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Dopo la finale di “Amici”, che ha realizzato il 25,9% di share con 3.483.000 spettatori, l’amministratore delegato di Mediaset Pier Silvio Berlusconi ha inviato a Maria De Filippi questo messaggio: «Cara Maria, brava. Hai fatto ancora un grandissimo lavoro. Grazie a te e a tutta la tua squadra da parte mia e di tutta Mediaset. “Amici” è molto più di un programma: è un evento di cui siamo orgogliosi, un punto di partenza per giovani talenti. Ti abbraccio forte. Pier Silvio»
L’osteoartrite erosiva della mano è una forma particolarmente aggressiva di artrosi che colpisce le articolazioni delle dita, causando dolore, infiammazione e progressiva distruzione della cartilagine e dell’osso. È una malattia complessa, spesso difficile da trattare, perché fino ad oggi le sue cause non erano del tutto chiare. Una nuova ricerca genetica, però, sta aprendo scenari importanti. Lo studio ha identificato mutazioni in due geni chiamati PANX1 e PANX3, che regolano il funzionamento di particolari “canali cellulari” coinvolti nella comunicazione tra cellule. Questi risultati aiutano a capire meglio i meccanismi alla base della malattia e sono stati ottenuti analizzando famiglie con forme ereditarie di osteoartrite erosiva. Le proteine pannexine funzionano come piccoli canali presenti nella membrana delle cellule. Il loro compito è permettere il passaggio di molecole come ATP e calcio, fondamentali per la comunicazione cellulare, lo sviluppo dei tessuti e il mantenimento dell’equilibrio biologico. Quando questi canali funzionano correttamente, contribuiscono alla salute delle articolazioni. Ma se vengono alterati da mutazioni genetiche, possono innescare processi dannosi. La ricerca ha individuato due mutazioni distinte: una nel gene PANX1, che provoca un aumento anomalo dell’attività dei canali ed una nel gene PANX3, che invece riduce la funzione dei canali. Anche se sembrano effetti opposti, entrambi portano allo stesso risultato finale: un danno cellulare progressivo. Nel caso di PANX1, l’iperattività del canale favorisce un aumento del rilascio di segnali cellulari che possono diventare tossici nel lungo periodo. Nel caso di PANX3, invece, la riduzione della funzione altera i normali processi di crescita e mantenimento dei tessuti. In entrambi i casi, le cellule delle articolazioni diventano più fragili e tendono a degenerare più facilmente. Gli esperimenti mostrano che queste mutazioni possono aumentare la morte cellulare e ridurre la capacità delle cellule di mantenere sano il tessuto articolare. In alcuni modelli sperimentali, come quello sul pesce zebra, le alterazioni genetiche hanno attivato geni legati all’infiammazione e alla degenerazione ossea. Questo aiuta a spiegare perché, nell’osteoartrite erosiva, il danno non riguarda solo l’usura meccanica delle articolazioni, ma anche processi biologici profondi che coinvolgono la comunicazione tra cellule. Uno degli aspetti più rilevanti dello studio è che si tratta della prima evidenza di mutazioni germinali in PANX3 associate a una malattia umana, e della conferma del ruolo anche di PANX1 nell’osteoartrite erosiva. Questo significa che in futuro si potrebbe arrivare a terapie più mirate, capaci non solo di ridurre il dolore, ma di intervenire sui meccanismi biologici che causano la degenerazione articolare. In altre parole, comprendere come funzionano questi “canali cellulari” potrebbe aprire nuove strade per rallentare o addirittura prevenire la progressione di una delle forme più invalidanti di artrosi della mano.
