Vannacci, "esclusivamente dai cogl***": insulti in prima sul Fatto
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Prima del pallone, la star dei Mondiali 2026 è Shakira: la 49enne cantante colombiana è la grande protagonista della cerimonia d'apertura allo stadio Azteca di Città del Messico. Talmente protagonista da alimentare persino (assurde) voci complottiste. Sui media messicani e latino-americani, infatti, fin dai minuti successivi alla sua esibizione al centro del campo sulle note di Dai dai, l'inno ufficiale del torneo (per lei è la seconda volta dopo Waka waka ai Mondiali 2010 in Sudafrica), si sparge l'incredibile voce secondo la quale a esibirsi in mondovisione non sarebbe stata lei, ma una sosia. Manco fosse Vladimir Putin. Esa no es Shakira. pic.twitter.com/c3nxeCBufQ June 11, 2026 Al di là delle fantasie che probabilmente accompagneranno tutto il torneo, diviso tra Messico, Stati Uniti e Canada, resta il grande spettacolo visivo del debutto. Tema della cerimonia d'apertura, che ha preceduto la gara d'esordio vinta 2-0 dai padroni di casa messicani contro il Sudafrica, è stato il "papel picado", forma d'arte decorativa messicana con la carta velina. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48124478]] Così è stata realizzata l'enorme Coppa del Mondo che si è innalzata a centrocampo tra i boati del pubblico, proprio mentre al di fuori dell'Azteca divampava la protesta di alcuni manifestanti che chiedevano maggiori interventi nella ricerca dei desaparecidos messicani. E' infatti anche il Mondiale delle polemiche: dal 'caso visti' della delegazione iraniana al divieto di ingresso negli Usa all'arbitro somalo Omar Artan (designato dalla Uefa per la finale di Supercoppa Europea). "Vogliamo unire il mondo", aveva detto ieri il presidente Fifa Gianni Infantino. Per ora però il calcio è riuscito solo in parte a ricomporre le fratture generate dalla politica internazionale. "Siamo una nazione di diversità, patrimonio e orgoglio", afferma la voce narrante all'Azteca. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48128925]] Shakira canta in più lingue la canzone ufficiale del Mondiale con Burna Boy: dale, allez, let's go. Tra gli artisti anche J Balvin, Lila Downs, Los Angeles Azules e i Mana. Poi la sfilata delle bandiere. L'Italia non c'è, ma almeno un italiano sul prato verde fa bella figura: Andrea Bocelli si esibisce dopo il riscaldamento dei calciatori di Messico e Sudafrica, intonando DNA, altro inno ufficiale del torneo, con Megan Thee Stallion, EJAE e il dj David Guetta. La Coppa del Mondo - quella vera, che sarà sollevata dai vincitori il 19 luglio al MetLife Stadium nel New Jersey - fa la sua comparsa sugli spalti tra le mani di Infantino, accompagnato dall'attrice Salma Hayek. Debutta anche il nuovo cerimoniale degli inni nazionali. Tutti i giocatori delle due squadre - inclusi quelli che partono dalla panchina - entrano in campo accolti dalle due bandiere nazionali posizionate nelle due metà, schierandosi a centrocampo per intonare rispettivamente il "grito de guerra" e "nkosi sikelel' iAfrika". Le cerimonie d'apertura non sono finite. Il 12 si replicherà a Toronto con Alanis Morissette ospite d'eccezione. Infine, le luci si accenderanno sul SoFi Stadium di Los Angeles, dove si chiuderà il cerchio al ritmo della musica di Katy Perry. "Saranno 104 Superbowl", aveva detto Infantino. E' la promessa del Mondiale delle prime volte.
