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Trasformare gli spazi urbani in luoghi di incontro, gioco e condivisione, mettendo al centro ragazzi e ragazze che avranno l’opportunità di vivere lo sport come strumento di inclusione, benessere e corretti stili di vita. Questo l’obiettivo di “Banca Generali – Un campione per amico”, giunto alla 25ma edizione. Il progetto, in collaborazione con Sport e Salute Spa, si pone come terapia d’urto per trasmettere alle nuove generazioni l’importanza dell’attività sportiva, in piena sintonia con quanto sancito dall’articolo 33 della Costituzione italiana. Ambasciatori di questo importante messaggio saranno cinque grandi campioni dello sport azzurro: Adriano Panatta, ideatore del progetto, Andrea Lucchetta, Ciccio Graziani, Martin Leandro Castrogiovanni e Maurizia Cacciatori. L’iniziativa farà tappa in 12 piazze italiane. A partire da giovedì 22 aprile oltre 10 mila bambini delle scuole primarie e secondarie di primo grado di tutta Italia saranno coinvolti nel più importante evento nazionale dal carattere sportivo-educativo: tennis, rugby, calcio e volley saranno le discipline in cui i giovani studenti si cimenteranno confrontandosi con campioni di sport e di vita. Il tour, sostenuto anche da Salugea, Axpo Italia, Pulsee Luce e Gas e Fila, prenderà il via da Livorno e si snoderà lungo tutta la penisola toccando 12 tra le più belle piazze del nostro Paese. Banca Generali conferma l’attenzione verso le tematiche valoriali nei confronti dei più giovani, scegliendo di affiancarsi, per il quindicesimo anno consecutivo, alla manifestazione Un Campione per Amico, rafforzando in questa nuova edizione l’impegno verso l’educazione finanziaria. Durante la kermesse i bambini riceveranno in omaggio il libretto “Tesori da scoprire. Guida al risparmio e ai mercati”, pensato per illustrare ai più piccoli i concetti del risparmio, per riflettere sul valore del denaro e sulla necessità di gestirlo in modo responsabile, e per approfondire, in classe e in famiglia e in modo divertente, questi temi spesso complessi anche per gli adulti. L’iniziativa è stata presentata questa mattina nella sede del Coni, a Roma. Oltre ai campioni, alla conferenza stampa era presente, tra gli altri, anche il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, e il responsabile Reti commerciali di Banca Generali, Stefano Lenti. Presenti anche gli alunni dell’istituto paritario Gesù Maria di Roma. “È un onore e un privilegio essere seduto qui con delle campionesse e dei campioni – ha affermato Buonfiglio -. Questo è un progetto meraviglioso. Alle ragazze e ragazzi, che sono l’obiettivo principale del progetto, voglio dare alcuni consigli. Non perdete tempo, perché il tempo è il bene più prezioso che abbiamo. Fate inoltre quello che vi piace, ma fatelo bene, perché se lo fate bene sarete di esempio per chi vi sta vicino. Infine, tra essere papere ed essere aquile, cercate di essere sempre aquile”, ha concluso. “Siamo lieti di continuare ad affiancare questo progetto straordinario, arrivato ormai alla sua venticinquesima edizione – ha commentato l’amministratore delegato e direttore generale di Banca Generali, Gian Maria Mossa -. Un quarto di secolo in cui i campioni hanno portato in centinaia di piazze italiane lo spirito e i valori dello sport, della voglia di stare assieme, di sentirsi parte attiva di una comunità e di fare squadra all’interno di ciascun territorio, grande e piccolo, del nostro Paese. Una kermesse che da sempre sprigiona un entusiasmo e un’energia unici e che quest’anno si rinnova grazie alla partecipazione di nuovi partner e all’impegno delle istituzioni pubbliche a sostegno dello sviluppo della cultura sportiva. Novità dirette ad allargare ancora di più la platea dei giovanissimi e non solo che potranno incontrare i campioni e ricevere il loro esempio di impegno, disciplina e sacrificio. Elementi universali propri anche del nostro lavoro al fianco delle famiglie, per accompagnarle nelle sfide legate al risparmio. I nostri banker ogni giorno si impegnano, come un campione-coach, a guidare i nostri clienti verso gli obiettivi prefissati con responsabilità e forti di una consolidata relazione di fiducia. In un mondo sempre più complesso, con variabili geopolitiche che condizionano sempre di più l’economia e i mercati, crediamo sia importante rafforzare l’opera di sensibilizzazione, anche attraverso lo sport e, nel nostro piccolo, promuovere l’educazione finanziaria come primo passo che aiuti a formare una coscienza attenta al risparmio e alla sua protezione nel tempo”, ha concluso Mossa. “Da 15 edizioni Banca Generali ha deciso di essere main sponsor di questo evento. In questi anni siamo riusciti a fare circa 240 tappe, coinvolgendo 230 mila bambini – Sono state le parole del responsabile Reti commerciali di Banca Generali, Stefano Lenti -. Quest’anno per la 25ma edizione ci riproponiamo con 12 tappe sul territorio nazionale coinvolgendo circa 10 mila bambini. La scelta di Banca Generali di aderire a questa iniziativa è perché rispetta perfettamente i nostri valori di vicinanza al territorio, non solo con le nostre filiali e i nostri private banker, ma anche con eventi locali di questo tipo. Inoltre l’iniziativa rispecchia i nostri valori etici. Crediamo che lo sport, l’inclusività e il fatto di stare insieme sia un elemento di valore fondamentale. Lo sport, con anche il sacrificio e l’impegno per raggiungere gli obiettivi, è una perfetta metafora della vita. E noi la associamo all’attività di private banking che fa Banca Generali e quindi associare un percorso di risparmio a un percorso di allenamento per raggiungere gli obiettivi finali”, ha concluso Lenti. “Un campione per amico è un’iniziativa che incarna in modo straordinario ciò che lo sport dovrebbe essere sempre: un bene comune, vivo, accessibile, capace di entrare nelle piazze e nella quotidianità delle persone – ha sottolineato l’amministratore delegato di Sport e Salute, Diego Nepi Molineris -. È qui che lo sport smette di essere spettacolo e torna ad essere comunità, incontro, energia condivisa tra generazioni diverse. Con il progetto ‘Sport Illumina’ stiamo andando esattamente in questa direzione: riportare lo sport al centro della vita delle città e delle persone, senza alcuna barriera economica o sociale. Perché lo sport non appartiene a pochi, ma a tutti. È inclusione, è benessere, è crescita collettiva, è vita. E tutto parte da lì, da un pallone, da un gioco, dal sorriso e dal divertimento dei bambini: è da quella semplicità che nasce il futuro dello sport”. “Siamo giunti alla 25ma edizione di ‘Un Campione per Amico’, quindici al fianco di Banca Generali, con la quale si è instaurato un rapporto solido e duraturo, ma è sempre una grandissima emozione poter attraversare l’Italia da Nord a Sud, incontrare migliaia di bambini, giocare con loro e vedere come si divertono tutti insieme all’aria aperta colorando con i loro sorrisi le più belle piazze italiane”, ha affermato il tennista e ideatore dell’iniziativa, Adriano Panatta. “Un percorso che da questa edizione si avvale di un altro partner importante come Sport e Salute Spa, con la quale condividiamo la visione di un’attività sportiva che sia di tutti, per tutti e con l’obiettivo di promuovere corretti e sani stili di vita. Il nostro obiettivo, inoltre, è anche quello di favorire attraverso il gioco, la condivisione, l’inclusione, l’accoglienza, il rispetto, tutti valori fondanti dello sport ma soprattutto della vita. È bellissimo, poi, vedere come ‘Un Campione per Amico’, continui a crescere ogni anno. Più città coinvolte e una partecipazione sempre più attiva di ragazzi e ragazze che sono i veri protagonisti della manifestazione. Quest’ultimo aspetto è il vero elemento trainante di un progetto che ormai si è inserito nell’agenda