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Libero Quotidiano3 ore fa

Iran e Trump, la firma da remoto: Hormuz e nucleare, cosa c'è in gioco

La pace si firma via cavo. Niente cerimonia, niente strette di mano: il premier pachistano Shehbaz Sharif, il mediatore, annuncia sabato l’intesa «entro 24 ore», a distanza. Poche ore dopo il portavoce della diplomazia iraniana Esmaeil Baghaei lo corregge: la delegazione non andrà né in Pakistan né a Ginevra, salvo poi non escludere che accada «nei prossimi giorni». In serata interviene Trump, su Truth: l’accordo è previsto per oggi, e subito dopo «lo Stretto di Hormuz sarà aperto a tutti». I pasdaran negano e criticano l’«insolita insistenza» di Washington. Un alto, e cauto, funzionario americano dà la sigla all’80-85%. Il documento elettronico sarà un memorandum d’intesa, non un trattato. Estende di 60 giorni la tregua e rinvia a negoziati tecnici tutto ciò che conta: riapertura dello Stretto, smantellamento del nucleare, consegna del materiale arricchito, ispezioni. Il funzionario di cui sopra ha ammesso che il memorandum «porta a» quei risultati senza imporli subito. L’uranio altamente arricchito, circa mezza tonnellata al 60%, a un passo tecnico dall’arma, «verrebbe distrutto sul posto e poi portato fuori dal Paese». Ma i dettagli «sono ncora da capire». Si firma un impegno, non un risultato: prima Teheran consegna, poi incassa.   PROTEGGERE L’ARMA C’è un problema in più, e lo ha rivelato la Cnn. Nelle ultime settimane l’Iran ha fatto crollare deliberatamente i tunnel del complesso sotterraneo di Isfahan e ne ha minato gli ingressi: lo hanno riferito cinque fonti dell’intelligence americana. Arrivare all’uranio è ora più difficile e pericoloso di un mese fa, quando Trump valutava un blitz di terra per impossessarsene. È così che Teheran potrà dichiarare di non essere riuscita a recuperare parte del materiale. Il presidente Usa non è preoccupato: «Al momento opportuno, quando tutto sarà calmo, entreremo e recupereremo la polvere nucleare sepolta sotto le montagne di granito, grazie ai nostri splendidi bombardieri B-2». L’uranio, ha aggiunto, sarà diluito e distrutto. Teheran arriva alla firma divisa: sui media gli ultraconservatori parlano di ritirata, di resa mascherata. Il sito Raja News, contrario al negoziato, accusa lo speaker Ghalibaf: «Che razza di trattative di successo sono queste? Il debitore è stato trasformato in creditore». Il nodo sono gli asset iraniani congelati, decine di miliardi depositati in mezzo mondo, dalla Corea del Sud all’Iraq, che Washington valuta di girare agli alleati del Golfo come risarcimento. Il vice ministro Gharibabadi grida all’«insolenza»: i beni dell’Iran non sono bottino di guerra. Trump taglia corto: a differenza di Obama, che versò agli ayatollah anche 1,7 miliardi di dollari in contanti, «non ci sarà alcuno scambio di denaro». I 24 miliardi che il regime reclama indietro, ha calcolato la tv dei dissidenti Iran International, sono quanto la sua cerchia sperpera in un paio di mesi mentre la popolazione è allo stremo.   LA CRISI ECONOMICA Tra conti congelati, bancomat spenti, applicazioni in tilt, altre otto banche sono a rischio. A fine 2025 è stata sciolta la Ayandeh Bank, una delle maggiori, e la Banca centrale si è portata dietro 5,1 miliardi di dollari di perdite. Le esportazioni di greggio sono crollate dell'89% in due mesi, da 1,9 milioni di barili al giorno a meno di 100mila. E poi c’è Khamenei da seppellire. Gli ayatollah hanno annunciato i funerali del leader ucciso il 28 febbraio nel primo raid israelo-statunitense: dal 4 al 9 luglio, da Teheran a Mashhad, al santuario dell’Imam Reza. La sepoltura, prevista a marzo e rinviata a causa del conflitto, cade in pieno Muharram, il mese del lutto sciita. Il regime ha già il copione: convocare folle imponenti dallo zoccolo duro, il 10-15% della popolazione; far riecheggiare la propaganda della “vittoria” da Teheran alle capitali europee; blindare la successione di Mojtaba, “il principe ombra”, camuffando il passaggio dinastico da onda di dolore nazionale. Un’incoronazione travestita da esequie. I dubbi sul memorandum, però, pesano. A quanto si sa, il programma missilistico iraniano è fuori dal tavolo. Niente si sa sulla fine che toccherà ai proxy di Teheran. E un sollievo anche solo temporaneo dalle sanzioni, i 60 giorni di tregua, rischia di concedere tempo al regime, con uno Stretto comunque conteso per gli armatori e meno leva negoziale a Washington. La Foundation for Defense of Democracies ha messo in guardia da una scorciatoia: trattare Teheran come Caracas. La Repubblica islamica è corrotti come i narcocapitalisti venezuelani, ma combatte una guerra di religione. Da domani il dossier passa a Èvian, dove si apre il G7. Trump vedrà Macron e, separatamente, i leader di Qatar, Emirati, Egitto e India. All’ordine del giorno, lo sminamento di Hormuz, che Londra, Parigi e Roma si sono già offerte di bonificare, a guerra sospesa. Il tycoon, intanto, ha ottenuto in pochi mesi ciò che quarantacinque anni di diplomazia americana non avevano saputo: la cupola militare del regime è decimata, l’economia è a pezzi, l’Iran non è mai stato così isolato. Un paio d’anni fa montava droni nel cortile di casa degli americani, in Venezuela. Ora fa crollare i tunnel sopra il proprio uranio.

