"Si sono sostanzialmente affidati come unico volano di crescita al dividendo della stabilità politica e della prudenza di bilancio senza fare niente di più". Roberto Gualtieri, sindaco di Roma, cerca di attaccare il governo. Ma finisce per darne valore di merito. In un'intervista a Repubblica, l'ex ministro dell'Economia, dal dibattito della legge elettorale sposta il focus sui conti pubblici. E critica la prudenza dell'esecutivo finendo per dire: "Ha avuto anche risvolti positivi: almeno non hanno compiuto scelte devastanti". Per esempio, citiamo noi, quella di buttare quasi 131 miliardi di euro al vento con il Superbonus, di cui il primo cittadino capitolino, da ministro dell'Economia, è stato co-papà insieme all'allora premier Giuseppe Conte. "Ora però i soldi del Pnnr stanno finendo", continua poi Gualtieri. "Il conto di questo immobilismo lo pagheremo caro". Immobilismo che è derivato dai una margini risicati dei conti pubblici, fortemente assottigliatisi proprio a causa delle scelte dell'allora titolare di Via XX settembre sindaco di Roma. Appunti per le sue prossime dichiarazioni.
Dopo 82 giorni di carcere in duro isolamento e 80 giorni dalla sua ultima apparizione pubblica, è stato un Nicolás Maduro chiaramente provato quello che ieri si è presentato a un tribunale di New York, per la seconda volta dal 5 gennaio, prima udienza dopo la cattura di 48 ore prima. Chiuso per 23 ore al giorno in una cella di tre metri per due dove stanno solo un letto di cemento contro il muro, un gabinetto di metallo e un lavandino, viene riferito che suda copiosamente, e alcune notti si mette a gridare in modo angosciato: “Sono il presidente del Venezuela! Sono stato rapito!”. Ha una piccola finestra con poca luce naturale, è costantemente sorvegliato da due guardie e ha solo pochi minuti per farsi una doccia, usare il cellulare e controllare le email. La frustrazione sarebbe cresciuta quando ha saputo del rapporto ormai di obbedienza tra Delcy Rodríguez e Trump. Arrivato indossando una tuta beige, scarpe da ginnastica e senza manette, con i capelli ben curati, si è sforzato di mostrarsi impassibile, prendendo appunti su un taccuino. Ma è apparso comunque l'ombra di sé stesso. È magro, emaciato, i capelli si sono comunque ingrigiti, il suo sguardo è perso nel vuoto, e cammina lentamente. Smentita tremenda alle rassicurazioni del figlio Nicolás Maduro Guerra, secondo cui “è di buon umore, molto forte. Più magro, più atletico”. Al termine dell'udienza, il deposto presidente si è voltato verso i giornalisti e la sua espressione era sconvolgente: lo sguardo di un prigioniero che un tempo aveva detenuto il potere e la cui vita è improvvisamente crollata. Dall'aula è uscito a testa bassa. Era accompagnato dalla moglie, Cilia Flores, ed entrambi hanno utilizzato delle cuffie per ascoltare la traduzione in spagnolo dell'udienza, che si è tenuta in inglese. Cilia Flores appare fisicamente più provata e, durante l'udienza, il suo avvocato, Mark Donnelly, ha chiesto al tribunale di autorizzarla a sottoporsi a una serie di esami medici. Anche lei è in cella di isolamento, al Metropolitan Detention Center di Brooklyn, noto per il trattamento severo riservato ai detenuti. I due non si possono vedere, e quindi si sono rincontrati per la prima volta dal 5 gennaio. In un freddo pungente, a nessuno è stato permesso di entrare in aula con computer portatili o cellulari, e tutti – giornalisti e pubblico – dovevano dimostrare la propria identità e passare attraverso uno scanner. Il giudice Alvin Hellerstein ha confermato che il processo per narcotraffico e terrorismo proseguirà, nonostante gli sforzi per bloccarlo dell'avvocato, Barry Pollack. Ha infatti respinto la richiesta di sospensione del procedimento penale nonostante le difficoltà di Maduro nel pagare gli avvocati, dal momento che il governo statunitense si rifiuta di sbloccare i fondi che gli ha congelato, secondo quanto dichiarato dal viceprocuratore presente all'udienza. La richiesta di Maduro che la sua difesa sia pagata dal governo venezuelano è stata pure cassata, sull'assunto che avendo rubato le elezioni non è il presidente legittimo. Il dibattito principale si è appunto concentrato sulla possibilità che il tribunale ordinasse un allentamento delle sanzioni per consentire l'accesso ai fondi congelati. Hellerstein ha chiesto al vice