sportiva del Paese, perché quando andiamo nelle piazze d’Italia giochiamo con ciascun bambino, parliamo con i loro insegnanti, con i genitori, desideriamo regalare a tutti dei momenti di spensieratezza in una società come quella attuale, sempre più divisiva e dove andiamo tutti sempre troppo veloci. Per questo è fondamentale comprendere che il benessere fisico e cognitivo dei bambini dipende molto dallo stile di vita di chi sta loro vicino, che spesso diventa un modello da imitare. L’importante è che i bambini facciano sport, devono innamorarsi dello sport in generale, poi sceglieranno la loro disciplina”, ha concluso. L’edizione 2026 di “Banca Generali – Un Campione per Amico” toccherà complessivamente tra aprile e ottobre, 12 città: Livorno (22 aprile); Como (29 aprile); Rimini (5 maggio); Belluno (14 maggio); Sanremo (20 maggio); Martina Franca (28 maggio); Bologna (4 giugno); Altamura (30 settembre), Faenza (7 ottobre), Pistoia (14 ottobre), Vicenza (21 ottobre) e Mantova (28 ottobre). Il format rimane invariato: nelle più belle piazze italiane saranno allestiti quattro campi (di dimensioni ridotte) da tennis, volley, calcio e rugby, ci sarà animazione, musica e gadget. Una mattinata di sport e di spensieratezza. Nelle tappe, parteciperanno ragazzi senza alcuna distinzione di abilità, grazie al coinvolgimento di associazioni presenti sul territorio selezionate in collaborazione con il Comitato Italiano Paralimpico. Anche quest’anno è inoltre confermato il patrocinio del Coni. Grazie all’organizzazione di Rg e alle partnership che ha saputo stringere con le Istituzioni, l’evento è diventato negli anni una delle più importanti iniziative che legano lo Sport al mondo della Scuola. Il suo successo è infatti scritto nei numeri: 24 edizioni in archivio, più di 240 tappe già percorse, uno staff di oltre 50 persone che si muove di città in città, ma soprattutto circa 230 mila bambini coinvolti. Alla conferenza di questa mattina erano inoltre presenti, tra gli altri, il direttore della Direzione Sport nei Territori di Sport e Salute, Lorenzo Marzoli, il responsabile Comunicazione e Relazioni Esterne di Banca Generali, Michele Seghizzi, l’assessore allo Sport del Comune di Martina Franca, Vincenzo Angelini, l’assessore Scuola Formazione e Sport del Comune di Faenza, Martina Laghi, e l’associazione “Siamo Delfini”, che intende dare il suo contributo per migliorare la qualità della vita delle persone con autismo. Leggi anche altre notizie su Nova News
Sta circolando una nuova truffa tramite SMS che sfrutta il nome di Autostrade per l’Italia.Il messaggio avvisa: “Risulta un pedaggio non pagato. Per saldare clicca sul link allegato”. Chi cade nella trappola viene portato su una pagina web fake che riproduce in modo molto realistico il sito ufficiale di Autostrade. Nella pagina viene chiesto di inserire dati personali (nome, cognome) e soprattutto i dati della carta di credito per “pagare” il pedaggio.Una volta compilato il form, i truffatori ottengono immediatamente i dati della vittima, che possono usare per effettuare acquisti non autorizzati o rivendere nel dark web.Si tratta di un classico phishing molto sofisticato: il sito falso è quasi identico a quello originale (logo, colori, grafica), e il messaggio crea urgenza e paura di sanzioni per spingere la persona a cliccare senza pensare.Come difendersi (avvertenze ufficiali di Autostrade): L’azienda non invia mai SMS o email con link per pagare pedaggi urgenti. In caso di mancato pagamento c’è sempre un termine di 15 giorni per saldare senza costi extra. Le comunicazioni ufficiali arrivano solo da indirizzi come: info@contatti.autostrade.it (mailto:info@contatti.autostrade.it) o noreply@comunicazioni.autostrade.it (mailto:noreply@comunicazioni.autostrade.it) I pagamenti si possono fare solo sul sito ufficiale: www.autostrade.it o www2.autostrade.it Autostrade non chiede mai dati della carta di credito, password o informazioni sensibili tramite SMS, email o WhatsApp. Cosa fare se si è caduti nella truffa: Contattare immediatamente la propria banca o il servizio clienti della carta di credito per bloccare la carta e segnalare l’operazione sospetta.
Non c'è dubbio: Donald Trump è uomo di contraddizioni. Non solo negli Stati Uniti ma anche in Europa, dove la stragrande maggioranza dei politici e dei commentatori ama attaccarlo a spada tratta. Salvo poi, nel segreto della propria tasca, guadagnarci su. E' il caso, per esempio, di Carlo De Benedetti. Come riporta il Fatto quotidiano, lo storico editore del gruppo L'Espresso-Repubblica, l'uomo che ha guidato dietro le quinte la sinistra italiana per 40 anni e che oggi si "diletta" con la sua ultima creatura, Il Domani, in tv critica senza pietà Giorgia Meloni e il mondo della destra globale. Ma, sorpresa, dando una occhiata un po' più approfondita agli affari dell'Ingegnere, si scopre qualcosa di interessante. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47229087]] Partiamo dall'ultimo bilancio della sua holding, la Romed International Spa, relativo al 2024 e approvato dagli azionisti il 19 dicembre 2025: "La società ha dichiarato una perdita netta di 3,4 milioni, a causa di un 'accantonamento a fondo rischi ritenuti probabili' di 5,052 milioni per un contenzioso con il fisco che riguarda la società e l’unica partecipata, Romed Spa, controllata con l’87,37% (il residuo 12,63% è di De Benedetti)", scrive Gianni Dragoni nella rubrica "Poteri deboli" sul Fatto. "La perdita ha decurtato il patrimonio netto, ma curiosamente il valore a fine 2024, 59,97 milioni, è superiore a quello del bilancio storico del 2023, che era di 24,3 milioni". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47286641]] L'articolo parla di "piroette contabili" e "criteri cambiati" nella valutazione dell’unica partecipazione, "utilizzando il metodo del patrimonio netto" e in questo modo "il valore della partecipazione è salito a 44,1 milioni nel consuntivo 2023 e la differenza di 39 milioni ha gonfiato il patrimonio netto, da 24,3 a 63,37 milioni, prima di decurtarlo a 59,97 milioni per la perdita del 2024". "Attenzione al bilancio di Romed Spa - conclude il Fatto quotidiano -, c’è un utile netto di 1,14 milioni dopo tre anni in rosso per complessivi 96 milioni. E come è arrivato l’utile? Grazie agli investimenti in oro e criptovalute", proprio quelli favoriti dall'effetto Trump.
Nella notte tra sabato 18 e domenica 19 aprile, Gabriele Vaccaro, 25enne originario di Favara (Agrigento), è stato ucciso a Pavia. Il giovane, trasferitosi da poco in Lombardia per lavorare come operaio in un centro logistico delle Poste a Stradella, è stato colpito con una coltellata (probabilmente un cacciavite o un punteruolo) al collo durante una lite scoppiata nel parcheggio dell’ex area Cattaneo, vicino al centro storico.L’aggressione è nata da una discussione, iniziata forse già in discoteca per un apprezzamento a una ragazza, tra il gruppo di amici di Vaccaro e un altro gruppo di giovani. La lite è proseguita nel parcheggio, dove è spuntata l’arma. Vaccaro, ferito, inizialmente non si è reso conto della gravità della lesione e ha chiesto agli amici di essere riaccompagnato a casa, a Broni. Invece è stato portato nell’appartamento di uno di loro a Pavia. Solo lì ha iniziato a perdere molto sangue. Trasportato d’urgenza al Policlinico San Matteo, è morto durante l’intervento. Nel pomeriggio di domenica la Polizia ha rintracciato e portato in Questura tre giovani: un 16enne di origini egiziane, accusato di essere l’autore materiale del colpo fatale, un altro minorenne e un ragazzo poco più grande. Dopo un lungo interrogatorio, il 16enne è stato fermato. Gli investigatori della Squadra Mobile, coordinati dal commissario Andrea Lenoci, hanno ricostruito i fatti grazie a testimonianze e immagini delle telecamere della zona.