A.A.A. Conduttore adatto a sostituire Milo Infante cercasi. Se Salvo Sottile, giornalista esperto e nato in una città ricchissima di cronaca come la Palermo degli anni ‘90, è sembrato immediatamente l’erede naturale per Ore 14, in Rai è un rincorrersi di voci e ipotesi, tutte plausibili ma nessuna ad oggi confermata. Uno dei primi nodi da sciogliere tra le varie direzioni chiamate in causa sarà la fonte dove andare a reperire la nuova risorsa. Infante, infatti, era un interno e solitamente si tende a sostituire un dipendente Rai con un altro dipendente Rai. Ipotesi che metterebbe fuorigioco Sottile, comunque già impegnato con la sua trasmissione FarWest stabilmente in prime time su RaiTre. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48081374]] STRISCIA QUOTIDIANA A ballare, invece, è anzitutto la striscia quotidiana nel primo pomeriggio di RaiDue dove Ore 14 rappresenta indubbiamente uno dei migliori rotocalchi incentrati sulla cronaca. E ad oggi si naviga decisamente a vista. Certa, sullo sfondo, c’è per ora soltanto una data quella del prossimo 3 luglio, quando si presenteranno i nuovi palinsesti autunnali della radiotelevisione pubblica ai quali, ad oggi, manca un tassello. «Quella di Milo è stata una partenza inattesa – ha ammesso ieri l’amministratore delegato Rai, Giampaolo Rossi rispondendo al cronista di Libero. Un’eventualità che ricorda da vicino la partenza choc di Bianca Berlinguer tre anni fa. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48104843]] «Oggi ci troviamo nella stessa identica situazione. Noi diciamo che è tutto casuale, probabilmente lo è – ha aggiunto Rossi - ma la Rai ha strumenti e professionalità tali da riuscire a ridisegnare in continuità i palinsesti e l’offerta televisiva». Vale dunque la pena andare ad esplorare questo toto-nomi. Se, dunque – come pare di capire da rumors interni alla Rai – si vorrà dare priorità a nomi in forze all’azienda, sicuramente in pole position, grazie alla lunga esperienza c’è Francesco Giorgino, oggi alla direzione dell’Ufficio Studi Rai e alla conduzione del settimanale d’approfondimento XXI Secolo nella seconda serata di RaiUno, che non osterebbe un impegno pomeridiano sul secondo canale. Così come tra i papabili compare Manuela Moreno, storico volto del Tg2 che a breve vedremo impegnata alla conduzione della versione estiva de La Vita in Diretta su RaiUno e in autunno potrebbe tornare sulla sua rete d’elezione. Come pure ci sono firme che dalle redazioni dei telegiornali sembrano destinate a un prossimo lancio con programmi tutti loro. Dal Tg1 i predestinati potrebbero essere Francesco Maesano, autorevole cronista politico molto seguito anche sui suoi canali social, oppure la lanciatissima Giorgia Cardinaletti che, dopo aver affrontato persino il palco dell’Ariston, certo non si farebbe spaventare da un ritorno alla cronaca dai toni più scuri. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48118270]] Tra i nomi circolati nell’immediato ci sono quindi pure quelli di Tiberio Timperi che questa estate dà la sveglia ai telespettatori di RaiUno con le news delle 6 del mattino e Antonino Monteleone, al momento alla guida di Filorosso in prima serata su RaiTre. Test estivo nel quale l’ex Iena è chiamato a cancellare i pesanti flop dei suoi due precedenti programmi. Oppure, restando tra le firme già in squadra su RaiDue, si potrebbe pensare a un volto molto familiare come quello di Adriana Pannitteri, oggi conduttrice del settimanale Tg2 Storie con una ottima vocazione al racconto e un carattere molto diretto. Si è espressa sul tema “tetto” stipendi pubblici (quindi anche Rai) a 240mila euro. «Pare che stia stretto a tanti colleghi che fanno il mio lavoro...Non intervengo mai su vicende così delicate ma mi viene da dire che qualche volta dovremmo pensare al senso del limite». Slancio aziendalista che potrebbe meritare un riconoscimento. Fatto sta che per ora si naviga ancora decisamente in alto mare.
