Devono aver scambiato il 2 giugno per il 25 aprile. Perché nelle ore successive alla parata ai Fori Imperiali perla Festa della Repubblica, su La7 è un susseguirsi di ombre e spettri fascisti. A coltivare per prima l’ossessione preferita della sinistra è Vittoria Baldino, deputata del Movimento 5 Stelle ospite di Giovanni Floris a DiMartedì. Secondo l’onorevole, Giorgia Meloni ha cambiato idea sulla celebrazione: «Io non mi stupisco, considerando che Fratelli d’Italia è l'erede del partito che la Costituzione l’ha subita e non ha contribuito a scriverla e questo lo vediamo al di là delle auto-narrazioni di questa destra adesso moderata, che non è poi così tanto moderata in quello che fa, nei fatti». Non solo: «I fatti dicono che loro la Costituzione in realtà non la proteggono e non la tutelano, hanno provato a scassinarla con il referendum, l’ha tutelata il popolo, l’abbiamo tutelata noi, i valori della Costituzione di libertà, uguaglianza, giustizia sociale, diritto alla salute per tutti sempre, diritto all’istruzione». Il ritornello è noto, ormai: anche il 2 giugno non è una festa di tutti. «Io credo che la vera Giorgia Meloni sia quella che diceva che il 25 aprile e il 2 giugno sono feste divisive e non questa di adesso che, per opportunismo cambia faccia, ma in realtà la faccia è sempre la stessa». Stessa tesi di Pier Luigi Bersani. Floris gli legge una frase della premier: «“Che Repubblica vogliamo essere domani”, perché spostare il peso dal festeggiamento ai prossimi anni?». Secondo l’ex leader del Partito democratico, semplicemente gli uomini e le donne di Fratelli d’Italia nella Festa della Repubblica “non si riconoscono... Il ’46 è stato anche l'annodi fondazione del Movimento sociale italiano, con la bara, con la fiamma. È un’altra storia che continua”. Per la gioia delle opposizioni, che pensano così di assicurarsi ore e ore di argomenti anche in vista delle prossime elezioni politiche. Nel 2022 non era servito a granché. Anzi, per qualcuno fu deleterio. Ma nel dubbio, scatta un nuovo allarme rosso: «I fascismi sono Made in Italy. Ce lo siamo inventato noi. Liberarcene resta una fatica quotidiana. C’è poco da fare... C’è una storia parallela che insiste a mettersi a lato». Bersani e la Meloni, guarda qui il video di DiMartedì su La7
Non è una tassa, ma poco ci manca. Per migliaia di pensionati italiani residenti all’estero torna, infatti, uno degli appuntamenti più delicati dell’anno: la dichiarazione dei redditi richiesta dall’Inps per continuare a percepire una serie di prestazioni collegate alla situazione economica personale. Dal 25 maggio è ufficialmente partita la Campagna RedEst 2026, relativa ai redditi percepiti nel 2025, mentre è stata contestualmente riaperta anche la Campagna RedEst 2025 per consentire ai ritardatari di mettersi in regola con le dichiarazioni riferite al 2024. A comunicarlo è lo stesso Istituto di previdenza sociale con il messaggio n. 1864 del 4 giugno 2026. Un richiamo che riguarda una platea tutt’altro che marginale: pensionati che vivono fuori dai confini nazionali, ma che continuano a beneficiare di trattamenti il cui importo dipende dal reddito dichiarato. Nella lista rientrano l’integrazione al minimo, le maggiorazioni sociali, l’assegno sociale, la pensione sociale, gli assegni e le pensioni di invalidità civile soggetti a limiti reddituali, gli assegni al nucleo familiare e perfino la quattordicesima mensilità. Tutti benefici che possono essere confermati, ridotti o addirittura revocati sulla base della documentazione trasmessa all’Inps. Le dichiarazioni potranno essere presentate attraverso i Patronati, i Consolati italiani all’estero oppure direttamente tramite le strutture territoriali dell’Istituto utilizzando i servizi telematici dedicati. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47990965]] A settembre partirà inoltre la spedizione dei modelli cartacei RedEst ai soggetti interessati. Ma il punto più importante riguarda le conseguenze per chi decide di ignorare la pratica. La mancata presentazione del modello RedEst fa infatti scattare la sospensione della prestazione pensionistica o assistenziale per 60 giorni. E se l’omissione dovesse proseguire anche oltre quel termine, il rischio diventa ben più pesante: revoca definitiva del beneficio e obbligo di restituire le somme già incassate. Tradotto: chi vive all’estero e percepisce prestazioni legate al reddito farebbe bene a non sottovalutare la scadenza. Perché una semplice dimenticanza può trasformarsi in un conto molto salato. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48005634]]
