Rassegna Stampa Quotidiani
Libero Quotidiano
Longevity Magazine - Puntata del 18/4/2026
2 ore fa | Sab 18 Apr 2026 09:40

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Meloni, Hormuz e il "voto in Parlamento": la reazione scomposta delle opposizioni
2 ore fa | Sab 18 Apr 2026 08:52

"Una presenza navale internazionale a Hormuz quando vi sarà una cessazione delle ostilità, in coordinamento con tutti gli attori regionali e internazionali e con una postura esclusivamente difensiva". Giorgia Meloni, al vertice dei Volenterosi convocato da Emmanuel Macron, dà il via libera dell'Italia all'operazione per garantire, dopo la tregua siglata dagli Stati Uniti e dall'Iran, la libera circolazione delle navi. E permettere di conseguenza che i prezzi dell'energia tornino a scendere. L'impegno dell'Italia potrà esserci solo con il via libera del Parlamento, ma non sarà necessaria una risoluzione dell'Onu. Non è una pre-condizione, occorre - spiegano nel governo - agire subito, in maniera efficace e senza veti. "In questo momento non servono differenziazioni o scuse. Tutti devono avere lo stesso obiettivo. Siamo stati i primi a parlare di Onu ma non capisco perché per una missione cosi' importante ci possano essere dei no. In un momento del genere dovrebbe essere facile ritrovarsi su posizioni comuni", l'appello del ministro della Difesa Guido Crosetto affinché tutto il Parlamento voti in maniera condivisa. Viene considerata una "missione aperta" ma non ci si aspetta nel governo una partecipazione degli Stati Uniti. Con Trump che è tornato a criticare la Nato: "Ho detto loro di starne fuori, a meno che non vogliano semplicemente riempire le loro navi di petrolio. Sono stati inutili nel momento del bisogno: una tigre di carta". Tra Italia e Stati Uniti non ci sarebbero stati contatti in questi giorni. "Se gli Stati Uniti non ci saranno non ci dovranno essere giudizi negativi", osserva ancora il responsabile della Difesa. L'Europa, insomma,si muove. E punta a farlo in tempi brevi. La prossima settimana - ha annunciato il primo ministro britannico Starmer - ci sarà una riunione tecnico-militare che darà risposte sulla tempistica. Dipenderà se la tregua tra Teheran e Washington reggerà, ma l'Italia - afferma Crosetto parlando con l'Agi - "è pronta a fare la propria parte". Per un impegno per lo sminamento dello stretto e, spiegano fonti informate sul dossier, con la concreta possibilità di inviare fregate qualora ci debba essere la necessità di scortare convogli mercantili. La premier ha spiegato come intende muoversi l'esecutivo. Occorre "rassicurare l'industria marittima, per fornire un quadro di sicurezza per le navi in transito nello stretto". "Il lavoro che stiamo facendo - ha argomentato il capo dell'esecutivo - non è mosso da un interesse di parte, ma da un interesse generale. L'obiettivo, ovviamente, necessita di uno sforzo che coinvolge diversi ambiti, quello diplomatico, quello securitario, anche quello umanitario, se si pensa ai marittimi che sono bloccati nel Golfo e se si pensa alle nazioni che vengono impattate direttamente dalla crisi".  Il confronto con Macron è stato "molto produttivo", è stata "una iniziativa estremamente importante" (la premier, a margine della riunione, ha avuto anche un colloquio con il Cancelliere tedesco Merz). La premessa di Meloni è che l'Iran deve rinunciare alla corsa nucleare ma il dossier affrontato all'Eliseo ha riguardato la riapertura di Hormuz, "è parte di qualsiasi serio progetto di negoziato per la crisi in Medio Oriente". E, dunque, "L'Italia offre la sua disponibilità a mettere a disposizione proprie unità navali sulla base di un'autorizzazione parlamentare per quelle che sono le nostre regole costituzionali. E' un impegno in linea con le missioni Aspides e Atalanta".   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47318641]] Le forze di opposizione chiedono, però, un mandato Onu. "A tutti sta a cuore la libertà e la sicurezza della navigazione, ma una missione specialmente in uno scenario così delicato e deteriorato, dev'essere chiara - argomenta il responsabile Esteri del Pd Beppe Provenzano - nelle regole di ingaggio e avere una forte base giuridica fondata sul diritto internazionale. Al momento il governo non ha chiarito né le une né l'altra". Per il Movimento 5 Stelle nessuna spedizione militare italiana al largo delle coste iraniane è pensabile se non avviene sotto l'egida dell'Onu. "Una missione navale militare italiana, insieme ad altre nazioni, potrà avere il nostro consenso in Parlamento solo se dotata di un chiaro mandato dell'Onu", sottolineano Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni (Avs).   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47319960]] "Come si cambia per non morire, cantava Fiorella Mannoia ma Meloni e' stonata dal punto di vista politico, si è rimessa al tavolo di quelli che non voleva vedere perché voleva fare il ponte di Trump. Era venuta via con sdegno, ora fa retromarcia", l'affondo del leader di Italia Viva Matteo Renzi. Semaforo verde invece da Azione. Nella maggioranza ok da Forza Italia e Noi Moderati, nessun commento della Lega che oggi lancerà la sua manifestazione a Milano per chiedere all'Europa flessibilità per dare risposte alla crisi energetica.

La messa all'aperto del Papa in aeroporto prima di lasciare il Camerun
2 ore fa | Sab 18 Apr 2026 08:50

Iran, Meloni: quadro cambia continuamente, al lavoro per stabilizzazione
2 ore fa | Sab 18 Apr 2026 08:47

Sinner, "la tentazione spagnola": mossa a sorpresa per piallare Alcaraz
2 ore fa | Sab 18 Apr 2026 08:43