- È stato inaugurato questa mattina a Norcia il Palazzo Comunale, restituito alla comunità al termine di un complesso intervento di restauro e adeguamento sismico che segna una tappa fondamentale nella ricostruzione post sisma 2016. All’evento hanno partecipato il Commissario Straordinario al sisma 2016 Guido Castelli, il Presidente della Regione Umbria Stefania Proietti, il sottosegretario al Ministero dell’Interno Emanuele Prisco e il Sindaco di Norcia, Giuliano Boccanera. Un risultato reso possibile grazie alla collaborazione e all’impegno del Presidente Proietti, del sottosegretario Prisco e del Sindaco Boccanera. Infine, è opportuno ricordare che quello di oggi rappresenta un ulteriore biglietto da visita per la candidatura della Civitas Appennina a Capitale Europea della Cultura 2033, di cui Norcia è città capofila. Il percorso di rinascita e sviluppo dei nostri territori prosegue con fiducia e spirito di collaborazione”. La presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti, ha dichiarato: “La restituzione del Palazzo comunale alla città di Norcia è un fatto di grande valore istituzionale e civile. Torna a vivere un luogo che rappresenta identità, memoria e appartenenza, nel cuore di una comunità che in questi anni ha saputo affrontare la prova del sisma con forza, dignità e visione. Questo risultato conferma che la ricostruzione è efficace quando unisce competenza, responsabilità e capacità di innovare. La scelta di adottare soluzioni tecnologiche così avanzate su un edificio storico indica con chiarezza la direzione da seguire: proteggere il nostro patrimonio, renderlo più sicuro e consegnarlo alle future generazioni in condizioni migliori. Norcia continua a essere un simbolo potente della rinascita dell’Umbria e dell’Appennino centrale. Ogni opera che si compie in questi territori restituisce servizi, fiducia e prospettiva. Continuiamo a lavorare con il Commissario Castelli - e con l’occasione lo ringraziamo per il grande impegno e risultati ottenuti - perché la ricostruzione proceda con concretezza e qualità, restituendo piena vitalità ai luoghi simbolo delle nostre comunità”. Il sottosegretario al Ministero dell’Interno, Emanuele Prisco: “L’inaugurazione del Palazzo Comunale di Norcia è il segno concreto di una ricostruzione che funziona e che sta restituendo ai territori colpiti dal sisma luoghi simbolo e servizi essenziali. Un risultato reso possibile grazie all’accelerazione impressa alla ricostruzione dal Governo Meloni, con l’impegno diretto della struttura commissariale guidata dal senatore Guido Castelli e delle istituzioni locali. Il Comune rappresenta il principale punto di riferimento istituzionale e il primo presidio dello Stato sul territorio, l’interfaccia più diretta con i cittadini: per questo la sua riapertura rappresenta qualcosa di più della restituzione di un’opera pubblica o di un monumento, ma il segno tangibile di un ritorno alla normalità sempre più vicino. Norcia dimostra che quando c’è una filiera istituzionale coesa si possono dare risposte rapide ed efficaci ai cittadini. Questo è il modello che vogliamo continuare a rafforzare per garantire futuro e crescita ai territori dell’Appennino e dell’Italia”. Dichiarazione del Sindaco di Norcia, Giuliano Boccanera: “Oggi è una giornata di grande emozione per Norcia. L’inaugurazione del Palazzo Comunale rappresenta molto più della riapertura di un edificio: è il recupero della casa dei nostri cittadini, di un luogo simbolo della nostra identità e della nostra storia. Grazie a un intervento di straordinaria complessità e all’operato del Commissario Castelli, del Presidente Proietti dell’Usr, dell’Ingegner Fagotti e della ditta Sepe, oggi abbiamo una struttura più sicura e moderna, capace di guardare al futuro senza perdere il legame con il passato. Questo risultato è frutto di un grande lavoro di squadra che riporta Piazza San Benedetto sempre più vicina alla piena fruibilità. Norcia dimostra ancora una volta o che anche dalle ferite più profonde può nascere una nuova prospettiva di sviluppo”.
Negli ultimi anni l’editoria italiana, in sintonia con il mercato anglosassone, ha adottato in modo massiccio gli spray edges, ovvero il taglio delle pagine del libro, decorati o dipinti. Quello che un tempo era un vezzo per edizioni di pregio o tirature limitate è diventato oggi uno strumento seriale di marketing. Il libro non è più solo testo: è superficie, è oggetto estetico, è oggetto fotografabile. È triste descrivere così un oggetto culturale. Il fenomeno nasce in ambito fantasy e romance, territori già fortemente connessi alle community online, e trova il suo habitat naturale su TikTok e Instagram. Le edizioni con bordi colorati vengono lanciate in contemporanea con campagne social coordinate, spesso accompagnate da gadget, copertine alternative, sovraccoperte illustrate. La componente visiva precede e talvolta sovrasta quella narrativa. La dinamica non è neutra. Oggi molte case editrici collaborano stabilmente con book influencer molto seguite, affidando loro rubriche e talvolta perfino la direzione artistica di collane; che sanno bene come attirare attraverso l’estetica e quindi utilizzando anche artisti o industrie famose degli spray edges. Parliamo di partnership strutturate, in cui il personal brand del creator diventa parte integrante del progetto editoriale. In questo contesto, l’oggetto-libro diventa centrale: l’acquisto non è motivato esclusivamente dalla trama o dall’autore, ma soprattutto dall’estetica dell’edizione. Si collezionano varianti della stessa storia. Si preordina per assicurarsi il bordo esclusivo. Si espone in libreria come elemento di arredo. Il libro entra nella logica dell’hype drop, più vicina allo streetwear che alla tradizione culturale. È un male? Non necessariamente per ora. L’editoria vive di vendite e intercettare nuove generazioni di lettrici e lettori è vitale. L’estetica può essere una porta d’ingresso. Un volume curato, bello da tenere in mano, può generare desiderio e quindi lettura. Inoltre, il coinvolgimento di creator giovani ha aperto spazi a voci che per anni sono rimaste ai margini dei circuiti più istituzionali. Ma il rischio esiste. Quando l’attenzione si concentra quasi esclusivamente sull’apparenza, la recensione si trasforma in reaction. L’analisi critica lascia spazio all’entusiasmo immediato. Le dinamiche algoritmiche privilegiano il video breve, solitamente meme e quindi facilmente condivisibile. La complessità del testo fatica a trovare spazio nello stesso formato che esalta il dettaglio cromatico del taglio pagina. Si osserva anche una certa omologazione tematica: romance, fantasy, retelling mitologici. Generi perfetti per una comunicazione visiva riconoscibile e replicabile. Meno visibili, invece, restano saggi, narrativa sperimentale, letteratura tradotta non mainstream. Il mercato segue ciò che performa meglio online. E ciò che performa meglio online è ciò che si mostra bene. La figura dell’influencer-direttore di collana merita una riflessione ulteriore. Da un lato rappresenta una democratizzazione: chi conosce le community può intercettarne gusti e linguaggi. Dall’altro, introduce un conflitto potenziale tra competenza editoriale e capacità di engagement; sovrastando prestigiosi studi universitari. La curatela si fonda su criteri letterari o sulla coerenza con un’estetica? La selezione privilegia la qualità del testo o la sua “instagrammabilità”? La trasformazione in atto riguarda il valore simbolico del libro. Per secoli è stato principalmente veicolo di contenuto, deposito di pensiero, strumento di trasmissione culturale. Oggi diventa anche oggetto da collezione, elemento identitario, accessorio di stile. Non è la prima volta che accade: già nell’Ottocento esistevano edizioni illustrate di lusso, e nel Novecento le copertine hanno influenzato le vendite. La differenza è la velocità e la pervasività del circuito social. La domanda, allora, non è se il libro possa essere bello. Lo è sempre stato. La domanda è se la bellezza stia sostituendo la sostanza come criterio principale di scelta. Se l’edge resta più impresso della trama, qualcosa si è spostato nell’asse culturale. Eppure, sarebbe riduttivo liquidare il fenomeno come superficialità generazionale. Molti giovani lettori scoprono nuovi autori proprio attraverso questi canali visivi e poi approfondiscono. Forse siamo di fronte a un cambio di linguaggio più che a una crisi di contenuto. L’editoria si adatta a una società dell’immagine, e il libro, per sopravvivere, assume le forme richieste dal mercato. Il punto critico sarà capire se, una volta catturata l’attenzione con il colore del bordo, sapremo ancora trattenerla con la forza delle parole. Perché un libro può anche essere un oggetto. Ma senza contenuto, resta soltanto un involucro.
