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'Giornalista comunista', il coro al corteo per la Remigrazione a Roma

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Bagnai "All'Optimum Investors Summit relazioni di grande interesse"

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Remigrazione, il contro-corteo sparge letame davanti al ministero dei Trasporti

Libero Quotidiano3 ore fa

Ferrari, Charles Leclerc getta la spugna: "Provo vergogna"

Charles Leclerc finisce di nuovo a muro. Il pilota monegasco della Ferrari, dopo l'incidente di Monte-Carlo, finisce contro le barriere anche in apertura del Q3 del Gran Premio di Catalogna di Formula 1. Il monegasco, nonostante il forte impatto, non sembra aver riportato delle gravi conseguenze e nella gara di domani sarà costretto a scattare dalla decima casella. Questo incidente ha portato all'esposizione della bandiera rossa e, di conseguenza, alla sospensione delle qualifiche. Non appena la vettura di Leclerc verrà rimossa dalla ghiaia, riprenderà la caccia alla pole position. Bene invece Lewis Hamilton, secondo solo a Russell. "E' fantastico essere qua insieme a loro, specie dopo le difficili sessioni nelle prove libere. Ieri ero dietro di oltre un secondo e mezzo e ora sono qua in prima fila. Domani potremo lottare e fare la nostra gara", ha detto l'inglese. "Moralmente ho tantissima vergogna. Sono stati weekend difficili per ragioni che conosco. C'era tanta fiducia per i cambiamenti che abbiamo fatto. Non ho parole dopo una qualifica così, provo solo vergogna. Il potenziale per la pole c'era, così come il feeling con la macchina. Ho provato a fare qualcosa di diverso in curva 4, ma non ci sono scuse. Mi dispiace per i tifosi. La vittoria sarebbe il minimo che io possa fare per scusarmi", ha spiegato il pilota della Ferrari, Charles Leclerc, ai microfoni di Sky Sport al termine delle qualifiche del Gran Premio di Catalogna.