C’è una tentazione che cresce, silenziosa ma sempre più concreta, nella testa di Jannik Sinner. Si chiama Madrid, si chiama occasione, si chiama storia. E questa volta ignorarla appare sempre più difficile. Il numero uno del mondo è atteso nella capitale spagnola, dove è iscritto come seconda testa di serie, ma dove fino a pochi giorni fa la sua presenza non era affatto scontata. «Ci riposeremo e decideremo nei prossimi giorni se giocare a Madrid», aveva spiegato Simone Vagnozzi dopo il trionfo di Monte Carlo. Parole che lasciavano spazio alla prudenza, alla gestione, alla necessità di non forzare una stagione già densissima, con l’obiettivo dichiarato di Roma prima e Parigi poi. Nelle ultime ore però, lo scenario è cambiato. E in modo radicale.   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47317649]] I forfait di Carlos Alcaraz e Novak Djokovic hanno cambiato le prospettive. Alcaraz, numero due del mondo, ha annunciato la sua rinuncia al torneo di casa dopo aver dovuto abbandonare anche Barcellona a causa di una lesione al polso destro: «Madrid è casa mia, uno dei luoghi più speciali del calendario per me... mi fa così male non poter giocare qui per il secondo anno consecutivo». E non è stato il solo: anche Djokovic, alle prese con il recupero fisico, ha scelto di fermarsi: «Sto continuando il mio recupero con l’intento di tornare presto in campo». Il numero 1 e numero 3 della entry list madrilena out in un colpo solo.   POSSIBILITÀ Per Sinner, infatti, si aprono possibilità difficili da ignorare. La prima è storica: vincere cinque Masters 1000 consecutivi, qualcosa che nessuno è mai riuscito a fare. Nemmeno Djokovic, che tra il 2015 e il 2016 infilò cinque titoli di fila senza però disputare Monte Carlo, rendendo quella sequenza diversa da quella che oggi può costruire l’azzurro. La seconda è strategica: allungare in classifica proprio su Alcaraz, oggi distante 390 punti, in un torneo dove nessuno dei due difendeva punti vista la contemporanea assenza dello scorso anno.   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47314624]] E poi c’è un terzo livello, più profondo. I cosiddetti “Grandi Titoli” del tennis, i quindici tornei più importanti di questa disciplina: 4 Slam, le Finals, i giochi Olimpici e i 9 Masters 1000. Sinner ne ha già messi insieme undici su quindici, e Madrid è uno dei tasselli mancanti, insieme a Roma, al Roland Garros e all’alloro olimpico. Vincere nella capitale spagnolo significherebbe compiere un ulteriore passo verso un traguardo che, finora, è riuscito a superare soltanto Djokovic. Certo, Madrid non è mai stata una tappa particolarmente fortunata. L’ultima partecipazione, nel 2024, si era chiusa con un ritiro prima dei quarti per un problema all’anca. Anche per questo la prudenza resta un elemento centrale nelle valutazioni del suo team visti i tanti impegni ravvicinati, ma il momento è diverso: fiducia ai massimi livelli, continuità di rendimento e una striscia aperta di quattro Masters 1000 consecutivi. Come detto all’orizzonte restano Roma e Parigi anche per riscattare le finali perse un anno fa, ma l’assenza dei principali antagonisti trasforma un torneo “sacrificabile” in un’occasione d’oro e forse irripetibile. Sinner è arrivato, si allenerà, ascolterà le sensazioni e poi deciderà il da farsi, ma mai come questa volta la tentazione ha il peso della storia e quando succede, dire no diventa quasi impossibile.

Caravaggio dipinse la sua vita nei chiaroscuri dei quadri
3 ore fa | Sab 18 Apr 2026 08:15

Un dipinto può essere la chiave di lettura di una vita, addirittura la base di una biografia? Sicuramente può esserlo la vita di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio dal suo luogo di nascita, del quale conosciamo l'esistenza come una cavalcata di ripetizioni ossessive legate alla maschera del personaggio. Troppo caleidoscopico per essere rinchiuso in una sequenza di date. Troppo avanti per restare catalogato nell’ambito del suo tempo, Michelangelo Merisi sfida e provoca tutto e tutti. La sua vita è un susseguirsi di eventi tra risse e processi, tramandate sino ai nostri giorni tra vuoti e tracce che si perdono, tra mille sofferenze e provocazioni. Più volte raccontato nelle vite romanzate, biografie, film, con i volti di Amedeo Nazzari, Riccardo Scamarcio, il bravissimo Alessio Boni nella fiction televisiva, in quel suo tormento di vivere che lo perseguitò ed esaltò. LA SFIDA DELLA VITA Ecco, tornando al principio del racconto, scopriamo una nuova modalità di interpretarlo attraverso l’idea vincente del saggio Caravaggio, una vita in dieci quadri (Le Scie Mondadori, pagg.173, euro 20) di Francesca Cappelletti, direttrice della Galleria Borghese, storica, profonda conoscitrice del Merisi che ha contribuito al ritrovamento de La cattura di Cristo, oggi alla National Gallery di Dublino. Il fil rouge della vita di Caravaggio è l’ossessione folle, come drogata dall’impossibilità di rinunciare alla sfida quotidiana con la vita e la conseguente ripetitività disperata di duelli, assassini, prostitute. Le stesse meretrici che concedono i loro corpi oltraggiati al pittore considerato pazzo il quale poi le trasforma in Madonne. L’esistenza di Caravaggio fu una vita dedicata alla pittura persino più di quanto non lo fosse stata quella del Michelangelo immenso che lo aveva preceduto, la differenza sta nel fatto che Buonarroti morì a quasi ottantanove anni, lui a trentotto, stremato dalla febbre e inseguito da una condanna a morte per omicidio. Tutto il resto ha poco senso, perché Merisi, nato in una famiglia povera, ma subito contaminato dall’arte (il padre lavorava nella fabbrica del Duomo a Milano), vissuto sul filo del rasoio, tra fermenti carnali oltre ogni limite, angoscia ed esaltazione, angelo e demone, assassino con il cuore colmo di generosità, e quindi secondo il “taglio” di questo libro non poteva essere quello di una normale biografia. E Francesca Cappelletti la scrive attraverso le sue opere. Ne ha scelte dieci che vibrano come una lama di spada, le date e i momenti sono spartiacque fra i suoi celeberrimi lampi di luce, e il confine del buio: miracolo del genio, in quella linea invisibile c’è scritta la sua vita miserabile nei vicoli e nelle taverne, il vino tra i i rifiuti e la sporcizia, tradotti nei quadri innalzati alla gloria nei palazzi sontuosi dei committenti, aristocratici e papi, comunque mecenati. Leggiamo che era l’11 luglio 1597 quando, fra le strade di Roma, apparve per la prima volta Michelangelo Merisi da Caravaggio nella descrizione prevale il colore “negro”: «la barba rada, il cappello e i vestiti, a volte un po’ trascurati. Parlava con accento lombardo, ed era accompagnato, quella sera, da un mercante di quadri e da un altro pittore».   IL VINO E L’AMORE Nel Bacchino malato, conservato alla galleria Borghese, non è difficile riconoscere il ritratto del pittore abbandonato agli eccessi del vino, o la sua immagine fragile e sofferente. E il sangue che insegue la vita del pittore è quello della gola di Oloferne, recisa dalla spada impugnata da Giuditta (vedi il quadro Giuditta e Oloferne). La vocazione di San Matteo trova ispirazione nelle sue taverne, e la Conversione di Saulo interpreta la possibilità di trovare la propria strada proprio quando si è accecati dalla luce. L’Amore vincitore, che accoglie i visitatori alla Gemaldegalerie Galerie di Berlino, domina la copertina di questo ricchissimo libro, ha un sorriso irridente verso gli altri perché questo è l’amore e non cambia nel corso dei secoli. Il primo proprietario, il marchese Vincenzo Giustiniani, lo descriveva così nel suo inventario: «Un quadro con un Amore ridente, in atto di dispregiar il mondo, che tiene sotto con diversi strumenti, corone, scettri e armature, chiamato per fama il Cupido del Caravaggio». Perché amore ride. E ha sempre a che fare con la conoscenza. Costruire imperi, edificare palazzi e città: l’Amore di Caravaggio sorride di tutto questo impugnando le frecce, che tiene per ora rivolte verso l’alto e verso l’interno del quadro, ma potrebbe sempre scoccare verso lo spettatore. Non siamo di fronte al puttino tenero della mitologia, l’Amore di Caravaggio è un tipo tosto. Le frecce sono rosse e nere, capaci di far impazzire di felicità o uccidere di dolore il destinatario. Proprio come lui.