Libero Quotidiano3 ore fa

Vannacci non fa entrare Ivan Grieco, inviato di Fedez

«Gli attacchi alla stampa del generale Vannacci rappresentano una deriva un po' assurda che ricorda periodi bui della nostra storia». A dirlo è Ivan Grieco, inviato di “Pulp Podcast” - condotto da Fedez e Mr. Marra - a cui è stato negato l’accredito alla convention di Futuro Nazionale. Grieco aveva denunciato sui social l’accaduto: «Si tratta di episodi abbastanza gravi, al di là delle simpatie o antipatie. Ha deciso di non farmi entrare con la scusa che avevo partecipato ad un evento di Rizzo con la bandiera europea e dell’Ucraina per una manifestazione pacifica», ha ricostruito Grieco secondo cui il generale si sarebbe indispettito anche per le troppe domande su Medio Oriente e Ucraina che Grieco gli aveva sottoposto durante il suo programma online “La Miniera”. Lui però non si dà per vinto: «Prima o poi dovrà tornare ad un comizio pubblico e spero tanto che in quell’occasione non sfuggirà alle mie domande».

Libero Quotidiano3 ore fa

Meloni e centrodestra, la "risposta" a Vannacci: chi hanno mandato all'assemblea del generale

A Roberto Vannacci va dato atto di aver invitato all’assemblea costituente di Futuro Nazionale tutti i leader politici dell’emiciclo. Non si sa se più per cortesia istituzionale o come provocazione. Fatto sta che al debutto del partito non si è presentato nessuno. O meglio, nessun leader e nessun “big”. Né di centrodestra, né tantomeno del campo largo. Va altrettanto detto che chi c’era, un po’ per curiosità un po’ per rappresentanza, dopo la convention ha voluto tenere la bocca cucita. All’Auditorium della Conciliazione di Roma qualche volto noto non è mancato, soprattutto della politica romana. In platea c’era l’assessore alla Sicurezza della Regione Lazio, Luisa Regimenti. Ex europarlamentare leghista, ora è ai vertici di Forza Italia a Roma. Interpellata da Libero però, l’assessore non ha voluto rilasciare dichiarazioni. Così come nel “no comment” si è rifugiato Marco Perissa, deputato e coordinatore di Fratelli d’Italia nella Capitale. Anche l’ultimo segretario del centrodestra romano, il leghista Angelo Valeriani, non si è espresso. Nel centrodestra, insomma, non c’è molta voglia di parlare del generale. Che sia una strategia calcolata o decisioni personali, la questione di fondo pare chiara: nessuno vuole sbilanciarsi in attesa che siano Meloni, Salvini e Tajani a sciogliere il nodo. Di certo, chi al momento non vuole proprio sentir parlare del generale è la Lega. «In un anno e quattro mesi si possono fare tante cose, l’importante è non inseguire chi ha tradito una volta», ha commentato il viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Edoardo Rixi, intervistato da Bruno Vespa al Forum in Masseria. «Io sul tema di Vannacci son preoccupato perché il centrodestra dovesse prendere Vannacci rischia nel 2028 di avere un problema politico interno. Chi tradisce una volta - ha concluso Rixi - tendenzialmente tradisce sempre». A derubricare la questione è stato invece il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani: «Io non ho paura mai di nessuno. Non mi occupo degli altri, cerco di occuparmi insieme a tutta la nostra grande squadra di quello che dobbiamo fare noi a cominciare da un’azione forte per ridurre la pressione fiscale. A noi interessano i problemi dei cittadini. Gli altri facciano ciò che vogliono». Tra gli azzurri, chi proprio non vorrebbe Vannacci è il governatore della Calabria, Roberto Occhiuto: «Riconosco al generale coraggio e intuito politico nell'occupare uno spazio libero. Fuori dalla coalizione crescerà, ma dentro crescerebbe ancora di più, spostando a destra l'asse dell'alleanza. Decideranno ovviamente Meloni, Tajani e Salvini, ma il mio consiglio non richiesto è tenerlo fuori», ha detto in un’intervista al Messaggero. Ad ogni livello, quindi, la parola d’ordine nel centrodestra pare “cautela”. Alle elezioni politiche manca ancora almeno un anno e la partita delle alleanze, a destra come a sinistra, pare ancora lunghissima.

