Il Partito democratico "non è più il mio partito". Pina Picierno lascia i dem, in contrapposizione totale con la segretaria Elly Schlein e la sua linea massimalista. L'europarlamentare e vicepresidente del Parlamento europeo, dopo mesi di frizioni interne e interviste critiche, annuncia al Foglio la sua uscita polemica. Dopo l'addio di Marianna Madia, un'altra big dell'area riformista del Nazareno, dunque, strappa. Non un bel segnale per Schlein, sempre più sdraiata sulle posizioni di Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. E altre fuoriuscite si attendono nelle prossime settimane, quando si cominceranno a mettere a terra le possibili candidature alle prossime politiche del 2027. Tra gli esponenti che soffrono di mal di pancia più evidenti molti fanno il nome dell'ex ministro renziano Graziano Delrio. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47883094]] Proprio a quella scadenza guarda in realtà Picierno: "La casa dei riformisti non c'è più - dice la ormai ex eurodeputata democratica -. E' ora di lavorare a qualcosa di nuovo per vincere le elezioni". Con chi, e come, non è ancora chiaro. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47954547]] Certe invece sono le accuse, pesantissime, a Elly e al campo largo: "Non si può essere ambigui con il fascismo putiniano e gli estremismi". Così, nero su bianco. Fonti vicine alla vicepresidente del Pe hanno spiegato all'agenzia Ansa che Picierno aderirà al Partito Democratico europeo, del quale è segretario Sandro Gozi, anche lui ex democratico e "macroniano", e che all'Eurocamera milita nel gruppo Renew. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47963643]] In Italia, invece, non si sono in ballo le due piste più ovvie: Italia Viva del suo ex mentore Matteo Renzi e Azione di Carlo Calenda, anche se quel "qualcosa di nuovo" lascia intendere che stia bollendo qualcosa nel calderone dei cosiddetti moderati. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47963651]]
Al termine di un approfondito supplemento di indagine la Procura generale di Milano è giunta alla conclusione che Nicole Minetti ha tutti i requisiti per accedere alla grazia concessale dal Presidente della Repubblica. Pertanto - scrive la procuratrice Nanni - l’inchiesta giornalistica del Fatto Quotidiano che sosteneva il contrario è totalmente infondata oltre che basata su alcuni falsi. Insomma, il presunto scoop che tanto ha fatto discutere si è rivelato un amo avvelenato al quale hanno abboccato politici e giornalisti di primo piano. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48001483]] Basterebbe rivedere uno spezzone della puntata su La7 di DiMartedì del 28 aprile in cui Massimo Gramellini, grande firma del Corriere della Sera, e il conduttore Giovanni Floris si sperticano in lodi al Fatto Quotidiano, deridono la Minetti e chi l’ha graziata, emettono sentenze definitive; basterebbe rivedere l’altro campione di giornalismo etico Sigfrido Ranucci che ospite di Bianca Berlinguer ha provato a coinvolgere su “voci in attesa di conferma” nel fango sparso dal Fatto pure il ministro Nordio. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48007368]] Perché il caso Minetti non è solo un grave incidente di percorso di un giornalista (lo stesso che peraltro aveva accusato ingiustamente Vittorio Sgarbi che anche per questo è caduto in una profonda e irreversibile depressione) e di una testata, no il caso Minetti è il fallimento di un sistema giornalistico e mediatico articolato, braccio armato dell’opposizione politica, potente al punto da sentirsi impunito e intoccabile e quindi privo del benché minimo scrupolo. Gli eccessi di sicurezza e arroganza, come si sa, giocano brutti scherzi. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48008168]] Da oggi frasi tipo “l’ha scritto il Fatto” e “l’ha detto Report” diventano sinonimo di bufala con grave danno a quel poco di credibilità che ancora i mezzi di informazione tradizionali vantano sul far-west del web. Il loro motto non è “vai e documenta” bensì “vai e uccidi” che poi tanto le grandi firme del giornalismo ci copriranno le spalle. E se qualcuno protesta parte la campagna “giù le mani dalla libera informazione”, “con le destre al governo è tornata la censura”. Game over, gioco finito. Proveranno a resistere e a negare ma il loro re è nudo.
Al termine di un approfondito supplemento di indagine la Procura generale di Milano è giunta alla conclusione che Nicole Minetti ha tutti i requisiti per accedere alla grazia concessale dal Presidente della Repubblica. Pertanto - scrive la procuratrice Nanni - l’inchiesta giornalistica del Fatto Quotidiano che sosteneva il contrario è totalmente infondata oltre che basata su alcuni falsi. Insomma, il presunto scoop che tanto ha fatto discutere si è rivelato un amo avvelenato al quale hanno abboccato politici e giornalisti di primo piano. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48001483]] Basterebbe rivedere uno spezzone della puntata su La7 di DiMartedì del 28 aprile in cui Massimo Gramellini, grande firma del Corriere della Sera, e il conduttore Giovanni Floris si sperticano in lodi al Fatto Quotidiano, deridono la Minetti e chi l’ha graziata, emettono sentenze definitive; basterebbe rivedere l’altro campione di giornalismo etico Sigfrido Ranucci che ospite di Bianca Berlinguer ha provato a coinvolgere su “voci in attesa di conferma” nel fango sparso dal Fatto pure il ministro Nordio. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48007368]] Perché il caso Minetti non è solo un grave incidente di percorso di un giornalista (lo stesso che peraltro aveva accusato ingiustamente Vittorio Sgarbi che anche per questo è caduto in una profonda e irreversibile depressione) e di una testata, no il caso Minetti è il fallimento di un sistema giornalistico e mediatico articolato, braccio armato dell’opposizione politica, potente al punto da sentirsi impunito e intoccabile e quindi privo del benché minimo scrupolo. Gli eccessi di sicurezza e arroganza, come si sa, giocano brutti scherzi. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48008168]] Da oggi frasi tipo “l’ha scritto il Fatto” e “l’ha detto Report” diventano sinonimo di bufala con grave danno a quel poco di credibilità che ancora i mezzi di informazione tradizionali vantano sul far-west del web. Il loro motto non è “vai e documenta” bensì “vai e uccidi” che poi tanto le grandi firme del giornalismo ci copriranno le spalle. E se qualcuno protesta parte la campagna “giù le mani dalla libera informazione”, “con le destre al governo è tornata la censura”. Game over, gioco finito. Proveranno a resistere e a negare ma il loro re è nudo.