L'Occidente e la condanna degli imperi del Male
3 ore fa | Sab 18 Apr 2026 08:08

«Un momento meraviglioso». Così il dissidente Natan Sharansky definì il giorno del 1983 in cui, rinchiuso in un carcere sovietico, apprese da un ritaglio di giornale del regime, che il presidente americano Ronald Reagan aveva definito l’Urss «l’Impero del male». Naturalmente i media sovietici attaccavano Reagan: «Una lunga schiera di capi occidentali» ricorderà poi Sharansky «si era ritrovata allineata nella condanna del malvagio Reagan; e questo elenco veniva messo in prima pagina, proprio accanto alla storia di quest’uomo terribilmente pericoloso che voleva riportare il mondo ai giorni bui della guerra fredda». L’episodio, così simile a quello che sta accadendo oggi con Donald Trump, era ricordato da Renzo Foa all’inizio della sua prefazione di un volumetto che Liberal pubblicò nel 2007. Lo aveva scritto Carlo Ripa di Meana insieme a Gabriella Mecucci e s’intitolava L’ordine di Mosca. Fermate la Biennale del dissenso (una storia mai raccontata). Quando Sharansky poté finalmente uscire dal carcere e dall’Urss incontrò Reagan che era felicissimo di ascoltarlo: «Solo allora» annotò il dissidente «iniziai a rendermi conto realmente che il presidente Reagan doveva aver sofferto offese per il suo grandioso discorso, non solo in Unione Sovietica». I dissidenti, commenta Foa, «erano per lo più importanti intellettuali, capaci di sfidare non solo la morsa del totalitarismo, ma anche la debordante ostilità del conformismo. A essi, insieme agli operai polacchi, a Ronald Reagan e a Karol Wojtyla dobbiamo il 1989». E aggiungeva che Ripa di Meana, con la sua Biennale del Dissenso del 1977, ebbe il merito di anticipare il tempo della libertà. Ecco il perché di quel libro che andrebbe ripubblicato e riletto perché non è solo la cronaca, a tratti drammatica, della coraggiosa Biennale voluta da Ripa di Meana con il forte appoggio politico di Bettino Craxi. È anche il racconto dell’arroganza del potere comunista moscovita che andò su tutte le furie per quella Biennale opponendovisi in modo pesantissimo. È la storia del legame ancora stretto fra Mosca e il Pci (che tornerà a evidenziarsi qualche anno dopo con l’opposizione del Pci agli euromissili della Nato). Il Pci passò dall’iniziale appoggio alla Biennale del Dissenso alla «forte critica» e la svolta si verificò per «la loro sostanziale dipendenza da Mosca». Aldo Tortorella sull’Unitàcondannò la Biennale perché a suo parere si era verificata «un’aggressione morale» che non teneva conto «degli effetti storici della Rivoluzione d’ottobre». Qual era il clima culturale e politico italiano? Ripa di Meana ricorda «la feroce opposizione di vastissimi settori delle istituzioni culturali italiane, università, case editrici, fondazioni, case musicali e molti intellettuali e artisti uno dopo l’altro, e a titolo anche individuale, contro l’iniziativa Biennale del Dissenso e il suo obiettivo di informazione e liberazione, e a favore, invece, della tentata censura sovietica e delle sue misure repressive in Urss e in tutti i paesi comunisti europei e a Cuba». La forza dell’egemonia è sempre il conformismo. www.antoniosocci.com

In Camerun centinaia alla messa all'aperto del Papa, fra canti e balli
3 ore fa | Sab 18 Apr 2026 07:58

