Rassegna Stampa Quotidiani
Libero Quotidiano
La Salute Vien Mangiando - Gli straccetti alla rucola
1 ora fa | Ven 1 Mag 2026 13:35

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Tg News - 1/5/2026
2 ore fa | Ven 1 Mag 2026 12:25

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Primo Maggio, Meloni visita PizzAut a Monza
2 ore fa | Ven 1 Mag 2026 12:05

Rosy Bindi, l'orrore: "Perché gli attentati a certi presidenti riescono e altri no?"
2 ore fa | Ven 1 Mag 2026 11:59

L'orrore dei compagni in diretta su La7. "Io non capisco perché gli attentati a certi presidenti riescono e gli attentati a certi presidenti sono… come dire… lo ha detto il popolo Maga, un punto interrogativo che lo possiamo porre tutti". A dirlo non è una cittadina qualunque. Bensì Rosy Bindi, ex ministra dei governi Prodi e D'Alema e volto principale per la campagna per il "No" al referendum, poi vinto da toghe e sinistra. Ospite su La7 a Tagadà, la compagna Bindi si è lasciata andare ad alcune considerazione piuttosto sconcertanti. Secondo lei Trump "è in un momento di caduta di consensi per tutto quello che sta combinando, per le conseguenze delle sue guerre", e poi ha aggiunto, facendo riferimento alle ipotesi che l’attentato alla cena dei corrispondenti fosse una messincena: "Io penso che uno come lui può ricorrere a qualunque cosa. Se lo pensa il popolo Maga lo possiamo anche pensare nella provincia di Siena". Il video dell'intervento di Rosy Bindi a Tagadà è stato condiviso su Facebook dall'account social della Lega, che ha commentato: "Ascoltate le parole di Rosy Bindi: 'Io non capisco perché gli attentati a certi presidenti riescono e altri no'. La sinistra italiana, sempre più in basso…".   Ascoltate le parole di Rosy Bindi: “Io non capisco perché gli attentati a certi presidenti riescono e altri no”. La sinistra italiana, sempre più in basso…https://t.co/qs6wc468Bw May 1, 2026

Primo Maggio, Meloni visita ristorante PizzAut di Monza: "Sono i lavoratori più straordinari"
3 ore fa | Ven 1 Mag 2026 11:29

Stefano De Martino, auto vandalizzata: incisi sulla portiera dei simboli misteriosi
3 ore fa | Ven 1 Mag 2026 11:17

Una brutta sospresa per Stefano De Martino. Il conduttore di Affari Tuoi e nuovo direttore artistico del Festival di Sanremo ha trovato la sua auto vandalizzata. Come riporta il settimanale Nuovo, che ha anche pubblicato la foto della macchina rovinata, sulla portiera destra della Smart qualcuno ha lasciato dei simboli misteriosi oltre a dei graffi profondi incisi probabilmente con un mazzo di chiavi per rovinare la vernice e scavare la superficie della lamiera. Stefano De Martino ha scoperto il tutto dopo essere tornato da un appuntamento.  Qualche settimana fa, il conduttore di Affari Tuoi aveva raccontato un episodio decisamente diverso. In quell'occasione aveva mostrato ai follower un bigliettino lasciato da due fan sul parabrezza. Questa volta, però, ad aspettarlo non c’era un messaggio affettuoso, ma un atto vandalico. Al momento non si sa ancora nulla: non si conosce l'autore del gesto, nè il motivo per cui lo ha fatto tanto meno il significato di quei simboli misteriosi. Stefano De Martino era già finito nel mirino dei vandali nel 2021 quando, durante la notte dei festeggiamenti per lo scudetto dell’Inter a Milano, il conduttore aveva trovato lo specchietto della sua auto divelto e abbandonato sull’asfalto. "Il mio specchietto evidentemente intralciava i festeggiamenti", aveva ironizzato all'epoca.

