https://video.italpress.com/play/mp4/video/6pNl
https://video.italpress.com/play/mp4/video/gWE3
https://video.italpress.com/play/mp4/video/5o4v
https://video.italpress.com/play/mp4/video/JkxP
https://video.italpress.com/play/mp4/video/jWKl
Carlos Alcaraz ha un grosso problema: a 23 anni si trova già a fare i conti con una carriera segnata dagli stop. Il dato è netto, nove infortuni e tre Slam saltati. Un bilancio che pesa, soprattutto se confrontato con quello del suo principale rivale, Jannik Sinner, raramente fermato da problemi fisici in tornei dello stesso livello. Lo spagnolo è costretto a fermarsi ancora una volta a causa dell’infortunio al polso destro. La stagione 2026 si sta trasformando in un percorso a ostacoli, con forfait già arrivati nei tornei più importanti del calendario, compresi Roland Garros e Wimbledon. Un’assenza che, di fatto, cambia gli equilibri del circuito. Nell’analisi del caso si legge: “Lo spagnolo che spinge sempre il suo corpo al limite si è fermato diverse volte per problemi fisici”. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47798456]] In più occasioni, però, Alcaraz è riuscito a rientrare rapidamente e a vincere subito dopo il recupero, alimentando la sua immagine di giocatore capace di trasformare le difficoltà in risultati. Il problema, però, è la ripetizione degli stop. Ogni infortunio interrompe un percorso che lo vede stabilmente tra i protagonisti dei grandi tornei. Il confronto con Sinner diventa inevitabile: mentre l’azzurro continua una carriera fin qui senza interruzioni nei Major, lo spagnolo accumula assenze pesanti. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47807109]] Lo aveva spiegato lo stesso Alcaraz nelle scorse settimane, confermando la necessità di uno stop forzato e di maggior prudenza: “Il polso non è guarito, non gioco a Roma e Parigi”. Una decisione che ha inevitabilmente aperto interrogativi sulla gestione del suo fisico e del calendario. Gli ultimi aggiornamenti confermano che il problema non è isolato, ma inserito in una serie di stop che hanno già condizionato diverse stagioni. Il rischio, per il futuro, è che la continuità diventi il vero tema centrale della carriera. Sinner, intanto, va in fuga nel ranking ATP: l'azzurro ha chiuso gli Internazionali d'Italia con 2.740 punti di vantaggio sul martello di Murcia e, complice la sua assenza forzata, ha praticamente ipotecato il numero 1 fino a fine stagione. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47798144]]
Cambiano le regole della revisione auto e, come sempre, a trarne danno rischiano di essere gli automobilisti. Bruxelles, infatti, accelera sulla stretta ai controlli periodici dei veicoli e punta a mettere sotto la lente non solo freni, fari e pneumatici, ma anche elettronica, Adas, emissioni e sistemi di sicurezza delle nuove vetture. Una rivoluzione che potrebbe toccare milioni di italiani già nei prossimi mesi. La proposta arriva dalla Commissione Trasporti del Parlamento europeo e nasce con un obiettivo preciso: adeguare le revisioni alle auto di nuova generazione, sempre più piene di sensori, telecamere e software. Tradotto: controlli più approfonditi e procedure più severe. Nel mirino finiscono soprattutto i sistemi elettronici di assistenza alla guida, gli airbag e le batterie delle auto elettriche. I modelli ibridi e a batteria non godranno più di alcuna corsia preferenziale, ma dovranno sottostarsi a test mirati sugli impianti ad alta tensione e sui sistemi di gestione termica. Non solo. Tra le ipotesi allo studio c’è anche quella di introdurre la revisione annuale per le vetture più vecchie, superata una certa soglia di età. Una misura che ha già acceso la protesta degli automobilisti. Sui social e nei forum dedicati ai motori molti parlano apertamente di “stangata mascherata”. Un utente scrive: “Bastano anche ogni 2 anni, ma dovrebbero essere fatte seriamente”. Un altro attacca: “Mi devono ancora spiegare come fanno certi furgoni del 1990 ad andare in giro fumando come ciminiere”. La sensazione, però, è che la direzione sia già tracciata. L’Unione europea vuole uniformare le regole tra i vari Paesi e rendere più stringenti i controlli tecnici sui mezzi circolanti. Per gli automobilisti italiani, abituati alla revisione biennale dopo i primi quattro anni di vita dell’auto, significherebbe più appuntamenti in officina e altri soldi da spendere. E in tempi di caro vita, benzina alle stelle e tasse infinite, la notizia rischia di trasformarsi nell’ennesima grana su quattro ruote.