La nuova Ungheria è come la vecchia
3 ore fa | Sab 18 Apr 2026 07:57

Chi si aspettava la svolta del dopo-Orban, rimarrà deluso. Peter Magyar, dopo il trionfo alle urne di Tisza, ha appena varcato la soglia del palazzo del Parlamento ungherese, l’Orszaghaz, che subito arriva la notizia della prima nomina del nuovo governo: per il ministero dell’Istruzione, il premier in pectore ha chiesto la disponibilità a Rita Rubovszky, attualmente direttrice delle scuole cistercensi, che per dodici anni è stata vicepresidente dell’Associazione Europea degli Insegnanti Cattolici. Pare di capire che l’ideologia gender debba attendere un’altra tornata elettorale per tornare nei programmi didattici. E che il predominio statale sul sistema educativo non abbia possibilità di riprendere quota. L’incarico non è ancora stato formalizzato, perché l’avvicendamento al vertice delle istituzioni deve sottostare a un rituale dettato dalla Costituzione. Magyar scalpita e chiede che l’elezione del primo ministro da parte dell'Assemblea nazionale a Budapest e il suo giuramento si svolgano il giorno stesso della seduta istitutiva del Parlamento, che tuttavia non potrà tenersi prima del 7 maggio. «Si è già tenuta la prima consultazione sulla sessione inaugurale dell’Assemblea nazionale e sulla composizione delle commissioni», ha annunciato Magyar, che ha aggiunto di voler dare maggiore spazio ai partiti di opposizione. Nella precedente legislatura i vicepresidenti erano sei, quattro di Fidesz e due di opposizione. Magyar ha proposto che l’opposizione abbia tre vicepresidenti: uno di Fidesz, uno del Kdnp (cristiano-democratici) e uno di Mi Hazank (estrema destra). Comunisti, socialisti o progressisti, del resto, non ce ne sono, né fra i banchi della maggioranza né fra i seggi della minoranza. Li hanno subiti per un quarantennio abbondante, del resto, e ora gli ungheresi ne fanno volentieri a meno. Magari guardano all’Europa con un grado minore di ostilità. E con cautela. Almeno questa è la percezione che si ricava dalle parole di Andras Karman, esperto economico di Tisza, oltre che probabile futuro ministro dell'Economia. che prevede un percorso di quattro anni per l’entrata nell’eurozona. Parlando all’emittente Rtl, Karman ha spiegato che l’obiettivo della sua formazione politica è «creare queste condizioni entro il 2030. Allora si potrà prendere una decisione sull’introduzione della moneta unica», ha detto, precisando però che il 2030 non è ancora una data ufficiale. Karman, peraltro, non esclude che le condizioni possano essere create anche prima, se la situazione lo consentirà. Ieri l’esperto economico di Tisza ha avuto un incontro con il governatore della Banca nazionale d’Ungheria, Mihaly Varga, che è anche ex ministro delle Finanze del governo di Viktor Orban. I due convengono che l’introduzione dell’euro contribuirebbe a ridurre i tassi di interesse, a contenere le aspettative di inflazione e a rendere i tassi di cambio più prevedibili. Se Francoforte può attendere, a Bruxelles hanno qualche urgenza maggiore. Sull’Ucraina, in particolare, che sarà il vero banco di prova del nuovo assetto politico. Fra Tisza e Fidesz, le differenze non sono enormi per quanto riguarda le relazioni con Kiev. Anzi i due partiti, al Parlamento europeo, si sono schierati entrambi contro la concessione del prestito di 90 miliardi all’Ucraina. Un ribaltamento di prospettive potrebbe avere contraccolpi sui rapporti con la Russia. E soprattutto sulla capacità di coprire il fabbisogno energetico ungherese, se Mosca decidesse di chiudere i rubinetti del gas e del petrolio. La viceministra cipriota per gli Affari Europei, Marilena Raouna, della presidenza di turno del Consiglio Ue,, è fiduciosa: «A seguito delle recenti elezioni in Ungheria, ci impegneremo per ottenere ulteriori risultati», afferma durante la conferenza stampa di metà mandato, a proposito del percorso di adesione Ue di Ucraina e Moldova, che attualmente vede «completata la cosiddetta fase iniziale dei negoziati di adesione per i tre gruppi di capitoli rimanenti (3,4 e 5), e i relativi risultati sono stati presentati, preparando così le fasi successive». Ci sperano, più che altro perché al prossimo Consiglio Ue Affari esteri, convocato per il 21 aprile a Lussemburgo, sarà vuoto - cioè occupato da un diplomatico - il banco del ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjartó, cioè colui che telefonava al ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov durante le riunioni dell’esecutivo comunitario. È proprio «finita un’era», come ha scritto ieri Orban, promettendo di tornare sulla scena politica.

Mentre Hormuz riapre l'Ue si riscopre inutile
3 ore fa | Sab 18 Apr 2026 07:53

Quando le agenzie hanno iniziato a battere la notizia che l’Iran stava dichiarando lo stretto di Hormuz «completamente aperto», si è subito compreso che non eravamo di fronte ad una notizia qualsiasi. Primo, perché non proveniva dai profili social di Trump. E noi abbiamo imparato, soprattutto in queste settimane, quanto strumentali siano talvolta le sue uscite. Non che siano prive di fondamento, sia chiaro. Tutt’altro. Solo che i post di Trump servono a propiziare reazioni più che raccontare eventi. Secondo, perché il soggetto di quella dichiarazione era Teheran. Che invero ha subito giustificato il “cedimento” affermando che la riapertura completa dello stretto vale fintantoché rimane in essere il cessate il fuoco in Libano fra Israele ed Hezbollah. Insomma, una sorta di contropartita. Il non detto di queste dichiarazioni sarebbe che il Libano è come se fosse una colonia di Teheran. La realtà, che i media mainstream nasconderanno, è che il regime ha dovuto cedere. Perché completamente annientato sotto il profilo militare. E perché, come ha giustamente evidenziato ieri la nostra Costanza Cavalli, chi «di blocco ferisce di blocco perisce». Teheran non può reggere che pochi giorni di fronte alla chiusura totale e non selettiva dello stretto. La chiusura “selettiva” era quella messa in atto dalle guardie rivoluzionarie. Stretto chiuso per molti ma non per tutti. Come vedete non nomino un leader, anche perché non è dato oggettivamente sapere chi sia attualmente il Commander in Chief in Iran. Ammesso che ci sia. Il percorso per arrivare ad un lieto fine è però ancora tortuoso. Il fatto che Trump abbia detto che l’accordo non è legato a quel che succede in Libano potrebbe essere letto come uno sfoggio di cautela. Pur avendo ospitato i negoziati fra Israele e Libano a Washington, la paura che qualcosa possa andare non per il verso giusto serpeggia. Una volta incassata la resa di Teheran, Trump ha rilanciato ringraziando l’Iran per aver acconsentito a non usare più Hormuz come arma di pressione. Ma per lui nulla cambia. Quindi il blocco americano teso ad impedire che le petroliere arrivino vuote e ripartano piene dall’isola di Kharg rimane. A meno che non si firmi un accordo completo. A partire dall’uranio arricchito che Trump chiama «polvere nucleare». Lo scambio sarebbe grosso modo questo: l’Iran rientra in possesso di 20 miliardi di dollari suoi confiscati in base alle sanzioni, in cambio del pulviscolo atomico da spedire presso un paese terzo sicuramente già dotato di bombe atomiche. Il petrolio ha subito ingranato la marcia in folle per piombare giù in discesa. Ad onor del vero i mercati finanziari hanno da tempo creduto in una soluzione quale quella che andrebbe ora profilandosi. I prezzi dei futures (contratti a termine con scadenza futura) hanno sempre avuto valori più bassi rispetto a quello a pronti. Se anche l’accordo, come ci auguriamo, andasse in porto ci vorranno non meno di tre mesi perché la situazione torni alla normalità quanto a disponibilità di scorte di petrolio, benzina e quant’altro laddove serve. Ma la prospettiva del ritorno al business as usual è un formidabile ricostituente nel guidare le aspettative degli operatori. Nel frattempo, Nato ed Europa non pervenute. Anzi ennesima figura di palta. Trump ci tiene a dire, e qui siamo nel campo delle sue strumentalizzazioni, che dalla Nato lo hanno chiamato per chiedergli se avesse bisogno di qualcosa. Risposta del Tycoon: «State alla larga a meno che non dobbiate venire a prendere il petrolio. Tigre di carta, non mi sei stata di aiuto quando te l’ho chiesto». Ma è dalle parole del commissario all’energia Dan Jorgensen che si comprende la totale inutilità/incapacità di questa sovrastruttura burocratica. Mentre si delinea una prospettiva di pace il genio se ne esce dalla lampada veloce come explorer lento e con la classica comunistata in salsa europea: “visto che manca la benzina per gli aerei, i vari paesi devono condividerla e redistribuirla”. Niente male come piano di emergenza.