Pier Luigi Bersani oltre ogni limite. L'ex leader del Partito democratico è stato ospite da Giovanni Floris a DiMartedì, il programma di approfondimento politico in onda su La7. Per attaccare ancora una volta il centrodestra, e in particolare Giorgia Meloni e Matteo Salvini, si è lanciato in un'accusa surreale. Secondo il dem, la premier e il vicepremier vorrebbero che l'Italia fosse un Paese popolato solo da bianchi. Il solito delirio in salsa progressista. "Anche questa è la penetrazione di quell'ideologia MAGA. Arriva tutto da là - ha spiegato Bresani -. Ormai non si parla nemmeno più di immigrati regolari o irregolari: non li vogliono. Salvini e compagnia cantante e la Meloni sostanzialmente ipotizzano un Paese solo di banchi, che immagino che sia per sviluppare il turismo perché verrà da tutto il mondo a vedere che c'è un Paese di un colore solo. Cioè questi invece di preoccuparsi di fatti di cui dovrebbero preoccuparsi come i problemi di integrazione o regolarità dei flussi, noi pensiamo di poter campare senza un'immigrazione regolare e pensiamo di dire che la facciamo regolare coi decreti flussi. Ma lo sappiamo come finiscono quei decreti flussi? Quanta di quella gente finisce per strada? Ci deve essere un'organizzazione - ha concluso -, una roba seria". Visualizza questo post su Instagram Un post condiviso da DiMartedì (@dimartedila7)
È Christian Chivu a svelare cos'è davvero il comunismo. L'allenatore dell’Inter ha raccontato la sua esperienza di vita negli anni del regime comunista di Nikolau Ceausescu. "Ero un bambino felice. Avevo poche cose, quelle consentite dal regime comunista in Romania. Ma sono cresciuto con l’educazione ricevuta da parte dei miei, appassionato di essere un bambino, con la voglia di non perdere quella felicità. Avevamo poco, ma ce lo godevamo tutto". Appassionato da sempre di calcio, "perché mio papà era un ex giocatore. All’epoca faceva l’allenatore di una squadra amatoriale. Io da piccolo ero felice, ansioso di scoprire quello che il mondo mi avrebbe offerto". Poi la caduta dell'ex Presidente della Repubblica Socialista di Romania: "Erano i giorni di Natale. Mio papà era subingegnere in una fabbrica di armi. L’azienda era stata chiusa e a tutti i dipendenti era stato dato l’ordine di presidiare luoghi strategici. Una sera papà tornò a casa e disse che doveva andare a fare la guardia e ci raccomandò di non uscire di casa perché a Timisoara avevano cominciato a sparare contro i manifestanti. Quella notte l’ho vissuta con grande ansia, si sentivano gli spari anche da casa". Da qui il ricordo preciso, scolpito: "Mio padre che esce di casa la sera essendosi rasato e la mattina dopo torna con la barba". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47724847]] A quei tempi - prosegue nella lunga intervista al Corriere della Sera - "eravamo tutti con l’ansia di capire quello che stava accadendo. Il telegiornale di regime minimizzava, ma noi sentivamo Radio Europa Libera e capivamo che il regime stava vacillando. Pensavamo che lui riuscisse a scappare. Ma poi l’hanno preso, gli hanno fatto un processo al volo e la storia del mio Paese è cambiata". Cosa significa allora la libertà per un bambino? "La possibilità di avere cose. Di vivere normalmente, di mangiare normalmente. Allora avevamo solo due litri di latte, un paio di uova, un po' d’olio e il pane solo il sabato. La libertà era avere una fetta di prosciutto, un quadrato di cioccolata. Ci crede che io ho mangiato la mia prima banana a otto anni?". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47558299]]