Chicco Testa e Claudio Velardi hanno inventato in Siamo stati iscritti al Pci (Edizione Liberi Libri, prefazione di Guido Crosetto, postfazione di Sergio Scalpelli) un modo intrigante per raccontarci la loro passata vita da comunisti italiani e quella da post comunisti dopo il 1991: sui vari passaggi della loro impegnate biografie politiche si scambiano infatti una sorta di lettere/appunti/mail che spiegano, questione dopo questione e interloquendo tra loro, quel che è a successo agli autori del libro con il contorno di alcune riflessioni più generali. Qualche volta leggendo il testo, in sé ricco di autoironia, si ha la sensazione di scorrere le testimonianze degli indigeni intervistati da un Claude Levy Strauss o da una Margaret Mead: così quando si spiega come sono entrati nella “tribù” dei comunisti italiani (quando scoprono il fascino di una comunità di persone normali rispetto al caos della Statale di Milano dove studia Testa e a Servire il popolo, frequentato da Velardi, dove gli si proibiva il vizio borghese di mangiare un gelato). I riti di passaggio (la vendita dell’Unità, le campagne elettorali). Le iniziazioni necessarie per assumere un ruolo nella comunità (l’arte del comizio che rivela, come dicono loro stessi, Chicco come «una pippa» e Claudio «un saccente noioso»). Le procedure liturgiche (i riti di sottomissione al partito: il più tipico quello di essere chiamati a spiegare e confermare pubblicamente un punto della linea del partito su cui si è espresso un dubbio). Il tabù fondamentale dell’identità. Le cerimonie necessarie per sacralizzare la militanza (i viaggi all’Est: la vodka bevuta da Velardi con «i giovani comunisti bulgari» e gli incontri di Testa con i cinquantenni capi della gioventù comunista sovietica, il Komsomol)). [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47400654]] Ai ricordi della vita nel Pci segue, poi, la descrizione della lunga disgregazione dopo l’89 (la caduta del muro di Berlino), il ’91 (lo scioglimento dell’Urss e la fondazione del Pds), il ’92 (Mani pulite, con la copertura del giustizialismo da parte di Botteghe Oscure, il peccato fondamentale -secondo Velardi- della nuova fase). Insistendo sulla metafora delle testimonianze antropologiche, si potrebbe dire che la tribù passa dal Mato Grosso amazzonico (dove la comunità aveva una vita dura ma non priva di felicità) a una favela di Rio de Janeiro: con un’esistenza astrattamente più libera ma concretamente spaesante. Innanzi tutto per capire quel che raccontano l’ex presidente di Legambiente e poi dell’Enel, e l’eminenza grigia del governo D’Alema, è bene rammentare alcuni tratti degli anni Settanta, di quella strana fase della nostra vita nazionale durata dal lancio del “compromesso storico” sostanzialmente fino all’assassinio di Aldo Moro, quando Gianni Agnelli sorpassava a sinistra Luciano Lama, il Corriere della Sera preferiva il movimento studentesco al Pci, la Cisl sfidava con il suo ribellismo la Cgil, la sinistra moderata scavalcava Enrico Berlinguer nel chiedere la trattativa con le Br. Poi va considerato, se si legge l’esperienza politica dei due autori come una “sorta di giallo”, che l’assassino dell’evoluzione socialdemocratica del Pci sia per loro senza dubbio l’Unione sovietica. Però Mosca rispetto anche al comunismo italiano non è il classico maggiordomo di un racconto di Agatha Christie, bensì è il genitore quello da cui si cerca di liberarsi, che si medita di disconoscere, anche se è la matrice del Dna della ditta. E, poi, proprio questo fattore “genetico” rende più difficile la transizione verso una sinistra normale dopo lo scioglimento dell’Unione sovietica, con un ceto politico ex Pci che alla fine preferisce che il “morto” afferri “il vivo” (cioè “usare” l’antico insediamento di potere senza più il contesto che lo definì) piuttosto che rinunciare alle rendite di posizione che la difesa di una certa diversità, pur non più storicamente determinata, offriva. In questo quadro mi pare convincente la tesi di Velardi sul fatto che l’unico sforzo concreto per una reale riconversione della sinistra italiana fu negli anni Novanta quello di Massimo D’Alema che affrontò i tre nodi di fondo: la necessità con la Bicamerale di una trasformazione, gestita insieme alla destra guidata da Silvio Berlusconi, di una Costituzione condizionata dalla Guerra fredda