Libero Quotidiano3 ore fa

'Scegliamo la vita', la Manifestazione Pro Vita a Roma

Libero Quotidiano3 ore fa

Ucraina, l'esercito russo è in crisi? Putin arruola i malati di mente

Mentre l’ex presidente russo Dmitrij Medvedev in un video postato sui social distruggeva col tritadocumenti i volti dei leader europei, tra una provocazione e l’altra l’attuale presidente Vladimir Putin vantava in un intervento l’impressionante numero di 700mila effettivi schierati sul fronte ucraino. Ma ancora più impressionante è la campagna di reclutamento che le forze russe hanno avviato quest’anno dopo aver perso, stando ai dati ucraini, qualcosa come 1,4 milioni di soldati. Una campagna che non tiene conto di nulla, né dell’età, né della situazione famigliare, né dello stato di salute degli arruolati. Nemmeno dello stato di salute mentale, come hanno testimoniato in queste ultime ore alcuni siti russi. Idel.Realii racconta del caso di uomo di 30 annidi Ulyanovsk, amena città sul Volga, costretto ad arruolarsi e spedito a combattere in Ucraina nonostante fosse in cura presso i servizi psichiatrici locali fin dall’infanzia. La vicenda di Daniil Rudnev è stata raccontata da alcuni parenti che non si danno pace, in quanto il 30enne è stato strappato alla sua vita con l’inganno e con la violenza. Daniil è disabile dalla nascita, gli è stato diagnosticato un ritardo mentale e, stando alla documentazione medica dell’Ospedale Clinico Psichiatrico Regionale VA Koposov di Ulyanovsk, è paziente del servizio psichiatrico locale dal 2008.   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48046859]] Eppure la commissione medica locale lo avrebbe improvvisamente dichiarato sano e idoneo al servizio, ignorando gli evidenti segni di disabilità mentale, il fatto che il giovane sia analfabeta e abbia notevoli difficoltà di linguaggio, che in vita sua non ha mai lavorato, se non occasionalmente e per brevissimi periodi. Daniil in realtà aveva lui medesimo espresso il desiderio di firmare il contratto del ministero della Difesa per il reclutamento, ma i suoi famigliari ritenevano non fosse in grado di decidere e per impedirgli di partire gli hanno requisito il passaporto. In più erano certi che essendo stato classificato dalle autorità come “D”, cioè “non idoneo al servizio militare” a causa di gravi malattie croniche, non lo avrebbero mai richiamato. Ma così non è stato, hanno falsificato tutti i documenti e lo hanno subito spedito a combattere. «Non capiva dove stesse andando; il suo tesserino militare era falso. L’ufficio di reclutamento ha affermato di aver chiesto a Daniil se avesse problemi di salute e se la commissione medica avesse rilasciato un certificato. Alla fine, lo hanno semplicemente falsificato», racconta un parente, aggiungendo che ora Daniil piange e chiede di essere riportato a casa. La vicenda ricorda quella di Alexey Vachrushev, un ventiduenne di Chernovskoye, nella regione di Perm, costretto nel 2024 a firmare un contratto militare dopo essere stato accusato ingiustamente dai vicini di aver rubato del cibo. La polizia non trovò nulla, ma lo costrinse a firmare per il fronte per non essere incriminato e non rischiato fino a 10 annidi carcere. Anche ad Alexey è stata diagnosticata una disabilità intellettiva, ha trascorso gran parte della sua vita sotto cure psichiatriche e si è diplomato in una scuola specializzata per bambini con ritardo dello sviluppo. Il ragazzo fu poi mandato in un centro di addestramento nella regione di Chelyabinsk, dal quale chiamava la madre dicendosi vittima di abusi e derisioni. Fuggito, raggiunto dalla procura militare e riportato al fronte in Ucraina, alle successive angherie da parte di commilitoni e superiori Alexey ha risposto ancora con la fuga. Era la fine del 2024 e da allora se ne sono perse le tracce. Secondo il decreto di mobilitazione di Putin le persone disabili sarebbero esentate dal servizio militare, ma nella realtà di carenza di “materiale umano” per la guerra in corso tali regole sono saltate. Gli standard si sono abbassati, le garanzie ignorate e la pressione sul reclutamento sta coinvolgendo persone che normalmente ne sarebbero escluse, come i disabili appunto, ma anche i detenuti, i tossicodipendenti e gli alcolizzati. Tutti considerati di fatto “manodopera sacrificabile”. Perfino quelli che sono stati gravemente feriti in combattimento vengono rispediti al fronte e in questo caso al danno si aggiunge la beffa. Anzi, due: così facendo lo Stato evita di pagare loro il risarcimento previsto da 3 milioni di rubli.   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48059669]]