La Salute Vien Mangiando - Gli straccetti alla rucola
3 ore fa | Ven 1 Mag 2026 11:00

New York, casa esplode mentre la polizia fa irruzione: le immagini viste dalla bodycam di un agente
3 ore fa | Ven 1 Mag 2026 10:58

Pamela Genini decapitata, l'amico sconvolge tutti a Dentro la notizia: "Cimitero? Non è un reato..."
3 ore fa | Ven 1 Mag 2026 10:57

"Non sono mai entrato di notte nel cimitero. Se anche fosse, non vuole dire niente". Francesco Dolci, ai microfoni di Dentro la notizia su Canale 5, rompe il silenzio sul caso sconvolgente di Pamela Genini, la ragazza brutalmente uccisa con 76 coltellate dall'ex compagno Gianluca Soncin il 14 ottobre del 2025 nella sua casa di Milano il cui cadavere è stato profanato e decapitato.  I sospetti sull'autore di questa seconda, indicibile violenza si concentrano proprio su Dolci, che di Pamela era amico intimo e confidente. Proprio a lui aveva telefonato la ragazza, terrorizzata, pochi minuti prima di venire aggredita dal suo assassino. Intervistato nella sua abitazione, Dolci si difende riguardo alle immagini che "al 90%" lo identificherebbero nei pressi del cimitero: "Si tratta di una persona che va fuori da un cimitero: non è un reato. Sono un libero cittadino, non sono indagato. Non è un reato passare dalle parti del cimitero".   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47521745]] "Presto - ha concluso l'uomo - verranno presi gli autori del reato, io penso questo". Nel frattempo gli inquirenti del Comando provinciale di Bergamo hanno lanciato un appello: chiunque disponga di immagini, foto o video, del loculo in cui lo scorso 24 ottobre è stata tumulata la salma di Pamela è pregato di fornirle ai carabinieri. La profanazione è avvenuta nel cimitero di Strozza, nella Bergamasca: la testa del cadavere è stata rubata. "Nell'ambito delle indagini finalizzate all'individuazione degli autori della profanazione - spiega una nota dei carabinieri - emerge la necessità di acquisire il maggior numero di informazioni in relazione alla manomissione del loculo temporaneo in cui il feretro era stato tumulato. Per tali ragioni si rende necessario acquisire ogni immagine, foto o video, del loculo, realizzata nell'arco temporale compreso tra il 24 ottobre 2025 ed il 23 marzo 2026".  Per questo motivo, su disposizione della Procura della Repubblica di Bergamo, i carabinieri invitano chiunque fosse in possesso di tali immagini a trasmetterle in originale all'indirizzo di posta elettronica indaginevilipendio@proton.me indicando la data in cui sono state realizzate; i dati anagrafici del mittente e un recapito telefonico. "Si confida in una attiva partecipazione e nel senso civico della collettività - conclude l'Arma - nella consapevolezza che anche un contributo apparentemente marginale potrebbe risultare utile e decisivo".

Primo Maggio, corteo per le strade di Torino
4 ore fa | Ven 1 Mag 2026 10:36

Lucca: in fiamme 800 ettari su monte Faeta, circa 3mila evacuati. Le immagini dei vigili del fuoco
4 ore fa | Ven 1 Mag 2026 10:34

Attentato a Trump, Cole Tomas Allen e la foto scattata prima dell'attacco
4 ore fa | Ven 1 Mag 2026 10:33

Attentato a Trump, lo sconcertante video inedito: così Allen ha fregato la sicurezza
4 ore fa | Ven 1 Mag 2026 10:30

Primo maggio, lo sfregio di Landini a Meloni: "Una volta l'anno"
4 ore fa | Ven 1 Mag 2026 10:22

"Questo è il governo che parla di salario giusto e poi non aumenta i salari ai suoi dipendenti. È il governo che non sta riducendo la precarietà; che sta favorendo che i giovani vadano via dal nostro Paese. Quindi è il momento di dire basta propaganda e di provare a risolvere i problemi che fino ad ora non ha risolto". Così il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, dalla manifestazione del Primo maggio a Marghera, ha commentato le parole della premier Giorgia Meloni e lancia anche una sua proposta. "Siccome il governo si ricorda che esistono i lavoratori una volta all'anno - ha aggiunto il sindacalista -, il Primo maggio, e poi se ne scorda per gli altri 364 giorni, sono per proporre che si cambi il calendario, con la Festa del lavoro ogni mese, così spero che ogni mese si occupino dei lavoratori non per fare propaganda ma per fare delle cose serie". "Il pluralismo sindacale nel nostro Paese è sempre esistito - ha proseguito il segretario della Cgil -, è normale che possano esserci anche punti di vista diversi. Il problema è come si fanno accordi, come si lavora assieme anche quando ci sono idee diverse, come si trovano soluzioni. La democrazia tiene assieme anche idee diverse".