anche nell’assetto della magistratura; un leale inserimento dell’Italia nella politica dell’Occidente guidata prima da Bill Clinton e poi da George Bush; un patto sociale tra capitale e lavoro per rinnovare l’economia italiana. Però D’Alema non portò fino in fondo le sue scelte anche perché tradito dal suo Dna, dalla tendenza leninista a comandare invece che dirigere per cui si trattava con disprezzo sindacalisti, al tempo riformisti, come Sergio Cofferati, e dalla fragilità berlingueriana, quella di un leader che quando avvertiva scarsa empatia con il proprio popolo, invece di affrontarlo, si faceva prendere dal panico e si arrendeva agli umori prevalenti. Per il resto, dopo il tentativo dalemiano, la vita dei postcomunisti secondo i due autori avviene sotto il segno della disgregazione che alla fine svilisce i tentativi anche di persone serie come Carlo Azeglio Ciampi o positivamente ambiziose come Matteo Renzi. Consiglio vivamente questo libro a chi voglia acquisire qualche elemento per capire la nostra storia nazionale negli ultimi cinquanta anni. Anche se, peraltro, adesso c’è un nuovo fattore da considerare: all’evidente fallimento dell’esperienza comunista in Occidente si aggiunge la crisi dei due grandi partiti della sinistra europea (i più decisivi dopo i giacobini del 1789) i cartisti/laburisti e i socialdemocratici tedeschi. Chissà se si troverà anche in Germania e in Gran Bretagna qualcuno come Testa o Velardi che ci racconti che cosa è successo e sta succedendo.
Bingen è un posto in cui Ildegarda passa inosservata. In questa città che sorge dove il fiume Nahe si getta nel Reno, i battelli attraccano e scendono i turisti, i gitanti che han scelto le crociere di un paio d’ore o quelli che viaggiano per una settimana, partiti da Basilea per sbarcare ad Amsterdam. I pacchetti completi offrono visite ai castelli, leggende di arcivescovi crudeli dati in pasto ai topi, tour del centro storico a bordo di un trenino e, soprattutto, degustazioni di vini locali accompagnati da stuzzichini. Superati i tavolini dei ristoranti, la Santa proclamata Dottore della Chiesa da Benedetto XIV– quarta donna della storia, dopo Teresa d’Avila, Caterina da Siena e Teresa di Lisieux – compare nei negozi di souvenir, ricamata sulle toppe e incisa sulle medagliette, un accidente tra pareti di orologi a cucù e i boccali di birra intarsiati con l’aquila della Repubblica federale tedesca. Eppure Ildegarda, mulier fortis, madre e maestra, mistica, filosofa, teologa, compositrice e musicista, politica, erborista, scrittrice, sta lì dalla fine dell’anno mille, tra le pianure coltivate e i boschi, quando nei monasteri lavoravano gli amanuensi e le chiese, gli archi rampanti e le guglie si moltiplicavano e per la prima volta nelle piazze arrivavano merci da posti lontani. Nata nell’aristocrazia renana nel 1098, entra in convento a otto anni, come si conviene alla decima figlia, si forma sotto Jutta di Sponheim nel convento di Disibodenberg. Consigliera di diversi Pontefici, da Eugenio III ad Alessandro III, dal 1147 alla sua morte nel 1179 corrisponde con l’imperatore Federico Barbarossa, prelati, principi, ecclesiastici, abati, badesse, semplici monaci, monache e laici. Con un nome che significa “colei che è audace in battaglia”, la santa fa cose inaudite per una donna, come le predicazioni pubbliche che tiene in più d’una città. A Colonia attacca in pubblico la corruzione del clero davanti a una folla che non sa come reagire. Bernardo di Chiaravalle, che pur la apprezzava, le scrive per invitarla a esercitare la virtù dell’umiltà. Aspetta di arrivare a quarant’anni per parlare delle sue visioni e delle elaborazioni che ne trae attraverso i testi di Dionigi l’Aeropagita, Boezio, Gregorio Magno e Agostino. Il risultato – trentasette visioni trascritte, organizzate, illustrate – si chiama Scivias, “conosci le vie”, e le costa dieci anni. È la prima opera di tante che verranno, perché non smetterà di scrivere fino alla morte: è del 1152 l’Ordo virtutum, il primo dramma musicale allegorico ad essere tramandato con l’accompagnamento musicale, del 1163 il Liber Vitae Meritorum (Libro dei meriti della vita) dove virtù e vizio si scontrano in formidabili dibattiti argomentativi. Dopo altri undici annidi lavoro completa il Liber divinorum operum, (Libro delle opere divine): «Come un artista