Durante la visita di Leone XIV il popolo spagnolo è stato avvolto da quel vento di nostalgia che soffia in diversi Paesi occidentali e che viene chiamato «ritorno al cristianesimo». Ma i media hanno preferito trattare da star il Papa, anziché narrare la rinascita della fede. Eppure Leone non è certo il tipo che gradisce l’apologia personalistica. La papolatria serve per ignorare la proposta cristiana del Pontefice. Si accentuano i suoi pronunciamenti politici, amplificando quelli che possono essere usati per la propria propaganda ed eludendo quelli scomodi (aborto ed eutanasia), con l’obiettivo costante di trasformare Leone XIV nel testimonial planetario della sinistra e dell’anti-trumpismo. Tuttavia, per obiettività, va detto che un problema c’è. Leone XIV, anche durante questo viaggio in Spagna, alle sue belle meditazioni su Cristo ha accostato continuamente (spesso in modo artificioso) discorsi politici su immigrazione e guerra. E sempre in modo schierato (a sinistra). La Santa Sede dovrebbe riflettere sulla collocazione geopolitica che, di fatto, ha assunto dal 7 aprile scorso, quando il Papa – dopo undici mesi di scelta pastorale super partes, che gli aveva già attirato critiche da sinistra- ha lanciato il suo primo attacco contro il presidente Usa per l’intervento in Iran. Trump ha replicato in modo scomposto. Ma le successive, continue critiche del Papa alla Casa Bianca, con la totale mancanza di critiche verso l’asse totalitario (l’Iran stesso, la Cina e la Russia), hanno di fatto spostato la Chiesa su una posizione decisamente anti-occidentale. Come ostile ai nostri Paesi sembra pure la continua predicazione a favore dell’immigrazione di massa, di cui al Papa sfuggono i colossali problemi di ordine pubblico, di sicurezza, di integrazione e di costi economico-sociali. VORREI MA NON POSSO Infine con il suo “pacifismo assoluto”, generico e sentimentale (del tutto opposto a S. Agostino), Leone XIV si è ingarbugliato in una posizione teologicamente confusa. Perché manifesta apertamente la volontà di cancellare la nozione di “guerra giusta”, ma sa di non poterlo fare perché spazzerebbe via millenni di dottrina cattolica su di essa (che ha, alla base, proprio il suo S. Agostino) e delegittimerebbe pure quel diritto all’autodifesa che oggi, per esempio, giustifica la resistenza dell’Ucraina all’invasione russa. È un vorrei, ma non posso. Nell’enciclica scrive: «Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della “guerra giusta”», ma subito deve aggiungere «fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto». Di fatto finisce per ripetere, con sommaria superficialità, ciò che già si legge nel Catechismo della Chiesa Cattolica, ma lascia intendere che vorrebbe andare oltre, cancellando l’idea di guerra giusta. Lo ha accennato pure, in volo per la Spagna, il 6 giugno. Quel giorno peraltro è l’anniversario del D-Day, lo sbarco in Normandia a cui partecipò il padre dell’attuale Papa, Louis, che si arruolò nella Marina degli Stati Uniti come volontario e venne a combattere in Europa. Sarebbe interessante sapere cosa pensa Robert Prevost, in quanto pacifista assoluto, della scelta eroica di suo padre. Il card. Ratzinger, nel 2004, commemorando il 60° anniversario dello sbarco in Normandia, pronunciò parole molto profonde: «Oggi noi siamo grati al fatto che questo sia avvenuto, e a esser grati non sono soltanto i Paesi occupati dalle truppe tedesche. Noi stessi, i tedeschi, siamo grati perché, con l’aiuto di quell’impegno, abbiamo recuperato la libertà e il diritto. Se mai si è verificato nella storia un bellum justum è qui che lo troviamo, nell’impegno degli