Si torna a parlare di Paolo Gentiloni, nonostante l’interessato faccia di tutto per scoraggiare il chiacchiericcio e per dissuadere ragionamenti attorno a lui. E però, piaccia o no, è il suo nome, quello dell’ex commissario europeo, ex presidente del Consiglio, ex ministro degli Esteri, che si riaffaccia nelle conversazioni estive nel centrosinistra. Il suo nome ritorna come la soluzione di chi, ancora, spera in un “pareggio” alle prossime elezioni politiche, scenario che aprirebbe alla necessità di un governo di larghe intese. Un fronte nutrito tra i dem soprattutto e che non si rassegna. Sono quelli che continuano ad avere molti dubbi sull’opzione che sembra segnata: o Elly Schlein o Giuseppe Conte, si vedrà con le primarie. Certo, la condizione che una terza possibilità torni in campo è che non vada in porto la nuova legge elettorale che, però, il centrodestra vuole a tutti i costi e che ieri è stata adottata dalla Commissione Affari costituzionali della Camera dei deputati come testo base. Legge che punta proprio a evitare il pareggio. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46980590]] O che i due, Schlein e Conte, rinuncino a favore di un terzo. Ipotesi complicate. Eppure la politica riserva sempre sorprese. E così il nome dell’ex premier continua a spuntare. Se la riforma non venisse approvata, si dice, Gentiloni sarebbe una perfetta soluzione. Esponente del Pd, ma con buoni rapporti trasversali (ha collaborato da commissario Ue con ministri del centrodestra), è la personalità di centrosinistra che può vantare il cursus honorum più significativo. L’unico che potrebbe competere, ma un gradino sotto, è Roberto Gualtieri, sindaco di Roma, forte di un nuovo consenso, anche lui commissario europeo e ministro (ma non è stato presidente del Consiglio). Gualtieri, però, vuole puntare a un secondo mandato da sindaco. E in molti lo vedono come la carta per guidare il Pd e il centrosinistra nell’era dopo Schlein. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47963651]] C’è allora chi pensa a Gentiloni come premier per due anni, per poi salire da lì al Quirinale. O chi vede, piuttosto, l’ex premier come carta da giocarsi solo quando inizierà la finale del Campionato, quella appunto che deciderà il successore di Mattarella. I candidati sono tanti. Ma Gentiloni potrebbe calare la carta di un consenso trasversale, oltre che del sostegno del predecessore. Paradossalmente gli ostacoli potrebbero venire maggiormente dal suo partito di origine, il Pd. Dagli ambienti vicini alla segretaria. Ma da qui al gennaio 2029 c’è tempo. Perla politica, tre anni sono un’era geologica. Tutto potrebbe cambiare. E le speranze non costano nulla.
Il Fatto Quotidiano rosica. Eccome se rosica. Dopo che la procura di Milano ha smentito la notizia sulle feste con escort e cocaina nel ranch uruguaiano di Giuseppe Cipriani, il compagno di Nicole Minetti, e del coinvolgimento dell’ex consigliera regionale nell’organizzazione dei party, il giornale diretto da Marco Travaglio ha provato a girare la frittata. Senza riuscirci però. “Le indagini sulla Minetti le ha fatte la Minetti” titolava ieri il quotidiano. E ancora: “Attacco al Fatto. Nessuna rogatoria per la massaggiatrice uruguayana e altri testi: alla procura bastano quelli di Nicole per ribadire il Sì alla clemenza”. Secondo la Procura Generale di Milano infatti non c’è alcunché da rivedere nei presupposti della grazia concessa dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla Minetti. «Dagli accertamenti svolti» si legge in una nota «risulta che i fatti riportati nelle notizie di stampa, dalle quali ha tratto origine il presente supplemento di attività, non corrispondono al vero». E adesso sul giornale di Travaglio pende una richiesta di risarcimento monstre: Minetti e il compagno hanno chiesto 250 milioni di euro di danni. Soldi che, assicurano, saranno devoluti in beneficenza alle organizzazioni internazionali che si occupano di bambini adottati. «Oltre cinquanta articoli» specificano gli avvocati di Cipriani e Minetti «pubblicati anche nelle edizioni online del