Sabato 16 maggio, una tragedia ha colpito Casoria, in provincia di Napoli. Adriano d’Orso, un ragazzo di 16 anni allergico al lattosio, è morto poco dopo aver consumato un cono gelato in una gelateria vicino casa che frequentava abitualmente proprio perché produceva gusti privi di latte e zuccheri naturalmente presenti in esso.Secondo quanto ricostruito, dopo aver mangiato il gelato Adriano si è sentito male. Gli amici lo hanno accompagnato d’urgenza a casa del padre, dove le sue condizioni sono rapidamente peggiorate. Nonostante un tentativo di somministrargli del cortisone, il 118, giunto sul posto, ha potuto solo constatarne il decesso.I carabinieri di Casoria, coordinati dalla Procura di Napoli Nord, hanno aperto un’indagine. La salma del ragazzo è stata sequestrata e trasferita nell’obitorio di Giuliano per l’autopsia. I militari hanno inoltre prelevato dalla gelateria campioni dei gusti consumati da Adriano per sottoporli ad analisi di laboratorio. "Saranno l’autopsia e gli esami sui gelati a chiarire le cause della morte e a stabilire eventuali responsabilità", ha dichiarato l’avvocato Francesco Petruzzi, che assiste la mamma del ragazzo. Al momento non si esclude nessuna ipotesi: un errore nella preparazione, uno scambio di contenitori o una causa diversa dall’allergia al lattosio.La notizia ha profondamente scosso la comunità di Casoria. Il sindaco Raffaele Bene ha espresso il cordoglio dell’intera città: "Casoria piange un suo figlio. Alla famiglia, agli amici e ai compagni di scuola va l’abbraccio di tutta la comunità". Una morte improvvisa che ha lasciato un grande dolore in un paese di oltre 73mila abitanti.
La rabbia, la disoccupazione, l’isolamento. E poi quel rancore covato per anni fino all’esplosione. È il ritratto che emerge da Ravarino, nel modenese, dove tutti conoscevano Salim El Koudri, ma oggi fingono di non sapere nulla. Il trentunenne che a Modena ha travolto un gruppo di pedoni con una Citroen C3 grigio antracite viene descritto come un uomo chiuso, frustrato e sempre più distante da tutti. Questo è ciò che emerge raccogliendo testimonianze e umori del paese. Tutto sarebbe iniziato negli anni del Covid. Un contratto a termine non rinnovato, mesi senza lavoro – si legge sul Giornale - e la convinzione di essere stato escluso. “Non ti vogliono perché non sei come loro”, sarebbe diventato il pensiero fisso di El Koudri. Al bar Rami, nella frazione dove viveva, arrivava spesso da solo. Parlava al telefono, lunghe conversazioni in francese, senza legare con nessuno. Un presunto amico tunisino racconta: “Salim era incazzato, sempre di più. Sai che significa per uno come lui, intelligente, laureato, starsene a casa ancora con i genitori, vedere le loro facce? Aveva voglia di fare qualcosa, di farsi vedere”. E ancora: “Glielo faccio vedere io agli italiani, glielo faccio vedere a questi maledetti cristiani”. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47764446]] Parole pesanti, tutte da verificare, ma che restituiscono il clima di rabbia che circondava il giovane. A Ravarino oggi prevale il silenzio. I marocchini che gicoano a carte nei bar se la prendono con le autorità italiane: “Il ragazzo non stava bene di testa, perché lo hanno lasciato andare in giro? La colpa è loro”. I vicini spiegano che da tempo aveva smesso di salutare. Viveva chiuso in sé stesso, mentre i genitori non riuscivano a capire perché, nonostante una laurea in Economia e Commercio conseguita a Bologna, non trovasse lavoro. La sindaca, Maurizia Rebecchi, ricostruisce la storia della famiglia: arrivati dal Marocco nel 2000, integrazione apparentemente normale, scuole a Ravarino e Modena, poi l’università. “Le abbiamo riaperte dopo 50 anni”, dice parlando delle medie cittadine. Ma dietro quella normalità, secondo chi lo conosceva, qualcosa si era rotto da tempo. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47765327]]
Nel contesto delle nuove indagini sull’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco (13 agosto 2007), i carabinieri di Milano hanno ascoltato per la seconda volta Antonio, vigile del fuoco ora in pensione di Vigevano.Dai tabulati telefonici della madre di Andrea Sempio, Daniela Ferrari, sono emersi 17 messaggi scambiati con Antonio la sera del 12 agosto 2007. L’uomo ha confermato una relazione extraconiugale: i due si incontravano a casa sua a Olevano di Lomellina, accordandosi il giorno prima. Ha escluso incontri a Vigevano ("lei era sposata") e ha detto di non credere che Daniela potesse andare a controllarlo sul posto di lavoro a sua insaputa, pur essendo lui in servizio la mattina dell’omicidio.Successivamente, gli investigatori hanno intercettato (22 ottobre 2025) una conversazione tra i genitori di Sempio riguardo allo scontrino del parcheggio presentato come alibi. Secondo la lettura dei pm, Giuseppe Sempio avrebbe detto alla moglie: "lo scontrino lo hai fatto tu", per poi commentare ironicamente le voci su un supertestimone. Per gli inquirenti questa frase dimostrerebbe che lo scontrino è stato prodotto in casa Sempio, rendendo così inattendibile l’alibi di Andrea. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47765611]] I difensori di Sempio (avv. Liborio Cataliotti e Angela Taccia) contestano duramente questa interpretazione: sostengono che non esiste alcuna frase in cui il padre affermi chiaramente che la moglie abbia fatto lo scontrino e che, anzi, i coniugi stavano ironizzando sull’ipotesi.L’episodio ha portato alla luce sia la presunta relazione della madre di Sempio sia nuovi elementi di dubbio sulla provenienza dello scontrino, elemento centrale nella posizione dell’indagato. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47768561]]
Sono le Lady di Ferro del cinema. Gli anni passano, le giovani attrici avanzano, ma le grandi signore della setttima arte non hanno alcuna intenzione di farsi da parte. Altro che pensionamento artistico: oggi sono proprio le attrici over 70 e over 80 a dominare il grande schermo, conquistando premi, botteghino, premi, festival internazionali. Un cambio di paradigma che fino a pochi anni fa sembrava impossibile in un’industria tradizionalmente ossessionata dalla giovinezza, come ha mostrato un film illuminante come The Substance con Demi Moore. A guidare questa rivoluzione c’è ancora lei, Meryl Streep, 76 anni, autentica regina di Hollywood. Il ritorno de Il Diavolo veste Prada 2, sequel del cult del 2006, sta ottenendo un poderoso successo: secondo le rilevazioni Cinetel, in due settimane di programmazione ha incassato 24.605.766 di euro, 6.657.152 solo nello scorso fine settimana. E va sottolineato un dettaglio non da poco: il cachet della 76enne attrice inizialmente doveva essere galattico, maggiore delle altre protagoniste del remake. Secondo Variety la Streep ha ricevuto 12,5 milioni di dollari ma avrebbe potuto pretenderne molti di più per accettare di tornare nel film di David Frankel: la scelta dell’attrice tre volte premio Oscar è stata quella di impuntarsi coi produttori e convincerli a pagare la stessa cifra anche alle altre colleghe, Anne Hathaway ed Emily Blunt. È stata la Streep - secondo i rumors a spingere in fase negoziale per la parità salariale con le altre attrici. GIOIA MIA CAMBIO DI PARADIGMA Il messaggio che arriva dal cinema contemporaneo è ormai chiaro: il pubblico vuole storie autentiche, personaggi complessi e interpreti capaci di portarli sullo schermo con esperienza e personalità. E spesso sono proprio le attrici più mature a riuscirci meglio di chiunque altro. In un’epoca che per anni ha inseguito esclusivamente la giovinezza, le “vecchie signore” del cinema si stanno prendendo la rivincita. E lo stanno facendo da protagoniste assolute. E infine c’è Jamie Lee Curtis, 67 anni, che interpreterà nientemeno che Jessica Fletcher nel reboot cinematografico della serie La signora in giallo (Murder, She Wrote), prodotto da Universal Pictures. L’attrice, premio Oscar per Everything Everywhere All at Once, raccoglie l’eredità di Angela Lansbury, morta nel 2022 a 96 anni, un’altra signora di ferro che nulla aveva da invidiare alle ventenni.
Ingegnere e direttore generale di una fabbrica per la lavorazione del ferro, fu tra i primi ad avere l’idea di applicare la matematica all’economia, si convinse però poi che così non poteva spiegare tutto, elaborò nuove teorie altrettanto rivoluzionarie per dare conto del comportamento umano e della politica, ma a 70 anni osservando dalla Svizzera l’Europa sconvolta dalla Grande Guerra si convinse che gli unici interlocutori validi potevano essere i gatti. $ il quadro che emerge da Guerra e propaganda. Piccolo manuale di controinformazione: titolo che questa edizione di Settecolori (pag. 200,16 euro) dà al diario che Vilfredo Pareto aveva scritto tra il 4 aprile e il 18 maggio del 1918 a Céligny, piccola località sul Lago di Ginevra dove poi sarebbe morto il 19 agosto 1923, e dove è sepolto. Villa Angora aveva chiamato la sua residenza, proprio in omaggio alla razza di gatti che particolarmente amava. Appunto, sono due gatti d’Angora Mirrina e Timoteo gli interlocutori a cui si rivolge nel diario. E sono appunto due gatti d’Angora che appaiono in copertina a questa edizione. «Questo diario non ho nessuna intenzione di pubblicarlo», scrive all’inizio. «Lo scrivo solo per fissare le idee, per passatempo, e per parlarne – ma non è certo che poi lo faccia – con qualche amico. Cerco di individuare i legami che collegano fra loro gli avvenimenti, e i sentimenti li lascio da parte». Scritto in francese, col titolo di Mon Journal fu pubblicato per la prima volta in edizione non completa nel 1958, in edizione completa nel 1964 e in prima edizione italiana nel 1974: lo ricorda il curatore Alberto Mingardi, che oltre a essere ordinario di Storia delle Dottrine Politiche presso la Iulm di Milano è direttore generale e fondatore