Alleati, perché il loro intervento operava nei suoi esiti anche per il bene di coloro contro il cui Paese era condotta la guerra. Questa constatazione mi pare importante perché mostra, sulla base di un evento storico, l’insostenibilità di un pacifismo assoluto». Parole su cui anche Leone XIV può meditare. Senza l’intervento militare americano la Chiesa stessa in Europa e il Papato sarebbero stati schiacciati dai totalitarismi. IL PAPÀ DI PREVOST Louis Prevost aveva le idee chiare quando si arruolò. Non le aveva invece il figlio Robert Prevost quando, già ordinato prete, nel 1983, in Italia, a 28 anni, partecipava, con altri frati pacifisti, alle manifestazioni contro gli euromissili a Comiso che avevano la regia della sinistra e gli applausi dell’Urss, la quale aveva già piazzato i suoi missili e cercava di impedire alla Nato di contrapporre le sue difese. Gli euromissili contribuirono al collasso dell’Urss e all’incruento crollo dei regimi comunisti all’Est. Sono la prova che la condanna della deterrenza, fatta da Leone XIV nella sua enciclica, è sbagliata. Perché quegli euromissili della Nato ricrearono un equilibrio in Europa, fecero pressione sull’Urss e costrinsero Mosca a cambiare strada con Gorbacev. L’attuale Papa vorrà meditare sulle lezioni della storia? O continuerà a coltivare l’illusorio pacifismo giovanile tipo “mettete dei fiori nei vostri cannoni”? Il dilemma si pone anche per l’intervento Usa in Iran. È stato Avvenire, il giornale della Cei, il 28 maggio a titolare così la prima pagina: “I due laboratori segreti”. Sottotitolo: “Ecco i super-bunker dove l’Iran arricchisce l’uranio per la bomba nucleare. Accesso negato all’Agenzia per l’energia atomica”. Se avrà armi nucleari l’Iran le userà contro Israele, scatenando una guerra mondiale. O potrà ricattare l’Occidente. Di sicuro farebbe partire una corsa all’arma nucleare di Paesi dell’area come l’Arabia Saudita che si sentirebbero minacciati. Quindi cercare, con la forza e con le trattative, di impedire a quel regime sanguinario di arrivare all’arma nucleare è un intervento di difesa dell’umanità, per scongiurare un grande rischio atomico. Invece l’ingenuità pacifista può portare alla guerra. www.antoniosocci.com
Uno, due. Prima l’inchiesta sul Ponte, 24 ore dopo l’indagine sulle Olimpiadi invernali Milano-Cortina. Non è difficile capire quale è il punto in comune: il ministero dei Trasporti guidato da Matteo Salvini. E sarà come sempre un caso, ma suona tanto da operazione accerchiamento nei confronti del leader leghista. Accerchiamento giudiziario visto che ieri è stata iscritta nel registro degli indagati Elisabetta Pellegrini, coordinatrice della struttura tecnica di missione del ministero dei Trasporti nonché braccio destro del vicepremier al Mit. «Persona molto perbene e capace, stimata da tutti», raccontano dal dicastero. «Ne uscirà pulita». Salvini ha subito difeso una collaboratrice così «laboriosa», sa quanto il fango può fare male. Veronese di nascita, Pellegrini ha compiuto il proprio percorso nella pubblica amministrazione in Veneto; nel 2017 il governatore Luca Zaia l’ha voluta in Regione direttrice del progetto per accelerare il compimento della Superstrada Pedemontana. Poi il passaggio a Roma, al ministero. Ieri gli investigatori le hanno sequestrato telefonino e computer e il suo nome si aggiunge a quelli già finiti nel fascicolo della procura di Belluno: Massimo Fabio Saldini, amministratore delegato di Simico e commissario straordinario per le opere olimpiche, Valeria Cepi e l’ad di Graffer, Angelo Redaelli. Il primo atto pubblico dell’inchiesta condotta dal procuratore capo Massimo De Bortoli