A leggere il quotidiano Domani la piazza di Salvini a Milano era vuota per tre quarti, a leggere La Stampa invece era vuota a metà, a leggere il Corriere c’era folla ma non quanta la Lega se ne aspettava. Ma la di là del balletto delle cifre – che non tiene conto dei cortei degli antagonisti che magari avranno pure scoraggiato qualcuno a presenziare al comizio di Salvini – sui giornali antimeloniani e antigovernativi la tesi che va forte è quella secondo cui Meloni ha bisogno di un nuovo racconto, Salvini pure, il governo pure. E perché il racconto precedente non funziona più? Perché Trump è matto e perché Orban è crollato (com’era, peraltro, ampiamente prevedibile). Che quello trumpiano e orbaniano fosse, in realtà, il loro racconto e non quello delle destre italiane è particolare di cui i commentatori non si curano. La questione delle questioni sul tappeto resta sempre la stessa: la risposta da dare all’immigrazione irregolare. È su questo tema (molto reale, molto vero, altro che “racconto”) che si gioca la partita politica. Un tema che incrocia quello della sicurezza e che a ben guardare finisce col mettere a nudo le ipocrisie di una sinistra prigioniera di tic ideologici che non riesce a superare. Sevi riuscisse, comprenderebbe facilmente che FdI e Lega non hanno investito sulla persona di Trump ma su ciò che c’era dietro la sua rielezione: più rigore contro l’immigrazione irregolare, controffensiva capillare contro il wokismo, reazione agli effetti economici della globalizzazione. L’investimento, dicono i commentatori “illuminati” ha fallito perché ha fallito il sovranismo. Errore: intanto va spiegato che alla base del sovranismo c’è e resiste l’idea di nazione, che è cosa diversa dalle degenerazioni del nazionalismo. Tra l’altro, come osserva giustamente Alessandro Campi nel suo studio “Autoritarismo, populismo, nazionalismo” (Rubbettino) lingua, costumi, storia, religione sono i fattori che hanno dato vita alla realtà empirica della nazione e che non sono cancellabili. Torniamo dunque al “racconto” nuovo di cui Salvini avrebbe bisogno e che anche Meloni faticherebbe a rintracciare. Il governo com’è noto ha individuato nel modello Albania un sistema per poter trasferire i migranti irregolari e introdurre espulsioni rapide con procedure accelerate di frontiera. Un sistema contestato a suon di sentenze dalla magistratura e ritenuto dalla sinistra una sorta di deportazione irrispettosa dei diritti umani. Si è spesso sentito dire: facciamo i Cpr in Italia anziché portarli in Albania. Ma il punto è che quando si tratta di porre le basi per un nuovo Cpr la sessa sinistra leva gli scudi e dice no, non vicino a casa mia, non nel mio territorio. Prendiamo il caso del Cpr che dovrebbe sorgere ad Aulla, in Toscana. Il governatore della Regione Giani (Pd) si è affrettato a dire no, non si può, il governo penalizza i territori (ma come? La presenza di migranti penalizza un territorio? Non si sente un vago odore di razzismo?). «La Lunigiana – insiste Giani - è un territorio da valorizzare, da rilanciare sul piano turistico, culturale e sociale, non da mortificare con un Cpr». Altro che modello Albania, la sinistra adotta il modello Capalbio quando c’è da trattare la questione dei migranti clandestini. Restano umani con gli irregolari, certo, purché a chilometri e chilometri di distanza di sicurezza. Eppure, fanno notare i consiglieri regionali leghisti e di FdI, da Firenze ci sono state negli ultimi quattro mesi quasi 500 richieste di trasferimento di immigrati irregolari nei Cpr situati in altre regioni visto che la Toscana non dispone di questo tipo di strutture. Ricapitolando: in Albania non si può, creare nuovi Cpr in Italia non si può perché i governatori di sinistra si oppongono. Morale: vogliono che l’immigrazione irregolare resti senza risposta. Per poi dare la colpa al governo e scrivere editoriali patinati in cui si dice che Salvini e Meloni hanno bisogno di un nuovo “racconto”. Ma chi pensano di prendere in giro?
Caos in +Europa. Lo scontro divampa al secondo giorno dell’Assemblea nazionale del partito guidato da Riccardo Magi. All’improvviso, ieri pomeriggio, il presidente del partito, Matteo Hallissey, presidente anche dei Radicali italiani e fedelissimo di Benedetto Della Vedova ha presentato una mozione che chiedeva l’azzeramento della segreteria e la convocazione di un congresso straordinario. Insomma un ribaltone ai danni di Riccardo Magi. La mozione viene messa ai voti anche se la votazione va per le lunghe e il risultato non arriva. La presidente dell’Assemblea, Agnese Baldinucci, vuole proseguire con i lavori ma diversi eletti del Congresso, con diritto di voto e di parola in Assemblea, si oppongono. Alla fine il risultato della votazione arriva: «Cinquantadue voti a favore», annuncia la presidente. Quindi la mozione è approvata. In sala sale la tensione. Poi il colpo di scena: la mozione viene dichiarata «non legittima». Perché? Perché da statuto, il congresso si deve tenere ogni tre anni a meno che non venga approvata una sfiducia della segreteria votata da almeno i due terzi dell’assemblea.