dell’Istituto Bruno Leoni, uno dei più autorevoli think tank liberisti italiani. Nato il 15 luglio 1848 a Parigi da un patriota ligure esule e da una francese, dopo essere rientrato in Italia si era laureato nel 1870 da ingegnere, e nel 1880 lo troviamo direttore generale della Società delle ferriere italiane, a San Giovanni Valdarno. Ma dal 1894 è ordinario di economia politica all’Università di Losanna, dove prima di lui aveva insegnato Léon Walras: il fondatore dell’economia politica neoclassica o marginalista. Pareto, come suo successore, è non solo a sua volta un maestro di quel ramo del pensiero liberista che porta al monetarismo di Milton Friedman. Utilizzando appunto quel che aveva imparato da ingegnere, è anche pioniere nell’applicare all’economia la matematica, appunto per renderne le dimostrazioni rigorose. A un certo punto, però, si convince che l’economia anche se aiutata dalla matematica non può spiegare tutto, appunto perché presuppone un homo oeconomicus che si comporti in modo razionale, e non è sempre così. Il suo Trattato di sociologia generale del 1916 cerca dunque di elaborare una logica per queste azioni non logiche, definendo “residui” gli impulsi irrazionali e “derivazioni” le razionalizzazioni che ne vengono fatte a posteriori. A Pareto risale anche una teoria delle élite secondo cui la storia è un “cimitero di aristocrazie”, e che attraverso una serie di successive rielaborazioni arriva a una definizione della democrazia come strumento di selezione pacifica tra élites concorrenti, che è alla base della moderna politologia. Ma nel 1911 Pareto aveva però anche scritto il sarcastico pamphlet Il mito virtuista e la letteratura immorale, in cui polemizzava contro i fautori di misure repressive contro le forme di arte giudicate oscene. $ una avversione alla censura che Raymond Aron, autore di un lui, aveva accostato a quella di il tipo di approccio che torna in ta rivolto alla propaganda e censura di guerra praticate da tutte le parti di un conflitto che ha dimostrato una volta di più la sua tesi che l’essere umano non è una creatura in cui prevale la ragione, bensì l’istinto di credere in qualcosa che dia senso alla propria esistenza. A differenza degli uomini i felini non si auto -ingannano nel giustificare questa o quella azione: non impiegano alcuna derivazione per coprire i residui che li muovono. Per questo Pareto immagina di dialogare con loro, per spiegare come chi governa ha tutto l’interesse a coprire il militarismo, e a censurare chi osa criticarlo. Tanto, a pagarne le conseguenze sarà sempre una «razza timida e inerte, incapace di valida resistenza»: quella dei risparmiatori. Pareto e il tempo delle crociate, è il titolo che Alberto Mingardi pone al suo saggio finale di commento.
Il Salone del libro è in buona salute, il libro non proprio. Si potrebbe sintetizzare così il bilancio della XXXVIII edizione dell’appuntamento torinese, diretto da Annalena Benini, che si chiude oggi dopo cinque giorni di incontri e migliaia di visitatori, molti in più delle precedenti edizioni. Visitatori che più che agli stand sono sembrati interessati a partecipare ai convegni e alle presentazioni, soprattutto quelli con i vip della cultura del momento: Alessandro Barbero, Roberto Saviano, Maurizio De Giovanni, Dacia Maraini, Francesco Piccolo, e via elencando. Le sale, che hanno ospitato più eventi in contemporanea, raramente sono risultate vuote o semivuote. In molti casi, parecchie persone sono restate fuori per overbooking. Per il resto gli operatori degli stand hanno visto per lo più passare frotte di spettatori che però raramente si sono fermati incuriositi dai libri. Ovviamente hanno fanno affari i bar e i posti ove ci si è potuti rifocillare, nonostante i prezzi dei prodotti decisamente più elevati della media (anche il biglietto d’ingresso, di 23 euro, non è proprio economico anche se in molti sono entrati come “portoghesi” per i più svariati motivi). ALLEGRA GITA DOMENICALE EDITORI IN VIA DI ESTINZIONE Le case editrici conservatrici, irregolari, non omologate, una esigua minoranza questa volta si sono adattate, hanno quasi deciso di non combattere, si sono rinchiuse nel loro orticello e hanno cercato di accontentare il loro pubblico, molto targettizzato. E le cose per loro non sono andate male, come ci dice Francesco Giubilei dell’omonima casa editrice e di Historica. I libri si sono venduti e anche gli eventi organizzati sono andati in modo soddisfacente. L’impressione è che siano tollerate, forse perché considerate in via d’estinzione, costrette a limitare le loro pretese di accesso al circolo eletto una volta che il governo di Giorgia Meloni sarà mandato a casa. Nelle parole di molti intervenuti si legge questa convinzione, la sensazione che tutto stia per ritornare come prima. L’incapacità, in sostanza, di fare i conti con quel “paese reale” che è da sempre la tara di certo nostro ceto intellettuale.