A quasi vent’anni dal delitto di Chiara Poggi, il caso Garlasco torna a far parlare di sé con un elemento che riemerge dalle carte e dalla tv: un audio registrato nelle ore più drammatiche, quando lo shock era ancora vivo e ogni parola pesava come un macigno.Il dettaglio che riaccende il dibattito è una chiamata del giorno dopo. Sono le 8:34 del 14 agosto 2007 quando Rita Preda, mamma di Chiara, telefona a casa di Alberto Stasi. La conversazione è stata riproposta nel corso di un servizio di Chi l’ha visto?, riportando in primo piano frasi che continuano a far discutere.Rita Preda, con la voce spezzata, si rivolge alla madre di Stasi dicendo: “Lo so, lui non c’entra niente”. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47768561]] Dall’altra parte, Elisabetta Ligabò racconta che il figlio è stato interrogato a lungo. Secondo quanto riferisce, i carabinieri lo avrebbero “torchiato da matti”, ma non avrebbe né macchie di sangue né graffi.La telefonata prosegue con le due donne che provano a ricostruire l’accaduto. “Cercano quello che non c’è”, dice Rita Preda, chiamata affettuosamente “Betti”. Emerge così un particolare significativo: l’abitudine di Chiara di aprire ogni mattina la porta di casa per far uscire i gatti. Da qui l’ipotesi della madre: “c’era qualcuno che girava nel cortile”, come se un estraneo avesse potuto approfittare della porta aperta.Quell’intuizione, nata nelle primissime ore dopo l’omicidio e rilanciata da Chi l’ha visto?, torna a essere al centro dell’attenzione. L’audio del 14 agosto 2007, riascoltato oggi, restituisce lo shock di quelle ore e continua a interrogare l’opinione pubblica su uno dei casi più controversi della cronaca italiana. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47769843]]
La mattina del 13 agosto 2007 - giorno dell'omicidio di Chiara Poggi - la vicina Franca Bermani notò una bicicletta nera da donna appoggiata al muro di casa Poggi. Un'ora dopo, stando sempre alle dichiarazioni di Bermani, quella bicicletta non c'era più. Ancora oggi nessuno sa se fosse collegata in alcun modo all'omicidio. Tuttavia, la nuova inchiesta sull'omicidio di Garlasco, che accusa Andrea Sempio, le riserva decisamente poca attenzione. La bicicletta viene citata una prima volta in un appunto di Giuseppe Sempio in una rubrica verde della Pigna: "Alle 8 FRANCHIOLI vide bicicletta nera (BERMANI) vide bicicletta nera fino alle 940-950 mio figlio era a piedi xche non ho/ha bicicletta nera 1 da donna". Il padre dell'indagato fa riferimento al musicista Pietro Emilio Franchioli che nel 2009 disse ai Carabinieri di aver visto "con la coda dell'occhio sinistro" all’incrocio fra via Pavia e via Pascoli e "la figura di una persona, credo un uomo, che si trovava a bordo di una bici ferma e che era piegato in avanti con la testa verso la pavimentazione stradale in direzione della ruota anteriore". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47765611]] Il secondo riferimento è, appunto, alla vicina di casa che, nella prima delle sue tre testimonianze, lo stesso 13 agosto, riferì di essere arrivata alla villetta della figlia, attigua a quella dei Poggi, alle 9.10. La figlia era in vacanza a Diano Marina, la signora Franca doveva provvedere al cibo per i gatti. Vide una bicicletta nera da donna, "appoggiata nei pressi del cancello dell’abitazione di Poggi Chiara", "in ottimo stato", con la sella molto alta, le molle cromate "ben visibili", un portapacchi "di piccole dimensioni". Quando uscì, alle 10.30, la bicicletta era sparita. Nella testimonianza del 4 ottobre 2008, Andrea Sempio dichiarò di essere in possesso di "una bicicletta da uomo di colore rosso della quale non ricordo la marca, munita di un portapacchi a molla sul parafango posteriore". Negli atti della nuova inchiesta si legge: "L'utilizzo da parte di Sempio di una bicicletta nera, atteso che non esiste un testimone che abbia visto l'assassino allontanarsi con una bicicletta nera e quindi non si puo' avere la certezza che la famosa bicicletta sia strettamente riconducibile all'evento delittuoso - si legge nella relazione dei carabinieri di Milano - è un dato che all'epoca dei fatti non venne mai affrontato poiché mai vennero fatte indagini su Sempio e sugli altri amici di Marco Poggi: basti pensare che lo stesso Marco non venne mai intercettato e i suoi tabulati telefonici non vennero mai acquisiti". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47769843]]