risale a fine maggio e riguarda l’assegnazione dei lavori per costruire la cabinovia Apollonio-Socrepes di Cortina D’Ampezzo, una delle infrastrutture strategiche delle Olimpiadi invernali, che sono state un successo riconosciuto anche all’estero per il nostro Paese, un trionfo in termini di impatto economico e di immagine, nonostante qualcuno abbia cercato fin dall’inizio di boicottarle. I Giochi si sono conclusi da mesi, ma non le indagini su opere e impianti mai portati a termine perché mancavano i collaudi. Così, ieri è arrivato il siluro diretto ai vertici di Porta Pia, considerato che Pellegrini rappresenta un punto di riferimento per il ministro sul dossier infrastrutture. Quali sono le accuse? Turbata libertà di gara d’appalto. Poco in confronto alla corruzione e alla rivelazione del segreto di cui dovranno rispondere i tre indagati dalla procura di Roma per il Ponte sullo Stretto. Uno dei quali, non perde occasione di ricordare l’opposizione, era «l’uomo di Salvini in Calabria». E poco importa se era pure conoscente del deputato Furgiuele nel frattempo arruolato nelle truppe del generale Vannacci. Siamo ancora nella fase preliminare e già questo basterebbe per silenziare il coro di chi pretende che si debba fermare il progetto del Ponte «perché perfino i giudici dicono che è uno spreco di denaro pubblico». L’opera, è vero, costa 14 miliardi, ma bloccarla comporterebbe di sicuro una spesa maggiore perché, fatti due calcoli, vale 23 miliardi di euro di Pile assicurerebbe oltre 120mila posti di lavoro. In sintesi: ci sono molti più benefici dalla realizzazione del Ponte che dalla cancellazione del progetto. Eppure sinistra, grillini e ambientalisti continuano a tifare per lo stop ai cantieri del Ponte e, quindi, a benedire ogni inchiesta che lo riguarda. Anche perché significa avere un motivo in più per attaccare il capo del Carroccio, il quale ha deciso di provare a concretizzare un sogno ereditato da Silvio Berlusconi. Contro il Ponte anche ieri si sono scagliati dem e alleati di Avs, quasi felici se a distanza di 3 anni e 3 mesi dall’approvazione dei primi atti dell’esecutivo di centrodestra per una delle opere infrastrutturali più importanti d’Italia, la situazione stenta a decollare. Tra decreti, stop-and-go politici e amministrativi, bocciature e dubbi costanti il monumentale collegamento tra Calabria e Sicilia sembra non riuscire a vedere la luce del sole e di certo un’inchiesta per corruzione avviata dalla procura capitolina non aiuta. Matteo però ci crede, i lavori devono andare avanti e non saranno tre singoli pizzicati a scambiarsi informazioni a decretare la pietra tombale su un’opera destinata a cambiare la viabilità nel Sud. Il leader della Lega, che ha già dovuto subire un processo per la vicenda Open Arms avvenuta ai tempi del governo gialloverde quando era ministro dell’Interno, non attacca le toghe, ma ieri sera parlando alla kermesse dei giovani del partito a Roma si è sfogato: «Invece dei ringraziamenti per le Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 si finisce indagati perché in Italia fare impresa, costruire opere pubbliche, spesso significa trovarsi sotto inchiesta». Salvini ha spiegato che «il Villaggio Olimpico costruito per Milano-Cortina dal primo settembre sarà lo Studentato più grande d’Italia e parliamo di letti di legno made in Italy, non letti in carta come in Francia». Ha quindi aggiunto che di questi posti letto per fuori sede «una quota di 500 sarà affittata a 450 euro al mese, una cifra con cui oggi, a Roma o Milano, affitti una brandina in un seminterrato». Nonostante l’accerchiamento i progetti di Salvini proseguono.