Sangue berbero, il cous cous è con la carne
4 ore fa | Ven 1 Mag 2026 10:21

Sangue berbero a raccontare l’antichità, quella del cous cous. Le prime attestazioni tra IX e X secolo nel Maghreb, ma ritrovati archeologici suggeriscono radici più profonde, radici berbere, appunto. Così come è berbera la radice della parola “cous cous”: granulare, arrotondato. Se vi pungesse vaghezza di plasmarlo con le vostre mani e di non ricorrere a quello confezionato, ecco, sappiate che realizzare il granello è un processo lungo e complesso. Estrema sintesi: inumidire la semola con acqua; lavorarla con movimenti circolari delle mani fino a ottenere dei granelli; setacciarli per conferirne dimensioni uniformi; essiccare al sole. Bel casino, tanto che con discreta approssimazione neppure i cammellari radicali ricorrono più al processo artigianale. Pur in mancanza di una ricetta originale canonizzata, c’è una sottile linea di ciccia che porta al cous cous degli albori: la carne (agnello in primis, pollo e manzo in subordine). La variante con pesce prese piede prima in Tunisia e poi in Sicilia. Confesso che il cous cous col pesce stento a comprenderlo. Provo a rendere le ragioni con un esempio spiccio: il pasticcio di pesce è generalmente un piatto del menga mentre quello di carne, altrettanto generalmente, è un buon piatto. E lo sprigionarsi in bocca del cous cous di pesce attiva lo spettro di sensazioni del pasticcio. Tant’è, la granella di semola impreziosita dal pescato domina tra i siculi, a San Vito Lo Capo impazza il “CousCousFest”, la variabile ittica spadroneggia. Per come la vedo io, il pesce dovrebbe essere protagonista esclusivo della sua portata: l’infinitesimale chicco di semola può pur renderlo squisito, ma inevitabilmente bastardo. A me il cous cous piace così: tre melanzane tagliate a cubettoni, quattro carote a rondelle spesse, tris di peperoni tricolori a dadoni, cipolla e porro fini per soffriggere la dadolata di verdura in abbondante olio. S’ha da cuocere a lungo, sfumando prima con vino bianco e acqua e impreziosendo con abbondante paprika dolce e curry, una presa di noce moscata, due chiodi di garofano. Via cuocendo fino a ottenere un insieme bruciacchiato e spappolone (ma non troppo). Poi 700 grammi di petto di pollo a cubetti, infarinare e rosolare a fuoco vivace in tutto il burro che agognate. Sfumare con mezzo bicchiere di marsala e dorare ulteriormente. Fiamma dolce e irrorare di latte intero. Poi curry, paprika dolce a profusione, tanto sale e la consueta presa di noce moscata. Proseguire la cottura fino a ottenere un amalgama denso: in termini di presenza deve avere i crismi della co-protagonista, abbondare (se necessario, aggiungere latte e spezie). Sul piatto un terzo di cous cous, un terzo di verdure, un terzo di pollo. Servire. E tanti saluti al pesce granuloso.

Trump: Valuto ritiro truppe dall'Italia, non hanno aiutato in Iran
4 ore fa | Ven 1 Mag 2026 10:15

Primo maggio, chi ha perso più credibilità a sinistra?
4 ore fa | Ven 1 Mag 2026 10:15

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Libertà di stampa? No, solita propaganda
4 ore fa | Ven 1 Mag 2026 10:13