Libero Quotidiano3 ore fa

Vannacci balla da solo? "Mai parlato di adesione al centrodestra"

L’orgoglio dei «figli di nessuno», di quelli che gli altri considerano «feccia», «scarto». Ma solo perché, è il sottinteso, hanno il coraggio di dire quello che gli altri pensano e non dicono. Tipo: sì alla “remigrazione”, no all’Europa “scatafascio” di Mario Draghi, ma anche di Von der Leyen, sì al sovranismo («l’Italia agli italiani»). È questo, in sintesi, il marketing politico di Roberto Vannacci. Futuro Nazionale si struttura in forza politica all’Auditorium della Conciliazione, dove ieri ha aperto la due giorni di assemblea costituente. In platea 1500 delegati. Il suo manifesto lo presenta così: «Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e siamo fierissimi di esserlo». Si comincia tra bandiere, magliette nere con il logo FnV, inno d’Italia. Respinge i suoi legami con la Russia: «Io filorusso? Una fuffa». Attacca Forza Italia che «vota con Pd, Avs, M5S». Aggiunge: «Non sono io la stampella della sinistra», ma gli esponenti di FI e il loro leader, Antonio Tajani. Li definisce «utili idioti».   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48152583]] Qualcuno spera di ricondurlo a «più miti consigli»? Risposta: «O con noi di Futuro nazionale, guardiani del sovranismo e garanti della cittadinanza, oppure con Draghi, Von der Leyen, le multinazionali e il globalismo». Gli altri lo attaccano? Lui ignora e riparte dalla «sporca dozzina», il pugno di parlamentari che lo ha seguito. «L’Italia agli italiani», urla dal palco, perché «noi non ci vergogniamo di dirlo». La stampa resta fuori dalla sala. Altro modo per segnare una distanza dagli «altri», lucrando sul politicamente scorretto, sui «resti», sugli esclusi.   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48152593]] Nessun leader degli altri partiti è venuto, nonostante siano stati invitati. Segno di un isolamento che, però, il generale ribalta a suo vantaggio, seguendo la logica dei «figli di nessuno». Non sono venuti? «Problemi loro», risponde. «Io per educazione ho invitato tutti. Sarebbe stato corretto secondo me rispondere e partecipare anche solo per un saluto... Ma l’assemblea va avanti ugualmente». Ringrazia però le terze e quarte file di Fratelli d'Italia, Lega e Forza Italia che si sono viste. Sull’alleanza con il centrodestra gioca a fare il corteggiato: «Non ho mai parlato di adesione al centrodestra. È il centrodestra che ne parla, sembrano siano aspettative del centrodestra». Anzi, è lui che pone le sue «condizioni, le linee rosse» per aderire: dall’immigrazione alla sicurezza, e «chi vuole salire sulla barca ci sale. Non è una mia istanza. Le mie posizioni non le ammorbidisco e non le cambio». Si fa forte dei sondaggi: «Ancora prima di nascere Futuro nazionale è al 5%. Siamo il sestante che riporta l’alleanza del centrodestra che è andato alla deriva nella giusta direzione». Meloni lo accusa di aiutare la sinistra? «Se avrà una domanda da fare me la rivolgerà direttamente e avrò il piacere di risponderle». Per il resto si concentra sui suoi temi: immigrati. La loro «sola libertà» è «quella di essere rimpatriati». Perché «i diritti civili e sociali gli europei se li sono conquistati con il sangue di chi ha lottato. Gli altri non vengano ad elemosinarli a casa nostra», dice. E rivendica di aver “sdoganato” la remigrazione, nel giorno in cui è previsto il corteo di Casapound.   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48152998]] «Io condivido una buona parte della proposta fatta. Che viene dal basso. Qualcuno dice “sono fascisti” e allora? Non mi interessa chi porta a tavola la pasta». Ancora: «Prima remigrazione non si poteva dire, adesso il termine remigrazione», si vanta, «è entrato nell’uso comune, anche grazie a me». Quanti migranti possono entrare? «La mia concezione è che non ne deve entrare nessuno» salvo «eventuali deroghe» perché, secondo l’ex generale, «erodono lo stato sociale», anche se le statistiche restituiscono una fotografia diversa. Il principale imputato sotto accusa, però, è l’Unione europea su cui si deve «cambiare rotta»: «Certamente l’ingresso nell’euro non ci ha portato bene. È difficile» uscirne, ma «dobbiamo cominciare a prendere in esame una soluzione». «L’Europa, dopo trenta anni, è allo scatafascio. Qualcosa dobbiamo fare». Ribadisce il suo “no” alla corsa al riarmo europeo: «È un feticcio per rilanciare l’industria, specie tedesca, che è affossata dal green deal». Poi si concede, brevemente, ai giornalisti.