Il Fatto Quotidiano, le trasmissioni È sempre Cartabianca andata in onda su Rete 4 il 28 aprile e Report, trasmessa il 3 maggio su Rai 3». A replicare alla procura è lo stesso Travaglio, prima nel suo editoriale e in serata a Otto e Mezzo su La7. «Il caso è chiuso per quello che riguarda le competenze del presidente della Repubblica, del ministro della Giustizia e della procura generale di Milano, che hanno chiesto all’oste se il vino è buono e questo ha risposto che è ottimo. Non è chiuso per noi, che continueremo a lavorare su questa vicenda invereconda per dare delle notizie. Non sta a a noi del Fatto quotidiano dare o togliere le grazie, lo fa chi ne ha la competenza. Ci siamo semplicemente occupati di una grazia che non stava né in cielo né in terra» ha detto Travaglio. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48027857]] «Abbiamo intervistato testimoni che hanno smontato punto per punto il parere favorevole alla grazia dato a gennaio dalla procura generale di Milano» ha aggiunto il giornalista rispondendo a Lilli Gruber, che gli ha chiesto se l’inchiesta andrà avanti. «Abbiamo offerto ai nostri lettori delle notizie. Intanto, che fosse stata concessa la grazia, visto che il Quirinale aveva nascosto la notizia. Abbiamo fatto interviste che non possono essere smentite perché fatte a testimoni non consultati dai magistrati. Abbiamo un inviato in loco e continueremo a raccontare che i due presupposti all’origine della grazia non ci sono: che Minetti ha cambiato vita e che sottrarla ai servizi sociali che le avrebbero tolto il passaporto avrebbe pregiudicato il trasporto del bambino malato all’unico ospedale al mondo che poteva curarlo» prosegue. «Può anche raccontare che gli asini volano, ma l’unica cosa che la procura generale non può fare è accusare il Fatto di falso. È diffamazione; non possono farlo perché non hanno sentito le persone che abbiamo sentito noi. Quella cosa lì se la rimangiano e ci chiedono scusa altrimenti li denunciamo». In studio battibecca con Italo Bocchino, ma pure Paolo Mieli lo ha pungolato. Nel suo editoriale, Travaglio aveva ripercorso le tappe della vicenda per concludere: «Minetti e Cipriani prendono in giro il Pg, che ci casca e ci fa cascare Nordio e Mattarella. E ora si tenta di prendere in giro l’intero popolo italiano». Quanto rosica. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48030377]]
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Un'altra retromarcia imbarazzante per Elly Schlein. Il dibattito sulla patrimoniale agita il campo largo. Nel giorno in cui Avs rilancia la tassa sui ricchi, arriva lo stop della segretaria del Pd, che pure si era detta favorevole appena pochi giorni fa: "Ne discuteremo ma la patrimoniale non è tra le cose già condivise nel programma dell'alleanza progressista", ha spiegato Schlein parlando al convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo. Quasi contemporaneamente, a Milano, il leader di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni ha riunito alcuni europarlamentari di European Left Alliance, tra cui Ilaria Salis, in un evento che chiariva tutto già dal titolo: Tax the rich. E anche per la parlamentare M5s, Chiara Appendino, "è giusto e urgente introdurre una 'Millionaire Tax'". "Il tempo dei privilegi è finito ed è ora di redistribuire la ricchezza. Non c'è niente di assurdo in questa proposta, che è ragionevole, di buon senso e riformista" ha commentato Fratoianni, sottolineando che con gli alleati europei verranno studiati gli strumenti migliori per portare avanti la proposta. Le soluzioni, secondo l'esponente di Avs, possono essere diverse, "dalla tassa sui grandi patrimoni fino alla riforma, nel caso italiano, del sistema del prelievo sull'Irpef che è ormai anti-progressivo e in violazione della Costituzione". Ma anche la tassa di successione "che non esiste in Italia, con percentuali ridicole del 3-4% e con esenzioni di 1 milione di euro per ogni figlio". Storture, per Fratoianni, che "vanno corrette". A rinforzare la sua tesi anche Ilaria Salis, che chiede pure di "impedire che i