Ad occhio in Italia c’è molta libertà di stampa. Caso più unico che raro il nostro sembra essere uno dei pochissimi, o forse l’unico paese al mondo ove i mezzi di comunicazione di massa, compresi quelli statali, sono in maggioranza fortemente critici del governo in carica. Ammettiamo però che, in questi casi, piuttosto che andare per intuito, sia meglio basarsi sui dati. Ieri è stato reso noto il “World Press Freedom Index 2026” stilato da Reporters sans frontières. Stando al rapporto, l’Italia sarebbe retrocessa dal 49° al 54° posto su 180 paesi. Cosa significa? La percezione forse ci fa illudere che da noi ci sia ancora più libertà di stampa di quel che è? Hanno forse ragione i leader delle opposizioni che hanno avuto occasione, anche in questo caso, di fare quello che riesce loro meglio, cioè ricondurre ogni male al governo Meloni? Per rispondere in modo sensato a domande di tal fatta bisogna indagare su come siano state costruite le griglie con cui si è definita la libertà di stampa in questo report e poi come siano stati analizzati, alla luce di questi parametri, i dati posti dalla realtà. Stiamo a quanto ci dicono gli stessi estensori del rapporto. In Italia, essi scrivono, «la libertà di stampa continua a subire le minacce delle organizzazioni mafiose, in particolare nel sud, come anche di diversi gruppuscoli estremisti che esercitano violenze». Che la mafia e le organizzazioni affini tengano i giornalisti lontano dai loro affari, con minacce e azioni intimidatorie, è un dato di fatto. È un problema atavico di cui certamente il governo attuale non può essere accusato e che può essere contrastato solo con un lavorodi lunga lena che proprio questo esecutivo, con i cosiddetti “decreti sicurezza”, sembra aver intrapreso. Lo stesso vale per i gruppuscoli estremisti, che sono soprattutto, anche se il rapporto non lo dice, quelli appartenenti al mondo degli antagonisti e degli anarchici, e su cui la sinistra non ha mai avuto il coraggio di dire una parola chiara. Fin qui, ci stiamo. A un certo punto però il rapporto prende un’altra piega e gli estensori, nel commentarlo, sbroccano. Persa ogni forma di scientificità, il commento al rapporto diventa un vero e proprio, contestabilissimo, bollettino di propaganda politica. Ad essere messa sotto accusa è soprattutto la cosiddetta “legge bavaglio”, che, senza un minimo di spirito critico, viene definita proprio con questo termine che certo non è neutro e che è stato coniato a sinistra per screditare l’Italia all’estero avvalorando il teorema di una “deriva autoritaria” del nostro paese. Un lavoro che sembra essere riuscito, stando a quel che si vede. L’impressione è che, nel giudicarla, non si vada nel merito della normativa, calandola nello specifico italiano. Sembra che il testo della legge non sia stato proprio letto. Non si tiene conto del fatto che nel nostro paese i processi vengono fatti prima sui giornali, con sentenza inappellabile, e solo dopo nei tribunali, senza però destar più attenzione mediatica nonostante che, il più delle volte, finiscono in un nulla di fatto. Più che la libertà di stampa in questi casi è in gioco la dignità della persona, che la legge ha voluto salvaguardare. Il rapporto parla poi di una longa manus del governo sulla Rai: ipotesi smontabile facilmente accendendo una tve semplicemente vedendo un notiziario o un talk show qualsiasi. Ove però il rapporto dà il meglio, anzi il peggio, di sé, è nell’affermare che «ormai l’Italia è stabilmente fuori dagli standard dei paesi fondatori dell’Unione europea, ed è in compagnia di paesi come l’Ungheria». Sorge il dubbio che le organizzazioni operanti nei singoli paesi che hanno collaborato alla stesura del rapporto non siano proprio vergini come vengono presentate. Siamo sicuri che esse non siano politicizzate, fosse pure nel modo indiretto ma sostanziale che è proprio di tanti cosiddetti “enti indipendenti” italiani? Domanda legittima per chi crede che anche i dati “scientifici” siano stupidi fin quando non si capisce chili ha raccolti, come e con quali intenzioni.