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Una comune infezione respiratoria potrebbe avere un effetto inatteso contro le metastasi tumorali. È quanto emerge da una nuova ricerca pubblicata sulla rivista scientifica PNAS, che ha studiato il legame tra virus respiratori e diffusione del cancro ai polmoni. I ricercatori si sono concentrati soprattutto sul tumore al seno metastatico, una forma di cancro che spesso si diffonde proprio ai polmoni. Allo stesso tempo, i polmoni sono continuamente esposti a virus respiratori come influenza, RSV (virus respiratorio sinciziale) e coronavirus. Da qui la domanda degli scienziati: cosa succede quando infezioni virali e cellule tumorali si incontrano nello stesso ambiente? Secondo lo studio, durante un’infezione respiratoria il corpo produce particolari proteine chiamate interferoni di tipo I, fondamentali per la risposta immunitaria contro i virus. Queste sostanze, però, sembrano avere anche un altro effetto: rendere i polmoni meno favorevoli alla crescita delle cellule tumorali. Nei modelli analizzati, l’infezione da RSV ha ridotto la capacità delle cellule tumorali di “attecchire” nei polmoni e formare nuove metastasi. In pratica, il virus modificava temporaneamente l’ambiente polmonare, ostacolando la colonizzazione delle cellule cancerose. Gli studiosi hanno osservato che gli interferoni agiscono soprattutto sulle cellule epiteliali ed endoteliali del polmone, cambiando il modo in cui queste interagiscono con il tumore. Le cellule tumorali trovano così un ambiente meno adatto alla loro crescita e proliferazione. La ricerca ha mostrato che, dopo l’infezione virale, si formavano meno noduli metastatici nei polmoni. Per confermare il ruolo degli interferoni, gli scienziati hanno anche somministrato IFN-alfa per via nasale, ottenendo un effetto simile a quello provocato dall’infezione. Un altro elemento importante riguarda la Galectina-9, una proteina che aumenta durante le infezioni respiratorie e che sembra contribuire a limitare la diffusione delle cellule tumorali. Secondo i ricercatori, anche questa molecola potrebbe avere un ruolo protettivo contro l’avvio delle metastasi. Gli esperti precisano che non significa affatto che ammalarsi di virus respiratori protegga dal cancro. Tuttavia, lo studio apre nuove prospettive terapeutiche molto interessanti. Capire come gli interferoni modificano l’ambiente dei polmoni potrebbe aiutare a sviluppare in futuro trattamenti capaci di rendere più difficile l’insediamento delle metastasi. L’obiettivo sarebbe quello di sfruttare i meccanismi naturali del sistema immunitario per ostacolare la diffusione del tumore. Negli ultimi anni la ricerca oncologica sta infatti cercando sempre di più di comprendere non solo il tumore in sé, ma anche l’ambiente in cui cresce. E questa scoperta suggerisce che persino una risposta immunitaria attivata da un virus possa influenzare il comportamento delle cellule tumorali.
Negli ultimi anni la medicina sta vivendo un cambiamento di prospettiva radicale: non si tratta più solo di curare le malattie quando compaiono, ma di capire cosa le origina a livello più profondo. Al centro di questa rivoluzione c’è l’invecchiamento, sempre più considerato non solo un processo inevitabile, ma il principale fattore di rischio per gran parte delle patologie croniche. Secondo il professor Juan Carlos Izpisúa Belmonte, tra i massimi esperti mondiali di riprogrammazione cellulare e medicina rigenerativa, “l’invecchiamento è il principale fattore di rischio per quasi tutte le malattie”. Da questa osservazione nasce una nuova idea di medicina: intervenire non solo sugli effetti delle patologie, ma sui meccanismi biologici che le precedono. Se si comprendono i processi che guidano l’invecchiamento cellulare, diventa possibile agire prima che si sviluppino malattie come tumori, diabete, patologie cardiovascolari o demenze. In questa visione, disturbi apparentemente diversi non sono eventi scollegati, ma manifestazioni di uno stesso fenomeno di fondo: il progressivo declino della funzionalità cellulare. Le ricerche di Izpisúa Belmonte sulla riprogrammazione cellulare stanno aprendo scenari innovativi. L’obiettivo non è “fermare il tempo”, ma ripristinare la capacità delle cellule di funzionare correttamente, mantenere la loro resilienza e