Libero Quotidiano3 ore fa

A Milano debutta Zanclea, la borsa manifesto di eleganza funzionale

Per anni le donne hanno accettato un compromesso. Da una parte la borsa elegante. Dall'altra lo zaino tecnico. La prima raccontava chi erano. Il secondo serviva a trasportare ciò di cui avevano bisogno. In mezzo, una vita sempre più mobile, veloce e globale. Laptop, passaporti, caricabatterie, documenti, cuffie, notebook. Una quotidianità che si muove tra uffici, aeroporti, coworking, appuntamenti e città diverse, dove l'eleganza non può più permettersi di essere soltanto estetica e la funzionalità non può più rinunciare allo stile. È da questa osservazione semplice ma potentissima che nasce Zanclea, il nuovo brand fondato da Maud Laverdant e Mafalda Aiello, presentato negli spazi di 10 Corso Como a Milano, luogo simbolo di una città che continua a essere laboratorio di idee, creatività e contaminazioni internazionali. Più che il lancio di una collezione, l'evento ha segnato l'inizio di una riflessione più ampia su come stanno cambiando il design, il lavoro e il ruolo dell'imprenditoria femminile contemporanea. Le protagoniste sono sette modelli tra borse e accessori sviluppati attorno a un principio preciso: accompagnare la donna contemporanea senza costringerla a scegliere tra bellezza e praticità. Le collezioni raccontano tre diverse anime. Elle interpreta il lato più romantico e sensibile. She esprime energia, movimento e dinamismo. Lei rappresenta invece la dimensione più razionale e progettuale. Tre identità differenti che convivono nella stessa donna. Una donna che può iniziare la giornata a Milano, lavorare ad Amsterdam e concludere una riunione a Parigi senza mai cambiare borsa. Il vero elemento distintivo è però la capacità di trasformazione. Gli accessori Zanclea possono infatti diventare zaini grazie a spalline removibili, adattandosi ai diversi momenti della giornata e alle esigenze di chi vive costantemente in movimento. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48158467]] «Volevamo costruire qualcosa che mancasse sul mercato, una borsa resistente per tutte le stagioni, in materiale ricondizionato per le donne lavoratrici e viaggiatrici, per mettere dentro il pc o l’ipad, con gli scomparti interni per tenere tutto separato e facile da trovare. Abbiamo pensato a una borsa che all’occorrenza si può trasformare in zaino, utile anche per chi ama andare in bici», racconta Mafalda Aiello. Dietro la semplicità del gesto c'è un lavoro importante di ricerca sui materiali. Per lo sviluppo del prodotto, Zanclea ha collaborato con Acbc, realtà riconosciuta a livello internazionale per l'innovazione sostenibile applicata al design. Le borse utilizzano materiali della famiglia FreeBio™, con un esterno composto per il 55% da poliammide tecnica riciclata e una fodera realizzata con il 95% di poliestere riciclato ad alte prestazioni. Una scelta che non nasce da una logica di marketing, ma da una visione progettuale che considera sostenibilità, performance e durata come elementi inseparabili. Non è un caso che il lancio sia stato accompagnato da un Leadership Talk dedicato all'imprenditoria. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48158467]]     L'incontro, moderato dall'International Creative Industry Advisor Orietta Pelizzari, ha riunito alcune protagoniste del panorama imprenditoriale contemporaneo per discutere di innovazione, creatività e costruzione del valore. Maud Laverdant e Mafalda Aiello hanno raccontato la nascita del progetto partendo da due prospettive complementari. Da una parte la mentalità dell'ingegneria di prodotto, orientata alla soluzione concreta dei problemi. Dall'altra la cultura del design come strumento capace di dare forma a nuove abitudini e nuovi comportamenti.  Accanto a loro sono intervenute Caroline Baranes, Chief Business Officer di Baralan, che ha portato l'esperienza della terza generazione di una storica azienda specializzata nel packaging per il beauty di lusso; Aram Chantal Mbow, Founder & CEO di Innovamey e già inserita tra le Inspiring Fifty, che ha raccontato come innovazione e inclusione possano dialogare con le nuove generazioni; e Laura Morino, Founder di Morino Studio e Premio Donna Comunicazione, che ha sottolineato il valore strategico delle relazioni e del networking nel sistema milanese.  Il risultato non è stato soltanto un confronto tra imprenditrici, ma la fotografia di un cambiamento più profondo. Per anni l'innovazione è stata raccontata come una rivoluzione tecnologica. Oggi sempre più spesso nasce dall'osservazione attenta dei bisogni reali. Dalla capacità di ascoltare. Di semplificare. Di progettare oggetti che migliorano la vita quotidiana. In questo senso Zanclea non presenta semplicemente una nuova collezione di borse. Racconta una generazione di donne che non accetta più compromessi tra lavoro, mobilità, sostenibilità ed eleganza. E dimostra che l'innovazione più interessante non è quella che inventa bisogni inesistenti, ma quella che trova risposte intelligenti a esigenze che tutti, ogni giorno, conosciamo molto bene.

Libero Quotidiano4 ore fa

Cina, robot pianisti e lottatori nella prima concessionaria di automi "6S"