ha le sue forme, secondo le quali costruisce i suoi vasi - scrive Ildegarda - così Dio creò la struttura dell’uomo secondo la struttura del mondo, dopo l’intero cosmo». Né indovina né profetessa, fondatrice di due conventi che furono centri propulsori di predicazione piuttosto che luoghi isolati, questa donna tutta occhi che scriveva «quel che non vedo non lo conosco», concepisce la “Viriditas”, il verdeggiare della forza vitale che tutto anima ed è la connessione tra microcosmo e macrocosmo, tra Dio, l’uomo e la natura. San Gregorio Magno parlava dell’homo quodammodo omnia («L’uomo è, in un certo qual modo, tutte le cose») ed era diffusa la disciplina dell’uomo zodiacale, ma nella luce verde di Ildegarda c’è un elemento nuovo. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47740943]] L’uomo è inserito in un tessuto relazionale che investe tutti gli aspetti del suo essere, proporzioni e rapporti non sono geometrie stabilite, come accadrà nell’uomo vitruviano di Leonardo, ma si rinnovano costantemente o si essiccano a seconda delle nostre scelte. Joseph Ratzinger proclamò Ildegarda Dottore della Chiesa nel 2012, sei anni dopo il discorso di Ratisbona, quando ammonì l’Europa a non svuotare la ragione della sua apertura al Trascendente, pena la mutilazione dell’umano. La santa che - da un monastero sul Reno del XII secolo non aveva mai separato creato e teologia, corpo e anima, scienza e grazia - offre la risposta speculare, la via d’uscita dal nichilismo tra struttura razionale (Logos) e forza vitale (Viriditas), un fuoco che non brucia e rende il creato leggibile e sacro. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47764561]]
Riqualificazione energetica, autoproduzione di energia da fonti rinnovabili, restauro architettonico e nuovi spazi funzionali per i visitatori: a due anni dall’annuncio di avvio dei lavori, il Museo e Real Bosco di Capodimonte ed Engie Italia hanno inaugurato il nuovo corso del plesso museale partenopeo. Un progetto ambizioso che segna un passaggio strategico nel percorso di innovazione del patrimonio culturale italiano. L’intervento è stato realizzato da Engie, operatore di riferimento nel settore dell’energia, nell’ambito del primo Partenariato pubblico-privato (Ppp) attivato dal ministero della Cultura per la riqualificazione di un museo autonomo. Un modello innovativo, sviluppato attraverso lo strumento del project financing, per un valore complessivo di 45,7 milioni di euro, suddiviso tra contributo pubblico pari a 22,2 milioni (48,57 per cento) e investimento privato pari a 23,5 milioni (51,43 per cento). Il progetto – presentato questa mattina alla presenza dell’amministratore delegato di Engie, Monica Iacono, e del direttore del Museo, Eike Schmidt – ha dato vita a una profonda rigenerazione del complesso, con l’obiettivo di coniugare la valorizzazione del patrimonio storico-artistico con l’adozione di soluzioni tecnologiche avanzate. Elemento distintivo di questo progetto innovativo è l’inserimento della componente di energia rinnovabile: sulle coperture della Reggia è stato realizzato un impianto fotovoltaico perfettamente integrato e completamente invisibile, sviluppato nel pieno rispetto del contesto storico e autorizzato come progetto pilota dalla Soprintendenza. Composto da circa 4.500 pannelli, l’impianto produce ogni anno circa 800 MWh di energia pulita ed è supportato da un sistema di trigenerazione che ottimizza l’utilizzo dell’energia. Grazie a queste soluzioni, il museo è oggi in grado di autoprodurre circa il 90 per cento del proprio fabbisogno energetico. Nel complesso, gli interventi hanno consentito di raggiungere un risparmio energetico superiore al 50 per cento e una riduzione delle emissioni di circa 1.700 tonnellate di CO2, pari all’effetto della piantumazione di oltre 20 mila alberi. Grande attenzione è stata dedicata al comfort ambientale e alla conservazione delle opere, attraverso sistemi di climatizzazione di ultima generazione che garantiscono un controllo estremamente preciso e costante dei parametri termici e dell’umidità. Le soluzioni adottate consentono di mantenere condizioni ottimali senza alterare l’equilibrio architettonico degli ambienti. L’intervento ha portato a un incremento significativo delle superfici climatizzate, da 8.000 a 14.500 mq (+77 per cento), con nuovi sistemi di monitoraggio