«Sono basito. In genere la perizia psichiatrica la chiede la difesa come ultima ratio. Qua si tratta di stabilire se questo cristiano allora, 18 anni fa, poteva perdere completamente la brocca e non essere imputabile. Cos’è, un’ancora lanciata alla difesa?». Il giornalista Massimo Lugli, ospite di Nicola Porro a Quarta Repubblica, su Rete 4, guarda con sconcerto a quanto sta accadendo intorno ad Andrea Sempio. La mossa della Procura di Pavia, che punta a rinviare a giudizio il 38enne sospettato di aver ucciso Chiara Poggi la mattina del 13 agosto del 2007 nella villetta di famiglia di Garlasco, non lo convince per nulla. «Gli inglesi parlano di confirmative bias, a un certo punto ti sei fissato su un’idea e ne cerchi conferme, escludendo tutto quello che va contro», spiega Lugli. Secondo Rita Cavallaro, che ha tutt’altra impostazione, gli inquirenti «vogliono blindare il lavoro fatto» su Sempio, perché «nel momento in cui dovessero emergere dei disturbi della personalità quei diari non sarebbero più suggestioni ma il frutto di un disturbo». Sul conto dell’amico del fratello minore di Chiara, Marco, pesano non solo gli inquietanti appunti presi anni fa, ma pure intercettazioni ambientali risalenti agli scorsi mesi. In particolare, quelle del marzo 2025, poche settimane dopo aver appreso di essere (nuovamente) indagato. La regia di Quarto grado ne manda in onda uno stralcio: «L’importante è che mia mamma non sappia quella storia lì del... che c’è il rischio che finisci in galera. Più quello». «Sì ma frega a qualcuno che tu vai in galera?», gli domanda una amica. «Non lo so magari sbattono dentro me per concorso, con l’opinione “eh però vedi”...». «Ma a lui non cambia niente», suggerisce ancora la conoscente. Il riferimento è ad Alberto Stasi, fidanzato di Chiara e a oggi unico condannato in via definitiva per il delitto, a 16 anni di carcere. «Lui però può beccarsi il dubbio. Se vado dentro io una parte di gente dirà: vedi che Stasi non c’entrava niente, era colpa sua». Frasi che in ogni caso confermano un’inquietante verità: Garlasco era, è e sarà un processo mediatico, prima ancora che giudiziario. Con buona pace di consulenti, perizie, Dna, testimoni veri e presunti. L'audio di #Sempio sul timore dell'arresto#Garlasco #quartarepubblica pic.twitter.com/LKgSilOpQV June 1, 2026
«Ce la prendiamo con Meloni? Prendiamocela con l’Europa!». Venezia continua a dare dispiaceri alla sinistra. Dopo la roboante sconfitta al primo turno delle comunali che ha incoronato Simone Venturini sindaco, è l’ex primo cittadino Massimo Cacciari a dare nuove delusioni ai compagni. Il filosofo, che già dopo il voto aveva attaccato il Pd per la scelta di Andrea Martella come candidato, ora si è messo pure a difendere Giorgia Meloni. Ospite a Otto e Mezzo su La7, è stato interpellato da Lilli Gruber: «Meloni come fa a ricostruire il suo posizionamento in politica estera?», ha chiesto la conduttrice. Secca la risposta di Cacciari: «Si barcamena come può. Certamente non si può dire “evviva” per quanto stanno combinando Trump e Netanyahu. Né può prendere netta distanza da loro. Dove va? Con chi si allea? Con Putin? È una posizione totalmente obbligata. E l’Europa? Ce la prendiamo con la Meloni? Forse l’Europa avrebbe potuto sforzarsi di approntare una politica estera decente. Manca totalmente». Non esattamente la risposta che sognava Gruber, già pronta a riversare ogni colpa dell’umanità sul premier. Non contenta, la giornalista è tornata all’attacco: «Quindi dovremmo prendercela con l’Europa e non con i sovranisti che minano e fanno di tutto per disunire...». L’affondo dell’ex sindaco della Laguna è ancora più netto: «Certo Gruber, cerchi di non equivocare quello che dico in questo modo. La responsabilità non è di quattro scemetti che fanno i populisti, ma della Commissione Ue e delle leadership effettive. Non dei sovranisti o di qualche fascista in giro per l’Europa, che non contano niente di niente. Chiaro il concetto?». Rassegnata, la Gruber si è vista costretta a incassare anche questa... #Gruber: “Allora, Professor #Ponzani, e è così perché dobbiamo prendercela con l'Europa, non con Giorgia Meloni e non con i sovranisti che minano in realtà e che hanno fatto di tutto, fanno di tutto per disunire quel poco che c'è di unità...”#Cacciari si infuria contro tutto e… pic.twitter.com/8DO2L3tSDk June 3, 2026