L'Europa voleva già chiuderci in casa
3 ore fa | Sab 18 Apr 2026 07:50

Il problema dell’Unione Europea è anzitutto percettivo: vive e agisce (verbo che è più che altro un auspicio ottimistico) in un altro spazio-tempo. C’è l’accelerazione della Storia nel suo accadere, e poi c’è la coazione a ripetere dell’Eurocrazia, gli stessi riti, le stesse parole d’ordine, la stessa, ormai irreversibile, marginalità. La giornata di ieri, da questo punto di vista, è stata straniante, quasi il trionfo della relatività einsteiniana. Poiché come sempre il miglior commento è nella notizia, riportiamo a titolo di esempio l’incipit di un’agenzia della sera che pareva una burla: “Dopo settimane di confronto, Bruxelles è al lavoro per definire gli ultimi dettagli del piano Accelerate Eu, atteso per il 22 aprile. Contiene una serie di misure per fronteggiare la crisi energetica legata alla guerra in Medio Oriente”. Mentre lorsignori si confrontavano, definivano, limavano, cesellavano nei loro uffici, là fuori, in quella fastidiosa appendice della Commissione che è la realtà, si materializzava il game-changer. La riapertura dello Stretto di Hormuz, la rimozione della macro-causa della “crisi energetica” su cui si scambiavano disegnini da settimane, la sparigliata trumpiana che può essere pazzotica ma sicuramente è diplomazia attraverso la forza, mentre il loro è un costante, autoriferito esercizio di debolezza. Concettuale, anzitutto. Essì, perché mentre avanzava il negoziato impensabile eppure realissimo tra i pasdaran e lo Zio Sam, la classe dirigente europea, presa dal proprio furore dirigistico davanti allo specchio, aveva ripescato quella che non è più una strategia (ammesso lo sia mai stata), ma ha ormai tutti i tratti riconoscibili dell’ossessione monomaniacale: più austerity per tutti. Di seguito, i punti salienti (risate in sala) di quello che i giornali eurolirici hanno seriamente chiamato “il Piano Ue contro la crisi”. Anzitutto, il grande classico della «riduzione volontaria dei consumi» (che suona un po’ come la rinuncia volontaria alla proprietà privata sotto il socialismo reale), soprattutto sui fronti del riscaldamento e dei trasporti. La mitologica “bozza” raccomanda quindi di: limitare l’uso di energia in casa, modificare le impostazioni di caldaie a condensazione e sistemi di climatizzazione negli edifici pubblici per ridurre i consumi di riscaldamento e raffrescamento, intervenire sugli impianti centralizzati anche degli edifici commerciali per abbassare la temperatura. Ovviamente, si prevede di «incoraggiare le imprese» (è la versione bonaria dei Piani quinquiennali sovietici, anche nel linguaggio) a garantire almeno un giorno di telelavoro obbligatorio a settimana, e di chiudere «quando possibile» gli edifici pubblici (che poi sarebbero quei luoghi in cui i cittadini vedono tradursi le proprie tasse in servizi erogati, altrimenti si chiamerebbero sudditi). Nelle (ancora per poco) città, si punta a zone a traffico limitato e giornate senz’auto (specie le volgari e inquinanti utilitarie di quei proletari che affluiscono dal contado per lavorare), mentre alle amministrazioni e alle imprese viene raccomandato di limitare i viaggi aerei. È ancora e sempre Greta Thunberg, la loro stella polare. Trump applicherà anche nella sua postura geopolitica la nixoniana teoria del pazzo, ma gli estensori di questi vademecum dadaisti propongono pazzie nella pratica: non spostatevi, non lavorate, non riscaldatevi, non lavatevi. Non vivete, sostanzialmente, perlomeno nel senso compiutamente umano: d’altronde l’attività dell’uomo, come da pedagogia gretina, è colpevole in sé. Sono stanchi passatempi ideologici, sempre in bilico sul lockdown, vero feticcio e catalizzatore dell’ossessione delle classi dirigenti europee. Chiudete tutto, lasciate fuori dalla porta la fiumana della Storia. Che a un certo punto irromperà dalle finestre, e lascerà di costoro quel che meritano: nulla.

L'irresponsabilità di chi manifesta contro la libertà di espressione
3 ore fa | Sab 18 Apr 2026 07:45

Esistono varie ragioni per cui è semplicemente folle la decisione del Pd (e addirittura di alcuni esponenti di Forza Italia, in realtà) di partecipare alle contro-manifestazioni organizzate in occasione dell’evento che la Lega terrà oggi a Milano. Esistono ragioni più “alte”, perché ovviamente la libertà di pensiero è sacra e esprimerla è un diritto sacrosanto tutelato da quella Carta di cui gli stessi esponenti del partito di Elly Schlein si riempiono la bocca un numero imprecisato di volte al giorno di fronte ai taccuini dei giornalisti, fino ad arrivare al nostro più completo sfinimento. Sicuramente anche gli esponenti Pd ricorderanno che il diritto a contro-manifestare non gode della stessa fortuna di quello a manifestare per quanto riguarda le tutele costituzionali, si tratta più che altro di un vizio della politica italiana (tutti ricorderanno gli assalti ai comizi di Silvio Berlusconi). Un vizio che purtroppo comporta anche dei rischi. Al di là della teoria, infatti, esistono anche ragioni pratiche per cui i Dem avrebbero dovuto evitare di infilarsi in questo delirio. Oggi sfileranno ben 3 contro-cortei. Uno organizzato dai pro-Pal, uno dalle associazioni con Anpi e Pd e l’ultimo – per distacco quello più preoccupante – dai centri sociali milanesi. Il tutto a una distanza di poche centinaia di metri gli uni dagli altri. In pieno centro a Milano. Ora, esiste una celebre frase attribuita a una mezza dozzina di filosofi, ovvero che “la mia libertà finisce dove comincia quella degli altri”. E in questo caso l’errore di quanti sfileranno per provare a silenziare il Carroccio, non lederà solo il diritto dei salviniani, ma anche quello del resto della città, che rischia di finire nel mezzo di tensioni del tutto evitabili. È chiaro, la giustificazione del Pd è che in piazza gli ospiti di Salvini diranno cose talmente orrende da non poter essere tollerate. Come dicevamo, tanti a sinistra applicavano lo stesso metro anche per Silvio Berlusconi, che sarà stato tante cose ma sicuramente non un eversore di destra. Per non parlare del fatto che con Salvini oggi ci saranno i leader politici di partiti che siedono nei parlamenti di mezza Europa, non stiamo parlando di un raduno di skinhead. Non certo un raduno tipo quello che diede luogo agli scontri di Budapest, per i quali venne arrestata Ilaria Salis. È la storia della banda del martello, che nasce per andare in giro per l’Europa a prendere a sprangare gli opponenti politici di estrema destra. La degenerazione naturale del concetto di contro-manifestazio ne.

