati: nessuno. Hezbollah, con il sostegno diretto della Siria e l’alto patronato degli ayatollah iraniani, mise la mani sul Paese dei Cedri. E Israele tornò in Libano per risolvere la questione. Nel 2006 c’è una specie di tregua e l’Onu amplia il mandato Unifil con la risoluzione 1701, che affidava ai caschi blu, poveracci, il compito di creare una zona cuscinetto di circa 30 km a nord del confine, smilitarizzare l’area e promuoverne il controllo da parte dell’esercito regolare libanese, impedendo al contempo operazioni di milizie armate come Hezbollah. Nonostante quasi cinquant’anni di presenza, l’Unifil è un fallimento. Il suo obiettivo primario – il disarmo di Hezbollah da ottenere tramite il rafforzamento dei regolari libanesi – non è mai stato raggiunto. Anzi, Hezbollah ha costruito una rete militare radicata, soprattutto nel sud, con un dedalo di tunnel scavati nel calcare delle montagne libanesi. Non è semplice estirpare la forza del gruppo terrorista, persino oggi che i suoi alleati o non ci sono più (Assad) o hanno a loro volta guai seri (Iran). Ovviamente, la fiducia di Israele nella missione si è dissolta: lo Stato ebraico ha più volte criticato l’inefficacia dell’Unifil e gli incidenti fra IDF e marmittoni celesti si sono moltiplicati del corso del tempo. Il 27 agosto 2025, il Consiglio di Sicurezza ha approvato all’unanimità una risoluzione francese, sostenuta dagli Stati Uniti, che estende il mandato dell’Unifil solo fino al 31 dicembre 2026, avviando da quella data un «ritiro ordinato e sicuro» da concludere entro la fine del 2027. Sarà quindi la fine di una missione durata 49 anni. L'obiettivo dichiarato è rendere il governo libanese l’unico garante della sicurezza nel sud del Paese, trasferendogli gradualmente tutte le responsabilità. Gli Stati Uniti spingono per lo smantellamento dell’Unifil, ritenendola inefficace nel contrastare Hezbollah e criticandone i costi. Israele, lo abbiamo già scritto, sostiene che la missione non raggiunge i suoi scopi e ha definito a fine anno il ritiro una «buona notizia». Buona ma non ottima: badare a non colpire le truppe Onu mentre si fa la guerra decisiva contro Hezbollah è a dir poco scomodo. Infatti le IDF a volte non ci badano. La Francia ha elaborato la risoluzione di compromesso, spingendo per una proroga fino al 2026 pur accettando la chiusura definitiva, ma evitando un ritiro brusco. Il premier libense Nawaf Salam aveva espresso soddisfazione per la proroga fino al 2026, ma la copertina di Linus dell’Onu è sempre meglio che ritrovarsi fra Israeliani e terroristi che se le suonano. Resta l’Italia: abbiamo il comando della missione e forniamo il contingente più numeroso dopo l’islamica Indonesia. Siamo quelli che hanno sostenuto di più Unifil. Ma le cose stanno cambiando. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha più volte chiesto nuove regole d’ingaggio al Palazzo di Vetro. Anche ieri, al Tg1, ha spiegato: «Fa parte della tattica di Hezbollah non consentire che la tregua si rafforzi». Per concludere: «Unifil non ha più senso nelle attuali condizioni». Giusto. Riportiamo i nostri a casa.

Basta con l'allarmismo sul prezzo del petrolio: i mercati scommettono sulla fine della crisi
7 ore fa | Dom 19 Apr 2026 08:09