Il nuovo terreno di competizione, tra Giuseppe Conte ed Elly Schlein, sono i giovani. Per carità, si tratta di una fetta di popolazione decisamente trascurata dalla politica e invece fondamentale, rappresentando il futuro di un Paese. Ma non è sfuggito, ai cultori del campo largo, l’improvviso e simultaneo interessamento dei due leader alla categoria. Così come il fatto che, ancora una volta, il primo a cavalcare il tema è stato il leader del M5S, subito inseguito dalla segretaria del Pd. Ha cominciato, dunque, Conte, in un’intervista a Il Messaggero, sottolineando come «sei milioni di giovani siano inattivi», senza studio né lavoro, e come «due su tre si dicono molto preoccupati per il futuro» e proponendo, se mai tornasse al governo, un piano per favorire il rientro in Italia dei giovani emigrati all’estero, attraverso incentivi fiscali sia per chi torna, sia per le imprese che decidono di assumerli. Progetto che prevede agevolazioni quinquennali, con l’obiettivo di rendere il Paese più competitivo e attrattivo per le nuove generazioni. Tra le misure il congedo paritario, sostegni per l’acquisto della prima casa, aiuti sugli affitti. «Bisogna consentire ai giovani di guardare al futuro con speranza», ha spiegato Conte. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47977368]] LE PROPOSTE Pochi giorni dopo, sempre dal M5S, si è annunciato l’intenzione di creare un’organizzazione giovanile. Una realtà che esiste in tutti i partiti, ma che nel M5S ancora non c’era. Si chiama Network Giovani, è dedicata agli iscritti under 36 e nasce dalla volontà di pescare in una generazione spesso lontana dalla politica, ma pronta a interessarsene se la causa appassiona (come si è visto nelle manifestazioni per Gaza e nel referendum sulla giustizia). Dal Pd, che una organizzazione giovanile ce l’ha già, hanno risposto con una proposta di legge. La presenterà oggi pomeriggio Elly Schlein alla sede del Pd: una legge per garantire ai giovani il «diritto a restare nelle comunità in cui nascono e crescono». Insieme a lei, ci saranno Marco Sarracino, responsabile Sud e aree interne nella segreteria Pd e primo firmatario della proposta, la senatrice Cecilia D'Elia e Virginia Libero, segretaria nazionale dei Giovani democratici, uno dei nuovi volti voluti da Schlein e che, forse, ritroveremo nel prossimo Parlamento. Ma non è finita. The competition go on. E così ieri Conte ha festeggiato la Festa della Repubblica pubblicando un video sull’incontro a Roma con i ragazzi del liceo scientifico Federico II di Apricena, vincitori di un concorso su un progetto riguardante la Costituzione. «Quanta carica dà sentire queste ragazze e questi ragazzi che non ci girano intorno e prendono la realtà di petto», ha detto il leader del M5S. “Il 2 giugno, gli 80 anni della Repubblica, del primo voto di tante donne e dell'Assemblea costituente voglio celebrarli così: ascoltiamo i giovani, combattiamo per loro e con loro, agiamo per realizzare davvero i valori della nostra Costituzione. Viva l'Italia, viva la Repubblica", ha poi scritto sui social, postando un video che immortala un momento dell’incontro in Parlamento. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47987775]] I GAZEBO Giovani, dunque. Millennials, generazione Z, il grande bacino dell’astensione. Un tesoretto per le elezioni politiche, ma, ancora prima, per le primarie, quando si svolgeranno (probabilmente in autunno). Tanto più perché le primarie, a differenza delle elezioni vere, tradizionalmente - almeno quelle organizzate dal Pd - sono aperte al voto già dei 16enni. Si capisce, quindi, che il bottino fa gola. È decisivo. Chi riuscirà a conquistarli, avrà una marcia in più nei gazebo. Lo sa bene Schlein, che proprio grazie a una mobilitazione di un elettorato giovane, lontano dal Pd, ai margini dei circuiti tradizionali della militanza, è riuscita a ribaltare il voto degli iscritti dem e a diventare segretaria del Pd. E lo ho capito Conte, velocissimo nel cogliere i segnali elettorali. Intanto cresce l’ipotesi che le primarie si svolgano in novembre, in due turni, come fu nel 2012. Sarebbe la finestra perfetta, nel caso in cui le elezioni - come pare - si svolgano in primavera. Ci sarebbe il tempo dello scontro e quello per ricomporre le divisioni, ricomponendo la squadra.