ambientale per la tutela delle opere, migliorando così la fruibilità degli spazi e l’aderenza agli standard conservativi internazionali. Un ruolo centrale è stato attribuito anche alla luce, completamente ripensata come elemento chiave dell’esperienza espositiva. Il nuovo lighting concept digitale introduce una vera e propria “regia luminosa”: oltre 7 mila punti luce a Led permettono di adattare l’illuminazione ai diversi allestimenti e di valorizzare ogni opera nel pieno rispetto delle sue esigenze conservative. Engie ha gestito progettazione e realizzazione degli interventi e, grazie a un accordo ventennale con il Museo, si occuperà del funzionamento dei servizi energetici, tecnologici e multimediali insieme alla manutenzione ordinaria e straordinaria degli impianti. Un approccio che garantisce continuità, efficienza e sostenibilità nel lungo periodo. La rifunzionalizzazione degli spazi ha reso la Reggia più accessibile e inclusiva, con ambienti ripensati nel rispetto della loro identità storica. Guarda qui il video dell'intervista all'ad Iacono Emblematica rispetto alla nuova fruibilità della struttura è la nuova sala d’Accoglienza che accoglie i visitatori in un dialogo tra arte contemporanea – con l’opera di Mimmo Paladino “Conosci il paese dove crescono i limoni?” e luce naturale. Tra gli interventi più significativi rientra, inoltre, il restauro delle coperture storiche, realizzato in sinergia con la Soprintendenza, con l’obiettivo di riordinare l’immagine complessiva della Reggia nel paesaggio napoletano e quello della terrazza Belvedere, restituita alla fruizione con un approccio che combina recupero filologico e interpretazione contemporanea. Lo spazio, oggi nuovamente accogliente, ospita l’opera “Espansione Orizzontale Capodimonte” dell’artista Christiane Löhr. “Il partenariato pubblico-privato tra il Museo e Real Bosco di Capodimonte e Engie – ha sottolineato il direttore Schmidt – sta alla base degli importanti lavori infrastrutturali, chiusi in anticipo rispetto al cronoprogramma, un progetto non soltanto avveniristico da un punto di visto amministrativo, incidendo sul sistema economico su cui si basano le spese, ma che finalmente dota la reggia di un sistema di riscaldamento e di aria condizionata in grado di tutelare le opere d’arte oltre a garantire ai visitatori un’esperienza climaticamente piacevole. Grazie alla tecnologia fotovoltaica installata sui tetti e all’illuminotecnica led a bassissimo consumo”. Per il direttore, grazie agli interventi presentati oggi “Capodimonte compie un balzo in avanti nella classifica museale dell’efficientamento energetico: da una delle ultime posizioni adesso è diventato faro e modello. Questi lavori, effettuati mantenendo il museo aperto e negli ultimi anni senza privarlo dei suoi capolavori, ci auguriamo siano l’inizio di una serie di interventi necessari: l’installazione o la riconversione di collegamenti verticali per creare vie di emergenza, la bonifica di grandi parti del piano terreno, la costruzione di un deposito ipogeo capiente, climatizzato e dotato delle tecnologie antifurto più aggiornate, una sala conferenza dopo la perdita dell’auditorium opera dell’architetto Ezio Bruno De Felice”. Per Monica Iacono, la collaborazione avviata con il Museo e Real Bosco di Capodimonte “segna un passaggio importante nel rapporto tra innovazione energetica e tutela del patrimonio artistico e culturale italiano. È la dimostrazione concreta di come sia possibile coniugare rispetto della storia, sviluppo culturale e modernizzazione intelligente, oltre che sostenibile. In un contesto energetico sempre più complesso – ha ribadito – è importante affiancare anche le pubbliche amministrazioni supportando interventi che non si limitino a risolvere un’esigenza immediata, ma che costruiscano valore duraturo. La cultura è un fattore di sviluppo economico e competitività per il sistema Paese e il progetto realizzato a Capodimonte rappresenta una leva di competitività, oltre che una buona pratica di gestione del patrimonio artistico e culturale”. Leggi anche altre notizie su Nova News