Infezioni e sistema immunitario, cambia tutto: i mitocondri combattono i batteri
4 ore fa | Ven 1 Mag 2026 10:13

Per molto tempo li abbiamo considerati semplicemente le “centrali energetiche” delle cellule. Oggi, però, i mitocondri si rivelano molto di più: veri e propri protagonisti anche nella difesa contro le infezioni. Una nuova ricerca mostra che un processo chiamato fissione mitocondriale  cioè la divisione dei mitocondri in unità più piccole  gioca un ruolo chiave nella risposta del sistema immunitario ai batteri. In pratica, quando un organismo viene attaccato, i mitocondri cambiano forma e comportamento per aiutare le cellule a reagire. Gli scienziati hanno osservato questo meccanismo in cellule immunitarie chiamate macrofagi, ma anche in un piccolo organismo molto usato nella ricerca, il Caenorhabditis elegans. Il fatto che lo stesso processo sia presente in specie così diverse suggerisce che si tratti di una strategia di difesa molto antica ed evolutivamente conservata. Quando i batteri infettano l’organismo, i mitocondri iniziano a “dividersi” più rapidamente. Questa fissione attiva una serie di risposte interne alla cellula. Tra queste, una delle più importanti è la cosiddetta risposta mitocondriale alle proteine mal ripiegate, un sistema che aiuta a mantenere le cellule funzionanti anche sotto stress. Inoltre, la fissione porta alla produzione di speciali strutture chiamate goccioline lipidiche antimicrobiche, che contribuiscono direttamente a eliminare i batteri. In sostanza, il cambiamento nella forma dei mitocondri rende le cellule più efficienti nel combattere l’infezione. Lo studio ha individuato anche un “freno” naturale di questo processo: una proteina chiamata HDAC6. Quando questa proteina è attiva, la fissione mitocondriale viene limitata.  Al contrario, inibire HDAC6 ,cioè bloccarne l’azione, aumenta la divisione dei mitocondri e migliora la capacità dell’organismo di eliminare i batteri. Nei modelli animali, come i topi, questo approccio ha portato a una risposta immunitaria più efficace. Questa scoperta apre nuove prospettive: invece di colpire direttamente i batteri, come fanno gli antibiotici, si potrebbe rafforzare il sistema immunitario agendo sui mitocondri. Un approccio che potrebbe rivelarsi particolarmente utile in un’epoca in cui la resistenza agli antibiotici è in crescita. In modo semplice, il messaggio è chiaro: i mitocondri non servono solo a produrre energia, ma sono anche alleati fondamentali nella lotta contro le infezioni. E capire come funzionano potrebbe aiutare a sviluppare terapie più efficaci e innovative nei prossimi anni.

Serie A, la soluzione al declino? Serve più calcio
4 ore fa | Ven 1 Mag 2026 10:12

Ecco i dieci sintomi dell’anno terribile del calcio italiano. Dieci manifestazioni a diversi livelli, non per forza coerenti tra loro, di una malattia che, per essere curata, va prima diagnosticata.   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47509696]] 3) Si salvi chi può. La proiezione della quota salvezza al momento è di soli 32 punti. Se Cremonese e Lecce frenano ancora, si potrebbe andare sotto i 31 punti che sono il minimo assoluto (2021/22). E c’è ancora chi parla di 40... È il sintomo di una formato invalidante: le 20 squadre sono troppe non tanto peri calendari ingolfati, quanto perché la competitività è data dagli ultimi, non dai primi. 7) Ma quali duelli? Raccontiamo un calcio fatto di “uomo-su-uomo” e “duelli per il campo”, quando in realtà è proprio il duello, l’uno-contro-uno, a mancare: la A è ultima per dribbling e PPDA (fattore di aggressività nella pressione) nei top5 campionati europei. Il sintomo, qui, è la bugia bianca.   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47518219]]

Milano choc, incidente nella notte a San Siro: sorpasso in moto, chi è la vittima
4 ore fa | Ven 1 Mag 2026 10:08

Una notte di tragedia a Milano, nella zona di San Siro, dove un incidente stradale ha provocato la morte di un ragazzo di 21 anni e il ferimento grave di un amico di 25 anni. La vittima è Francesco Consales, nato a Vercelli. Secondo le prime informazioni raccolte dalla Polizia Locale, i due giovani viaggiavano in moto intorno alle 2.30 di notte quando si è verificato lo schianto in via Tesio, nei pressi dello stadio San Siro. Dalle ricostruzioni emerge che la moto, di proprietà del 25enne, era guidata dal 21enne, che non avrebbe avuto la patente. Il mezzo avrebbe effettuato un sorpasso a sinistra di un’auto, perdendo però il controllo subito dopo la manovra. La moto è quindi finita contro alcune auto parcheggiate, in un impatto violento. Nell’incidente è rimasta coinvolta anche l’auto superata dai due ragazzi, condotta da una giovane donna di circa 20 anni. La conducente è stata accompagnata in ospedale in codice verde ed è risultata positiva a un pre-test antidroga, un elemento che sarà ora approfondito dagli accertamenti tossicologici ufficiali. I soccorsi sono intervenuti rapidamente: il 25enne è stato trasportato all’ospedale San Carlo, mentre il 21enne è stato portato al Niguarda in condizioni gravissime. Nonostante gli sforzi dei medici, il giovane è deceduto poco dopo il ricovero. Le indagini sono in corso per ricostruire con precisione la dinamica dell’incidente.