Antonio Conte è di nuovo al centro del mercato degli allenatori dopo la fine anticipata del suo rapporto con il Napoli, ben prima della scadenza naturale del contratto fissata a maggio 2027. L’ultima immagine è quella di una vittoria al Maradona contro l’Udinese, utile a blindare il secondo posto dopo la qualificazione Champions ottenuta a Pisa. Poi, la scelta di staccare tutto. Ma non davvero dal calcio. Napoli, intanto, se l’è goduta ancora per qualche giorno: passeggiate, famiglia, amici, una città che lo ha conquistato oltre il campo. Un tempo sospeso, condiviso anche con Aurelio De Laurentiis e consorte, tra festeggiamenti privati e una parentesi a Ischia. Mare, silenzi e riflessioni. Ma il futuro di Conte non guarda solo al golfo. Dalla sua finestra ideale si apre anche il Bosforo: Istanbul e il Fenerbahçe lo attendono. In Turchia, il candidato presidente Hakan Safi ha costruito un programma ambizioso (con Paolo Maldini d.s. del club) che lo vede protagonista in panchina, con una proposta da circa 15 milioni di euro a stagione. Un progetto che si intreccia con una sfida elettorale interna e che Conte ha già iniziato a valutare, pur aspettando l’esito del voto del weekend. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47902250]] Non è però l’unica pista. Dall’Arabia Saudita arrivano offerte ancora più pesanti, oltre i 25 milioni annui, cifre che certificano un mercato sempre più aggressivo sui grandi tecnici europei. Conte ascolta, prende nota, non chiude porte. Anche perché il suo profilo resta centrale pure per la Nazionale, dove il nome circola come possibile soluzione futura, in attesa delle scelte federali. Insomma il tecnico salentino è entrato in una fase di attesa solo apparente. Il telefono continua a squillare, le ipotesi si moltiplicano. E lui, per ora, osserva. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47923090]]
Dopo non essere riuscito a entrare nel Bundestag alle elezioni politiche del 2025, il BSW (Buendnis Sahra Wagenknecht) stava rischiando di sparire. Ecco, dunque, che, puntuale, è arrivata la mossa della sua leader Sahra Wagenknecht. In vista delle elezioni a Est, in Sassonia-Anhalt e Meclemburgo-Pomerania, Sahra, in passato a capo della Linke, ha "ordinato" ai propri attivisti di negare qualsiasi sostegno alla Cdu e alla Spd, aprendo clamorosamente a un'alleanza con l'Afd. "Chi vota BSW abbatte il cordone sanitario", ha detto chiaramente Wagenknecht alla Bild. E cioè, abbatte il muro che i partiti tradizionali hanno alzato contro l'Afd. È la "teoria del ferro di cavallo", secondo cui l'estrema sinistra e l'estrema destra si assomigliano e, in questo caso, si alleano. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47826482]] L'obiettivo di Sahra - che ruppe con la Linke per sue posizioni anti-migranti e filoputiniane - è chiaro: un governatore regionale "che governi con alleanze variabili, senza escludere nessuno". In concreto, un governo di minoranza dell'Afd appoggiato da Bsw. In Sassonia-Anhalt e Meclemburgo-Pomerania, i sondaggi danno l'Afd rispettivamente al 42% e al 36%: nel land di Magdeburgo potrebbe governare da sola, ma non ci sono certezze. Tutti gli altri partiti, inclusa la Linke, hanno escluso ogni tipo di accordo con il partito di Alice Weidel. Che, attraverso un portavoce, ha detto di "non voler escludere" un'alleanza con il Bsw. Soprattutto, "se ci consentisse di formare un governo stabile". Se il Bsw dovesse superare il 5% ed entrare nei due parlamenti regionali, l'Afd avrebbe alte possibilità di conquistare il potere. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47630253]]
La panchina del Milan è ancora un punto interrogativo, e dentro il club si ha la sensazione che la scelta non sia lontana ma nemmeno già definita. Il nome caldo, secondo La Gazzetta dello Sport, resta quello di Oliver Glasner, che nei giorni scorsi ha anche incontrato alcuni emissari rossoneri a cena. Un contatto diretto, senza ufficialità, ma sufficiente per capire che un primo scambio c’è stato. Il tecnico arriva da una chiusura piuttosto particolare al Crystal Palace: una lettera d’addio e la sensazione di un ciclo finito, nonostante risultati e anche qualche trofeo. Il punto, però, non è tanto quello che ha fatto, quanto quello che chiede adesso. Prima di dire sì a chiunque vuole capire che Milan ha davanti: progetto corto o ambizione vera, investimenti o transizione. E qui la partita si complica, perché attorno al suo nome si muovono anche altre idee. Una porta a Ralf Rangnick, profilo che cambierebbe non solo la prima squadra ma l’intero modo di lavorare del club: settore giovanile, scouting, metodologia. Una rivoluzione più che una scelta tecnica. E non tutti dentro l’area decisionale rossonera la vedono allo stesso modo, anche per il peso che ha oggi Zlatan Ibrahimović nelle dinamiche interne. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47953812]] Poi c’è la pista che sta diventando sempre più concreta, quasi silenziosamente: Mauricio Pochettino. Nome internazionale, esperienza in Premier e in grandi club, e un profilo più “tradizionale” rispetto all’idea Rangnick. Meno sistema totale, più squadra, gestione dello spogliatoio, equilibrio quotidiano. Con Pochettino ci sono stati contatti indiretti e si parla anche di una base economica già impostata attorno ai 5 milioni netti. Non poco, ma dentro i parametri del club. Il suo legame con la federazione statunitense si chiude dopo il Mondiale e il rientro in Europa è un’ipotesi reale. A livello tecnico è uno che non vive di schemi rigidi: costruisce sull’equilibrio, legge i giocatori che ha e si adatta più che imporre. Ha già lavorato in contesti difficili, dove la gestione dello spogliatoio vale quanto il campo. Ora il Milan deve scegliere cosa vuole diventare: un progetto guidato da un allenatore-manager, una struttura rivoluzionata dall’alto o una via più “classica” ma con esperienza internazionale. Glasner aspetta risposte, gli altri pure. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47972669]]