Marcel Duchamp diceva che i pezzi degli scacchi sono l’alfabeto che plasma i pensieri. In altre parole, l’Abc della ragione. Una grande verità, che risulta evidente leggendo un’analisi geopolitica del campione mondiale Garry Kasparov, intervistato dalla giornalista americana Jill Dougherty alla Lennart Meri Conference a Tallinn. Kasparov è stato uno scacchista leggendario e sappiamo quanto quelli come lui siano intelligenti, di gran lunga più della media. Però che affermi, quasi fosse convinto di anticipare uno scacco matto, che la Cina attende la sconfitta della Russia in Ucraina per prendersi la Siberia denota anche un fiuto politico fuori dal comune. Infatti sentite qui: «I dittatori mentono sempre su ciò che hanno fatto. Ma molto spesso ti dicono esattamente quello che faranno». Verissimo. Hitler aveva anticipato il suo programma nel Mein Kampf, ma nessuno lo aveva preso sul serio. Allo stesso modo abbiamo sottovalutato Putin, che vent’anni fa aveva chiesto di riportare la Nato ai confini del ’97, quindi è passato alle vie di fatto prendendosi la Crimea e poi invadendo l’Ucraina. Pensieri che suggeriscono un paio di considerazioni sulla politica e gli scacchi, magari per non fare la fine di Neville Chamberlain. Il primo ministro inglese che tentò di fermare Hitler con l’appeasement, firmando gli accordi di Monaco con cui nel 1938 si sacrificavano i Sudeti: fu l’antipasto della seconda guerra mondiale. A quanto si sa, Chamberlain non giocava a scacchi; Winston Churchill invece sì. Non serve ricordare che la vittoria alleata sul nazismo fu in gran parte opera sua, forse che suo padre Randolph era stato tra i fondatori del circolo di scacchi dell’università di Oxford invece sì. Aveva insegnato le regole a Winston ancora bambino ed egli nella vita politica aveva continuato a considerarli una metafora del governo e della strategia militare. Nella sua residenza di Chartwell è tuttora visibile la sua scacchiera originale, non appena le circostanze lo permettevano giocava e tra le sue molte frasi celebri, ce n’è una che non lascia spazio ai dubbi: «Punta più di quanto tu possa permetterti di perdere ed imparerai il gioco». Churchill era freddo, analitico, sapeva aspettare e calcolava le mosse del nemico, come anche i sacrifici inevitabili. Era un vero scacchista. Non per niente si è ritrovato a disputare partite con altri leader internazionali, il più celebre dei quali fu il russo Nikita Chruscev, il numero uno dell’Unione Sovietica che aveva normalizzato i rapporti con gli Stati Uniti e denunciato le purghe staliniste, peraltro senza essere assassinato, anzi governando a lungo: miracoli degli scacchisti. I più grandi del mondo per tradizione sono appunto i russi, come lo stesso Kasparov del resto, ma è vero anche che il ministro dell’economia inglese si chiama Cancelliere dello Scacchiere. Non si creda tuttavia che la politica e gli scacchi si intreccino solo al nord e al nord est dell’emisfero occidentale. Il rivoluzionario Che Guevara aveva partecipato a molti tornei; nel 1962 aveva giocato contro il campione argentino Miguel Najdorf, strappando un onorevole pareggio. La politica purtroppo lo scacco matto glielo fece subire, ma bisogna dire che giocava a scacchi anche Fidel Castro. Era arrivato a misurarsi con campioni del mondo come Tigran Petrosjan e Bobby Fischer; saranno pur stati amichevoli e nel dubbio i furboni l’avranno anche lasciato vincere, trattandosi di un dittatore, sta di fatto che Castro a Cuba ha regnato come il Re Sole e questo vorrà pur dire qualcosa. Anche Garibaldi e Mazzini si cimentavano con gli scacchi e non per niente hanno fatto l’unità d’Italia, stupisce invece che non si abbiano notizie scacchistiche su Cavour, che tuttavia scacchista lo sembrava eccome. E i politici attuali? Non pervenuti. Trump ama il poker e si vede: «You have not the cards». L’unico a misurarsi con torri, cavalli e regine è Benjamin Netanyahu: siamo certi che la cosa non stupirà nessuno.