L’Ue sembra persuasa. Ci sarebbero i presupposti per l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale. Mesi di pressing e una lettera inviata da Giorgia Meloni a Ursula von der Leyen. Bruxelles valuterebbe la possibilità di concedere flessibilità non solo per le spese in difesa, ma anche per fronteggiare la strutturale crisi energetica. Non è un atto di generosità ma il riconoscimento tardivo che le «circostanze eccezionali» invocate da Roma ci sono. Non è sopraggiunto buonsenso. Ma la risposta ad una minaccia che Bruxelles ha preso sul serio. «Su richiesta di uno Stato membro (Meloni ndr)» recita il novellato Patto di stabilità e «e su raccomandazione della Commissione (Von Der Leyen ndr) basata sulla propria analisi, il Consiglio (tutti e 27 gli stati membri ndr) può adottare, entro quattro settimane dalla raccomandazione della Commissione, una raccomandazione che consenta a uno Stato membro di deviare dal percorso della spesa netta stabilito dal Consiglio, nel caso in cui circostanze eccezionali al di fuori del controllo dello Stato membro abbiano rilevanti ripercussioni sulle sue finanze pubbliche, a condizione che tale deviazione non comprometta la sostenibilità di bilancio nel medio termine». [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47399036]] È la clausola nazionale, attivabile su richiesta di un singolo Paese. Soggetta a negoziazione bilaterale con la Commissione e il Consiglio. Ben diversa dalla clausola generale (articolo 25), attivabile solo in presenza di una «grave congiuntura negativa» nell’area euro o nell’Unione nel suo complesso. La prima è asimmetrica e discrezionale; la seconda è sistemica. Sarebbe preferibile che fosse attivata la seconda ma non facciamo i cavillosi. La sottoscrizione dei titoli pubblici è affidata interamente al mercato. La Bce ha chiuso il Quantitative Easing. L’incidenza degli investimenti della Banca d’Italia sul totale del debito pubblico italiano è diminuita dal 30-31% alla fine del 2022 a circa il 23%. Una quota crescente del debito va collocata presso investitori privati, esteri e domestici, più sensibili ai segnali di rischio. La clausola generale avrebbe segnalato la natura sistemica dello shock energetico e geopolitico. Ma ciò che probabilmente ha più impressionato Bruxelles è il passaggio della lettera di Meloni in cui si avverte che, senza flessibilità, «sarebbe molto difficile per il Governo spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe alle condizioni attualmente previste». [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47767182]] Il Safe (Security Action for Europe) è lo strumento finanziario da 150 miliardi di euro varato dall’Unione per accelerare gli investimenti nella difesa europea attraverso prestiti a condizioni vantaggiose (?) e acquisto congiunto (??). L’Italia ha diritto a circa 15 miliardi. È uno dei tanto decantati pilastri della tanto invocata autonomia strategica europea. Senza la partecipazione italiana — per volume di risorse richieste e per peso industriale (si pensi Leonardo, Mbda Italia e l’intera filiera) — il Safe perderebbe quota. Anzi rischierebbe proprio di non decollare. Memori della mancata ratifica italiana delle modifiche al trattato istitutivo del Mes, Bruxelles ha colto il messaggio come un’«offerta che non si può rifiutare». L’Italia non ha minacciato apertamente. Ha banalmente fatto notare che sarebbe stato politicamente insostenibile per il governo giustificare l’adesione a un programma oneroso e condizionato. Il parallelo con il Mes è esplicito: anche allora l’Italia lo bocciò approvando contestualmente il nuovo Patto di Stabilità. Il primo strumento sarebbe stato inamovibile. Il secondo è di fatto superabile di fronte al primo shock. Scommessa vinta. Sullo sfondo restano due circostanze di strutturale imbarazzo. Il Patto di stabilità, ogni volta che succede qualcosa di grave, va sospeso o aggirato. Lo si è fatto con il Covid (clausola generale), lo si è fatto con la guerra in Ucraina, lo si vuol fare per il riarmo (clausola nazionale per la difesa). A che serve una regola se va sospesa per risolvere problemi che di fatto essa stessa alimenta nei momenti di difficoltà? La credibilità delle regole è compromessa ed ogni crisi genera un estenuante negoziato intergovernativo in cui contano i rapporti di forza. Come la minaccia di Meloni sul Safe. E qui si arriva alla seconda circostanza di strutturale imbarazzo. Alla fine rimane la certezza granitica che l’Unione Europea è quel luogo in cui 27 Paesi si riuniscono per risolvere problemi che altrimenti non avrebbero se ne fossero fuori.