Libero Quotidiano5 ore fa

Quel filo rosso che lega la sinistra alle sue ossessioni

A Roma il sindacato dei giornalisti Rai Usigrai ha protestato per la presenza di stand dell’esercito e della polizia all’annuale giornata in cui i dipendenti possono portare i figli a visitare gli studi del centro di produzione di Saxa Rubra perché così “si militarizza la Rai”; a Napoli una scuola, in barba alle ultime direttive, ha deciso di dare lo stesso voto in tutte le materie a tutti i ragazzi della stessa classe perché altrimenti la scuola diventa “selettiva e anticostituzionale”; in Puglia, l’arcivescovo di Vieste ha aderito a una petizione di politici e intellettuali per escludere lo scrittore israeliano Eshkol Nevo dal festival letterario “Libro Possibile” nonostante egli sia uno degli intellettuali più critici e ostili alle politiche di Netanyahu («mi vergogno di fronte all’orrore da lui provocato»). C’è un filo neppure troppo sottile che lega queste tre apparentemente marginali storie che la cronaca ci offre nelle ultime ore. E non mi riferisco all’ondata di caldo torrido che ha invaso l’Italia e che è accertato possa provocare stati di confusione mentale. No, qui purtroppo il caldo non c’entra, qui si tratta di una paranoia cronicizzata in una certa cultura di sinistra continuamente in cerca di prove di un imminente pericolo per la democrazia e per la Costituzione. Da che mondo è mondo gli stand della polizia alle feste di ogni ordine e grado sono assai apprezzati dai bambini e ritenuti educativi da chiunque abbia un minimo di sale in zucca; valutare ognuno per il suo valore è universalmente ritenuta la base di qualsiasi metodo educativo; ritenere ogni israeliano colpevole delle azioni di Netanyahu a prescindere da come questi la pensi vuole dire essere ben più razzisti del primo ministro israeliano. Ma niente, non c’è modo di riportare non dico alla ragione ma almeno al buon senso chi vive di ossessioni e fa dell’odio la sua ragione d’essere. Mi affido a una frase di Emmanuel Macron, uno che la sinistra l’ha ben conosciuta e a lungo frequentata: «La sinistra classica è una stella morta. L’ideologia della sinistra classica non permette di pensare al reale per come è». E se lo dice lui, c’è da crederci.

Libero Quotidiano7 ore fa

4 di Sera, la dem De Micheli zittisce la firma di Repubblica: "Dispiaciuta per Meloni"

Niente da fare. La sinistra non riesce a chiedere scusa per i suoi scivoloni non solo in Parlamento, ma pure in tv. A 4 di Sera, su Rete 4, è ancora freschissima la terribile battuta sessista e oscena di Francesco Silvestri, deputato del Movimento 5 Stelle che alla Camera ha parlato di una Giorgia Meloni «con le ginocchiere per stare più comoda» davanti a Donald Trump. Ne è nata una bufera politica, con Fratelli d’Italia furiosa e M5s e Partito democratico che hanno fatto spallucce, accusando addirittura il centrodestra di strumentalizzare. Riflessi pavloviani, in aula e fuori. Basta ascoltare le parole di Matteo Pucciarelli, firma di Repubblica, che in studio ospite di Francesco Vecchi parte con una premessa: «Sinceramente non avrei mai usato questa espressione, perché è fraintendibile. Chiaramente si parlava di rapporti con Israele e con gli Stati Uniti, il riferimento è al suddito che si inginocchia al sovrano, questo era il senso». Poi però condanna non Silvestri, bensì Meloni: «Ci vedo però anche tanto vittimismo da parte sua, appena ha l’occasione si trasforma e si racconta come la Calimero insultata. Chiaramente, ripeto, è una battuta infelice ma il senso era chiaro. Non riesco davvero a immaginarmi che il senso potesse essere diverso». Forse, se a pronunciare quella frase fosse stato un deputato di FdI contro Elly Schlein, l’avrebbe immaginato più facilmente. Anche a lui allora sono indirizzate le parole chiare e nette di Paola De Micheli, in collegamento con il talk. L’onorevole dem è una delle poche, nelle opposizioni, a prendere le distanze dal collega grillino: «Non esiste una donna che abbia un minimo di esposizione pubblica o che abbia avuto degli incarichi non solo istituzionali, magari anche aziendali che purtroppo non abbia dovuto passare questo tipo di battutismo, offensivo della nostra dignità di donne. Ne abbiamo viste e sentite di tutti i colori e non ho visto tantissimi colleghi sperticarsi, diciamo, in solidarietà. Io invece sono molto dispiaciuta perla Meloni che peraltro avevo incontrato anche con una certa, diciamo, simpatia proprio il giorno prima alla Confcommercio e tra donne e mamme avevamo fatto le nostre solite chiacchiere da donne che non meritano di essere trattate in questo modo».   "Non esiste una donna che abbia un minimo di esposizione pubblica e che non abbia dovuto passare attraverso le battute sessiste" #4disera News pic.twitter.com/vqTSG0VBzM June 11, 2026