Il politicamente corretto contagia anche la "rive gauche" francese
4 ore fa | Sab 18 Apr 2026 07:40

C’era una volta la rive gauche. La quale non è stata solo un luogo geografico, ma prima di tutto un luogo dell’anima. A sinistra della Senna c’erano i caffè, le case editrici, i ritrovi degli intellettuali e degli artisti, la Sorbona. Per le sue strade e nei suoi club costruiva la sua esperienza, culturale e di vita, l’intellettuale éngagé di cui Sartre era il rappresentante più illustre. Il marxismo si contaminava con tutte le mode intellettuali che sopraggiungevano, ma restavano fermi i suoi principi più forti: la convinzione di essere dalla parte giusta della storia e di dover combattere tutto ciò che era tradizionale, banale, retrogrado. Poi, poco alla volta, le certezze sono cadute, ad una ad una, la realtà sempre più prosaica ha sconfessato le sorti progressive e il panorama intellettuale parigino, cioè francese, è cambiato: più pluralistico, meno scontato, tutto sommato più solido e profondo. Anche la destra, che aveva pur espresso personalità non irrilevanti come Raymond Aron in passato, ha reclamato i suoi spazi. E questa è la situazione dell’oggi, a cui qualcuno non riesce ancora ad adattarsi e grida al vento contro un fantomatico assalto che la destra avrebbe messo in opera contro le “casematte” attorno a cui si era costruita nel tempo l’egemonia culturale della sinistra. Un vero e proprio terremoto vede protagonisti, in questi giorni, 170 scrittori che lasciano Grasset in polemica con la sostituzione al vertice dell’azienda di Olivier Nora, lo storico amministratore delegato della casa editrice. Sul banco degli imputati è Vincent Bolloré, il proprietario di Hachette, il maggiore gruppo editoriale francese, di cui fa parte Grasset. Egli viene accusato di aver dato una svolta conservatrice all’editoria francese e di voler «imporre l’autoritarismo ovunque, nella cultura e nei media». Da qui la decisione dei firmatari dell’appello di abbandonare la casa editrice come «atto di coraggio e di resistenza» contro l’«oltraggio inaccettabile all’indipendenza editoriale» che si sarebbe realizzato. Come si vede, anche in Francia la retorica resistenziale e antiautoritaria copre semplicemente la volontà di conservazione di un mondo e di gruppi di potere che non esistono più, almeno non nella forma e nella forza che avevano un tempo. E certi cambiamenti, che segnalano un quadro mutato e aderiscono ad esso, vengono giudicati con categorie ideologiche che sinceramente non hanno ragion d’essere. Perché, se è vero che Nora, amministratore da 26 anni, era un amministratore da tutti stimato, è pur vero che non possono esistere uomini buoni per tutte le stagioni e un editore ha tutto il diritto di fare le scelte che ritiene migliori per posizionarsi sul mercato. Fra i motivi che hanno generato la reazione degli intellettuali c’è pure il passaggio a Grasset, proveniente da Gallimard, dello scrittore franco-algerino Boualem Sansal, le cui posizioni vengono stigmatizzate dagli intellettuali di sinistra sia per la sua aspra critica all’islamismo politico e all’islamizzazione delle nostre società, sia per aver preso le difese di Gerard Dépardieu condannato moralmente dall’opinione pubblica e dai media, in barba ad ogni presunzione d’innocenza, ben prima che le accuse di molestie sessuali fossero provate. Assistiamo a un curioso contrappasso: proprio quella “rive gauche”, che si era distinta in passato per spirito libertario e anticonformismo, oggi si fa paladina di un nuovo conformismo e di un “pensiero corretto” conformista e bigotto. Anche in questa sorta di mutazione genetica, è dato misurare la fine di tutta un’epoca a cui però certi chierici non vogliono rassegnarsi.

Iran riprende controllo Hormuz: chiuso finché Usa bloccano porti
4 ore fa | Sab 18 Apr 2026 07:39

L'arrivo di Meloni all'assemblea di Federalberghi a Roma
4 ore fa | Sab 18 Apr 2026 07:25

Simonetta Matone fa impazzire la sinistra: "Le bandiere della pace le brucerei, a cosa sono servite"
4 ore fa | Sab 18 Apr 2026 07:17

"Andrò alla manifestazione della Lega, pacificamente, ma senza bandiera della pace, quelle bandiere io le brucerei". Non va troppo per il sottile Simonetta Matone, deputato della Lega ed ex magistrato, ospite di Un giorno da pecora su Rai Radio 1. Il motivo di parole così forti Matone lo spiega subito: "Perché quelle bandiere arcobaleno sono servite a fare tutt'altro. Porti le bandiere della pace poi ti stacchi dai cortei, tiri le bombe e massacri le forze dell'ordine?". Insomma, il problema non è certo il simbolo, semmai l'uso sociale, mediatico e politico che se ne fa. Alla deputata leghista i conduttori chiedono se sia giusto fare di tutta un'erba un fascio, sottolineando che le violenze avrebbero caratterizzato solo alcuni cortei e sarebbero state provocate per lo più "da qualche individuo". Matone concede: "Alcuni, certo". Poi però riparte all'attacco: "Ma cosa sventolano? Guardate bene, è sempre un pretesto".  Come con ogni probabilità sarà un pretesto per i facinorosi la stessa manifestazione della Lega di oggi pomeriggio a Milano. Matteo Salvini sarà in piazza Duomo per protestare contro un'Europa sorda e cieca di fronte alle esigenze dei suoi cittadini, dalla sicurezza all'immigrazione, dalla burocrazia all'economia. Nelle stesse ore, con tre cortei differenti, Pd, proPal e antifa marceranno in direzione della vicinissima piazza Santo Stefano. A sinistra agitano lo spauracchio del "Remigration Summit" per protestare contro la presenza della Lega e di alcuni leader europei d'area sovranista. Una scusa perfetta per il caos.