procuratore degli Stati Uniti Kyle Wirshba di riferire se Maduro o sua moglie, Cilia Flores, abbiano mezzi alternativi per finanziare la loro difesa legale, dato che le sanzioni impediscono sia a loro che al governo venezuelano di utilizzare le proprie risorse per finanziare il contenzioso. Secondo la Cnn, la difesa di Maduro ha insistito sul fatto che non può permettersi le spese legali a causa del congelamento dei beni imposto dagli Stati Uniti, mentre il giudice ha messo in dubbio la legittimità del suo tribunale di ordinare all'Office of Foreign Assets Control di revocare tali restrizioni. “Non archivierò il caso”, ha insistito il giudice. Hellerstein ha riconosciuto che qualsiasi altro fondo intestato a Maduro o Flores rischia di essere sequestrato o soggetto a sanzioni internazionali, ostacolando così qualsiasi manovra finanziaria per la difesa. Ma il vice procuratore Wirshba si è opposto alla possibilità di revocare le sanzioni, sostenendo che il meccanismo corretto per contestarle è un'azione civile, non un procedimento penale. Secondo la Cnn, Wirshba ha avvertito che l'utilizzo di fondi statali da parte degli imputati equivarrebbe a “saccheggiare le ricchezze del Venezuela” e minerebbe l'obiettivo delle sanzioni imposte, che mirano a influenzare la politica estera e la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Il procuratore ha inoltre sottolineato che le misure restrittive approvate da Washington rientrano strettamente nella competenza del potere esecutivo statunitense e non del potere giudiziario. L'avvocato Barry Pollack ha sostenuto che la Corte non dovrebbe essere obbligata a nominare un procuratore statale per una persona che possiede beni, anche se tali risorse richiedono l'autorizzazione delle autorità federali per il loro utilizzo. Ha pure sottolineato l'impossibilità pratica di accedere a tali fondi nell'ambito dell'attuale regime di sanzioni e ha ribadito l'urgenza di risolvere il blocco economico che la difesa si trova ad affrontare. Intanto il figlio di Maduro, deputato all'Assemblea Nazionale di Caracas, ha esortato i cittadini venezuelani a protestare contro quella che ha definito un processo “illegittimo e illegale fin dall'inizio”.. Ma prima della seconda udienza il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato un ampliamento del caso e ha anticipato la presentazione di “altre accuse” contro Maduro. Mentre presiedeva una riunione di gabinetto alla Casa Bianca, ha infatti ribadito che “verranno avviati altri procedimenti, come probabilmente già sapete”, ricordando che Maduro “ha ucciso molte persone” e ha ordinato “lo svuotamento delle carceri venezuelane negli Stati Uniti”.
"Matteo Renzi ha un passato di continui defilamenti da accordi presi, per cui è il suo curriculum che parla per lui. Ma io personalmente sono disponibile a rivedere certe posizioni". Alessandra Maiorino, senatrice del M5s, apre timidamente al leader di Italia viva: novità più che sorprendente per un partito che per l'ex premier ha sempre mostrato diffidenza. “Non lo vorrei, non si condivide una linea politica e non ci si può fidare, l’ha dimostrato in mille occasioni”, diceva a gennaio Riccardo Ricciardi, presidente del gruppo del M5s alla Camera. Complice il successo referendario, gli animi si distendono e si cerca di fare fronte comune: "C'è un pericolo che incombe a livello globale – dice oggi Maiorino – cioè questa destra nera, suprematista, ultraconservatrice, che è qualcosa veramente da rispingere con tutte le forze". Renzi compreso. Per farlo occorre estendere il raggio d'azione al massimo. "Noi vogliamo fare un programma e intercettare anche quell'elettorato che alle politiche non è andato a votare. Così come gli elettori progressisti e i giovani – spiega la senatrice –. Ma certamente qualunque persona di buon senso che possa guardare a noi con interesse, anche di centrodestra, è benvenuta". Proprio sul programma, però, si prevedono già gli attriti più forti. Specialmente sulla politica estera. Il vicepresidente del M5s Stefano Patuanelli ha dato il là: "Con noi al governo ci fermeremo con gli aiuti militari all'Ucraina". Posizione "in coerenza" con la posizione del partito, secondo il leader Giuseppe Conte, oltre che per Maiorino: "Questo conflitto si trascina ormai da oltre 4 anni. È necessario trovare una soluzione diplomatica, e penso