Buongiorno, sono il padre di un soldato disperso negli assalti suicidi del 102° reggimento». Si presenta così Anorin Aleksandr Igorevich, padre di un militare russo che non ha più fatto ritorno dal fronte. La sua denuncia è contenuta in un videomessaggio diffuso sul canale Telegram «Ne Zhdy Khoroshie Novo« sti» e diventato virale in Russia. Nella testimonianza il genitore descrive uno «schema criminale consolidato e molto redditizio» che avrebbe trasformato la guerra in Ucraina in un enorme affare. Una denuncia che offre anche una possibile risposta a una domanda che accompagna il conflitto da anni: perché l’esercito russo, nonostante le enormi e insensate perdite, non si ribella? Per il padre del soldato disperso, all’interno delle forze armate si sarebbe consolidato un sistema fondato su corruzione, estorsioni e continuo ricambio di uomini da mandare al massacro in prima linea. «L’interesse degli ufficiali, a partire dal livello del comandante di battaglione, è che i soldati continuino a morire: al loro posto arriveranno altri uomini e altri soldi da estorcere». Anorin sostiene che molte reclute vengano private dei premi di arruolamento attraverso pressioni e richieste di denaro. Chi non paga, racconta, rischia di essere rapidamente destinato a missioni senza ritorno. «I parenti dei morti e dei dispersi capiscono benissimo di cosa sto parlando», insiste l’uomo. I numeri, secondo il genitore, sono impressionanti: «Nel 102° reggimento, tra aprile dell’anno scorso e maggio di quest’anno, sono morti o dispersi 8.000 assaltatori, senza alcun avanzamento significativo sul terreno». In pratica, un reggimento composto da circa mille uomini sarebbe stato ricostituito e distrutto ben otto volte nel giro di pochi mesi. Le perdite subite da alcuni reparti assumerebbero così un significato preciso. «Ammettendo che siano riusciti a estorcere un milione di rubli anche solo a 1.000 di questi 8.000 soldati, è già un miliardo di rubli (quasi 12 milioni di euro, ndr)». Secondo Anorin, oggi sarebbero centinaia i reggimenti e le brigate interessate da questo fenomeno. «Fatevi due calcoli e capirete il giro di soldi che c’è dietro. Tanti da comprare lo Stato maggiore dell’esercito e l’amministrazione presidenziale». Più la guerra continua, afferma, più questo meccanismo produce vantaggi per chi lo gestisce. «Tanto loro restano al sicuro nei bunker, a guardare gli schermi, mentre i soldati muoiono». Il videomessaggio si chiude con accuse durissime al Cremlino. «Putin e il suo partito personale, Russia Unita, hanno disonorato il Paese e l’esercito. Il cretinismo strategico, la viltà e l’incapacità di guidare il Paese in un momento critico hanno portato la Russia sull’orlo della catastrofe». Dietro la retorica patriottica e gli slogan ufficiali emerge così il racconto di una guerra che continua a divorare vite umane per il tornaconto di pochi. Quella che doveva essere un’operazione lampo si è trasformata in un lungo conflitto di logoramento, dove decadenza morale e criminalità sembrano aver preso ormai il sopravvento. «Il disprezzo dei comandanti per la vita dei loro soldati la dice lunga, centinaia di migliaia di corpi restano abbandonati nei campi e nei boschi». Tra loro, probabilmente, anche quello di suo figlio. *Analista e youtuber
L’articolo del New York Times sugli abusi nelle carceri israeliane, firmato da Nicholas Kristof, corrispondente di guerra e vincitore di due Premi Pulitzer, segna un punto di non ritorno, collocandosi a metà tra il libello medievale e il caso Dreyfus. Kristof raccoglie testimonianze di ex detenuti palestinesi che accusano guardie, soldati israeliani e uomini dello Shin Bet di violenze sessuali sistematiche all’interno del sistema carcerario e, fin qui, non ci sarebbe nulla di strano, se le accuse fossero provate. A seguire, però, il testo rilancia (e qui veniamo al punto dolente) anche accuse secondo cui alcuni detenuti palestinesi avrebbero subito aggressioni sessuali tramite l’uso di cani da parte delle guardie israeliane: il che getta un’ombra sulla credibilità dell’intero articolo. In particolare, viene riportata la testimonianza di un ex detenuto che sostiene di essere stato “penetrato” da un cane durante la detenzione, facendo precipitare il racconto nel grottesco e nel perverso, e richiamando inevitabilmente le cosiddette “calunnie del sangue” dell’Europa cristiana medievale, quando gli ebrei venivano accusati di pratiche rituali sadiche e di ogni genere di perversione sessuale. Dopo la pubblicazione dell’articolo sono dovuti intervenire veterinari, medici e addestratori cinofili per spiegare che è anatomicamente impossibile che un cane stupri un essere umano nelle modalità descritte, e che venga addirittura addestrato a farlo. Siamo dunque davanti non a una denuncia dimostrata, ma a una fantasia perversa o a una pura e semplice menzogna elevata al rango di verità. Già in passato Kristof è stato accusato di aver romanzato o enfatizzato alcune storie per ottenere visibilità, ma qui siamo ben oltre la logica del tornaconto personale o della carriera. Qui tornano il Medioevo e il caso Dreyfus: anche allora furono usati documenti falsificati, accuse infamanti e una macchina mediatica appositamente costruita per trasformare un individuo integrato nelle istituzioni, un militare, un patriota, in un corpo estraneo da sacrificare. Ma il problema non riguarda soltanto la storia dei “cani che stuprano”. Di tutti i racconti riportati sui presunti abusi sessuali non esiste alcuna reale possibilità di verifica odi indagine indipendente. Mancano prove concrete, riscontri, testimonianze verificabili. Come riporta il giornalista israeliano Amit Segal, Kristof costruisce la sua accusa di stupri sistematici su 14 testimonianze, 12 delle quali anonime, mentre le uniche due pubbliche risultano assolutamente inattendibili. Molte delle testimonianze anonime citate da Kristof, prosegue Segal, provengono inoltre da Euro-Med Human Rights Monitor, che il giornalista del Nyt presenta come un imparziale «osservatorio per i diritti umani». In realtà, l’organizzazione è stata più volte accusata di agire come una struttura di propaganda vicina ad Hamas. Il suo presidente, Ramy Abdu, ha celebrato pubblicamente il 7 ottobre, e negli ultimi mesi ha rilanciato una lunga serie di falsità e teorie cospirazioniste poi smentite. L’unico ex alto dirigente israeliano citato nell’articolo è Ehud Olmert. Ma anche qui il castello si incrina: in una lettera inviata al New York Times, Olmert ha negato di aver pronunciato le frasi che gli sono state attribuite. Come ha osservato lo storico militare dell’Università Ebraica Danny Orbach, intervenuto sul caso, l’antisemitismo sta poco alla volta corrompendo anche le istituzioni più serie e rispettabili. Il New York Times, un tempo considerato uno dei giornali più autorevoli al mondo, oggi sembra disposto ad abdicare alla propria credibilità pubblicando un articolo fondato quasi per intero sulla propaganda islamista. Esperti delle Nazioni Unite, che avrebbero dovuto verificare l’esistenza di una carestia, hanno basato le loro analisi su dati manipolati e, una volta smascherati, hanno continuato comunque a diffonderli. Procuratori dei tribunali internazionali emettono mandati di arresto in assenza di prove solide, mentre alcuni studiosi del genocidio utilizzano criteri inventati di sana pianta per ridefinire il concetto stesso di genocidio. E gli esempi vanno moltiplicandosi, perché di questo abisso, in cui siamo precipitati, al momento non sembra aver toccato il fondo.