ricchi possano trasferire la loro residenza fiscale. Si può fare una legge europea e muoversi con gli altri paesi". E comunque, quei 'ricchi' da tassare per Salis sono "quelle pochissime persone che di fatto detengono una parte spropositata della ricchezza" e che "devono essere tassate in maniera proporzionale". Una misura che "non andrebbe a ricadere sulla classe media come spesso viene detto: è una menzogna". Il leader di Italia Viva Matteo Renzi ha invitato invece a trovare "un equilibrio", anche perché il dibattito sulla patrimoniale "funziona bene come slogan ma poi, nella realtà dei fatti, se tu alzi troppo le tasse a una determinata fascia di popolazione ci sta che quelli se ne vanno in Svizzera o in Lussemburgo". La ricetta di Renzi, dunque, è "portare tantissimi ricchi a pagare le tasse qui, ma non aumentare le tasse ai ricchi, piuttosto diminuirle ai poveri". Avs, però, insiste: "Il sistema fiscale italiano è estremamente iniquo e c'è un problema di progressività - ha dichiarato Angelo Bonelli, deputato di Avs e co-portavoce di Europa Verde -. Si può immaginare un contributo di solidarietà, una tassa di scopo sui super ricchi — oggi in Italia sono 79, con un patrimonio complessivo di 357 miliardi di euro — per destinare risorse, nell'arco di 3-4 anni, all'abbattimento delle liste d'attesa nella sanità pubblica". Se vogliamo costruire un Paese più giusto, il Movimento 5 Stelle e l'intero campo progressista devono avere il coraggio di sfidare i privilegi e ridurre le disuguaglianze, rimettendo la giustizia sociale al centro dell'agenda politica. Se vogliamo costruire un Paese più giusto, il Movimento 5 Stelle e l'intero campo progressista devono avere il coraggio di sfidare i privilegi e ridurre le disuguaglianze, rimettendo la giustizia sociale al centro dell'agenda politica. "Se vogliamo costruire un Paese più giusto, il Movimento 5 Stelle e l'intero campo progressista devono avere il coraggio di sfidare i privilegi e ridurre le disuguaglianze, rimettendo la giustizia sociale al centro dell'agenda politica - è la presa di posizione della pentastellata Appendino -. E non sto parlando - precisa - di mettere le mani nelle tasche delle famiglie, dei piccoli risparmiatori o del ceto medio".
«Certo che provo sollievo, per l’ennesima assoluzione di mio padre. Ma l’emozione dominante è la rabbia. Perché leggere che mancavano “elementi concreti” fa inevitabilmente riflettere su quanto dolore, quanto fango e quanta delegittimazione siano stati costruiti inutilmente contro di lui. E perché nessuno potrà mai restituire il peso umano di trent’anni di accuse così infamanti». In effetti, possiamo dire che il teorema del coinvolgimento di Silvio Berlusconi nelle stragi di mafia dei primi anni Novanta abbia sempre dato l’impressione di essere campato in aria? Presidente, anche alla luce dell’archiviazione di ieri, pensa che la giustizia meriti una riforma? Alcuni esponenti del centrodestra in Parlamento propongono di introdurre una vera responsabilità civile dei magistrati. Lei sarebbe favorevole? Lei però parla da figlia ferita... Chi si oppone, soprattutto da sinistra, sostiene che la magistratura è un potere indipendente dello Stato, come da Costituzione... Come ci si dovrebbe muovere adesso che il referendum è stato perso? La politica però tentenna: ormai è troppo debole e ha paura della magistratura? Rendere realmente responsabili personalmente i magistrati dei loro errori però indebolirebbe la categoria... Quanto la magistratura ha condizionato la sua attività politica? Il problema ha riguardato tutta la magistratura? Suo padre è stato un perseguitato politico? Come viveva personalmente questa situazione? La via giudiziaria era l’unica per eliminarlo politicamente? Quanto sono costate queste vicende all’Italia? Cosa pensa della riabilitazione post mortem di Berlusconi? Alla luce degli ultimi eventi, sente una spinta a un maggiore impegno civile e politico? «No. Però sento il dovere di difendere il garantismo e la libertà da ogni abuso di potere. Sono temi che riguardano tutti, non solo la mia famiglia».