Nel nostro sistema immunitario esiste un delicato sistema di “segnali di richiamo” che guida le cellule dove servono. Uno dei protagonisti di questo meccanismo è il recettore CCR4, una proteina presente sulla superficie di alcune cellule immunitarie che funziona come una sorta di bussola biologica, indirizzandole verso i tessuti infiammati o, in alcuni casi, verso le cellule tumorali. Proprio perché coinvolto in processi così importanti, il CCR4 è diventato negli ultimi anni un bersaglio di grande interesse per lo sviluppo di nuove terapie contro tumori del sangue come leucemie e linfomi, oltre che per alcune malattie immunitarie. Un nuovo studio ha analizzato in dettaglio la struttura di questo recettore utilizzando una tecnica avanzata chiamata criomicroscopia elettronica, che permette di osservare le proteine quasi a livello atomico. I ricercatori hanno osservato il CCR4 in diverse condizioni, sia quando non è legato a nessun composto, sia quando interagisce con diversi farmaci. Questa analisi ha permesso di capire come funziona il recettore e soprattutto come può essere bloccato in modo selettivo. Dallo studio emerge che non tutti i farmaci agiscono allo stesso modo. Alcuni si legano direttamente al punto in cui normalmente si attaccano le chemochine, cioè le molecole che attivano il recettore, impedendo così l’attivazione del segnale. Altri invece agiscono in modo più sofisticato, legandosi in una zona diversa della proteina e modificandone il comportamento dall’interno, un meccanismo noto come modulazione allosterica. In entrambi i casi l’obiettivo è lo stesso: spegnere o ridurre il segnale che guida le cellule immunitarie. Un ruolo particolare è quello dell’anticorpo terapeutico mogamulizumab, già utilizzato in alcune terapie oncologiche. Lo studio mostra che questo anticorpo si lega a una regione specifica del CCR4 senza bloccare direttamente il sito delle chemochine naturali, ma attiva invece un meccanismo di eliminazione delle cellule bersaglio attraverso il sistema immunitario. In pratica, non si limita a spegnere il segnale, ma aiuta l’organismo a rimuovere le cellule che esprimono il recettore. Queste nuove informazioni strutturali offrono una visione molto più chiara di come funziona il CCR4 e di come può essere modulato in modo preciso. Comprendere nei dettagli la forma e i punti deboli di questa proteina significa infatti poter progettare farmaci più mirati e potenzialmente più efficaci, riducendo gli effetti collaterali e migliorando le terapie. Lo studio pubblicato sulla rivista Pnas rappresenta quindi un passo avanti importante nella ricerca farmacologica, perché mostra come la conoscenza della struttura delle proteine possa tradursi direttamente nello sviluppo di nuove strategie contro tumori e malattie del sistema immunitario.
D’altronde lo ha ripetuto a ogni occasione buona, il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, che quei benedetti (si fa per dire) autovelox, croce e delizia della strada, croce per gli automobilisti e delizia per le amministrazioni comunali, non servivano a rimpinguare le entrate locali. Lo ha detto, lo ha ripetuto, dopo che è scoppiato il grande caos dell’omologazione-approvazione, a marzo, alla Camera, ha pure chiarito durante un question time che solo «quelli approvati dal 2017 in poi saranno considerati automaticamente coerenti con i requisiti di omologazione» mentre i precedenti «potranno essere utilizzati solo se il relativo prototipo sarà adeguato ai nuovi requisiti tecnici» perché, di nuovo, tocca «superare l’idea dell’autovelox usato solo per far cassa» e riaffermare invece «che la sicurezza stradale viene prima di tutto». E adesso, toh, le multe dei rilevatori di (quasi) tutta l’Italia sono in calo. Premessa, i dati (li ha spulciati il coodinamento per i diritti dei consumatori, insomma il Codacons) si riferiscono al 2025, quindi sono anteriori rispetto ai chiarimenti di Salvini di tre mesi fa. Però va così. E va, soprattutto, che nei venti capoluoghi monitorati, in un anno appena, gli incassi per sanzioni da velocità fuori norma sono calati. Sensibilmente, tra l’altro: ossia sono scesi dell’8,9%, che in denaro sonante fanno 56,6 milioni di euro (attuali) contro i 62,1 (del 2024). Hai detto niente, ché in un Paese in cui l’unica cura sempre in salita è quella del prelievo fiscale mica è una notizia da buttar via. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47300162]] Certo, i tartassati al volante restano (per esempio a Firenze e a Bologna e a Milano che sono anche tre grandi città in mano al centrosinistra e a pensar male si fa peccato eccetera), ma vuoi mettere? I fiorentini (quelli che più di tutti spendono per i loro autovelox) nel 2025 hanno pagato 19,7 milioni di euro in multe, le quali tuttavia sono in calo del 4,2%: buon per loro. È un po’ peggio per i bolognesi perché sì, è vero, loro hanno sborsato sensibilmente meno (9,2 milioni di euro) rispetto a chi vive sull’Arno, però con un aumento del 21,3% dei verbali, che proprio piacere non fa. Invece i milanesi, questa volta, possono tirare un respiro di sollievo: le loro, di sanzioni, sono crollate addirittura del meno 34,8% per un totale complessivo di 6,9 milioni di euro. Le tre peggiori e le tre migliori, sorprese anche qui: Trieste, Bolzano e Bari sono le città che hanno sforbiciato percentualmente in più (ossia per un rispettivo meno 94,4%, meno 84,2% e meno 73%); Ancona, Genova e Cagliari hanno ancora qualche problemino (nella prima le multe da autovelox sono più che raddoppiate salendo del più 116%, nella seconda hanno segnato il più 54% e nella terza il più 42%). La capitale sta a mezza strada: Roma, i passati dodici mesi, ha totalizzato 2,3 milioni di euro, con un bel salto al ribasso del meno 51,9% sul periodo prima (quando aveva ottenuto un tesoretto di 4,8 milioni di euro). Il discorso cambia, invece, per i piccoli paesi, come quello veneto di Colle Santa Lucia in provincia di Belluno: 338 abitanti, un rilevatore solo installato in montagna e la bellezza di oltre due milioni di euro incamerati tra il 2021 e il 2025, per una media di 5.989 euro a residente. «La riduzione delle entrate» registrate, spiega comunque il Codancons, «è da attribuire non tanto al censimento che obbligava tutti i Comuni a comunicare i dati sugli apparecchi che è terminato solo a fine novembre dell’anno rosso e non ha avuto quindi un impatto sui proventi del 2025, ma da un lato alla regolamentazione scattata lo scorso 12 giugno e che ha imposto regole più stringenti agli enti locali e dall’altro alle numerose sentenza della Cassazione che hanno bocciato le sezioni elevate da dispositivi non omologati». [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47229091]]
La commissione Ambiente del Parlamento europeo (Envi), potrebbe votare la revisione del regolamento Ue sulle emissioni di Co2 a novembre. La bozza di relazione sulla revisione del regolamento Ue sulle emissioni di Co2 di auto e furgoni «supera molte criticità della proposta della Commissione Europea, dando risposta alle preoccupazioni del settore con soluzioni concrete: ora è importante che venga approvata senza indebolirne il contenuto». L’annuncio arriva dall’eurodeputato di Forza Italia e relatore del dossierall’Eurocamera, Massimiliano Salini, in audizione alla commissione Envi. «L’augurio è di riuscire a votare in commissione Ambiente all’inizio di novembre», per raggiungere la posizione del Parlamento europeo «entro la fine dell’anno», ha detto Salini. «L’auspicio è che il livello della discussione sia il più nel merito possibile, in modo tale che la convergenza su una sfida così rilevante dal punto di vista industriale e sociale sia la più larga possibile», ha sottolineato. È entrato nel merito il vicepresidente di Confindustria per l’Unione Europea, Stefan Pan, dopo la presentazione avvenuta ieri in Commissione Envi della bozza di relazione sulla revisione del regolamento relativo alle emissioni di Co2 per auto e veicoli commerciali leggeri. Le proposte di modifica, fa notare l’associazione degli industriali, recepiscono «diverse istanze espresse nei mesi scorsi dall’industria automotive», a partire da un approccio basato sulla piena neutralità tecnologica. Tra le novità positive la creazione, sin dall’entrata in vigore del Regolamento, di una categoria di veicoli a zero emissioni alimentati esclusivamente con carburanti sostenibili (Veef), e la revisione dei target di emissione per i van al 2030 e al 2035 e per le auto al 2035. Di grande importanza, per l’associazione degli industriali, anche l’estensione delle flessibilità proposte dalla Commissione, tra cui la possibilità di utilizzare fin da subito carburanti rinnovabili sostenibili e acciaio verde per ottenere crediti di emissioni, e non solo dal 2035, con un supercredito rafforzato e previsto anche oltre il 2035; l’aumento della quota dei carburanti rinnovabili sostenibili dal 3% al 10% e l’estensione della definizione di “carburanti rinnovabili sostenibili” a tutti i carburanti conformi alla Red. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47399036]] «L’augurio è di riuscire a votare in commissione Ambiente all’inizio di novembre», per raggiungere la posizione del Parlamento Ue «entro la fine dell’anno», ha ribadito. «L’auspicio è che il livello della discussione sia il più nel merito possibile, in modo tale che la convergenza su una sfida così rilevante dal punto di vista industriale e sociale sia la più larga possibile». Di grande importanza, per l’associazione degli industriali, anche l’estensione delle flessibilità proposte dalla Commissione, tra cui la possibilità di utilizzare fin da subito carburanti rinnovabili sostenibili e acciaio verde per ottenere crediti di emissioni, e non solo dal 2035, con un supercredito rafforzato e previsto anche oltre il 2035; l’aumento della quota dei carburanti rinnovabili sostenibili dal 3% al 10% e l’estensione della definizione di “carburanti rinnovabili sostenibili” a tutti i carburanti conformi alla Red. «Un primo passo che testimonia la progressiva presa di coscienza di Bruxelles. Fissati gli obiettivi di decarbonizzazione, è giusto lasciare agli operatori e ai consumatori la possibilità di scegliere le soluzioni migliori, superando l’approccio ideologico e universalistico che ha caratterizzato le strategie europee fino a oggi», conclude Pan. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47997962]]
«Nel caso di Obama, oggi può sembrare difficile da immaginare, ma la sua ascesa per molti versi ha rispecchiato quella della premier Giorgia Meloni e del partito Fratelli d’Italia che lei guida». Prima di far prendere un colpo a qualche progressista nostrano- del resto pare ci siano più fan dell’ex presidente democratico qui, che non negli Stati Uniti - diamo un po’ di contesto. A scrivere quelle parole non è stato uno qualunque, no. La penna è quella di Alec Ross, un nome che forse ai più dirà poco, ma che è stato tra i principali artefici della vittoria di Barack Obama nel 2008. Ross, infatti, è stato Coordinatore per la politica tecnologica e dei media della campagna presidenziale di Obama e, successivamente, Senior Advisor per l’Innovazione al Dipartimento di Stato con Hillary Clinton. In soldoni, la mente dietro all’enorme successo della campagna social condotta dal candidato dem: una vera rivoluzione comunicativa in ambito politico. Da pioniere e, oggi, voce autorevole nel settore del web, ha offerto a Tommaso Longobardi (Responsabile della