Quelli che seguono sono appunti sparsi di geopolitica “da divano”, presi durante le votazioni finali dell’Eurosong Festival. Posto che la canzone vincitrice è bruttina, ad analizzare le scelte di alcuni Paesi si possono leggere chiare manovre politiche. Appunto numero uno. I “cugini” svizzeri ci hanno assegnato zero punti. Una cosa, crediamo, mai successa nella storia. Avrà pesato la tragedia di Crans Montana e relative polemiche? Probabile. Appunto numero due. L’Albania ci ha dato il massimo dei voti. Segno che i rapporti tra i due Paesi vanno oltre i centri di rimpatrio costruiti dall’Italia in Albania. Appunto numero tre. I Paesi nordici hanno fatto comunella votandosi reciprocamente. Quelli del Mediterraneo sono andati in ordine sparso. Niente di nuovo. Appunto numero quattro. La Germania ha dato il massimo dei voti alla Polonia e la Gran Bretagna lo ha dato alla Francia... Un Eurofestival al contrario...
L’Eurovision Song Contest, il carrozzone continentale di musica pop, più o meno leggera, nato settant’anni fa col nome di Eurofestival, piace sempre di più al pubblico di tutto il mondo. Decine di milioni di telespettatori europei e non solo, infatti – in barba ai boicottaggi in salsa pro Pal – hanno assistito, tifato e televotato in massa (soprattutto per il cantante di Israele, vero vincitore morale dell’edizione) che ha visto al primo posto, con 516 punti, la Bulgaria della procace cantante Dara che con la sua Bangaranga, antica danza rituale balcanica, ha fatto ballare a più non posso la Wiener Stadthalle, l’arena della capitale austriaca che ha ospitato la manifestazione, scacciando i demoni di chi, premier spagnolo Sanchez in testa, ha fatto di tutto per boicottare invece l’Eurovision. Come è noto, infatti, Spagna, Irlanda, Islanda Slovenia e Paesi Bassi non hanno partecipato alla gara, contestando proprio la presenza di Israele. Tentativo vanificato completamente dal pubblico di tutto il mondo che, chiamato a televotare i cantanti in gara per la finalissima, si è dirottato a valanga proprio sul rappresentante dello stato ebraico, Noam Bettan che con la sua Michelle ha infatti sfiorato il colpaccio grazie a un’ondata di voti popolari che lo ha proiettato momentaneamente addirittura al comando della classifica. Alla fine sono arrivati 343 punti e un clamoroso secondo posto che ha ammutolito proteste e contestazioni pro Palestina, praticamente assenti durante la finalissima, diversamente da quanto accaduto nelle semifinali dove qualche cicaleccio “Free Free Palestine” si era invece udito anche attraverso la tv. Nell’arena viennese, sabato sera, a prevalere sono stati assolutamente i cori e le bandiere non ostili allo stato sionista. POLEMICHE E FAN MEGLIO CANTARE Una sfida politica e simbolica che ha inevitabilmente attraversato anche il festival e continua a far discutere, perdendo, però, il focus della realtà che, per quanto Eurovision Song Contest possa rappresentare un importante e simbolico evento di massa, non riuscirà mai a essere contraltare il dramma e a superare gli echi di guerre e terrorismo che feriscono il mondo e mettono a tacere ogni canzone. Proprio per questo, sebbene consci del fatto che, comunque sia, sempre e solo di canzonette si sta parlando, varrà sempre la pena continuare a cantare. Israele l’ha capito, i maitre à penser della sinistra oscurantista no. Preferiscono continuare a confondersi con ayatollah e talebani. Altri che la musica l’hanno sempre messa a tacere.