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Tra Donald Trump e l'Iran scoppia la pace, forse. Teheran frena ma il presidente degli Stati Uniti fissa già la data dell'intesa che porrebbe fine alla guerra nel golfo. Secondo quanto riferito dalla Nbc, giovedì le forze armate statunitensi erano a circa tre ore dal lanciare attacchi contro l'Iran quando Trump li ha annullati, sostenendo che fosse stato raggiunto un accordo per porre fine al conflitto e che questo sarebbe stato presto firmato. Al momento dell'annuncio di Trump, i militari Usa avevano già individuato gli obiettivi e la Marina statunitense aveva già adeguato i piani operativi e predisposto gli armamenti per gli attacchi. Secondo l'emittente statunitense, se fossero stati eseguiti, gli attacchi sarebbero stati simili a quelli condotti dagli Usa nelle due notti precedenti. Nonostante l'affermazione di Trump secondo cui gli Stati Uniti avrebbero presto "preso" l'isola iraniana di Kharg, quest'ultima non figurava nella lista degli obiettivi. Viene inoltre riferito che il repentino cambio di rotta del presidente e la sua improvvisa decisione di annullare gli attacchi hanno lasciato i vertici militari "confusi". La possibile cerimonia di firma di un "memorandum di intesa" tra Washington e Teheran potrebbe avvenire "nei prossimi giorni" a Ginevra: lo riporta Axios, spiegando che ieri quattro aerei C-17 statunitensi sono decollati per l'Europa nella giornata di iera, trasportando "materiale per un possibile viaggio" del vicepresidente Usa J.D. Vance, che Trump ha indicato come la figura incaricata di firmare l'accordo preliminare, verso la città svizzera. Nei fatti, Teheran non avrebbe ancora preso una decisione sull'accordo annunciato dalla Casa Bianca, smorzando così l'entusiasmo suscitato dall'annuncio di Trump, che ha parlato di una firma già "questo fine settimana". Tra Washington e Teheran è stato "raggiunto un ottimo accordo". "Una volta finalizzati i documenti, cosa che dovrebbe avvenire nei prossimi giorni, probabilmente firmeremo, forse in Europa", ha dichiarato dallo Studio Ovale. Tuttavia, i diplomatici iraniani hanno subito affermato che il regime non ha ancora deciso di firmare: "Finora l'Iran non ha ancora raggiunto una conclusione definitiva in merito all'accordo", ha dichiarato il portavoce Esmail Baqaei. Lo stesso Trump, del resto, era stato piuttosto vago sul reale stato delle cose, dicendo di "credere di aver capito" che la guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, avesse approvato quello che ha definito un "accordo quadro molto solido". Il fatto che non abbia fornito dettagli sul contenuto dell'intesa, se non che garantiva l'immediata riapertura dello Stretto di Hormuz dopo la firma e l'impossibilita' per l'Iran di acquisire armi nucleari, lascia molto spazio all'interpretazione. Un messaggio diffuso su X dall'ufficio del primo ministro israeliano ha ricordato la promessa fatta da Trump a Benjamin Netanyahu che qualsiasi accordo finale avrebbe incluso "l'eliminazione dell'uranio arricchito" da Teheran. Questa speranza di una risoluzione del conflitto ha fatto crollare i prezzi del petrolio, con il Brent del Mare del Nord, il benchmark globale, in calo dell'1,11% a 89,37 dollari al barile intorno alle 2:30 GMT. Rassicurati, anche i mercati asiatici hanno registrato un'impennata venerdi' mattina, con l'indice Nikkei di Tokyo in rialzo di quasi il 4% e il Kospi di Seul in forte crescita di oltre il 7%. Ieri Trump aveva promesso di colpire l'Iran "duramente", minacciando in particolare di "conquistare l'isola di Kharg", il principale terminal petrolifero del Paese. Ma "prendendo atto che i colloqui con la Repubblica Islamica dell'Iran sono stati esaminati e approvati dalle più alte autorità iraniane", ha poi annunciato sul suo social network Truth Social di aver "annullato gli attacchi e i bombardamenti previsti".