Iran, "se il blocco continua adotteremo le misure necessarie"
4 ore fa | Sab 18 Apr 2026 07:04

"Polignano a Mare Città della Musica" al via con il concerto di Syria
4 ore fa | Sab 18 Apr 2026 07:03

Ucraina, attacco a deposito petrolifero russo: l'incendio continua a divampare
4 ore fa | Sab 18 Apr 2026 07:02

Hegseth, la preghiera in stile Pulp Fiction
4 ore fa | Sab 18 Apr 2026 07:01

Longevity Magazine - Puntata del 18/4/2026
4 ore fa | Sab 18 Apr 2026 07:00

Cina, i robot umanoidi arrivano a lavoro
4 ore fa | Sab 18 Apr 2026 06:58

Sarah Ferguson, ecco dov'è scappata per sfuggire ad Andrea, Epstein e scandali sessuali
5 ore fa | Sab 18 Apr 2026 06:32

Il quotidiano britannico The Sun ha “ritrovato” Sarah Ferguson, da sette mesi nell’ombra, dopo che il suo nome era comparso più volte nei file Epstein resi noti dal Dipartimento di Giustizia americano. La moglie dell’ex principe Andrea si trova in un ski resort di lusso in Austria, da duemila sterline a notte, quasi 2.300 euro. L’ex duchessa di York, privata dei titoli lo scorso ottobre, era stata vista in pubblico l’ultima volta nel settembre dello scorso anno. Poi si è eclissata, dopo la pubblicazione delle mail scambiate con Jeffrey Epstein in cui chiedeva denaro al finanziere pedofilo e si rivolgeva a lui come a un «amico fraterno».   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46867155]] Berretto blu, occhiali, cappotto e pantaloni blu scuro, la 66enne è stata fotografata dal Sun mentre si dirigeva da uno chalet verso una Mercedes. Una fonte rivela alla rivista che l’ex duchessa ha «mantenuto un profilo incredibilmente basso» negli ultimi mesi. «La scelta dell’abbigliamento che ha indossato quando è uscita di casa è stata ovviamente ponderata con cura per evitare di essere riconosciuta», aggiunge la fonte.   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46915721]]

Lega in piazza contro la Ue. Ma la sinistra vuole zittirla
5 ore fa | Sab 18 Apr 2026 06:17

Oggi a Milano va in scena il “Sabato dei cortei”. In tutto saranno quattro. Il principale è quello organizzato dalla Lega che partirà alle 14/14.30 da Porta Venezia e arriverà perle 15 in piazza Duomo, dove si svolgerà la manifestazione dei Patriots (il gruppo europeo del quale fa parte il Carroccio) dal titolo “Senza Paura. In Europa padroni a casa nostra”. A sinistra l’hanno ribattezzato “Remigration summit”, ma è una bugia detta ad arte per poter inscenare gli altri cortei di protesta, organizzati da Pd, Anpi e armamentario vario; dai “bravi ragazzi” dei centri sociali milanesi; e dagli altrettanto “bravi ragazzi” Antifa. Questi tre cortei partiranno da zone diverse di Milano per confluire in Piazza Santo Stefano.   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47300655]] È chiaro che se per la manifestazione del Carroccio la preoccupazione delle forze dell’ordine è minima («Noi sfiliamo con le famiglie e ringraziamo prima e dopo gli agenti che sono lì a lavorare», ha detto nei giorni scorsi Silvia Sardone); discorso diverso va fatto per gli altri - o almeno per quelli dei Propal e degli Antifa - dove l’allerta sarà massima e non si escludono scontri con gli agenti. Del resto il fatto stesso che fino all’ultimo anche un partito come il Pd (con la clamorosa complicità di Forza Italia) abbia cercato di impedire lo svolgimento della manifestazione leghista, la dice lunga sulla tensione che è stata creata ad arte in città.   [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47289191]] Chiuso il capitolo cortei, voltiamo pagina e occupiamoci della manifestazione della Lega, che avrà al centro la critica all’Unione europea e alle sue politiche econo ve. Non a caso in piazzaci ranno diverse categorie: tra queste gli agric con tanto di trattori (anch intesta al teo) e i moto I primi protesteranno perla Pac, i condi per le assurde regole del green deal che li costringerebbero a rottamare la gran parte dei loro mezzi. «I motociclisti rappresentano una comunità fatta di lavoratori, appassionati e cittadini che chiedono una sola cosa: poter circolare senza essere colpiti da divieti e restrizioni ideologiche. E la Lega, con Matteo Salvini, non arretrerà di un millimetro nel difendere questa categoria», hanno spiegato in una nota congiunta l’europarlamentare Silvia Sardone e il neo deputato Alberto Di Rubba. I manifestanti arriveranno da tutta Italia, isole comprese. Claudio Durigon, vicesegretario della Lega, intervistato su Rai Radio Uno ha parlato di almeno «20mila persone che sfileranno pacificamente per le strade di Milano». Sul palco oltre a Matteo Salvini ci saranno sicuramente il presidente di Rassemblement National e delfino di Marine Le Pen, Jordan Bardella; l’olandese Geert Wilders, leader del Parito delle Libertà e la greca Afroditi Latinopoulou, leader del partito Foní Logikís da lei fondato. Ancora incerta la partecipazione dell’ex premier ungherese Viktor Orbàn. «Andiamo in piazza per rilanciare le nostre battaglie. È la prima grande piazza di centrodestra dopo la sconfitta al referendum». A questo proposito negli ultimi giorni si è sviluppata tensione con gli alleati di Forza Italia, che- non tutti - hanno preso le distanze dalla piazza leghista. Salvini la prende con filosofia: «Ognuno fa quello che vuole, il governo è compatto. Proprio in queste ore stiamo approvando un nuovo decreto sicurezza con tante proposte volute dalla Lega ognuno faccia ciò che creda, a me interessano i fatti». Poi ha spiegato anche che «andremo in piazza perché l’Europa in molti casi ci frena. Come governo italiano possiamo approvare leggi e stanziare soldi, ma fino a che a Bruxelles ci frenano, ci ingabbiano e ci respingono, anche sull’immigrazione, è chiaro che è difficile».  Idem sulla questione patto di stabilità: «Sul caro-carburanti l’Italia è il Paese che mette più soldi per mitigare gli aumenti. Ma la Ue deve cancellare il patto di stabilità e i vincoli di bilancio: l’Europa la paghiamo e la manteniamo noi. Anche Confindustria chiede un cambio di governo e di direzione a Bruxelles». Il leader leghista è tornato anche sulla polemica riguardo il “remigration summit”. «La nostra piazza è un’altra cosa, ma per me rimandare al loro Paese quelli che delinquono, non è razzismo, è legittima difesa». Sulla politica internazionale, invece, ha ribadito le posizioni del governo su Trump: «Noi stiamo col Papa, non con chi lo insulta», ma poi prova a stemperare la crisi con gli Usa: «Trump fa gli interessi del suo Paese, che in questo momento non coincidono con quelli dell’Italia e dell’Europa. Crisi diplomatica? Credo che, nonostante qualche problemino temporaneo, i rapporti torneranno buoni». Noi ci battiamo per essere ascoltati dalla Ue sulla distribuzione dei fondi. Remigration Summit? È veramente una speculazione della sinistra, che del resto sta speculando su tutto. L’ho già detto e lo ripeto: se si devono far andare a casa persone che sono arrivate in modo illegittimo e che hanno commesso reati, mi sembra che il buon senso debba dire di sì». La deputata Simonetta Matone, infine, ha spiegato che «andrò alla manifestazione della Lega, pacificamente, ma senza bandiera della pace. Quelle bandiere io le brucerei perché sono servite a fare tutt’altro. Porti le bandiere della pace poi ti stacchi dai cortei, tiri le bombe e massacri le forze dell’ordine?».