Il facciatollismo della sinistra italiana è stato smascherato tra il pomeriggio di sabato 16 maggio 2026 e la giornata di ieri. Una manciata di ore che rischiano di diventare l’emblema della- poca- credibilità dell’opposizione. Che con una disinvoltura davvero invidiabile gli esponenti dell’opposizione si sono messi ad accusare il leader della Lega Matteo Salvini di fare quello che loro stessi avevano fatto fino a poco prima: sfruttare politicamente un fatto di cronaca. Breve riassunto. Sabato una bimba è morta dopo aver affrontato con la madre un viaggio della speranza. Un fatto atroce che la sinistra non ha esitato a cavalcare con la solita ridda di insulti al governo: «Giorgia mamma e cristiana non ha nulla da dire?» si chiedeva, su tutti, il dem Matteo Orfini. Poi arriva la notizia di Modena e le parole di Matteo Salvini sui permessi di soggiorno rilasciati con troppa facilità. E alla sinistra non è parso vero poter “cavalcare” la cronaca per attaccare l’avversario. Ma a colpire sono le argomentazioni usate. Così il leader della Lega diventa uno «sciacallo per mascherare il calo di consensi», spiega Davide Faraone (Iv); per Filiberto Zaratti (Avs) «Salvini dice stupidaggini»; i radicali sentenziano: «Salvini usa il sangue per fare propaganda»; per Angelo Bonelli (Avs), «per Salvini il dolore è un bancomat elettorale» e il senatore Pd Walter Verini definisce il leader della lega: «Avvoltoio del dolore». In molti poi hanno accusato Salvini di «non leggere le notizie» perché «l’uomo alla guida dell’auto era un italiano» e insomma, «mica gli puoi togliere il permesso di soggiorno... non ce l’ha». Tra questi Carlo Calenda e alcuni esponenti di centrodestra. Peccato che i primi a non leggere quello che Salvini ha detto sono stati proprio loro. Sì, perché nel ragionamento fatto dal leghista c’è una questione ben più profonda del semplice fatto di cronaca. Da un lato il ruolo delle seconde generazioni che, anche nel caso di Modena, va tenuto in considerazione, per non finire come nelle banlieue francesi o nei quartieri alla Molenbeek, in Belgio, dove proprio le seconde generazioni hanno creato un mondo dove l’unica integrazione possibile è quella di piegarsi ai loro usi e costumi. Come testimoniano le notizie di cronache su baby gang e maranza vari, che null’altro sono se non seconde generazioni che rifiutano di integrarsi con la nostra cultura, con i nostri usi e costumi. Una situazione che Salvini legge così: «Ci sono cinque milioni di donne e uomini stranieri regolarmente presenti in Italia che, nella stragrande maggioranza dei casi, sono grandi lavoratori e lavoratrici, sono nostri fratelli e nostre sorelle» e che «sono i primi a chiederci regole più severe». Questi «sono i benvenuti». Poi, però, ci sono «le seconde generazioni che rifiutano la lingua, la cultura, la tradizione e soprattutto la legge del nostro Paese non sono un’opportunità, ma un problema». Per questo «prevenire, prevedere, capire e accompagnare una soluzione è assolutamente fondamentale». Diverso è il discorso della concessione/revoca della cittadinanza e del permesso di soggiorno, che nulla a che fare con Modena, ma che da lì trae linfa mediatica per essere rilanciato: «È già in discussione alla Camera una proposta di legge per la revoca della cittadinanza agli stranieri che commettono gravi reati». Questo perché «la cittadinanza per noi della Lega non può essere a vita. Sia il permesso di soggiorno, sia la cittadinanza sono un atto di fiducia del popolo italiano che dà rispetto e chiede rispetto. Non è un contratto a vita. Se commetti un reato grave, un Paese serio ti espelle immediatamente, è legittima difesa». Nei giorni scorsi la Lega aveva presentato un pacchetto di norme - alcune già in discussione in Parlamento- per rendere più stringenti i criteri per l’ottenimento della cittadinanza e rilanciare il cosiddetto “permesso di soggiorno a punti”. Un po’ come la patente. Se delinqui più di una volta resti senza punti e il permesso di viene ritirato, con annessa espulsione immediata. Dove sta lo «sciacallaggio» in tutto questo? Dove sta il «bancomat elettorale del sangue»? L’attentatore di Modena, è vero, è un italiano, nato e cresciuto qui ed è chiaro che non gli si può togliere né la cittadinanza né il permesso di soggiorno che non ha. Ma italiani sono anche i ragazzi di seconda generazione che non si fermano ai blocchi della polizia, che spacciano, che rapinano, che aggrediscono a sangue persone prese a caso, col solo torto di passare per quella strada nel momento sbagliato. Le seconde generazioni sono ormai un problema che affligge tanto le grandi città quanto quelle medio piccole e che va affrontato con misure serie. Coi fatti e non con le parole come troppo spesso fa la sinistra. Ed è un problema che non riguarda solo l’Italia, ma l’intera Europa. Non a caso ieri il Carroccio ha annunciato con una nota che «La Lega e il gruppo dei Patrioti al Parlamento europeo chiederanno di discutere i fatti di Modena in aula a Strasburgo». Già oggi «gli europarlamentari leghisti domanderanno alla presidente Metsola di aggiungere ai temi della plenaria di Strasburgo il dibattito sugli “Attacchi terroristici di Modena”». E la discussione sulla «necessità urgente degli Stati Membri di intensificare le misure contro l’islamismo domestico e di rendere più stringenti i criteri di rilascio delle cittadinanze».