"Come stai?", domanda Gerry Scotti. E Pier Silvio Berlusconi, davanti ai dipendenti di Mediaset riuniti per ricordare l'anniversario della morte di Silvio Berlusconi, il fondatore, si commuove ricordando i drammatici momenti dell'incidente stradale che lo ha visto protagonista: "Sto benissimo. Ieri ho avuto una disaventura. Lo dico onestamente poteva essere una tragedia. Qualcuno ha trasformato una tragedia in un miracolo. E quando si esce consci di avere vissuto dei miracoli si è più forti di prima. Forza, forza Mediaset. Mediaset siamo noi tutti, voi". E' il momento più intenso di una serata ad alto contenuto emotivo andata in scena a Cologno Monzese. "Buonasera a tutti e grazie di essere qui tutti insieme - ha aperto il suo intervento il figlio secondogenito del Cavaliere e amministratore delegato di Mediaset -. Sono passati tre anni ma per me questo continua a essere un momento emozionante e addirittura commovente e sono sincero penso che voi lo percepiate. Poter stare qui con tutti voi è il regalo più bello in assoluto. Grazie. Questa sera non sarà una serata di commemorazione, questa sera non sarà nemmeno soltanto una serata di celebrazione, l'anno scorso abbiamo celebrato il nostro fondatore con gioia come lui avrebbe voluto, oggi dobbiamo fare un passo in più. Dobbiamo rendere, e questo è il messaggio che vi do, grazie alla sua energia, al suo entusiasmo, alla sua capacità di volere bene che sono parte indelebile del nostro DNA e che noi tutti insieme facciamo vivere e respiriamo tutti i giorni. Questa sera deve diventare e sarà una serata di festa, la festa per Silvio Berlusconi, la festa di Mediaset, la festa di tutti noi. Quindi, vi prego divertitevi". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48118334]] "Vedete, le aziende possono crescere, possono diventare internazionali, possono fare risultati straordinari, anche nei momenti più complicati come questo. L'economia europea e mondiale è influenzata dalle guerre, da tanti problemi ma noi andiamo bene comunque e ci mettiamo tanto impegno. I numeri da soli non bastano. Ci sono tre ingredienti senza i quali non si costruisce nulla, l'ho imparato bene in quasi 40 anni di lavoro sempre qua cresciuto come stanno facendo tutti questi giovani a Cologno Monzese e ne sono orgoglioso. I tre ingredienti sono: la dedizione, la passione e, il più importante di tutti, le persone, cioè voi cioè noi. Io vi dico solo questa frase: Noi siamo Mediaset, una realtà bellissima un'azienda di cui essere orgogliosi grazie al lavoro e al contributo di tutti voi e di tutti noi. Siamo partiti da qualcosa e quel qualcosa era dentro qualcuno che ci sta guardando di sicuro e sorride quindi: Noi siamo te e tu sei tutti noi. Grazie Presidente. Ti amo papà". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48131285]] "Che meraviglia, siete fantastici grazie - ha concluso Pier Silvio tra gli applausi -. Questa è la nostra ricchezza, questa è la nostra forza. Voi non avete idea di quanta energia e di quanto bene fate a me, alla mia famiglia e a tutta la nostra azienda. Oggi ho visto ancora più ragazzi giovani che lavorano, imparano dalle persone che sono con noi da decine di anni e hanno esperienza. Ora come avrebbe voluto lui, che sicuro è qua con noi, facciamo festa e divertiamoci. Grazie".