comunicazione social del Presidente del Consiglio) la sua visione sul successo online del premier italiano. Nel nuovo libro di Longobardi, intitolato Senza maschera. L’ascesa social di Giorgia Meloni raccontata dal suo stratega, Ross sottolinea come «Meloni comprese molto presto che i social media non erano semplici vetrine, ma ecosistemi nei quali costruire identità, diffondere narrazioni e creare comunità». Per questo, «ne fece un pilastro strategico della sua ascesa, presidiando piattaforme diverse con linguaggi e formati distinti ma mantenendo una coerenza di fondo». I social hanno giocato un ruolo chiave nell’ascesa di Meloni, così come in quella di Obama. I due sono il classico esempio di “underdog”, lo sfavorito che riesce a vincere ribaltando i pronostici. Come ricorda Ross, «la sua candidatura (di Obama, ndr) veniva considerata quasi una barzelletta ai margini, dove i poteri più consolidati sarebbero inevitabilmente emersi». La loro campagna online riuscì però a «disintermediare i custodi tradizionali dell’informazione» permettendo così loro di rivolgersi «direttamente alle persone». Una strategia vincente che ha scelto di adottare anche Meloni, destreggiandosi in un ecosistema social molto più complesso visto il continuo proliferare di nuove piattaforme. Secondo l’ex coordinatore dei media di Obama, il successo di Meloni risiede nei tre pilastri su cui si fonda la sua architettura comunicativa: identità, normalità e “pop istituzionale”. A definire l’identità del premier meglio di qualsiasi altra cosa è «il celebre quartetto donna, madre, italiana, cristiana». La vera forza della leader di Fratelli d’Italia è stata saper trasformare un meme come “Io sono Giorgia” «in un’arma di branding capace di aumentare la sua popolarità». Meloni piace alla gente perché si mostra «accessibile, concreta, con un linguaggio diretto e senza filtri». La normalità sta tutta qui: non è solo premier, ma anche «il volto che augura Buona Pasqua con la figlia, che celebra Ferragosto, che condivide l’orgoglio per un atleta italiano». [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47999031]] Per Ross, «Meloni è riuscita dove Hillary Clinton ha fallito: se da un lato - ricorda - la leader dem appariva spesso come «un’avvocatessa dura» nonostante in privato la descriva come «divertente, arguta ed empatica», dall’altro «Meloni è riuscita a portare nella dimensione politica sia la serietà di sé stessa e delle sue idee, sia la fiducia in sé stessa e nel suo team, permettendo alla propria identità di emergere in modo autentico». Infine, quello che alcuni osservatori definiscono “pop istituzionale”: alle immagini dei summit internazionali e di Palazzo Chigi, si alternano selfie e momenti informali. È questa formula a renderla «al tempo stesso Presidente del Consiglio e “Giorgia”». “Giorgia”, proprio quel nome che alle europee del 2024 gli italiani hanno scritto sulla scheda 2,3 milioni di volte. Non un caso visto che durante quella campagna «Meloni è stata la leader italiana con il tasso medio di interazioni per post più alto». Il risultato, chiosa quindi Ross, è stato «un vantaggio competitivo chiaro». [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47994702]]
Per il Pontefice che viene dagli Stati Uniti il 2 giugno è anche un giorno di lavoro. Vive sì nel cuore di Roma, ma viene da una repubblica lontana, anche nel tempo, radicata (idealmente) nella «politeia» di Aristotele. Così, scambiati auspici e cortesie con la Repubblica italiana, Papa Leone XIV si è messo al desco per nominare il nuovo prefetto del dicastero per la Comunicazione vaticana. È María Montserrat Alvarado, che il 1° novembre, Ognissanti, subentrerà a Paolo Ruffini alla guida dell’organismo creato da Papa Francesco nel giugno 2015 per tenere assieme radio, giornale, online, Sala Stampa ed editoria vaticane. Nata a Città del Messico, studi nella Florida International University di Miami e nella George Washington University di Washington, dal 2009 al 2023 la Alvarado è stata ai vertici del Becket Fund for Religious Liberty, uno dei baluardi contro la persecuzione della fede, e siede nel Board dell’Acton Institute (i cui massimi dirigenti hanno appena incontrato il Papa). Da allora presiede EWTN News (non esattamente amata da Papa Francesco), costola del colosso cattolico delle comunicazioni fondato nel 1980 (l’anno della rivoluzione restauratrice di Ronald Reagan) dalla clarissa sacramentaria Madre Angelica (per molti morta in odore di santità). [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47740929]] Questo vuol dire che, come minimo, la rassegna stampa quotidiana fornita al Papa non sarà più fatta solo di The New York Times, la Repubblica, Le Monde, il Manifesto e cose così (come nel dicembre 2024 denunciò Libero). La nomina della Alvarado manda infatti un messaggio tranciante: il Pontefice affida la comunicazione vaticana ai conservatori. Con una di quelle mosse che il presidente Donald Trump fatica a capire e per cui, se non capisce, butta la palla in tribuna, attaccando briga su Truth con Leone anche oltre il fischio dell’arbitro. Esiste, cioè, un mondo conservatore, un mondo cattolico, una élite di leader e popolo che sa farsi classe dirigente culturale e politica prima del MAGA. 250 anni fa i cattolici erano minoranza infima e fecero la differenza, persino con un vescovo, John Carroll, che firmò la Dichiarazione d’indipendenza e revisionò la Costituzione in bozza. Nell’Ottocento un Orestes A. Brownson, passato dal marxismo al satanismo al pensiero contro-rivoluzionario dell’hidalgo spagnolo Juan Donoso Cortés, fu maestro (anche dei non cattolici) nell’interpretare l’anima vera del Paese. Lo sbandamento verso il Partito Democratico dei cattolici nel Novecento è stato solo parziale e anche una illusione ottica (perché a volte quel partito stesso fu diverso). La