“J’ho portato er curriculum”. Sorride Mattia Tombolini, l’ex assistente di Ilaria Salis al Parlamento europeo, sotto le redazioni di Libero e Giornale. Lo scatto, postato sui social dopo le 22 di sabato sera, fa subito il giro delle chat d’area antifa. E non inganni la didascalia in romanesco: quella che a prima vista sembra una risposta scherzosa alle nostre inchieste su centri sociali, collettivi e anarchici è in realtà un messaggio alla galassia antagonista, che assume un valore ancora più significativo alla luce di quanto successo a Milano proprio quel giorno. Il sabato milanese di Tombolini, infatti, era cominciato col corteo anti-Lega, partito da piazza del Tricolore e chiuso in Porta Romana, che in via Borgogna ha assaltato la polizia a suon di bottiglie di vetro, petardi e fumogeni. In quello spezzone, dove lo stesso fu portaborse della Salis era presente (lo testimoniano alcuni video da lui stesso pubblicati), c’erano le sigle più radicali dell’antagonismo milanese, ovvero il Lambretta (regolarizzato nel 2023 dalla giunta Sala) e lo Zam. Professionisti del disordine, violenti per passione. Insomma, gente poco incline al dialogo ma più propensa a muovere le mani. E così, un post su instagram e facebook davanti alle insegne luminose di due giornali “nemici” non può che preoccupare (Libero e Giornale sono già “sotto scorta” dalla scorsa estate dopo un sit-in di protesta orchestrato dai pro-Pal sotto l’edificio che ospitale due redazioni). È una miccia che può scatenare un incendio. E infatti, sentite un po’ il tenore dei commenti alla fotografia... A chi gli scrive “immagino l’odore da fuori” Tombolini risponde: “Stavo a scrive tante cose ma me sto bono dai (puzza de carogna)”. Il messaggio è poi stato cancellato ma ciò non toglie la gravità dell’attacco alla stampa colpevole di non essere allineata al pensiero antagonista. Hai capito i democratici? “Dentro e contro”, commenta un utente. “Fai sei passi avanti che sei a portata de secchio de piscio”, gli consiglia un altro (e l’ex assistente militante risponde con una risata). “Altro che le fotacce dei pennivendoli!”, arringa poi un’altra ancora. Non mancano poi le stilettate. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47342563]] Eccone alcune: “Gli hai portato il curriculum per pulire i cessi? Bravo!”; “Povero comunista”; “A lavorare quando ci vai?”; “Ma vai a dormire di notte”; “Arrogante e ignorante innanzitutto”; “La lingua ed i toni utilizzati livello editore di sinistra. Il grosso problema sarà quando governeranno loro”. Una piccola spiegazione per i lettori che non sono di Milano e che dunque non conoscono la zona. La nostra redazione, in via dell’Aprica, non è “di passaggio”. Nel senso che per passarci davanti ci devi venire di proposito. E se è vero che nel tardo pomeriggio di sabato Tombolini ha presentato il libro da lui curato, Antifascismo illegale, alla Libreria Les Mots all’angolo tra via Carmagnola e via Pepe, dunque a poco più di chilometri dalla sede di Libero e Giornale, è altrettanto vero che il blitz non può esser stato casuale. Quella foto-avvertimento è stata cercata e voluta. Due giorni fa, tra l’altro, pure la sua ex capa onorevole (anche lei in piazza contro la Lega ma nello spezzone “Milano è migrante”) si è data alla fotografia, pubblicando una piazza Duomo mezza vuota e scrivendo: “Quattro gatti in piazza Duomo per la manifestazione della Lega e i Patrioti europei sulla remigrazione. La prossima volta statevene a casa che fate più bella figura!”. Peccato che si trattasse di uno scatto a manifestazione pressoché finita, quando gli interventi dei leader sovranisti dal palco si erano conclusi... «Come diceva Berlusconi: “Non sapete nemmeno scherzare”», ha scritto nelle sue storie instagram Tombolini in serata. No, perché quando qualcuno con precedenti penali e legami consolidati all’interno delle frange più oltranziste degli agitatori di piazza si prende la briga di farsi fotografare in posa provocatoria sotto la sede di giornali a lui sgraditi non c’è proprio da scherzare. E nemmeno da ridere. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47346262]]
Un curriculum portato “de notte”, tra pose da provocatore e battute da Tavernello al circolino Arci. Mattia Tombolini, già assistente dell’eurodeputata Ilaria Salis, riappare davanti alla sede di Libero, si fa immortalare e scrive: “J’ho portato er curriculum”. Tombolini, presenza fissa nei cortei antagonisti – l’ultima uscita documentata lo vede sotto lo striscione “Antifa” in quello di Milano – è un personaggio che si muove tra attivismo radicale, editoria militante e social network dove spesso il confine tra provocazione e apologia sfora. Non a caso il suo post ha fatto rapidamente il giro dei circuiti anarchici, dove certe “battute” vengono lette meno come ironia e più come segnali di appartenenza. Il suo cv, comunque, Libero lo conosce fin troppo bene. Talmente imbarazzante che persino Ilaria Salis ha dovuto sbianchettarlo dalla lista degli assistenti al Parlamento europeo. Animatore del centro sociale “Alexis”, una condanna in primo grado a 4 mesi per diffamazione verso Marco Cossu di Fratelli di Italia, e una produzione social che lascia poco spazio alle interpretazioni benevole. Tra i contenuti: immagini di violenze contro le forze dell’ordine, commenti ambigui sulla “Banda Bellini” – gruppo degli anni Settanta noto per il suo odio verso “sbirri” e “fascisti” – e il famigerato pupazzo con le sembianze caricaturali di Giorgia Meloni dato alle fiamme con la scritta “Brucia stronza”. Non mancano poi prese di posizione esplicite: dalla partecipazione a cortei in Albania contro i centri di rimpatrio (“No Cpr No Lager”) fino agli elogi delle occupazioni (“Nasce una nuova occupazione e già si respira un po’ mejo. Il paese reale è anche questo”). [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47346262]] Poi c’è l’attività editoriale che completa il quadro. Tombolini lo scorso dicembre era in prima linea alla Nuvola di Fuksas per aizzare le folle contro la partecipazione delle case editrici Passaggio al Bosco e Idrovolante alla Fiera Più Libri Più Liberi. Fu lui a capitanare i prodi difensori della democrazia che circondarono, fisicamente, in duecento, chi scrive e Francesco Giubilei di Historica al grido di «fuori i fascisti dalle fiere, dalle scuole, dalle università, da tutto». E lo fece in veste di direttore editoriale di Momo Edizioni, realtà che ha pubblicato anche opere di Zerocalcare legate al “caso Salis”. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47342563]]
Disponibilità a contribuire a una missione internazionale, ma solo a determinate condizioni: il ministro della Difesa Guido Crosetto indica la linea italiana riguardo alla situazione a Hormuz e alla crisi in Medio Oriente. In un'intervista al Corriere della Sera, il MOD chiarisce priorità e limiti dell'azione italiana. "La nuova chiusura dello Stretto di certo non stupisce, perché Hormuz è diventato il punto nevralgico di questa guerra", afferma Crosetto, spiegando che "l'Iran ha capito che non poteva combatterla, né vincerla sul suo territorio e l'ha allargata ai Paesi del Golfo, a Hormuz e quindi al resto del mondo". Lo scenario, avverte, è destinato a protrarsi: "Sarà una trattativa lunga, continua, complicata". Sul piano delle responsabilità internazionali, il ministro riconosce la complessità delle scelte: "Se guardiamo lo scenario dal punto di vista nazionale si è trattato di un grave errore", riferendosi agli attacchi contro Teheran, ma precisa che "dal punto di vista israeliano è una questione esistenziale, di sopravvivenza". Quanto agli Stati Uniti, osserva: "Gli Usa ritengono che l'Iran sia un elemento di totale destabilizzazione del mondo", anche in relazione agli equilibri energetici globali e alla competizione con la Cina. L'Italia, intanto, si prepara a un possibile contributo operativo: "Da 20 giorni ho detto al capo della Difesa e della Marina di tenersi pronti con due navi", rivela Crosetto, ipotizzando l'impiego di cacciamine. Tuttavia, pone una condizione chiara: "Per inviarle occorre la fine delle ostilità, perché nessuno vuole entrare in una guerra". Solo dopo una tregua, infatti, "la comunità internazionale potrà accedere a Hormuz […] per non trovarsi in una zona di guerra". Fondamentale, in ogni caso, il passaggio parlamentare: "Il governo italiano passerà dal voto del Parlamento, che per noi è un passaggio dovuto, obbligatorio, fondamentale". Quanto al ruolo delle Nazioni Unite, il ministro auspica un mandato ma non lo considera imprescindibile: "Mi auguro che ci sia l'egida dell'Onu, ma non mi formalizzerò se invece ci saranno 42 nazioni con un mandato e una forza multilaterale di pace". E aggiunge: "Non penso che, davanti a una missione internazionale, il Parlamento possa fare distinguo". Sul rapporto con Washington e le tensioni con Donald Trump, Crosetto ridimensiona i contrasti: le critiche all'Italia sono "un giudizio ingeneroso e affrettato", destinato a rientrare. Quanto alla mancata autorizzazione all'uso della base di Sigonella, chiarisce: "Se abbiamo detto no è stato perché non potevamo dire di sì", richiamando il rispetto delle regole vigenti. Il ministro respinge inoltre l'ipotesi di un coinvolgimento diretto dell'Italia nel conflitto: "quando Trump ci ha chiesto, non formalmente, di scendere in guerra al loro fianco contro l’Iran, il tema non è stato Meloni. È che l’Italia non può scendere in guerra con nessuno, lo dice la Costituzione».". Preoccupazione resta alta anche per il Libano e per la sicurezza dei contingenti italiani: "Sono preoccupato per il Libano e non da oggi". Sulla missione Unifil, Crosetto rivendica di aver chiesto "più volte un cambio di passo e di regole", avvertendo che senza interventi "se avesse fallito Unifil, sarebbe entrato l'esercito israeliano. Così è stato". Ora, conclude, "dovremo pensare come sostituirla", perché "un Libano che esplode è l'ennesimo problema per il mondo". Sul fronte interno ed economico, il ministro invita a evitare semplificazioni, anche sul tema del gas russo: "Sembra che la Russia ci regalerebbe il gas, invece il prezzo sarebbe di mercato". E, guardando alle sfide future, sottolinea la necessità di interventi strutturali: "Bisogna tagliare un po' di fili. È la tela di Penelope. Il governo fa e qualcuno disfa".