Hormuz, crolla il prezzo del petrolio e le Borse volano: c0s'è successo in pochi minuti
5 ore fa | Sab 18 Apr 2026 06:09

In attesa che petrolio e gas tornino a fluire dai Paesi del Golfo, attraverso lo Stretto di Hormuz, verso i mercati del mondo com’era accaduto fino al 27 febbraio scorso, ieri l'annuncio della riapertura (seppur a termine) del canale che separa Iran e Oman è bastato a far crollare il prezzo di greggio e gas e a far impennare le Borse in Europa e negli Stati Uniti. L’effetto è stato simile a quello riscontrato un paio di settimane fa, quando gli Usa e l’Iran si dissero disponibili a colloqui per un cessate il fuoco dopo un mese di bombe, droni e missili. Attraverso Hormuz transitava ogni giorno circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto: 20 milioni di barili al giorno, vale a dire 600 miliardi di dollari l’anno. Ma, questa volta, l'effetto potrebbe essere meno effimero, dato che la trattativa-bis (che dovrebbe tenersi nuovamente a Islamabad forse già da domani, secondo quanto ha rivelato l’agenzia Axios) partirà con uno Stretto di Hormuz aperto e con la disponibilità da parte di Teheran di consegnare l'uranio arricchito in suo possesso, due condizioni sulle quali la delegazione iraniana l'altra volta si era rifiutata di negoziare. E dire che la giornata di ieri, sui mercati, era iniziata all'insegna dell'incertezza. A Milano, Piazza Affari aveva aperto con un +0,2%, in linea con Parigi e Francoforte, ma meglio di Londra. Segnali debolmente positivi erano arrivati dal prezzo del petrolio, con i futures a giugno sul Brent appena sotto i 98 dollari al barile (-1,6%) e quelli sul Wti a 93 dollari (-2%). Nel corso della mattinata gli indici sono migliorati leggermente, ma la fiammata vera e propria è arrivata nel primo pomeriggio europeo, quando Teheran ha dichiarato che, per tutta la durata del cessate il fuoco stabilito tra Israele e Libano, lo Stretto di Hormuz sarebbe stato aperto al transito di tutte le navi commerciali. Le Borse europee hanno allungato il passo, con Milano, Francoforte e Parigi a guidare la riscossa, con guadagni vicini ai due punti percentuali, mentre a Wall Street tutti gli indici hanno aperto ampiamente in positivo: Standard & Poor's e Nasdaq a +1,5% e il Dow oltre il +2%. Le azioni statunitensi si avviano a registrare il miglior mese degli ultimi sei anni, grazie alle speranze di una fine della guerra in Iran.   I NUMERI Ma, cosa più importante, il prezzo del petrolio è letteralmente crollato: il Brent è sceso a fine giornata a 86,5 dollari al barile (-13%) e il Wti addirittura sotto gli 82 dollari, con un ribasso di oltre il 14%. Anche il gas, sulla piazza principale europea, quella di Amsterdam, ha perso quasi 8 punti percentuali sulla quotazione di giovedì, scendendo a 39 euro per megawattora. Un’inversione di rotta che potrebbe essere solo l’antipasto di ciò che potremmo vedere in caso di un esito positivo dei prossimi colloqui, che comporterebbe lo sblocco a tempo indeterminato dello Stretto di Hormuz. Già ieri, appena un’ora dopo l’annuncio di Teheran, una mezza dozzina di navi mercantili, tra le quali anche una petroliera greca e la nave da crociera Celestial Discovery che era ferma a Dubai da 47 giorni, si stavano dirigendo a velocità di crociera dal Golfo Persico in direzione di Hormuz, anche se dirigenti del settore marittimo hanno dichiarato al Financial Times di non essere ancora al corrente delle rotte sicure da percorrere e che i rischi relativi al minamento dello Stretto permangono. Insomma, anche nell’ipotesi in cui i prossimi colloqui di pace dovessero portare alla fine della guerra, ci vorranno giorni, forse settimane, perché il traffico marittimo a Hormuz torni alla normalità, come si augurala comunità internazionale con la sola eccezione della Russia che, proprio in conseguenza del blocco dello Stretto, si era vista riconoscere dagli Stati Uniti una deroga temporanea alle sanzioni sull'acquisto del suo petrolio stoccato in mare, nel tentativo di allentare la pressione sui prezzi del greggio.   L’ARMA DELLE SANZIONI Se a Islamabad, invece, le cose non dovessero filare come tutti o quasi sperano, l’amministrazione Trump intende spostare anche su un altro fronte la sua campagna contro Teheran, con l’obiettivo di mettere ancor più pressione sulla già collassante economia iraniana. Lo ha dichiarato il Segretario al Tesoro, Scott Bessent, durante un briefing alla Casa Bianca in cui ha minacciato sanzioni economiche secondarie contro i Paesi, inclusi alleati come gli Emirati Arabi e concorrenti come la Cina, che fanno affari con persone, aziende e navi sotto controllo iraniano. «Abbiamo detto ai Paesi che acquistano petrolio iraniano o che hanno denaro iraniano nelle loro banche, che ora siamo disposti ad applicare sanzioni secondarie nei loro confronti. E gli iraniani dovrebbero sapere che questo sarà per loro l’equivalente finanziario di ciò che abbiamo visto sul campo di battaglia», ha spiegato Bessent.