Salim El Koudri "è figlio di immigrati marocchini, nato a Bergamo, cittadino italiano, laureato. È un soggetto a chi è stato diagnosticato un disturbo schizoide della personalità e questo rende più complesso inquadrare la vicenda. Ha manifestato rancore e insoddisfazione per la propria condizione lavorativa e sociale. In una email indirizzata alla sua università ha proferito frasi contro i 'bastardi cristiani' e altre espressioni blasfeme, per poi chiedere scusa. Potrebbe essere stato animato da un odio connesso al risentimento per aver ritenuto di aver subito discriminazioni. Allo stato degli atti, non ha dato segnali di radicalizzazione islamista strutturata, non risultando appartenente a reti di propaganda fondamentalista. Dalle perquisizioni e dalle analisi dei telefoni, al momento, non emergerebbero elementi riconducibili al profilo classico del terrorista che pianifica azioni violente", afferma il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, in un'intervista a ilGiornale, dopo l'attacco di Modena di sabato scorso . "Ma l'esatto inquadramento lo avremo quando gli inquirenti completeranno il loro lavoro e, in ogni caso, tutto questo non può portare a liquidare l'attacco come il gesto di un folle isolato - chiarisce - Parliamo comunque di un'aggressione deliberata contro civili inermi, di una gravità assoluta, che pone interrogativi profondi sul disagio sociale, sull'integrazione e sui percorsi identitari di alcune seconde generazioni. Sarebbe un errore archiviare tutto con una spiegazione semplicistica o rassicurante". Da tempo il Viminale tiene la guardia alta sui cosiddetti lupi solitari."La minaccia dei 'lupi solitari' è oggi una delle più insidiose - spiega il ministro - Parliamo di individui che spesso si radicalizzano in solitudine, consumano propaganda online e colpiscono senza una struttura organizzata alle spalle. Questo rende molto più difficile prevenire ogni singolo gesto. Intelligence, controllo del territorio e monitoraggio dei processi di radicalizzazione restano strumenti decisivi e l'Italia, sotto questo profilo, dispone di un sistema di prevenzione tra i più avanzati in Europa". L'episodio di Modena, sottolinea Piantedosi, "resta gravissimo in ogni caso. Se dovesse emergere una matrice radicale o terroristica, bisognerebbe capire come un eventuale percorso di radicalizzazione possa essere sfuggito a un sistema di prevenzione che in Italia, come ho detto, è all'avanguardia. Se invece ci trovassimo davanti a una deriva psichiatrica o a un gesto emulativo, il problema non sarebbe affatto minore. Bisognerebbe comunque interrogarsi su come segnali così pericolosi possano essere rimasti invisibili. Soprattutto in una regione come l'Emilia-Romagna, che storica-mente rappresenta un modello avanzato sul piano sociale e dell'assistenza territoriale. In entrambi i casi sarebbe sbagliato minimizza-re. Quando qualcuno decide di trasformare un'auto e un coltello in strumenti per colpire civili innocenti, lo Stato ha il dovere di interrogarsi fino in fondo su come sia potuto accadere". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47764446]] Intanto la Lega ha proposto la revoca del permesso di soggiorno per chi delinque. "Chi viene accolto in Italia deve rispettarne le leggi e i valori - commenta Piantedosi - è un principio di civiltà prima ancora che politico. E questo governo ha già rafforzato gli strumenti che consentono di intervenire più rapidamente nei confronti dei soggetti socialmente pericolosi. Ma bisogna anche sfatare un mito: non basta avere un permesso di soggiorno o, talvolta, perfino la cittadinanza per dire che l'integrazione è riuscita. L'integrazione è un processo molto più profondo e complesso, che riguarda educazione, legalità, lavoro, condivisione dei valori democratici e condizioni sociali reali. E talvolta, soprattutto nelle seconde generazioni che crescono in contesti di disagio o marginalità, questo percorso può fallire". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47765070]]
Cinque cittadini cinesi sono stati arrestati a Prato con l’accusa di falsificazione, distribuzione e smercio di monete da 2 euro false. Il provvedimento arriva al termine di un’indagine che ha fatto emergere un’associazione a delinquere con legami transnazionali che produceva i falsi in due zecche clandestine a Quarrata (Pistoia) e a Prato e distribuiva monete così ben contraffatte da sfuggire anche ai controlli dei dispositivi elettronici più all’avanguardia. Le “materie prime” ovvero anelli e piattelli dorati (ring e inner) arrivavano direttamente dalla Cina con sdoganamento in Germania e Belgio. L’indagine, partita a novembre 2025, aveva già portato al sequestro in ben 13 occasioni di quasi 20 mila monete false rinvenute nei cambia monete e nelle sale slot-video-lottery della provincia di Prato.
Mentre Schlein elogiava Sanchez da Fazio, in Spagna si cosumava il disastro del Psoe. Il Partito popolare spagnolo infatti conferma la maggioranza assoluta in Andalusia mentre il Psoe del premier Pedro Sanchez registra il peggior risultato di sempre nella regione che storicamente è stata una roccaforte dei socialisti. È il quadro che emerge dagli exit poll: il Pp, che ha ricandidato il governatore uscente Juanma Moreno Bonilla, avrebbe tra i 56 e i 59 seggi, superando i 55 necessari per la maggioranza assoluta. Il Psoe, che ha candidato l’ex vicepremier, Maria Jesus Montero, sarebbe sceso dai 30 seggi attuali a una cifra compresa tra i 26 e i 29 seggi. Vox risulta stabile.