Il patto Ue è stupido ma Giorgetti no
4 ore fa | Ven 1 Mag 2026 10:01

Prudenza e realismo. Solo chi non ha seguito con attenzione le mosse di Giancarlo Giorgetti negli ultimi tre anni e mezzo poteva aspettarsi che il ministro dell’Economia facesse saltare il tavolo, mandando in fumo il lavoro di recupero di credibilità sui mercati internazionali che porta maggiori investimenti, meno interessi sul debito e più credito a famiglie e imprese. Prudenza e realismo sono le chiavi di lettura della risoluzione di maggioranza sul Documento di finanza pubblica, che solo l’opposizione finge di non capire. Prima sulle barricate perché il governo è contro l’Europa, poi in rivolta perché torna l’austerity. Lo scenario, ovviamente, è totalmente diverso. Giorgetti ha dimostrato negli ultimi anni di riuscire a rimanere in equilibrio tra le esigenze del Paese (sostegni generosi alle fasce più deboli e alle imprese) e quelle del rigore contabile, più che dimezzando il deficit e riportando il segno più sul saldo primario (rapporto tra entrate e uscite al netto degli interessi sul debito). Il Dfp appena licenziato mette nero su bianco il miracolo compiuto sulla finanza pubblica. Miracolo che quel decimale di indebitamento in più riesce a scalfire solo sul terreno delle polemiche politiche. È da qui che si parte per affrontare i prossimi mesi. Con una sfida che si gioca non contro l’Europa, ma nell’Europa. Per modificare le rigidità di un patto di stabilità che forse non è così stupido come quello additato all’epoca da Romano Prodi, ma di certo continua ad avere pochi tratti di intelligenza. Il faro si è spostato dal deficit ai livelli di spesa, il percorso di rientro per chi sfora i parametri è diventato più graduale e lungo. Ma alla fine resta sempre una gabbia che invece di aiutare chi resta indietro gli piazza una serie di mine sul cammino impedendogli di ripartire. Cosa che sfiora l’assurdo quando la crisi è provocata, come ora, da fattori esterni e non da politiche economiche sballate o scarsa disciplina contabile. Il tormentone, chiaramente, è: se l’accordo fa così schifo perché il governo lo ha firmato? La spiegazione è banale, ma Giorgetti ieri in Aula è stato costretto a ripeterla: se non si trovava l’accordo sul nuovo patto, sarebbe restato in vigore quello vecchio, assai peggio. Prudenza e realismo sono le armi in mano al ministro dell’Economia. Da una parte si evita di partire lancia in resta sullo scostamento di bilancio in barba a Bruxelles, che qualcuno, anche nella maggioranza, avrebbe gradito. Ma, come ha spiegato ieri Giorgetti, un paese indebitato «non è totalmente libero, dipende da questo vincolo che non si può ignorare». E qui sono i mercati da dettare legge, più che la Ue. Dall’altra si lascia aperta la strada sulle clausole di salvaguardia generale e nazionale, che richiedono il riconoscimento di circostanze eccezionali per poter scattare. Finora da Bruxelles, che non brilla per lungimiranza, non sono arrivati segnali positivi in questo senso. Il ministro sa bene che per affrontare la crisi Spagna e Francia possono contare sul nucleare e la Germania su un ampio spazio fiscale («li invidio»), ma è convinto di aver messo fieno in cascina più degli altri e di riuscire a trovare più di una sponda tra gli Stati membri per scardinare il patto. Almeno nelle sue declinazioni più folli. «È molto difficile da sostenere, quanto meno politicamente, una clausola “escape” per le spese nella difesa e non per gli aiuti a famiglie e imprese per l'energia», ha detto. Certo, la scadenza elettorale non aiuta, ma le carte per giocare la partita ci sono.