"Una lettera maleducata, che crea un ambiente che rende impossibile qualsiasi incontro personale", per questo il presidente russo Vladimir Putin "non vede alcun motivo" per incontrare Volodymyr Zelensky. Arriva dal suo discorso al Forum economico di San Pietroburgo, la risposta del leader del Cremlino alla lettera aperta dell'omologo ucraino, nella quale il leader di Kiev proponeva un incontro per porre finalmente fine alla guerra. "Purtroppo, la parte russa ha scelto ancora una volta la guerra: tutti hanno sentito la risposta di oggi. Una risposta debole", è stato il commento di Zelensky alle parole di Putin che, secondo lui "non vuole cambiare nulla e non vuole ammettere che la sua guerra piace solo a lui e a chi ci guadagna". Intanto le 'prove di disgelo' non fermano gli attacchi. Secondo le autorità ucraine, nelle ultime 24 ore i raid delle forze di Mosca hanno causato 11 morti e 68 feriti. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48016630]] Nel frattempo si muovono i leader europei, nella speranza che il momento sia favorevole all'avvio di una trattativa capace di mettere fine al conflitto. Plaude Emmanuel Macron: "Abbiamo sempre sostenuto i negoziati diretti tra l'Ucraina e il Cremlino. E' una buona iniziativa ed è positivo che le discussioni possano riprendere", ha commentato il presidente francese. Proprio Macron, insieme a Keir Starmer e Friedrich Merz, si riunirà a Londra nel fine settimana con Zelensky per discutere un percorso che favorisca il coinvolgimento della Russia nei negoziati. "È giunto il momento" per Putin "di sedersi al tavolo delle trattative", ha dichiarato il ministro degli Esteri Johann Wadephul. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48027419]] Il presidente russo, tuttavia, ha nuovamente rivolto dure critiche ai leader del Vecchio Continente: "Le élite europee stanno provocando il caos, nel quale cercano di trascinare sempre più paesi", ha dichiarato. Donald Trump si è detto "felice" che il presidente ucraino abbia offerto a Putin la possibilità di un incontro. "Sarebbe bello se succedesse", ha affermato il tycoon. Intanto, la Camera Usa ha approvato una misura bipartisan che prevede aiuti a Kiev fino a 8 miliardi e sanzioni contro settori chiave dell'economia russa, superando le obiezioni dei repubblicani che avevano avvertito come il provvedimento, il cui futuro al Senato è però incerto, potesse compromettere i negoziati. Qualche segnale di distensione sembra arrivare dal nuovo scambio di prigionieri tra Mosca e Kiev, 185 per parte, e dal primo incontro tra la commissaria per i diritti umani della Russia, Yana Lantratova, e il suo omologo ucraino, il difensore civico Dmitry Lubinets. I due hanno concordato di sviluppare la cooperazione nel campo dell'assistenza alle persone e annunciato che si scambieranno gli elenchi di coloro che entrambe le parti sono disposte ad accogliere e trasferire. Restano invece da chiarire le circostanze di quanto accaduto nel Mar d'Azov. Cinque cittadini azeri sono morti in un attacco con droni contro due navi mercantili nella baia di Taganrog. A riferirlo è stato il portavoce del Ministero degli Esteri, Ayhan Hajizade, secondo cui le imbarcazioni 'Natra' e 'Zircon' sono state colpite nella notte. "Venticinque cittadini azeri facevano parte degli equipaggi di queste due imbarcazioni. Le navi non appartengono allo Stato azero. La parte russa ha riferito che cinque nostri cittadini sono stati uccisi e tre feriti nell'attacco", ha dichiarato Hajizade ai giornalisti. Mosca ha subito puntato il dito contro l'Ucraina: gli attacchi "confermano la natura terroristica del regime di Kiev, che prende sempre più di mira i civili", ha dichiarato la portavoce del Ministero degli Esteri, Maria Zakharova.