Tra i tanti fatti non importanti che accadono c’è anche la visita notturna di tal Mattia Tombolini che si è scattato una foto ricordo di fronte alla redazione di Libero e Giornale. Uno che viene in gita turistica al quartiere Isola, a fare un gesto rivoluzionario come il selfie, è un caso interessante di dissidenza politica. L’ex assistente di Ilaria Salis, già noto alle cronache e alle forze dell’ordine, è un antagonista che ignora di esser approdato con successo al genere clownesco. La sua istantanea ha fatto il giro dei gruppi anarchici, sostenitori di Alfredo Cospito, colleghi dei due militanti che poco tempo fa sono saltati in aria a Roma mentre fabbricavano una bomba. Cose che capitano a chi ha un’idea strana della società e poca professionalità nel maneggiare la dinamite. Non sono preoccupato di Tombolini, la sua compagnia di giro forse è meno docile e più vanitosa, è vero, ma sono un ragazzo di paese, nato in Sardegna, con il presidente Francesco Cossiga evocavamo spesso il Codice Barbaricino (pur non essendo barbaricini), figuriamoci. Tombolini è un caso interessante per la lingua che parla e le persone che lo seguono, un problema di storia delle tribù politiche, di glottologia e antropologia. «J’ho portato er curriculum», ha spiegato sui social pensando di far ridere. E invece è una cosa seria, perché mi spiace dovergli dare una brutta notizia: la sua candidatura a Libero è respinta, accettiamo solo persone che parlano e scrivono in italiano, il suo idioma è maccheronico e se non sei Gadda o Belli non puoi esibirti nel «pastiche» letterario, sei un pasticcione e basta. Non è la prima volta che riceviamo da queste parti una cordiale visita di oppositori e attivisti di varia estrazione, siamo oggetto di costante e generosa attenzione degli estremisti, mesi fa vennero armati di striscioni, bandiere, megafoni, il Tombolini non ha organizzato neppure un karaoke in via dell’Aprica. Non abbiamo problemi con il dissenso e l’arte dell’autoritratto fotografico, ma è chiaro che il nostro visitatore non ha ancora trovato una collocazione nelle istituzioni, in Parlamento e questo ci addolora, è evidente che le istituzioni hanno bisogno di Lui. Non deve disperarsi, la sinistra riserva sempre una corsia preferenziale alle teste calde (e a chi le spacca o dice che è cosa buona e giusta farlo), come sa bene la sua amica Ilaria Salis. Trai gruppi anarchici il selfie di Tombolini di fronte alla redazione ha riscosso un grande successo, non mi sorprende, tutti leoni da tastiera. C’è solo un punto della missione del Tombolini in territorio nemico che mi lascia perplesso, un’imprecisione nello storytelling rivoluzionario, quando afferma via social di aver sentito puzza di carogna dalle nostre parti. C’è sicuramente un problema d’olfatto, sarà stato un colpo di vento improvviso, vai a saperlo, in ogni caso, per non sbagliare un’altra volta la sceneggiatura del selfie, il Tombolini segua il mio affettuoso consiglio: si lavi.
Trump ha annunciato oggi la ripresa dei negoziati in Pakistan, ma ha rinnovato le minacce: "Offriamo un accordo giusto. O lo accettano, oppure distruggeremo ogni centrale elettrica e ogni ponte dell’Iran". Teheran ha risposto duramente, avvertendo che "non ci saranno colloqui finché resterà attivo il blocco navale statunitense". Secondo fonti iraniane, Washington avrebbe avanzato richieste “eccessive”, e il ritorno al conflitto armato viene considerato lo scenario più probabile. Si attendono ora sviluppi da Islamabad: la delegazione americana sarà guidata da Vance, ma al momento i negoziati restano sospesi e incerti. Intanto è stato diffuso un video che mostra la nave iraniana catturata dalle forze statunitensi dopo il tentativo di forzare il blocco nello Stretto. U.S. Central Command (CENTCOM) has released video of the interdiction of the motor vessel Touska in the Northern Arabian Sea by the U.S. Navy Arleigh Burke-class guided missile destroyer USS Spruance (DDG-111). The video contains audio of the USS Spruance giving warnings to the… pic.twitter.com/bAoxgUFpgB April 19, 2026 Axios: "L'Iran sospetta che il negoziato sia una trappola per un attacco a sorpresa" Iran: "Reagiremo al blocco della nave" Vicepresidente Iran, sicurezza Stretto Hormuz non è gratuita Usa catturano nave che forzava il blocco dello Stretto: diffuso video "Il cacciatorpediniere lanciamissili Uss Spruance ha intercettato la Touska mentre navigava nel Mar Arabico settentrionale a 17 nodi, diretta a Bandar Abbas, in Iran" si legge in un comunicato del Comando Centrale degli Stati Uniti "Le forze americane hanno emesso diversi avvertimenti e informato la nave battente bandiera iraniana che stava violando il blocco navale statunitense". Le forze armate americane hanno pubblicato un filmato che mostra un cacciatorpediniere lanciamissili della Marina statunitense aprire il fuoco contro il mercantile iraniano. Secondo il Centcom, dopo che, per sei ore, l'equipaggio della Touska "non ha ottemperato ai ripetuti avvertimenti, lo Spruance ha ordinato alla nave di evacuare la sala macchine". Il cacciatorpediniere lanciamissili ha disabilitato la propulsione della nave mercantile iraniana "sparando diversi colpi con il suo cannone MK 45 da 5 pollici nella sala macchine della Touska". "I Marines statunitensi della 31 Unità di Spedizione dei Marines hanno successivamente abbordato l'imbarcazione che rimane sotto la custodia degli Stati Uniti", afferma il Comando Usa secondo il quale le sue forze "hanno agito in modo ponderato, professionale e proporzionato per garantire la conformità" dell'azione.