contribuire alla salute dei tessuti. “Non stiamo cercando l’immortalità”, ha sottolineato lo scienziato. “Stiamo cercando di migliorare la capacità degli organismi di mantenere funzionalità e salute nel tempo”. Una distinzione importante, che sposta il focus dalla longevità come semplice estensione della vita alla qualità dell’invecchiamento. Questo approccio non è solo scientifico, ma anche culturale ed etico. La longevità non viene più interpretata come una corsa verso una giovinezza eterna, ma come la possibilità di vivere più a lungo in condizioni di autonomia, equilibrio e benessere. Questi temi sono stati al centro del Vatican Longevity Summit, promosso dall’Istituto Internazionale di Neurobioetica in collaborazione con Brain Circle Italia e con il patrocinio della Pontificia Accademia per la Vita, svoltosi il 25 e 26 maggio a Roma presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. Durante l’incontro si è discusso di epigenetica, invecchiamento cellulare e della perdita progressiva della capacità delle cellule di adattarsi e rigenerarsi. Il punto chiave di questa nuova visione è il passaggio da una medicina reattiva a una medicina preventiva e rigenerativa. Comprendere e modulare i processi dell’invecchiamento potrebbe permettere in futuro non solo di curare meglio le malattie, ma di ritardarne l’insorgenza. Una prospettiva che sta già cambiando il modo in cui la scienza guarda al corpo umano: non più un sistema che si “consuma” inevitabilmente nel tempo, ma un insieme dinamico che, almeno in parte, potrebbe essere guidato verso un invecchiamento più sano e funzionale.
– I Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026 raccolgono un consenso ampio tra gli italiani, confermandosi un caso di successo sotto il profilo organizzativo, economico e reputazionale. È quanto emerge dall’indagine sulla popolazione italiana, realizzata dall’Istituto Piepoli in collaborazione con WePlan, società di consulenza specializzata in candidature, pianificazione operativa e strategie di legacy per i mega-eventi, al fine di comprendere il giudizio complessivo sui Giochi. Secondo i dati, il 78% degli italiani ha seguito i Giochi, mentre il 66% si è sentito informato e coinvolto, evidenziando un’elevata capacità comunicativa dell’evento. Sul piano organizzativo, il giudizio è nettamente positivo: il 72% valuta favorevolmente l’organizzazione complessiva. In particolare, il modello diffuso su più territori e l’utilizzo di impianti esistenti rappresentano elementi distintivi molto apprezzati: il 79% considera efficace la scelta di distribuire i Giochi su più località, mentre il 77% ritiene che l’utilizzo di sedi già affermate abbia contribuito alla qualità delle competizioni. Il modello Milano-Cortina si afferma anche come riferimento per il futuro: il 79% degli italiani ritiene che possa essere replicato anche per future candidature italiane a grandi eventi sportivi, culturali o espositivi. Importante anche l’impatto simbolico: il 79% degli intervistati riconosce un rafforzamento dell’orgoglio nazionale, mentre il 77% evidenzia un miglioramento dell’immagine internazionale dell’Italia. Sul fronte economico e territoriale, la percezione è ampiamente positiva: il 76% ritiene che i Giochi abbiano avuto un impatto significativo sull’economia italiana e la stessa quota (76%) riconosce benefici per i territori coinvolti in termini di turismo, occupazione e sviluppo. Le infrastrutture realizzate o potenziate raccolgono un 66% di valutazioni positive, mentre il tema della sostenibilità registra un 65% di giudizi favorevoli, segnalando un buon risultato ma anche una crescente attenzione dell’opinione pubblica. Analoga valutazione per l’eredità dei Giochi, giudicata positivamente dal 66% degli italiani. “Questi dati confermano la validità di un approccio innovativo alla progettazione dei mega-eventi, basato sull’utilizzo efficiente delle infrastrutture esistenti e sulla distribuzione territoriale”, dichiarano i cofondatori di WePlan, Giorgio Re e Roberto Daneo. “Il consenso registrato dimostra come una pianificazione attenta e una strategia di legacy ben strutturata possano generare valore concreto e duraturo, non solo in termini economici ma anche sociali e reputazionali. Sotto questo profilo Milano-Cortina 2026 rappresenta senza dubbio un benchmark importante per le future candidature italiane e internazionali”.