Alvarado alla Comunicazione vaticana è dunque un atto chiaro del magistero, che trasfigura in gesto concreto l’enciclica dal titolo fiero e bello Magnifica humanitas. Quella da cui il Gandalf di Tolkien dice: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo». Nessuno scatto pavloviano di chi non ha letto il libro ma ha visto il film. È, lo si immagina (ma con poca fatica), una risposta di genere eppure diretta a un Peter Thiel, tolkieniano di altra fatta, ossessionato dall’idea che l’Anticristo si esorcizzi con l’AI. Ai vari Thiel (che di tutto il mondo tolkieniano ha scelto per la propria azienda di analisi big data il nome inquietante di Palantir, il device caro al negromante tolkieniano Saruman) il Pontefice risponde mite che davanti a tutto sta la verità. Delle cose, dell’uomo, di tutto. La dolcezza del Papa sceglie di dirlo con quella di una donna ferma più di un uomo. E non è difficile nemmeno immaginare che il pontefice anglosassone ne parli in spagnolo perfetto con la donna che sigla il proprio account «Viva Cristo Rey!». [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47961405]]
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L’Italia ha vinto 1-0 la prima amichevole sotto la guida temporanea del commissario tecnico Silvio Baldini. Gli azzurri hanno battuto in trasferta il Lussemburgo grazie alla rete di Pio Esposito (Inter), segnata al 49° minuto della ripresa.La partita, giocata con una formazione composta prevalentemente da giovani promesse, arriva dopo la terza mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali della Nazionale maggiore. Gli azzurri hanno imposto il loro gioco fin dall’inizio, controllando il possesso e schiacciando gli avversari nella loro metà campo. Nel primo tempo l’Italia ha creato diverse occasioni, con Pio Esposito particolarmente attivo, ma senza riuscire a sbloccare il risultato. La svolta è arrivata subito nella ripresa: al 49° Esposito ha portato in vantaggio gli Azzurri. Da quel momento l’Italia ha giocato con maggiore tranquillità, costruendo altre opportunità senza però concretizzarle.La gara si è conclusa 1-0, un risultato positivo per il debutto di Baldini e per testare i giovani talenti della rosa.Il prossimo impegno per l'Italia 21 è fissato per domenica 7 giugno contro la Grecia.
Al Roland Garros, Matteo Berrettini è stato costretto al ritiro nei quarti di finale contro Matteo Arnaldi sul punteggio di 7-5 5-2 per un problema alla gamba. Il romano, dopo aver provato a farsi curare negli spogliatoi, ha iniziato a zoppicare vistosamente e ha preferito fermarsi per non rischiare di compromettere il resto della stagione.Il match è durato esattamente due ore. Berrettini era partito molto bene: break immediato grazie a due doppi falli di Arnaldi, poi 3-0 e controllo del gioco con un ottimo servizio e dritto. Arnaldi, molto contratto all’inizio, ha reagito annullando palle break, usando risposte aggressive e palle alte. Il ligure ha recuperato lo svantaggio, ha approfittato degli errori di Berrettini (soprattutto con il dritto) e ha chiuso il primo set 7-5.Nel secondo set Arnaldi è scappato di nuovo in vantaggio. Berrettini ha mostrato chiari segnali di difficoltà fisica, ha chiesto un medical timeout ed è rientrato, ma ha resistito solo pochi game. Dopo aver subito l’ennesimo break praticamente zoppicando, su consiglio del suo team (e del fratello Jacopo) ha deciso di abbandonare.Con questa vittoria Matteo Arnaldi raggiunge la semifinale, dove affronterà il connazionale Flavio Cobolli in un derby italiano.In sintesi, una partita che Berrettini stava dominando all’inizio si è trasformata in una nuova delusione per infortunio, mentre Arnaldi, pur non giocando al massimo, ha sfruttato le occasioni e l’infortunio dell’avversario per approdare tra i migliori quattro.
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Il consiglio di amministrazione di Acea si è riunito per la prima volta sotto la presidenza di Alessandro Rivera, nominato dall'assemblea degli azionisti tenutasi oggi e ha confermato quale amministratore delegato Fabrizio Palermo, che già riveste la carica di direttore generale. Lo rende noto Acea con un comunicato aggiungendo che Barbara Marinali è stata nominata vice presidente. All'a.d sono stati conferiti "i poteri per la gestione ordinaria della società e del gruppo. Amministratore delegato e presidente condivideranno le attività funzionali alla definizione dell'orientamento strategico del gruppo e le valutazioni relative alle operazioni di carattere straordinario". Inoltre al presidente sono state riconosciute dal consiglio specifiche attribuzioni, tra cui quelle in materia di Corporate Governance e di comunicazione di carattere istituzionale. Le prerogative del vicepresidente, si legge nella nota, comprendono "la supervisione delle attività volte ad assicurare il presidio e il monitoraggio del quadro regolatorio, curando i rapporti con l'Arera e rappresentando la società presso Utilitalia e le altre associazioni di settore". Il Consiglio di Amministrazione sulla base delle dichiarazioni rese dagli Amministratori e delle informazioni a disposizione della società, ha accertato in capo a tutti i consiglieri il possesso dei requisiti di onorabilità e l’assenza di cause di ineleggibilità e incompatibilità. Con riferimento ai requisiti di indipendenza del Codice di Corporate Governance, cui Acea aderisce, l’organo amministrativo ha confermato i criteri di valutazione di cui alle lettere c) e d) della Raccomandazione 7 approvati dal precedente organo amministrativo e descritti nella Relazione sul governo societario e gli assetti proprietari 2025. Il Consiglio si aggiornerà ad una prossima riunione per il completamento delle valutazioni in merito al possesso dei requisiti di indipendenza.
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