Il provolone del Monaco Dop, nei primi tre mesi dell’anno, ha registrato un aumento della produzione del 10%. Merito dell’ottimo lavoro svolto dal Consorzio di tutela guidato dal presidente Giosuè De Simone e dal direttore scientifico Vincenzo Peretti. Una buona notizia, per un formaggio campano straordinario che tuttavia resta quasi invisibile sugli scaffali della grande distribuzione al di fuori della regione di provenienza. È il destino comune a decine di prodotti italiani di eccellenza: certificati, tutelati, magari premiati a livello internazionale, eppure sconosciuti alla grande maggioranza dei consumatori. Ho compilato una raccolta dei cibi imperdibili anche se poco conosciuti che vale la pena di assaggiare almeno una volta nella vita. Naturalmente la lista è frutto di una scelta soggettiva, con una selezione messa assieme nel corso degli ultimi quindici anni. FORMAGGI Provolone del Monaco Dop, Penisola Sorrentina. Pasta filata semidura, stagionatura minima 6 mesi, sapore intenso e piccante. Murazzano Dop, Langhe (Cuneo). Tra i più antichi formaggi piemontesi, latte ovino di razza Langhe (min. 60%), pasta molle. Sconosciuto fuori dal Cuneese. Nostrano Valtrompia Dop, (Brescia). Vaccino semigrasso, stagionatura minima 12 mesi, crosta unta con olio di lino. Sapore intenso. Raro fuori dalla Lombardia orientale. Spressa delle Giudicarie Dop, Trentino. Tra i formaggi alpini più antichi, pasta vaccina magra, stagionatura da 3 a 18 mesi. Delicato da giovane, deciso se stagionato. Bettelmatt Pat, Val d'Ossola (Verbania). Prodotto solo in estate in pochi alpeggi a quota elevata. Sapore dolce con intense note erbacee. Produzione limitatissima. SALUMI Crudo di Cuneo Dop, Piemonte. Stagionatura minima 10 mesi, sapore delicato. Oscurato dalla notorietà di Parma e San Daniele. Salame di Varzi Dop, Oltrepò Pavese. Puro suino a grana grossa, stagionatura da 45 giorni a diversi mesi. Sapore ricco e leggermente speziato. Raro nella Gdo nazionale. Prosciutto di Sauris Igp, Carnia (Udine). Unico prosciutto crudo affumicato italiano, prodotto nel paese più alto della Carnia. Affumicatura con legno di faggio e bacche di ginepro, stagionatura minima 10 mesi. Pitina Pat, Pordenonese. Polpetta affumicata di carne ovina o caprina con lardo, aglio ed erbe aromatiche. Conserva invernale di montagna. Mazzafegato Pat, Umbria. Insaccato di fegato e frattaglie di maiale con pinoli, uvetta, scorza d'arancia e spezie. Dolce-speziato, tipico della stagione della macellazione. Quasi sconosciuto fuori dall’Umbria. Prosciuttino d’oca della Lomellina Pat, Mortara (Pavia). Coscia d’oca salata a secco e stagionata tre mesi, peso 350-400 grammi. Sapore delicato e tendente al dolce. ORTAGGI E LEGUMI Cipolla di Breme Pat, Lomellina (Pavia). Bulbo piatto, polpa dolcissima e croccante. Meno celebre della cipolla di Tropea, qualità straordinaria. Peperone di Voghera DeCo. Tondo, giallo-verde, polpa soda, sottile e dolce. Sottratto di recente all’estinzione è l’ingrediente immancabile del risotto alla Vogherese. Pisello di Miradolo Terme, Miradolo Terme (Pavia). Detto erbion, polpa dolce e mai farinosa. Venti coltivatori amatoriali. Solo in loco e alla festa di maggio. Aglio di Voghiera Dop, Bassa Ferrarese. Bulbo grande e regolare, spicchi compatti, sapore delicato e persistente. Cipolla Rossa di Acquaviva delle Fonti Pat, Barese. Varietà piatta, colore rosso-viola intenso, polpa dolce e succosa. Sedano Bianco di Sperlonga Igp, (Latina). Coltivato nelle pianure bonificate tra Sperlonga e Fondi. Gambi bianchi e teneri, sapore delicato. Quasi sconosciuto fuori dal Lazio meridionale. Fagiolo Zolfino del Pratomagno Pat, Toscana orientale. Piccolo, rotondo, color giallo paglierino. Buccia sottilissima, non richiede ammollo, sapore burroso. Cicerchia di Serra de' Conti Pat, (Ancona). Legume antico quasi scomparso, recuperato da coltivatori locali. Sapore intenso e rustico, ideale per zuppe. Scalogno di Romagna Igp. Bulbo allungato, buccia ramata, polpa rosata. Sapore intermedio tra aglio e cipolla, più delicato di entrambi. Pomodoro Viarenghi di Vigevano, Pavia. La varietà di pomodoro più antica d'Italia ancora coltivata. Semi custoditi dalla famiglia Viarenghi dal 1820. Polpa dolcissima, quasi priva di acidità. FRUTTA Pesca di Volpedo Pat, Alessandria. Dal paese del Quarto Stato di Pellizza, profumo intenso, dolcissima, gusto vellutato e pieno. Pesca di Bivona Igp, Arigento. Varietà tardiva, polpa bianca succosa. Fragile, scarsamente distribuita fuori dalla Sicilia. Fico di Cosenza Dop. Essiccato a mano, farcito con mandorle, cedro e cannella. Quasi assente al Nord. Azzeruolo, Sicilia. Piccolo pomo simile a una mela in miniatura, polpa agrodolce che ricorda la nespola. Molto ricercato per confetture e liquori, ma quasi introvabile. CARNI Carne Varzese Pat, Oltrepò Pavese, da bovini di razza autoctona Varzese. Carne magra, tenera, sapore deciso. Quasi esclusivamente presso allevatori e macellerie locali. Carne Cabannina Pat, Val d'Aveto (Genova). Carne estremamente sapida, aromatica e con marezzatura fine. Reperibile in quantità limitatissime presso allevatori della Val d’Aveto e selezionate macellerie del genovese.
Un giorno di telelavoro obbligatorio, trasporti pubblici più economici e una riduzione diffusa dei consumi, dal riscaldamento alle trasferte: l’esecutivo comunitario di Ursula von der Leyen si prepara a svelare il 22 aprile il suo mix di incentivi mirati e proposte per affrontare la ventilata crisi energetica. L’idea è di suggerire ai Paesi membri una “economia del comportamento” che si concretizzerà in una serie di raccomandazioni. Il segnale più immediato è almeno un giorno di telelavoro obbligatorio a settimana rispolverando gli obblighi imposti durante il Covid. Dirottare i consumi dal petrolio al gas e incentivi a chi consuma nei momenti di picco delle energie rinnovabili (solare e vento). L’intento è favorire spostamenti con mezzi pubblici invitando i Ventisette a ridurre le tariffe di bus e metro fino alla gratuità per le fasce più fragili, mentre le città dovrebbero trasformarsi in veri laboratori tra Ztl, giornate senz’auto e spinta alla mobilità elettrica. Modesto dettaglio: con appena circa 5,3-6 milioni di auto elettriche circolanti nel Vecchio Continente (dati Eurostat 2025) vorrà dire lasciare a piedi quasi l’80% dei cittadini. Da Bruxelles si vorrebbero modificare le abitudini quotidiane: meno riscaldamento, meno sprechi, consumi spostati fuori dalle ore di punta. A cominciare dalle amministrazioni pubbliche. Luci spente e uffici illuminati con sistemi ad alta efficienza. La bozza arriva fino alle caldaie domestiche: l’invito è restare sotto i 50 gradi. Sul fronte sociale, Bruxelles prova a tenere insieme rigore e protezione con voucher mirati e, se necessario, e prezzi regolati. E intanto punta sul lungo periodo con leasing agevolato per tecnologie verdi, incentivi per sostituire vecchi elettrodomestici. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47328560]] Per fare fronte al traffico aereo Von der Leyen invita a ridurre «i voli quando possibile, puntando su alternative meno dispendiose in termini energetici». Assicurando che «non ci sono indicazioni di una carenza sistematica di carburante tale da provocare cancellazioni su larga scala», ha garantito Palazzo Berlaymont che sta già monitorando l’andamento con l’Agenzia internazionale dell’energia. Il direttore dell’Aie, Fatih Birol, mette le mani avanti: in caso di interruzioni prolungate delle forniture il nostro continente potrebbe ritrovarsi con riserve di carburante per aerei sufficienti per appena «sei settimane». Intanto il commissario Dan Jorgensen ipotizza la condivisione delle scorte di jet fuel tra i Ventisette.