Libero Quotidiano4 ore fa

Futuro nazionale, battibecco Vannacci-giornalisti in conferenza stampa

Libero Quotidiano4 ore fa

Alberto Stasi, ecco come è uscito dal carcere: la rabbia dei detenuti

"Cosa aspettate qua davanti? Alberto Stasi non è qui ma a casa in licenza, fino a domenica sera non torna, qui perdete tempo". Con queste parole alcuni detenuti della casa circondariale di Bollate, in uscita per recarsi al lavoro, si sono rivolti ai giornalisti assiepati già di primo mattino nel parcheggio antistante l'ingresso del carcere. La circostanza è stata confermata anche da un agente della polizia penitenziaria in uscita dall'istituto. La procura generale di Milano, ieri ha espresso parere favorevole alla messa alla prova di Alberto Stasi, condannato in via definitiva per l'omicidio di Chiara Poggi. Una volta depositata l'istanza, passaggio atteso entro cinque giorni, l'ex studente della Bocconi potrà ritirare i propri effetti personali e lasciare il carcere. Il parere è ora al vaglio del tribunale di sorveglianza, chiamato a pronunciarsi in via definitiva sulla richiesta.   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48141382]] La decisione è attesa nei prossimi giorni e sarà notificata ai legali non appena depositata. Stasi sta scontando la pena per l'omicidio di Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di famiglia a Garlasco. Già ammesso al regime di semilibertà, potrebbe ora accedere alla misura alternativa che gli consentirebbe di proseguire l'espiazione fuori dall'istituto, con un programma di reinserimento controllato.   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48147386]]

Libero Quotidiano4 ore fa

Milan, nessun ricordo per l'anniversario della morte di Berlusconi: insorgono i tifosi

Il Milan non ha presente, si sta rovinando il futuro e, soprattutto, dimentica il passato. Ieri, 12 giugno, è stato il terzo anniversario della morte di Silvio Berlusconi. Geniale imprenditore, abile politico e storico presidente del Diavolo. Con il Cav al comando, i rossoneri hanno fatto la storia del calcio diventando una delle società più titolate al mondo e sfoggiando fenomeni del calibro di Van Basten, Gullit, Ronaldinho e Kakà. Eppure dalle parti del Milan sembrano essersi dimenticati di ricordare uno dei loro pilastri. Sui social del Milan non è stato pubblicato alcun ricordo di Silvio Berlusconi. Nessun post, nessuna storia Instagram e nessun tweet. E il gesto dei rossoneri non è passato inosservato ai tifosi che si sono scagliati ancora una volta contro una sociatà che in questa momento sembra allo sbando. Come riporta Milan News, sembra però che sia stata il frutto di una scelta precisa. La linea del Milan, per quanto riguarda il ricordo di Silvio Berlusconi, sarebbe quella di celebrare solamente due delle quattro date simbolicamente legate all'ex presidente rossonero: la nascita e l'inizio della sua storica presidenza. Una spiegazione che però lascia molto a desiderare. In fondo, non costava nulla postare anche solo un immagine o un piccolo ricordo del presidente più vincente della storia del Milan.

Libero Quotidiano4 ore fa

Investimenti, Matta (Optimum) "Germania e Usa nostre piattaforme di riferimento"

Libero Quotidiano5 ore fa

Renzi "La politica crei le condizioni per attrarre capitali in Italia"

Libero Quotidiano5 ore fa

Mondiali 2026, furto clamoroso: cosa hanno portato via dal ritiro dell'Inghilterra

Clamoroso dagli Stati Uniti. Harry Kane e compagni senza le scarpe...da lavoro. Secondo quanto è stato riportato dall'emittente inglese BBC, infatti, la nazionale dei Tre Leoni è stata vittima di un furto di materiale tecnico, scoperto all'arrivo della spedizione a Kansas City, sede del ritiro inglese. Tra gli oggetti che sono stati portati via, oltre agli scarpini, palloni e altri strumenti di lavoro. Al momento, la Football Association è in contatto con le forze dell'ordine per accertare quale sia il bottino dei ladri e un portavoce della polizia di Kansas City ha confermato l'esistenza di un'indagine corso, anche se sempre secondo la BBC ci sarebbero già stati due arresti. L'Inghilterra del tecnico tedesco Tuchel debutterà mercoledì 17 giugno (alle 22 italiane) contro la Croazia di Luka Modric. Le altre due nazionali inserite nel girone L sono Ghana e Panama. Secondo Sky Sport News due persone sono state arrestate per il furto subito dall'Inghilterra. Buona parte del bottino, tra scarpe da calcio, palloni e altro materiale tecnico, è stato poi recuperato secondo quanto reso noto dal dipartimento di polizia di Kansas City. L'Inghilterra di Tuchel, inserita nel girone L, debutterà ai Mondiali mercoledì 17 giugno (alle 22 italiane) contro la Croazia.