che qualunque persona di buon senso possa convenire sul fatto che adesso bisogna dire basta all'invio di armi", dice la senatrice, fiduciosa anche che nel campo largo ci sia possibilità di creare una linea comune anche su questo. Dal fronte riformista del Pd, la linea è abbastanza chiara: "Con noi gli aiuti ci sono stati, ci sono e ci saranno. Fatevene una ragione", ha scritto su X il dem Filippo Sensi. Maiorino relativizza: "Patuanelli è stato molto netto, ha lanciato una provocazione consapevolmente e gli hanno risposto in maniera altrettanto netta, ma fa parte del gioco delle parti". Mentre la segretaria Elly Schlein si scanza dall'imbarazzo buttando la palla in tribuna: "È difficile essere più divisi di questo governo sulla politica estera che ha tre posizioni distinte. Ho fiducia che anche noi troveremo l'accordo su tutto: non partiamo da zero", ha detto su su La7. Oltre alla fiducia c'è il dato secco e freddissimo dei numeri. I sondaggi premiano Conte come il candidato più competitivo in vista delle primarie. "Su tanti argomenti l'ultima parola dovrebbe essere del partito che ha un'attrattività maggiore. Italia viva non è fra questi", spiega dati alla mano Maiorino. L'auspicio, però, è sempre quello di trovare una sintesi tra tutte le varie forze comuni: "Io temo non si possa fare altrimenti – conclude Maiorino –. Anche con Renzi e nonostante Renzi: ho sempre fiducia che le persone possono cambiare, poi vengo puntualmente delusa, però è una fiducia incrollabile",
Non ci sono solo motivi di immagine dietro le scelte di Meloni di spingere alle dimissioni il sottosegretario alla Giustizia Delmastro, la capo di gabinetto Bartolozzi e la ministra Santanchè: la presidente del Consiglio vede un obiettivo che ormai non è così tanto lontano: mancano pochi mesi per diventare la premier del governo più longevo della storia della Repubblica, superando in questo modo Silvio Berlusconi. Il 20 ottobre scorso, con 1.094 giorni al comando dell'esecutivo, Meloni aveva superato quello guidato dallo storico segretario del Partito socialista Bettino Craxi (4 agosto 1983-primo agosto 1986). E ora, che è a quota 1.252 giorni, davanti a sé vede solo Berlusconi. Sempre che non ci siano imprevisti. Dopo il referendum sulla giustizia e gli strascichi che ha avuto sul governo, - senza dimenticarsi delle questioni Trump, Ucraina ed economia - l'idea di andare a elezioni anticipate non è più così peregrina e le forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione non si vogliono far trovare impreparate e per questo vogliono rendere permanenti i comitati referendari. Soprattutto adesso che, come riconoscono da entrambi gli schieramenti, aumenteranno i sondaggi che parlano di sorpassi e contro sorpassi (ieri una rilevazione di YouTrend per Agi dava per la prima volta davanti il Campo largo, ma tenendo dentro sia Iv che Azione). Se il governo dovesse restare saldo, resta da superare solo Berlusconi. Il Cavaliere infatti detiene le prime due posizioni di questa speciale classifica: il Berlusconi II ha il record assoluto con 1.412 giorni in carica (11 giugno 2001-23 aprile 2005) seguito dal Berlusconi IV con 1.287 giorni (8 maggio 2008-16 novembre 2011). Per scalare la classifica, a Meloni quindi basta poco: 35 giorni per il secondo posto e 160 per il primo. Nei quasi 80 anni della Repubblica tra i governi più longevi della Repubblica ci sono quindi tutti governi di centrodestra. Il primo esecutivo di sinistra in questa classifica è quello guidato da Matteo Renzi (22 febbraio 2014-12 dicembre 2016), al quinto posto con 1.024 giorni. Se invece dell'intero governo si guarda al tempo trascorso da un premier a Palazzo Chigi, Meloni è all'ottavo posto sopra Antonio Segni, che è rimasto al governo per 1.088 giorni e Mariano Rumor che è stato presidente del Consiglio per 1.104. In prima posizione c'è Berlusconi che ha guidato quattro governi per un totale di 3.339 giorni. Dopo di lui ci sono Giulio Andreotti che è rimasto a Palazzo Chigi per 2.678 giorni, guidando sette esecutivi, Alcide De Gasperi è stato presidente del Consiglio per 2.458, alla testa di otto governi, il numero più alto tra tutti i premier. Seguono poi i cinque governi di Aldo Moro per un totale di 2.279 giorni e i sei di Amintore Fanfani (1.659 giorni). Infine ci sono Romano Prodi con 1.608 giorni e Bettino Craxi con 1.353.