La guerra con l’Iran non è ancora conclusa che i pianificatori militari israeliani guardano già oltre. Non per ottimismo né per pessimismo, ma per consuetudine: Israele non si è mai potuto permettere di attendere che un conflitto finisse prima di prepararsi al successivo. La domanda che si pongono oggi a Gerusalemme è lucida: dopo l’Iran, da chi dovremo difenderci? Secondo Eric Mandel, editorialista del Jerusalem Report e direttore del Mepin, centro studi di Washington che analizza le minacce alla sicurezza israeliana, i futuri pericoli potrebbero provenire da direzioni in cui gli Stati Uniti non seguiranno Israele. Se la Turchia dovesse consolidare la propria ostilità verso lo Stato ebraico, Ankara potrebbe diventare il principale rivale strategico di Gerusalemme. La Turchia però è membro della Nato e un alleato su cui gli americani possono contare: per Washington trattarla come un nemico non è un’opzione. A complicare le cose, il memorandum d’intesa Usa-Israele - 4 miliardi di dollari l’anno in aiuti militari - prevede consultazioni preventive prima di determinate operazioni: se gli interessi divergeranno, quella garanzia diventerà un vincolo. Analoga la questione egiziana: nonostante il trattato di pace del 1979, Il Cairo considera ancora Israele il principale avversario nelle proprie pianificazioni militari. Ma anche l’Egitto è beneficiario di ingenti aiuti americani, e i pianificatori israeliani non potranno contare sull’appoggio di Washington in un eventuale confronto con il suo esercito, il più numeroso del mondo arabo. Poi ci sono Hezbollah, Hamas, gli Houthi, i jihadisti e i Fratelli Musulmani che, insieme con la Turchia e il Qatar, formano un fronte che condivide l’obiettivo di negare la legittimità di uno Stato ebraico in Medio Oriente. Sono attori che sanno aspettare: mentre i cicli elettorali americani durano anni, l’orizzonte strategico dei nemici di Israele si misura in decenni. Fino al pogrom del 7 ottobre Israele ha adottato una strategia chiamata “falciare l’erba”, operazioni che si ripetono di generazione in generazione per contenere minacce mai definitivamente eliminate. Il premier Benjamin Netanyahu ha cambiato impostazione: «Basta con l’idea di una “villa nella giungla” dove ci si difende dai predatori che si trovano oltre il muro», ha dichiarato di recente di fronte a ufficiali militari. «Se non andate nella giungla, la giungla verrà da voi». Si tratta, secondo alcuni analisti, della nascente “dottrina Netanyahu” che impone guerre preventive permanenti, zone cuscinetto e un uso costante della forza come unica vera garanzia di sicurezza. In questo scenario, per necessità esistenziale, Israele non può combattere con le stesse armi e le stesse dottrine di ieri. Quest’anno il parlamento israeliano, la Knesset, ha approvato il bilancio della difesa più alto della propria storia: 350 miliardi di shekel (circa 95 miliardi di euro) destinati a ridurre la dipendenza dai rifornimenti americani e a costruire una filiera industriale militare autonoma. L’intelligenza artificiale è il salto più significativo: l’Unità 8200, il reparto di intelligence elettronica delle Forze armate israeliane (Idf), sviluppa sistemi capaci di analizzare enormi quantità di dati in tempo reale, riducendo il lasso di tempo tra l’individuazione di un bersaglio e la decisione di colpire. Il sistema Arrow 3 sarà collegato a reti satellitari per un rilevamento dei missili balistici ancora più precoce. Illaser Iron Beam promette di rivoluzionare la difesa aerea sostituendo costosi intercettori con colpi ad alta energia. Il sistema Scorpius disturba invece radar e comunicazioni nemiche emettendo fasci elettromagnetici mirati. La tecnologia, però, non risolve né la dipendenza politica né quella operativa. Il Capo di stato maggiore delle Idf, Eyal Zamir, ha avvertito il governo che l’esercito necessita di 15mila soldati in più. «Sto lanciando dieci segnali d’allarme», ha dichiarato. «Di questo passo, Tsahal collasserà su se stesso». E al Senato americano, tre giorni fa, 40 senatori democratici su 47 hanno votato per sospendere le forniture militari a Israele nel pieno di una guerra su più fronti: quella fragile maggioranza che ha respinto le risoluzioni potrebbe non reggere alla prossima tornata. Persino Donald Trump ha già imposto a Netanyahu lo stop ai bombardamenti a Gaza e, venerdì, alle operazioni nel Libano meridionale. L’obice semovente Ro’em – prodotto interamente in Israele e impiegato per la prima volta contro Hezbollah tre giorni fa – indica la direzione intrapresa. Il traguardo è un sistema autosufficiente in cui il ritmo operativo delle Idf non venga condizionato da una votazione a Washington. Boaz Bismuth, presidente della Commissione parlamentare Esteri e Difesa della Knesset, ha identificato un fronte su cui Israele è strutturalmente impreparato: la comunicazione. In un’epoca in cui ogni dichiarazione parlamentare rimbalza simultaneamente sui media di mezzo mondo, le polemiche interne diventano argomenti nelle mani degli avversari per indebolire il fronte diplomatico. Bismuth ha proposto la creazione di un’autorità pubblica indipendente per coordinare una «diplomazia dell’informazione», perché vincere la guerra nell’opinione pubblica globale è ormai parte integrante di qualsiasi strategia militare. La prospettiva, però, non è solo cupa. Il riassetto del Medio Oriente avviato da Trump – dagli Accordi di Abramo alla guerra contro il regime iraniano, dalla nuova alleanza con le monarchie della Penisola arabica alla prospettiva di una normalizzazione saudita-israeliana – potrebbe rendere molte di quelle guerre meno probabili, forse evitabili. Con i danni inflitti all’Iran e se i Paesi del Golfo consolideranno una convergenza strategica con Israele, gli avversari tradizionali si troveranno più isolati di quanto non siano stati in settant’anni. Israele non può pianificare sulla base di questo scenario, ma può lavorare perché si avveri.
«Una follia non continuare ad aiutare l’Ucraina. L’Ucraina sta difendendo l’Europa, ce ne rendiamo conto o no? La difesa dell’Ucraina è una difesa giusta, l’Ucraina sta difendendo i valori europei, la democrazia, lo stato di diritto». Mentre Letizia Moratti sta parlando a Otto e mezzo, ospite in studio di Lilli Gruber, la regia di La7 inquadra perfidamente Massimo Cacciari, in collegamento. L’immagine rappresenta plasticamente la frattura trasversale nella politica italiana: a destra l’ex sindaca di Milano, che difende la sua tesi con pacatezza. A sinistra il filosofo, che si mette le mani sulla fronte, con il capo chino, e a mezza bocca pronuncia un immancabile e disperato «mamma mia». Cacciari contro Moratti, guarda qui il video di Otto e mezzo su La7 I punti di vista dei due interlocutori non potrebbero essere maggiormente agli antipodi. E Cacciari non manca di sottolinearlo con durezza. Quando si parla del viaggio del ministro degli Esteri Antonio Tajani in Libano, apprezzato dalla Moratti, il professore impazzisce: «Ma solidarietà de che? Vuol dire fare almeno quello che abbiamo fatto nei confronti della Russia, fai sanzioni no? Siamo completamente fuori da ogni diritto internazionale e il nostro Paese ha aderito totalmente a questa deriva». «Noi non possiamo parlare solo del nostro Paese», contesta Moratti. «Ma Tajani in Libano, che effetto ha?», «Ha effetto di portare solidarietà a un popolo. Questo ha valore o no?», «Solidarietà pelosa, pelosissima! La solidarietà la fai con la politica, non con atti caritatevoli. Non abbiamo fatto nessuna politica di solidarietà nei confronti dei palestinesi». «Non è vero! - protesta l’ex sindaca di Milano -, noi siamo il Paese che sta ospitando più rifugiati e bambini palestinesi». «Ma questo lo abbiamo sempre fatto!», ripete uno, due, tre, quattro volte Cacciari, che poi se la prende con Giorgia Meloni per il suo rapporto con Donald Trump: «Questo atlantismo fa schifo!». I toni si alzano: «L’Italia non può decidere sulla guerra», puntualizza ancora Moratti. «Ma cosa sta dicendo? - si infervora il prof -. Il governo denuncia alle Nazioni unite, presenta una mozione di condanna dell’intervento, così si fa politica! Anche se le Nazioni unite non contano niente». E forse, almeno su quest’ultimo punto, sono davvero tutti d’accordo. Purtroppo.