Tg News - 1/5/2026
4 ore fa | Ven 1 Mag 2026 10:00

Ora Trump punta a logorare il regime di Teheran
5 ore fa | Ven 1 Mag 2026 09:52

Donald Trump ha cambiato marcia. Non per ingranare la quinta ma per mettere la folle. Lasciate perdere i soliti post pacchiani tipo lui con la mitragliatrice. Niente più ultimatum, o emissari che volano a Islamabad, a Doha o a Muscat per dialogare. L’uomo che un mese fa sembrava pronto, anzi ansioso, di chiudere la partita iraniana ha improvvisamente scoperto il valore strategico del tempo. Trump si è convinto che questo sia ora un suo alleato. Di sicuro più degli europei. Il prefigurato attacco all’isola di Kharg - cuore pulsante dell’export petrolifero iraniano - non c’è stato. Rimane sullo sfondo. I mezzi aerei e navali continuano a muoversi come se l’opzione cinetica fosse all’ordine del giorno. Ma Trump sembra essersi convinto che il modo più efficace per “prendere” il petrolio di Teheran sia quello di lasciarlo marcire nei depositi. Dalla chiusura selettiva dello Stretto di Hormuz (per molti ma non per tutti) si è passati a una chiusura totale. Le esportazioni iraniane sono crollate. Secondo gli analisti di Kpler l’Iran ha al massimo tre settimane di capacità di stoccaggio prima di dover tagliare ulteriormente la produzione (già ridotta di oltre due milioni di barili al giorno). Le petroliere vengono usate come depositi galleggianti. Si riattivano impianti obsoleti. E nel momento in cui l’Iran fosse costretto a tagliare ancora la produzione si creerebbero danni semi permanenti ai giacimenti. Qualcuno riesce sporadicamente a passare. Una superpetroliera legata al Giappone, ha attraversato lo Stretto di Hormuz in uscita dal Golfo con due milioni di barili di petrolio saudita. Un segnale diplomatico? Probabile. Ma, come nota Javier Blas di Bloomberg, Tokyo non avrebbe mai corso un rischio del genere senza coordinarsi sia con Teheran sia con Washington. I grandi importatori asiatici stanno negoziando con entrambi i contendenti e non per trasportare petrolio iraniano. Sul fronte interno, la strategia sembra pagare. Rispetto a un mese fa il prezzo della benzina è alto ma tutto sommato stabile. Nessun shock inflazionistico. L’autonomia energetica degli Stati Uniti permette a Trump di viaggiare nel tempo senza fretta. Esportazioni di petrolio triplicate rispetto all’anno scorso ed un’economia che cresce al 2% rispetto allo 0,5% di tre mesi fa. Il deficit commerciale si è dimezzato. Le elezioni di midterm di novembre sono ancora lontane; comunque molto più lontane di quanto il regime iraniano possa resistere. Ed i sondaggi danno repubblicani e democratici in sostanziale parità a livello nazionale. Trump potrebbe addirittura clamorosamente confermare la maggioranza alla Camera. In dieci delle ultime undici consultazioni di mezzo termine l’inquilino alla Casa Bianca è sempre uscito sconfitto. Ogni settimana che passa erode la tranquillità di Pechino e dell’Europa, costrette a gestire rincari energetici e pressioni sulle supply chain. Trump sa che non può permettersi un accordo al ribasso che lasci intatte le capacità nucleari iraniane. Se per Merz queste non sono un problema, Trump lascia intendere che molti soldati americani lasceranno le basi tedesche. E soprattutto The Donald ha capito che il regime di Teheran è già cambiato. Non è più una repubblica teocratica, bensì uno stato militare saldamente in mano ai Pasdaran ma con una forza militarmente compromessa. Vulnerabilissimo alle rivolte popolari a conflitto finito. Di sicuro più di un mese fa. La scommessa non è priva di rischi: se Teheran resistesse oltre le previsioni, la pressione interna su Trump crescerebbe. Ma il Tycoon sembra essere riuscito per ora nel trasformare la guerra in un fattore di logoramento asimmetrico per Teheran. Niente bombardamenti, ma strangolamento economico lento e implacabile. Lasciare il petrolio iraniano a marcire nei serbatoi non è solo una tattica: ma una lezione di strategia. Teheran ha meno tempo di Washington. E lo sa.