Il destino della leadership di centrosinistra in vista delle elezioni politiche del 2027, in parte, dipende anche da Giorgia Meloni. Uno dei punti più importanti della nuova legge elettorale, lo Stabilicum, prevede per le coalizioni l'indicazione del candidato premier sulla scheda elettorale. Il che, nel caso del centrodestra, pone ben pochi problemi: la leadership della premier Meloni, nonostante lo sconquasso degli ultimi giorni, non è in discussione. Più complicata è la situazione del campo largo, dove le primarie di coalizione per scegliere chi andrà a Palazzo Chigi in caso di vittoria alle prossime elezioni politiche sono ancora oggetto di discussioni interne. Poco dopo che il risultato del referendum era ormai consolidato, il leader del M5s Giuseppe Conte si era precipitato in conferenza stampa per festeggiare la vittoria e comunicare la sua disponibilità per le primarie. La risposta della segretaria del Pd Elly Schlein era stata inizialmente positiva, salvo poi fare un piccolo passo indietro: "Le primarie non sono una nostra priorità". Una frenata che nasconde una nuova consapevolezza: ma davver il centrodestra riuscirà a portare a compimento la nuova legge elettorale? Se così non fosse le primarie non sarebbero più un obbligo. Lo ricordava oggi in un'intervista a Repubblica il sindaco di Roma Roberto Gualtieri in un'intervista a Repubblica: "Dopo che gli italiani hanno bocciato in modo così netto l'idea che si possano cambiare le regole a colpi di maggioranza sarebbe un atto di protervia insistere su quella proposta (la legge elettorale, ndr), che non interpreta lo spirito del paese. Una strada sbagliata, non ci riusciranno". Un'ipotesi che sembra avere più di qualche argomento a suo favore, considerato l'aria che si respira al momento dentro il governo. Il ragionamento di alcuni esponenti di centrosinistra appare dunque chiaro: senza legge elettorale, non c'è bisogno di fare le primarie. E se non c'è bisogno di fare le primare, tanto vale cominciare a prendere una posizione che non le censura ma di certo non le idolatra. La segretaria del Pd però puntava sullo strumento primarie per avere la garanzia, attraveso l'acclamazione popolare, di essere la candidata premier del campo largo. Senza che i caminetti tra i maggiorenti dei partiti (compreso il suo) potessero dopo il voto invocare un "federatore" o "un papa straniero". E però ci sono almeno due cose che l'hanno convinta che questa non sia la strada giusta. Da un lato i sondaggi che in un confronto diretto tra lei e Conte danno per favorito il capo del M5s. Dall'altro alcuni dirigenti del partito che stanno sposando la sua linea: senza primarie il candidato premier sarà il leader del partito più votato. E in questo caso è molto difficile pensare che quel partito non sia il Pd. Insomma, Schlein teme manovre di palazzo (tra i due litiganti, lei e Conte, potrebbe saltare un terzo nome), ma in questo momento evitare le primarie sembra comunque per lei uno scenario più sicuro. Per Conte, invece, la strada delle primarie è l'unica che può consentirgli di contendersi con Elly Schlein la leadership. Ma tornando alla maggioranza: la discussione sulla legge elettorale in commissione Affari costituzionali alla Camera è stata calendarizzata per il 31 marzo, ma la strada che porta all'approvazione del testo è tutt'altro che spianata. Dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia, per il governo le cose si sono fatte difficili e le acque non si sono ancora calmate dopo le dimissioni degli ultimi giorni. Il primo atto che farà partire l'iter della nuova legge elettorale passa dall'adozione di un testo base proposto dalla maggioranza. Ma già dal primo passo si sono presentati alcuni ostacoli, con vari esponenti di centrodestra che non hanno escluso "una valanga di emendamenti". A ribollire è in particolar modo la Lega. Massimiliano Fedriga, presidente leghista della regione Friuli-Venezia Giulia, ha già delineato tre elementi che devono necessariamente essere presenti nel testo: "Il diritto della maggioranza di governare, la tutela delle opposizioni e la rappresentanza dei territori. Poi si possono usare strumenti diversi, ma l’equilibrio tra questi fattori è fondamentale. Fare leggi per convenienza politica, invece, porta sempre a risultati negativi”. In generale, (come abbiamo raccontato qui), dal Carroccio arrivano più lamentele che altro. "Ci vorrà un sacco di tempo per presentare i nostri emendamenti", ha detto un esponente della Lega. Mentre un altro ha posto problema differente: "È una riforma che non porta consenso". Anche da Forza Italia, il clima non favorisce