Libero Quotidiano7 ore fa

Sanchez e Spagna, lì bisogna guardare per capire il rischio Islam

Il Papa ha visitato la Spagna, che fu invasa dai musulmani nel 711 d.C. ed è stata per otto secoli sotto il dominio islamico, e lì ha esaltato il dialogo fra cristiani e musulmani di quell’epoca. È ovvio che ci siano stati rapporti, ma restavano sempre invasori e invasi. Leone XIV, il cui Stato vaticano è circondato da alte mura che impediscono ogni ingresso illegale, ha poi aggiunto che i popoli occidentali devono fare a meno dei muri: «la sicurezza, che troppo spesso ci illudiamo venga dalle armi e dai muri, matura piuttosto nell'imparare a fare strada con l'altro, a crescere insieme, fianco a fianco». Tutto questo in un Paese che, dopo otto secoli di dominio musulmano, ha riconquistato la sua libertà solo con le armi, con quella Reconquista che si concluse nel 1492 e che rappresenta la sua epopea nazionale. Senza di essa la Spagna sarebbe oggi islamica: un’appendice del Marocco. Molti spagnoli sono rimasti sconcertati dalle parole del Pontefice, non ritrovando in esse quella Chiesa che, per secoli, con diversi Papi, sostenne attivamente la liberazione, cioè riconquista cristiana, sia dal punto di vista culturale e religioso che pratico, finanziario e militare. Alla base delle parole di Leone c’è una memoria storica superficiale? Più probabilmente c’è un’ideologia multiculturale che ritiene un bene, per i popoli europei, perdere la propria identità. Il dilagare dell’immigrazione islamica, con la progressiva islamizzazione dell’Europa, non sembra preoccuparlo. Infatti Leone XIV in Spagna, all’opposto di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, ha messo in guardia dalla difesa della propria identità (ha parlato di pericoloso “approccio identitario”). Tutte le ideologie della dissoluzione dell’Occidente ripetono il mantra anti-identitario che ovviamente vale solo per noi occidentali, non per i nuovi arrivati: le loro culture e i loro costumi, secondo il pensiero woke, devono perdurare. Alla fine prevarranno su nazioni che hanno buttato al macero la propria identità. Le invasioni musulmane, storicamente, sono cominciate anche dalla debolezza identitaria dei Paesi invasi. E sono state fermate da popoli certi della propria identità, con un’opposizione risoluta e armata (anche dei Papi): a Vienna e a Lepanto. Ma l’Islam è comunque arrivato ai Balcani e ha occupato la Sicilia per 264 anni, dall’827 al 1091. Finché l’isola fu liberata dai Normanni con il sostegno e la benedizione del Papa Niccolò II. Nel libro L’Europa prima delle crociate (Ares), Alberto Leoni ricostruisce l’invasione della penisola iberica: partì dalle divisioni politiche fra i capi Goti. Pare che sia stato il governatore di Ceuta che per primo fece trasportare guerrieri berberi di là dallo stretto. Poi i musulmani dilagarono anche grazie alla complicità di nobili visigoti. In sei anni presero tutto eccetto la fascia del Nord. Dal 720 i musulmani varcarono i Pirenei e conquistarono il meridione francese. Puntavano al nord, ma a Tours e Poitiers furono sbaragliati dai Franchi di Carlo Martello. Iniziava la dinastia carolingia e con essa l’alba del Sacro Romano Impero. I musulmani si ritirarono dietro ai Pirenei. La liberazione completa della penisola iberica era cominciata dal piccolo regno cristiano del nord della Spagna che, con Pelayo, aveva resistito ai musulmani in nome della fede cristiana. Ci vollero poi secoli per liberare tutta la penisola. L’Islam non è cambiato. Il mondo cristiano sì. L’Europa, in parte, ha perso la sua fede e la Chiesa, da qualche anno, ha guide inadeguate o poco consapevoli. www.antoniosocci.com