DELIRIO ALLA CAMERA Quando grillino fa rima con cretino ALESSANDRO SALLUSTI, ALESSANDRO GONZATO, BRUNELLA BOLLOLI Metto le mani avanti in caso di querela e trascrivo dal dizionario: “Cretino, persona sciocca che agisce con evidente stupidità”. Almeno in questo senso al deputato Francesco Silvestri, grillino della prima ora, si addice la definizione di cretino del giorno per l’insulto a sfondo sessuale pronunciato ieri alla Camera nei confronti di Giorgia Meloni definita “una che nei confronti di Trump e Netanyahu non ha raddrizzato la schiena, ha semplicemente indossato le ginocchiere per stare più comoda”. Franz Kafka, uno dei più grandi scrittori del secolo scorso, anticipò il tema e scrisse: “Un cretino è un cretino, due cretini sono due cretini. Diecimila cretini sono un partito politico”. Non ci illudiamo di cavare un ragno dal buco con questo scritto in quanto anni dopo Kafka, Roberto Gervaso si applicò al tema ma giunse all’amara conclusione che “nessuno è abbastanza intelligente per dimostrare a un cretino che è un cretino perché i cretini non sanno di essere cretini” e infatti il nostro eroe del giorno si è rifiutato di scusarsi, ha provato a cavarsela con il classico “sono stato frainteso”. Esattamente le stesse parole che Maurizio Landini pronunciò per giustificarsi (ma neppure tanto) di aver definito Giorgia Meloni nell’ottobre del 2025 ospite da Giovanni Floris a DiMartedi “una cortigiana di Trump”, cioè una prostituta. Insultare sessualmente la prima donna Presidente del Consiglio della storia repubblicana è insomma diventato un tratto della sinistra, la stessa sinistra che se uno chiama “presidente” o “avvocato” una donna urla al sessismo e chiama i carabinieri. Per la Meloni non vale e non è un caso che ieri dai banchi delle opposizioni non si è vista neppure una smorfia di disapprovazione per le parole del Silvestri, anzi sono prevalsi gli ammiccamenti per la divertente battutona. Mettiamo il caso che io dica: “Laura Boldrini è una cortigiana che si mette a 90 gradi (detto anche mettersi a pecora) munita di ginocchiere davanti ai leader di Hamas”. Secondo voi che fine farei? Potrei cavarmela con uno “sono stato equivocato” o verrei processato sulla pubblica piazza prima e nei tribunali poi? Ovvio che la risposta esatta è la seconda ma neppure questo paragone li convincerà a desistere in base al noto principio del grande Ennio Flaiano: “La madre dei cretini è sempre incinta”.
Nell'ultima puntata di Realpolitik l'avvocato Fabio Giarda ha ripercorso l'indagine privata condotta su Andrea Sempio dopo la condanna definitiva del suo ex assistito, Alberto Stasi, per l'omicidio di Chiara Poggi a Garlasco nel 2007. "Con la condanna definitiva nel dicembre del 2015 - dice Giarda - ci siamo resi cono che non avevamo più la possibilità di vedere in modo diverso quelli che erano gli atti del fascicolo. Abbiamo incaricato una società di investigazione dicendo: 'leggete voi tutti gli atti e dateci la possibilità di vedere se c'è una possibilità alternativa'". "Sono ritornati - continua - dicendoci che c'erano delle anomalie su alcune piste tra cui quella di Andrea, in particolare riguardo alla questione dello scontrino e alla questione delle telefonate. Noi avevamo un appello bis da cui erano emersi dei risultati sui margini ungueali di Chiara e quindi avevamo un Dna da confrontare. Abbiamo chiesto agli investigatori di poter eventualmente acquisire il Dna da oggetti abbandonati di questo Andrea Sempio. Loro lo hanno acquisito, lo abbiamo mandato a un nostro consulente per l'estrazione del Dna e quei risultati li abbiamo mandati a un altro consulente per confrontarli con i risultati dei margini ungueali di Chiara Poggi. Evidentemente, quello che avevamo fatto noi nel 2016 e 2017 è stato ritenuto credibile". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48102339]] Sulla decisione di agire contro Massimo Lovati, Giarda spiega: "Noi certamente non ci siamo inventati né ci siamo svegliati la mattina nel 2016 o 2017 dicendo è stato Andrea Sempio. Non abbiamo certo fatto una macchinazione nei confronti dell'ex assistito dell'avvocato Lovati. Per cui era d'obbligo per noi intervenire nei suoi confronti". [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48109747]] Infine, alla luce di quanto emerso dalla nuova indagine condotta dalla Procura di Pavia, Giarda dichiara: "Facciamo il tifo per Alberto per la sua revisione. Perché Bocellari non l'ha ancora chiesta? Non avrebbe avuto senso fare una revisione basata su elementi parziali. Da questo punto di vista condivido questa scelta. E ancora: "Avere una sentenza definitiva a carico di un soggetto e che ci sia una procura che si attiva per dire 'non sei stato tu, ma è stato un altro' è un unicum nel nostro sistema giudiziario. Non è necessario che esca Alberto Stasi ed entri Andrea Sempio. Non fare un certo automatismo tra esce uno ed entra un altro".