Libero Quotidiano5 ore fa

L'Italia ai piedi del mondo

C'è un rumore che non si sente più molto spesso. È quello del martello che modella una forma in legno, del cuoio che prende vita sotto le dita di un artigiano, del banco da lavoro consumato da generazioni di mani che hanno trasformato un mestiere in una cultura. È il suono dell'Italia che produce. Quella vera. Quella che non compare nei talk show e che raramente finisce nei titoli dei giornali, ma che continua ogni giorno a esportare nel mondo un'idea di eccellenza che nessuna campagna pubblicitaria potrebbe mai inventare. Per questo la candidatura dell'Arte della Calzatura Italiana alla Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell'Unesco non è soltanto una pratica amministrativa o una prestigiosa operazione istituzionale. È qualcosa di più profondo. È una dichiarazione di identità. L'annuncio ufficiale è arrivato a Roma, nel Salone degli Arazzi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, in occasione dell'Assemblea Generale di Assocalzaturifici. Una sede simbolica per un progetto che vuole raccontare al mondo come una scarpa italiana non sia semplicemente un prodotto, ma il risultato di una storia collettiva fatta di territori, conoscenze, creatività e trasmissione del sapere. A guidare il percorso sarà il Comitato Promotore, presieduto da Giovanna Ceolini e composto da Museimpresa, Cercal e Politecnico Calzaturiero, con il supporto scientifico della Cattedra Unesco dell'Università Unitelma Sapienza. Ma la vera notizia non è il Comitato. La vera notizia è che l'Italia sta finalmente provando a riconoscere il valore culturale della propria manifattura. Per troppo tempo abbiamo raccontato il Made in Italy soltanto attraverso il fatturato, l'export o il successo commerciale. Numeri importanti, certo. Ma dietro quei numeri esistono persone, comunità e competenze che rappresentano un patrimonio ben più grande di qualsiasi bilancio. Una scarpa italiana nasce infatti da un ecosistema complesso. Nasce nei distretti delle Marche, della Toscana, del Veneto, della Lombardia, della Campania, della Puglia e dell'Emilia-Romagna. Nasce nelle aziende familiari che hanno attraversato generazioni. Nasce nelle scuole professionali che continuano a formare giovani tecnici. Nasce nelle mani di modellisti, tagliatori, orlatrici, prototipisti e designer che custodiscono un sapere che nessuna intelligenza artificiale, almeno per ora, è in grado di replicare. Ed è proprio questo il cuore della candidatura Unesco. Non il prodotto. La comunità che lo rende possibile. La Convenzione Unesco del 2003, infatti, non tutela gli oggetti ma i saperi. Protegge ciò che viene trasmesso da una generazione all'altra. Difende il patrimonio immateriale fatto di tecniche, pratiche, rituali e conoscenze. In altre parole: protegge la cultura del fare. Un concetto che in Italia dovrebbe essere quasi ovvio, ma che negli ultimi decenni abbiamo spesso dato per scontato. L'apertura dei lavori da parte del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha sottolineato proprio questo aspetto. La calzatura italiana, ha ricordato il ministro, rappresenta una delle espressioni più riconoscibili del nostro sistema produttivo e sintetizza l'equilibrio tra tradizione, innovazione e qualità del lavoro. Tradotto: non stiamo parlando di nostalgia. Stiamo parlando di futuro. Perché la sfida vera non è celebrare ciò che siamo stati. È garantire che queste competenze continuino a esistere. E qui entra in gioco il tema forse più delicato: il ricambio generazionale. Nel panel dedicato alla formazione, il ministro dell'Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha posto l'accento sulla necessità di rafforzare il legame tra scuola e impresa. Un passaggio fondamentale. Perché il rischio più grande non è perdere quote di mercato. È perdere le persone capaci di fare quel lavoro. In un'epoca in cui molti giovani vengono educati a credere che il successo coincida esclusivamente con uno schermo, una startup o una professione digitale, la manifattura italiana ha bisogno di tornare a raccontare il proprio fascino. Non come alternativa di serie B. Ma come scelta di eccellenza. La testimonianza di Giovanna Ferragamo Gentile ha riportato il dibattito su un terreno ancora più profondo: quello della memoria.  Perché ogni impresa italiana di successo è prima di tutto una storia. Una storia di famiglie, di intuizioni, di errori, di sacrifici e di visioni. Un'eredità che non può essere custodita soltanto negli archivi aziendali o nei musei d'impresa. Deve continuare a vivere nei laboratori, nelle scuole, nelle fabbriche e nelle comunità. Non è un caso che attorno alla candidatura si sia raccolto il consenso di tutte le principali regioni della filiera. È la dimostrazione che la scarpa italiana non appartiene a un singolo territorio o a un marchio. Appartiene all'Italia. E forse è proprio questa la lezione più interessante di tutta l'operazione. In un momento storico in cui il dibattito pubblico sembra spesso diviso tra globalizzazione e localismo, tra innovazione e tradizione, tra industria e cultura, l'arte calzaturiera italiana dimostra che queste contrapposizioni sono false. La forza del Made in Italy è sempre stata quella di tenere insieme mondi diversi. Tecnologia e manualità. Creatività e produzione. Impresa e cultura. Passato e futuro. Come ha osservato il manager culturale Davide Rampello, la calzatura italiana rappresenta una delle sintesi più riuscite tra tradizione e innovazione. Mentre il sociologo Francesco Morace ha ricordato il valore dell'Italian Factor: quella combinazione irripetibile di bellezza, competenza, gusto e umanità che continua a rendere il nostro Paese un punto di riferimento globale. Per questo la candidatura Unesco va ben oltre il settore delle scarpe. Parla dell'Italia. Di ciò che siamo stati. Di ciò che siamo ancora. E soprattutto di ciò che vogliamo continuare a essere. Perché una scarpa può sembrare soltanto una scarpa. Ma quando dentro ci sono la storia di un territorio, il talento di un artigiano, la memoria di una famiglia e la visione di un Paese, allora diventa molto di più. Diventa cultura. E la cultura, prima ancora di essere conservata, deve essere riconosciuta.