Libero Quotidiano8 ore fa

Onorato lancia il settimo centrino: campo largo da ridere

Sono sette. I maligni dicono “come i sette nani”. Ma, senza esserlo, il conto delle iniziative centriste in piedi è questo. Da ieri si è cristallizzato ancora meglio, con la trasformazione di Progetto civico, l’associazione di Alessandro Onorato, assessore capitolino ai Grandi Eventi, in partito. Riusciranno a riunirsi e a raggiungere il risultato, il 7,8%, ottenuto alle ultime elezioni politiche da Carlo Calenda e Matteo Renzi insieme? È la domanda che in tanti si fanno, al momento senza risposte. Il primo centro è dunque quello di Onorato, fatto da amministratori civici e sponsorizzato da Goffredo Bettini, regista di tanti sindaci della Capitale, amico di Giuseppe Conte e tra i primi a teorizzare la necessità di una quarta gamba centrista. Tentativo che i riformisti del Pd (Alessandro Alfieri) hanno paragonato agli “indipendenti del Pci”. Il sospetto, infatti, è che l’operazione punti sì a raccogliere voti di centro, ma anche, in caso di primarie, a sostenere Conte contro Schlein, nella convinzione che sarebbe il più adatto per Palazzo Chigi. Per il momento Onorato, che ieri ha ringraziato Bettini, si dice pronto a partecipare alle primarie: «Qualora ci fossero è evidente che qualcuno del Progetto Civico Italia ne farà parte. Siamo un valore aggiunto per la coalizione, serve una alleanza larga per vincere». Se poi si dovessero fare primarie a doppio turno, i suoi voti al ballottaggio potrebbe confluire su Conte, sempre prodigo di elogi nei suoi confronti. Il secondo centro è quello che sta provando a costruire Ernesto Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate: i comitati Più Uno. Tramontato il progetto di essere lui il federatore del centrosinistra, Ruffini coltiva il suo spazio. Nel centrosinistra, ma non nel Pd. E nemmeno in Casa Riformista, il progetto di Matteo Renzi, o nel contenitore di Onorato. Dalla sua ha, però, un’arma che l’assessore capitolino non ha. In caso di elezioni politiche, può presentarsi con Bruno Tabacci che lo sostiene e che possiede già un simbolo, Centro Democratico, presente in Parlamento e dunque gli garantisce la possibilità di presentarsi alle elezioni senza dover raccogliere migliaia di firme (lo ha già fatto con Luigi Di Maio e prima con Emma Bonino). Se ci saranno le primarie, Ruffini si presenterà. Diversamente, potrà andare da Schlein offrendole la possibilità di presentare una lista che, portasse anche l’1 o il 2%, potrebbe essere decisiva, vista la quasi parità tra gli schieramenti. Poi c’è Renzi, impegnato a costruire Casa Riformista. Sperava in Silvia Salis, ma la sindaca di Genova per ora non vuole mettersi in gioco. Sta provando con Giorgio Gori, che, uscendo dal Pd, potrebbe essere il front-men dell’operazione. Di tutti i tentativi in atto, è sicuramente quello con una infrastruttura più organizzata, dal momento che Italia Viva ha una rete in tutto il Paese e due gruppi in Parlamento. Manca, però, un volto che la interpreti (Renzi vuole fare il regista, non il primo attore) e presenze che vadano oltre Italia Viva. Per ora, l’unica forza che potrebbe starci è una parte di +Europa, quella rappresentata da Benedetto Della Vedova. Quindici sono Graziano Delrio e Paolo Ciani. Delrio è espressione di quel cattolicesimo popolare vicino a Pierluigi Castagnetti, fondatore del Pd, Ciani di Sant’Egidio, presenza da anni vicina al centrosinistra. Hanno fatto varie iniziative insieme, ma ancora non hanno deciso se uscire dal Pd, dando vita a un soggetto nuovo, o se restare. Poi ci sono i centri riformisti, ma che non vogliono stare né a sinistra, né a destra: Azione di Carlo Calenda, ora anche Spazio Pubblico, la nuova associazione di Pina Picierno, uscita dal Pd, i liberal democratici di Luigi Marattin. Se guardiamo anche a destra, si aggiunge Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. In Transatlantico gira un calcolo: se i partiti al centro dei due poli, anche divisi, riuscissero ad arrivare al 17%, le due coalizioni non raggiungerebbero la soglia del 42%, necessaria per ottenere, nella nuova legge elettorale, il premio. Quindi, farebbero da ago della bilancia di un possibile governo. Si aggiunge, per Schlein, un nuovo problema: l’articolo 8 dello Statuto prevede che il congresso sia indetto «sei mesi prima della scadenza del mandato del segretario in carica». Cioè il 26 agosto, visto che è stata eletta il 26 febbraio 2023. Si potrebbe rinviare e si rinvierà. Ma per farlo occorre un voto dell’assemblea nazionale. Le servirà fare un accordo con la minoranza che chiederà due condizioni: un numero sostanzioso di deroghe per i 37, tra Camera e Senato, che hanno raggiunto il limite dei tre mandati e non possono ricandidarsi e un numero congruo di seggi sicuri.

Libero Quotidiano8 ore fa

Laura Ravetto, l'addio al centrodestra e la mancata nomina da 1,7 milioni di euro