Biennale di Venezia, si dimette la giuria. I visitatori sceglieranno i due Leoni
5 ore fa | Ven 1 Mag 2026 09:48

C’è del cinema a Venezia, e questo si sapeva, ma stavolta la Mostra al Lido non c’entra, parliamo di Biennale, e dell’ultimo colpo di scena dopo settimane ad alta tensione. Se mercoledì da Roma sono sbarcati gli ispettori mandati dal ministero della Cultura, ieri si è dimessa in blocco la Giuria Internazionale della 61esima Esposizione d’Arte. Via tutto il gruppo presieduto da Solange Farkas e composto da Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi, la pattuglia in rosa responsabile dell’esclusione dei premi «ai Paesi i cui leader sono accusati di crimini contro l’umanità da parte della Corte Penale internazionale», quindi Israele e Russia. Scelta contestatissima non solo in Italia ma pure all’estero in un momento nel quale di tutto c’è bisogno tranne che di nuovi teatri di guerra. Il mondo artistico a Venezia era già in subbuglio e non solo per il caso Venezi, nel senso di Beatrice, direttrice d’orchestra voluta e poi scaricata dal sovrintendente della Fenice per alcune esternazioni sulla stampa straniera, ma ora soprattutto per la rivoluzione in atto alla Biennale. La cerimonia di premiazione si sarebbe dovuta tenere il 9 maggio, sarà tra otto giorni ma in semplice forma di apertura dell’Esposizione, niente pompa magna perché l’evento vero è slittato a domenica 22 novembre, ultimo giorno di apertura ai visitatori, e con novità relative ai premi. Rientrano infatti in concorso Russia e Israele e nascono due Leoni dei Visitatori, i premi popolari, che saranno votati da coloro che visiteranno la mostra, dedicati al miglior partecipante e alla migliore Partecipazione Nazionale dell’Esposizione, alla quale concorrono tutte le Partecipazioni Nazionali presenti, come da lista ufficiale, per cui anche Russia e Israele. Beninteso, c’erano già stati in passato eventi eccezionali per i quali la premiazione era slittata, ad esempio nel 2021 durante il Covid, ma stavolta è la politica ad avere scompaginato i piani, ora è il caso russo ad avere agitato le acque della Serenissima. Da una parte il ministro della Cultura Alessandro Giuli, fedelissimo della premier Giorgia Meloni, dall’altra il presidente della Fondazione Pietrangelo Buttafuoco, intellettuale di destra con idee proprie non sempre in linea con il Fratelli d’Italia e con le granitiche convinzioni di Palazzo Chigi in merito alle responsabilità di Mosca. Così se la premier riconosce a Buttafuoco di essere «capacissimo» nel suo lavoro, allo stesso tempo dichiara: «Io al suo posto non avrei fatto la scelta sul Padiglione russo». E in quanto agli ispettori, «chiedete al ministro Giuli, perché presumo lui abbia fatto questa scelta», ha risposto. La presidente si era difesa parlando di «impegno perla difesa dei diritti umani nello spirito del progetto curatoriale di Koyo Kouoh», la curatrice dell’Esposizione che aveva pure suggerito i nomi delle giurate e Ca’ Giustinian, a caldo, ha difeso la «piena autonomia e indipendenza di giudizio nell’esercizio delle proprie funzioni» delle giurate. Un affronto, invece, per le autorità d’Israele arrivate a parlare di «falso indottrinamento politico contro di noi». E ieri, dopo la notizia delle dimissioni dell’intera giuria, il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, si è complimentato su X. «Il messaggio è chiaro», ha scritto, «non c’è posto per la politica, i boicottaggi e l’antisemitismo nel mondo della cultura. Questa visione è condivisa da Israele e dall’Italia. È stata sventata l’esclusione di Israele e la scelta passa al grande pubblico».