Libero Quotidiano5 ore fa

Ucraina, Putin: forze russe mantengono un vantaggio strategico

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Torna il Festival della disperazione: "Invecchiare fa schifo"

Libero Quotidiano5 ore fa

Vannacci, i centri sociali sfilano a Roma: cartelli col generale a testa in giù

Decine di tricolori che spiccano tra le tante t-shirt di colore nero, in testa lo striscione con su scritto "Remigrazione e riconquista", come il nome della proposta di legge di iniziativa popolare di contrasto all'immigrazione e del comitato che ha organizzato la manifestazione in programma oggi a Roma, a Prati, a cui aderiscono realtà di estrema destra come CasaPound. "Dove sono gli antifascisti?", l'urlo scandito prima di partire in corteo. E ancora: "Chi non salta comunista è". "Non ci rispecchiamo in quello che dice Vannacci perché a noi interessano i fatti. Quando andrà lì non combinerà niente", commenta il presidente del comitato Remigrazione e Riconquista, Luca Marsella. Da piazza della Libertà i manifestanti sfileranno lungo via Cola di Rienzo verso piazza Risorgimento. Le vie del rione a pochi passi da San Pietro sono blindate, numerose le camionette del forze dell'ordine schierate. Intanto sono stati esposti cartelli con Roberto Vannacci ritratto a testa in giù e bandiere della Palestina davanti al Colosseo dove iniziano a radunarsi i primi gruppi di manifestanti per il corteo antifascista che sfilerà fino a piazza Vittorio. In piazza sindacati, tra cui la Cgil, l'Anpi, le associazioni e la rete No Kings. Una mobilitazione contro il corteo di Remigrazione in corso nel centrale quartiere Prati. Studenti dei collettivi Osa e Cambiare Rotta, con i movimenti per il diritto all'abitare, si stanno invece radunando in piazzale del Verano diretti a Porta Pia, dove si trova il ministero delle infrastrutture e dei Trasporti.

Libero Quotidiano5 ore fa

Il Circolo Tennis di Palermo compie 100 anni, Lazzaro "Giornata storica"

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Libero Quotidiano5 ore fa

Rixi "L'Italia deve avere più coraggio e investire nei mercati emergenti"

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