Javier Blas è forse il più importante analista al mondo quando si parla di materie prime come il petrolio. E si fa domande precise. Ma quanto costa davvero il petrolio? E quanto è cambiato il prezzo negli anni? La domanda non è oziosa. Con gli smartphone puoi controllarne il prezzo. I social ti tengono al corrente di ogni minima variazione. Le oscillazioni, soprattutto in momenti di forte volatilità come questo, ti vengono segnalate. I commentatori leggono l’evoluzione (o l’involuzione) della crisi partendo dal prezzo del greggio. Se questo scende, bel tempo. Se invece sale, burrasca. La verità è che forse diamo troppa importanza a questi numeri e finiamo per perdere di vista l’essenziale. Magari ci preoccupiamo inutilmente. O forse ignoriamo i veri segnali di allarme. Le riflessioni di Blas sono illuminanti. La prima riguarda l’esistenza di due mondi. Il primo mondo è il mercato del petrolio. Quello vero. Che cambia di mano. Che si vede. Che si tocca. Che lo si annusa e quasi “lo si assapora”. Immagine iperbolica, certo, ma che rende l’idea. Il petrolio viene infatti raffinato e quindi scomposto in ciò che veramente ci serve. Sia esso benzina, diesel, kerosene per gli aerei o bitume che serve ad asfaltare le strade. Per quanto meno saporito o succulento rispetto alla carne di maiale, si scopre che il petrolio è abbastanza simile. Di esso non si butta via niente. E nei momenti di crisi le raffinerie, soprattutto quelle controllate da uno stato, non badano a spese. Che ci vuole. Serve il petrolio e qualunque cifra. Costi quel che costi. Non si può lasciare la gente a piedi. E si scopre, ad esempio, che nelle raffinerie dell’estremo oriente un barile può arrivare a costare anche 175 dollari prima di essere lavorato mentre negli Stati Uniti il costo si ferma anche a 77-78 dollari. Eppure il prezzo globale del petrolio sarebbe teoricamente uguale per tutti. Poi si scopre che così non è. Ci sono infatti i costi di trasporto che possono incidere anche 15 dollari a barile. Si scopre che nei momenti di maggior crisi l’Arabia Saudita impone un premio aggiuntivo di 20 dollari a barile rispetto al prezzo indice. Così come offriva uno sconto di 10 durante i primi giorni del Covid quando il mondo era fermo e nessuno sembrava avere sete di petrolio. Va da sé che il primo mercato è limitato dal greggio in circolazione. Quindi è finito e confinato. Il secondo è invece infinito. I barili di carta (o elettronici) possono arrivare a qualsiasi volume e non hanno bisogno di essere trasportati al contrario dei barili veri. La sintesi a cui arriva Blas è a tratti sorprendente. Per quanto questa crisi sia grave, siamo lontanissimi dallo shock del 2008. In termini reali (con dati cioè depurati dall’inflazione) dovremmo avere un prezzo a 220 dollari per arrivare al picco di allora. Ed ora siamo a 100. La seconda riflessione è che i mercati finanziari, per quanto innamorati dell’otto volante perché con quello si fanno i soldi, continuano a dare per sicura una soluzione in tempi brevi dell’attuale crisi e non prevedono la fine del mondo di qui a due mesi. Prezzi spesso inferiori a quelli veri attuali. Chi ha ragione? Per quanto banale, più dello smartphone dobbiamo guardare i prezzi alla pompa. I dati del Ministero dell’Ambiente e della Sovranità Energetica ci dicono, ad esempio, che il prezzo medio alla pompa della benzina a marzo era 1,75. La media negli ultimi venti anni è stata 1,88. Se addirittura ragguagliassimo i prezzi degli ultimi 20 anni ad oggi tenendo conto dell’inflazione, scopriremmo che la media è stata di poco superiore ai 2 euro. Sul diesel scopriamo invece che il prezzo medio di marzo è stato 1,94 contro una media degli ultimi 20 anni di 1,8. Di poco sopra insomma. Se invece considerassimo il prezzo corretto per l’inflazione saremmo sempre intorno a 1,94 euro. Niente male per un mondo letteralmente strozzato dalla chiusura dello stretto di Hormuz e dalla guerra che in Ucraina dura da oltre quattro anni.

Secondo voi sarà Lupi il candidato del centrodestra a Milano?
7 ore fa | Dom 19 Apr 2026 08:07

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La Russa e la candidatura a Milano: una giornata da... Lupi
7 ore fa | Dom 19 Apr 2026 08:03

*** Forza Italia cosa dirà sulla sfida delle comunali di Milano? Intanto c’è da riorganizzare il nuovo corso dopo il cambio dei capigruppo di Camera e Senato. *** In occasione della recente visita in Italia di Sua altezza reale il Principe Reza Pahlavi, un gruppo ristretto di imprenditori e professionisti ha preso parte a una serie di incontri one-to-one dedicati alle prospettive di sviluppo e alla futura ricostruzione economica dell’Iran. Tra i partecipanti, anche una rappresentanza di Sirip, Sindacato dei Rappresentanti di Interessi Parlamentari. Soddisfatto il presidente di Sirip, Achille Ducoli.

Tg Giovani - 19/4/2026
7 ore fa | Dom 19 Apr 2026 08:00