Uno, nessuno, un milione 680mila. Come gli euro che Laura Ravetto, ex Forza Italia, ex Lega e da poco con Vannacci avrebbe incassato in sette anni, dallo scorso gennaio, se avesse ottenuto la presidenza di Arera, l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente, ma la sua candidatura è stata ritenuta inadeguata e quindi l’onorevole, su mandato della Lega, ha dovuto continuare «a difendere in tivù certe cazzate» – l’ha scritto lei su Instagram – a soli 111mila all’anno, mezzo milione da inizio legislatura, circa la metà dei 240mila ogni 12 mesi che avrebbe percepito da presidente di Arera. Comunque se difendeva «certe cazzate» pure durante la legislatura precedente, almeno da quando a novembre 2020 è passata da Berlusconi a Salvini, alla recita vanno aggiunti 200mila euro, il che porterebbe il totale del collegio di difesa a circa 700mila, meglio di niente.   VELENI Chiariamo: la Ravetto (qualche maligno lo sostiene) non ha lasciato la Lega né la maggioranza perché una parte della stessa maggioranza non l’ha voluta in Arera reputando il curriculum insufficiente. Le motivazioni del polemico addio sono politiche, e ci sta di cambiare idea, anche diverse volte. L’altro giorno alla Camera Ravetto ha dichiarato che Futuro Nazionale non vota la fiducia al governo «non per fare un favore alla sinistra, ma perché il governo ha tradito la fiducia degli elettori», gli stessi che per sua ammissione Ravetto ha preso per i fondelli centinaia di volte, la stima delle sue presenze nei talk show. Ravetto, oggi nel Gruppo (fritto) Misto – lo stesso di Soumahoro il quale però non ha mai ammesso di aver riferito balle per conto della Bonelli&Fratoianni – dicevamo che la deputata ha risposto con un “post” a chi l’ha accusata di voltagabbanismo, o voltagabbanesimo, religione che ha diversi fedeli che a differenza della Ravetto difettano in sincerità. «Avete ragione!», ha scritto, «infatti il problema era prima quando la Legami mandava in tv a difendere certe cazzate! 6.700 rimpatri annui sono una miseria (si fidi, lo pensano tutti pure in Lega, pure quello che ha girato il video)», e spieghiamo subito.   SPETTACOLO Prima il seguito del “post”: «Finalmente ora sono libera! Libera di dire la verità! E soprattutto libera di sperare che Vannacci arrivi al governo e faccia ciò che questa destra finta non sa fare». Il post della deputata della Repubblica, inteso come l’istituzione, è stato impreziosito da un paio di “faccine” che ridono. Veniamo al tragicomico video pubblicato dalla pagina “Abolizione del suffragio universale”. Nella parte alta (gennaio ’25) c’è la Ravetto all’Aria che Tira (La7). «Però bisogna essere obiettivi: «Con Piantedosi, con questo governo, gli sbarchi quest’anno sono stati 66mila, e i rimpatri sono aumentati negli ultimi tre anni, per ogni anno, del 20%, e quest’anno sono stati 7mila. Con la sinistra», continua Ravetto, citando numeri corretti, «al massimo eravamo arrivati a 4mila». Stop, pausa teatrale direbbe Elly. Comincia la parte sotto del filmato, datata giugno ’26: «Siamo onesti, la presidente Meloni ha fatto un post in cui ha scritto “più 50% dei rimpatri nel 2025 rispetto al 2022”», e l’onorevole cadenza le parole con ampi gesti e storpia la voce. «Sì, tuttavia», prosegue, «i rimpatri effettuati nel 2025 sono stati circa 4.700, meno di 400 al mese, e se ci aggiungiamo i rimpatri volontari siamo a 6.700, un’efficacia espulsiva pari a meno del 10% dei flussi. E allora», questa la chiosa teatrale, «il 50% in più di ben poco, rimane ben poco, e l’Italia rimane tra gli ultimi Paesi in Europa per rimpatri... altro che», sempre leggendo sul foglio, «sremi... remigr... remigrazione!». Il finale è degno dell’inizio: «Pur di non dare ragione a Vannacci e a Futuro Nazionale state smentendo addirittura voi stessi». Su Instagram l’onorevole ha pubblicato una “storia” che riprende un articolo di Repubblica: “Parla Ravetto, Fdi e Lega lasciano l’aula”. Ravetto ha commentato aggiungendo la scritta “Tutte medaglie”. Un’altra l’ha conquistata ieri quando è riuscita a farsi sbertucciare perfino dalla Piccolotti in Fratoianni, la stessa che alla Camera si è lagnata perché un giorno s’è dovuta svegliare alle 6 per essere in aula alle 8: «Chi recitava ieri, certamente sta recitando anche oggi e reciterà domani». Dopo le medaglie il Premio Oscar.

Libero Quotidiano11 ore fa

'Atteggiamenti infantili' su Camera con Vista su La7 di Alexander jakhnagiev

Libero Quotidiano11 ore fa

Imbraguglio "Obiettivo evento Optimum stare con investitori in un modo nuovo"

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Libero Quotidiano11 ore fa

Occhiuto "Mezzogiorno ecosistema favorevole alla crescita degli investimenti"

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Libero Quotidiano12 ore fa

Iran, Pompeo "Serve che il regime cada, alimenta tutti i conflitti in M.O."