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L’ultimo caso arriva da Gaza, ma riporta l’attenzione su una questione che negli ultimi mesi sta emergendo con crescente frequenza qui. In Italia. Mahmoud Al Najjar, ingegnere palestinese selezionato per frequentare un master all’Università di Roma Tor Vergata nell’ambito di un programma di accoglienza accademica, è stato arrestato dalle forze israeliane al valico di Kerem Shalom prima di lasciare la Striscia. Secondo l’Idf sarebbe un membro operativo della Brigata Nord di Hamas e avrebbe preso parte agli attacchi del 7 ottobre 2023. Sarebbe dovuto arrivare insieme ad altri 7 profili palestinesi che hanno ottenuto idoneità dall’Ateneo romano, il quale però ovviamente non si occupa della loro fedina penale. Ma senza il fermo israeliano, oggi avremmo probabilmente un terrorista palestinese in giro perle università italiane col plauso della sinistra. Il caso si inserisce in un contesto che negli ultimi mesi ha visto moltiplicarsi in Italia le operazioni antiterrorismo legate soprattutto all’universo jihadista. Una sequenza di episodi che disegna una geografia della radicalizzazione diffusa, spesso alimentata online, che attraversa generazioni, territori e comunità differenti. L’episodio che aveva fatto scattare l’allarme nazionale era emerso a Modena, quando la follia di Salim El Koudry s’è abbattuta con la sua auto contro i civili. Si è parlato immediatamente di problemi mentali, e non di terrorismo. Ma non si è parlato del tema in sé: la potenziale radicalizzazione degli immigrati di seconda generazione. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47985482]] Un fenomeno visto chiaramente all’estero, con i giovani sradicati che faticano ad integrarsi nelle società occidentali e covano rabbia nei confronti dei genitori, senso di appartenenza verso comunità islamiche, odio nei confronti di tutti gli altri. Ciò, certo, contribuisce a creare scompensi mentali. Ma soprattutto a renderli prede facili per i reclutatori del terrore. Basti pensare ai profili emersi nelle cronache negli ultimi mesi. Tutti simili. A marzo, a Bergamo, la Digos e la Direzione centrale della Polizia di prevenzione avevano arrestato un ventiquattrenne nei cui confronti erano emersi contenuti di esaltazione dell’Isis e della Jihad islamica palestinese. Gli accertamenti avevano inoltre consentito di ricostruire attività preparatorie che avrebbero potuto avere come obiettivo i fedeli cristiani di una chiesa del centro cittadino. A fine maggio un’altra operazione aveva portato al fermo di un ventiduenne di origine marocchina, tra Reggio Emilia e Bologna, che aveva manifestato la volontà di recarsi armato di coltello in centro città per colpire altre persone. Le indagini avrebbero documentato contatti con un presunto sostenitore del Daesh disposto a istruirlo e finanziarlo per la realizzazione di un attentato, in Italia o all’estero. Appena cinque giorni dopo, il 30 maggio, un nuovo arresto in Brianza. Zakaria Ben Haddi, ventunenne nato e residente a Vimercate da famiglia marocchina, è stato fermato con l’accusa di terrorismo internazionale. Nei poste nelle chat monitorate dagli investigatori emergevano continui riferimenti all’Isis Khorasan, all’idea del martirio e all’esaltazione della violenza jihadista. Alcuni contenuti richiamavano anche l’apologia della strage di Modena. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha confermato il timore che il giovane stesse passando dalla «propaganda all’organizzazione operativa». Nelle stesse ore, a Firenze, è finito in custodia cautelare un quindicenne tunisino accusato di arruolamento con finalità di terrorismo internazionale. Arrivato in Italia tre anni fa, era già stato destinatario di misure giudiziarie per gli stessi fatti. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47886674]] Stiamo parlando di casi racchiusi in poche settimane. Se traslati in dati, questi fermi diventano ancor più spaventosi. Secondo la relazione annuale dell’intelligence italiana, nel corso del 2025 sono state arrestate 37 persone per reati legati al terrorismo: 25 riconducibili alla galassia jihadista e 12 ad organizzazioni etno-separatiste o islamo-nazionaliste. Tra queste figurano anche soggetti collegati al Pkk curdo fermati tra Milano, Rimini e Imperia, oltre all’inchiesta ancora aperta che ha coinvolto Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, accusato di presunti finanziamenti ad Hamas. La fotografia italiana si inserisce in una tendenza più ampia. Il rapporto Europol 2025 registra 449 arresti per terrorismo in venti Paesi dell’Unione Europea. La quota più consistente riguarda il terrorismo jihadista, con 289 arresti, confermando come l’estremismo islamista continui a rappresentare la principale minaccia terroristica per il continente. Basta unire i puntini, per comprendere come immigrazione incontrollata, buonismo, mancata integrazione delle seconde generazioni, stiano rischiando di rendere l’Italia, oggi, ciò che Francia, Germania, Svezia etc. sono da anni: palestre per l’estremismo. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47722627]]
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