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Libero Quotidiano12 ore fa

Gozzi "Fondamentale canalizzare il risparmio verso progetti industriali"

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Libero Quotidiano13 ore fa

Toscana, neuropsichiatrica urgente psichiatrica fissata per il 2028: scandalo-sanità Pd

"Una visita di neuropsichiatria infantile richiesta da una madre per il figlio a Massa, classificata come urgente, e da effettuare entro 30 giorni, è stata invece fissata addirittura a marzo 2028. Siamo di fronte a un fatto gravissimo e inaccettabile che certifica, ancora una volta, il fallimento della gestione della sanità toscana da parte della sinistra". Lo denuncia Marco Guidi, consigliere regionale di FdI con una nota in cui ricorda "la drammatica carenza di neuropsichiatri infantili all'interno del sistema sanitario regionale". "Una mancanza - prosegue - che compromette non solo l'accesso alle visite specialistiche ma anche la continuità delle terapie necessarie per tanti bambini e ragazzi con fragilità e disturbi del neurosviluppo. Le famiglie vengono lasciate sole e costrette a affrontare attese incompatibili con qualsiasi esigenza di cura". "Fa ancora più rabbia sentire il presidente Eugenio Giani continuare a sostenere che il modello sanitario toscano funzioni. La realtà racconta tutt'altro - lo accusa Guidi -: liste d'attesa fuori controllo, personale insufficiente e cittadini che vedono negato un diritto fondamentale come quello alla salute".   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48139672]] "Chiedo all'Asl Toscana Nord Ovest - prosegue l'esponente massese di Fratelli d'Italia - di intervenire immediatamente per verificare questo caso e individuare una soluzione tempestiva, garantendo la prestazione nei tempi previsti dalla prescrizione medica. Non è accettabile che una visita urgente venga rinviata di quasi due anni". "FdI - conclude - continuerà a vigilare e a denunciare queste situazioni, perché dietro ai numeri ci sono bambini, famiglie e persone che meritano risposte concrete, non propaganda".   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48153970]]

Libero Quotidiano14 ore fa

La manifestazione Antifascista in via dei Fori Imperiali a Roma vista dall’alto

Libero Quotidiano14 ore fa

Affari Tuoi, vergognoso attacco ad Andrea: "Vestito col sacco dell'immondizia"

Oggi, sabato 13 giugno, è andata in onda una nuova puntata di Affari Tuoi, il game show di Rai 1 condotto da Stefano De Martino. A inizio trasmissione, il padrone di casa ha dato il benvenuto alla nuova pacchista in rappresentanza della Regione Emilia Romagna. Lei si chiama Jessica, viene dalla provincia di Bologna e nella vita fa l'assistente. Il nuovo concorrente della serata, invece, è il pacchista in rappresentanza della Regione Friuli Venezia Giulia. Lui si chiama Andrea, viene da Udine e nella vita lavora nel settore ortofrutticolo. Ha deciso di partecipare insieme alla sua compagna. Lei si chiama Elena, anche lei viene da Udine e nella vita fa l'estetista. Insieme hanno giocato col pacco numero 13.   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47556250]]   Intanto sui social, tantissimi telespettatori si sono fiondati su X per commentare insieme la puntata: "La storia di Andrea e della sua compagna... uno dei racconti più lunghi che ho sentito in questa edizione, con dovizia di particolari", "ma se vinci la ballerina o gennarino te li porti a casa?", "Andrea è foffosissimo ed Elena meravigliosa", "Ma l hanno vestita con i sacchi dell'immondizia???".   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47281988]]

Libero Quotidiano14 ore fa

Patrimoniale, "in silenzio a Palazzo Chigi": Giuseppe Conte svela il retroscena

"La patrimoniale l'ho studiata in silenzio quando ero a Palazzo Chigi, ma poi l'ho buttata via". Lo ha detto il presidente del Giuseppe Conte intervenendo a Repubblica delle Idee a Bologna. "È un tema che sta diventando molto ideologico, ma bisogna confrontarsi con la realtà. Paesi come Svezia, Austria, Finlandia, Francia e Olanda hanno abolito la patrimoniale perché non portava risorse sufficienti e creava enormi problemi applicativi". Secondo l'ex presidente del Consiglio, una delle principali criticità riguarda proprio la valutazione dei patrimoni. "Per fare una patrimoniale bisogna prima di tutto quantificare il patrimonio - ha spiegato l'ex avvocato del popolo -. Si aprono contenziosi infiniti con studi legali agguerriti e si rischia anche di far scappare investitori e capitali". Per questo il leader del Movimento 5 Stelle ritiene che la strada da seguire sia diversa. "Noi abbiamo bisogno di una redistribuzione vera, non di misure simboliche. Banche e aziende energetiche hanno accumulato circa 200 miliardi di utili. Chi ha coraggio sa dove andare a prendere le risorse".   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48134404]] Giuseppe Conte ha quindi attaccato il governo di Giorgia Meloni accusandolo di non aver affrontato il tema degli extraprofitti. "Quel coraggio il governo Meloni non l'ha mai avuto", ha concluso l'ex presidente del Consiglio.   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48154102]]

Libero Quotidiano14 ore fa

Occhiuto "Mezzogiorno ecosistema favorevole alla crescita degli investimenti"

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Libero Quotidiano14 ore fa

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Iran, Pompeo "Serve che il regime cada, alimenta tutti i conflitti in M.O."