la collaborazione. I forzisti proveranno infatti ad aprire la discussione, ad abbassare il premio di maggioranza e a eliminare il ballottaggio. “Io penso che una nuova legge elettorale sia necessaria però bisogna anche dialogare con le opposizioni”, ha detto invece il viceministro della Giustizia in quota FI Francesco Paolo Sisto. Insomma, le divergenze non mancano. Se a questo si aggiunge il dossier sulla guerra e i rincari energetici che mettono in difficoltà l'esecutivo, la legge elettorale appare come un lido irraggiungibile. Almeno in tempi brevi. Inoltre sullo sfondo c'è la possibilità delle elezioni anticipate, che sbarrerebbero la strada alla legge elettorale e che metterebbe in difficoltà il campo largo
Gazprom e Rosneft hanno trasportato, finanziato e indottrinato almeno 2.158 bambini ucraini deportati nei territori occupati o in Russia tra il 2022 e il 2025. Lo dimostra un nuovo rapporto del Humanitarian Research Lab della Yale School of Public Health, pubblicato il 25 marzo 2026 e intitolato "Willing Accomplices", costruito in larga misura sulle stesse comunicazioni ufficiali, sui post sui social media e sui documenti aziendali delle due società, che hanno pubblicizzato queste attività come fossero normali programmi di welfare aziendale. Quei 2.158 bambini sono una frazione di un fenomeno molto più vasto. L'Ucraina ha finora documentato in modo dettagliato – con luogo di origine e posizione attuale in Russia – oltre 19.500 casi di minori deportati dall'inizio della guerra. Un numero già impressionante, che secondo gli stessi ricercatori di Yale rappresenta probabilmente solo una parte del totale: la stima reale supererebbe i 35mila bambini. Nei casi analizzati dai ricercatori di Yale, minori provenienti dagli oblast di Donetsk, Luhansk e Zaporizhzhia sono stati portati in almeno sei strutture: tre di proprietà di sussidiarie Gazprom, due nella Crimea occupata, una nel Rostov. Al campo "Prometeo", secondo quanto documentato, i minori sono stati sottoposti a esercitazioni militari, combattimento corpo a corpo, lancio di granate e prove di tiro. Gazprom Transgaz Ekaterinburg – la controllata proprietaria del campo – ha descritto il programma autunnale 2023 per i bambini di Donetsk come un "programma speciale con iniziative di educazione patriottica". Gazprom Media Holding, il ramo che controlla larga parte del panorama mediatico russo, ha organizzato nel giugno 2024 un incontro tra bambini ucraini deportati a San Pietroburgo e due propagandisti militari filo-Cremlino, tra cui Alexander Malkevich, sanzionato dagli Stati Uniti già nel 2018. Il quadro che emerge è quello di una campagna organica: sussidiarie e sindacati aziendali pianificano la logistica, emettono voucher, allestiscono programmi di indottrinamento e riferiscono pubblicamente i risultati ai vertici. Alexei Miller, il ceo di Gazprom, e Igor Sechin, quello di Rosneft, sono da anni tra i collaboratori più stretti di Putin. Ragione per cui sono già sotto sanzioni individuali occidentali. Eppure l'80 per cento delle 44 entità identificate dal rapporto come coinvolte – campi, controllate, sindacati, dirigenti – non è attualmente sanzionato né dagli Stati Uniti né dall'Europa. Ed è qui che il rapporto acquista una inedita dimensione politica. Il 12 marzo 2026, pochi giorni prima della pubblicazione del report, l’Amministrazione Trump ha autorizzato temporaneamente la vendita e la consegna di petrolio russo già in transito, inclusi prodotti di Gazprom e Rosneft, con l’obiettivo di stabilizzare i mercati energetici durante la crisi legata alla guerra in Iran. Il risultato è che due società indicate come partecipi di attività legate alla deportazione e all’indottrinamento di minori hanno continuato a generare entrate anche attraverso consumi occidentali nel momento stesso in cui emergevano nuove prove del loro coinvolgimento. "Fino a quando il regime sanzionatorio non verrà ripristinato", scrivono gli autori, "gli Stati Uniti stanno, anche se involontariamente, sovvenzionando organizzazioni che costituiscono una parte vitale della campagna di Putin per rapire, deportare, indottrinare e adottare coattivamente i bambini dell'Ucraina". Una nota metodologica La stima di 2.158 bambini è descritta come "la più conservativa possibile": gli autori escludono i 1.025 voucher emessi nel 2023 dal totale aggregato per evitare doppi conteggi, pur ammettendo che il numero reale potrebbe avvicinarsi a 3.183. Il rapporto è solido, ma due limiti vanno segnalati. Il primo riguarda le fotografie delle esercitazioni militari al campo "Prometeo": le immagini documentano bambini in mimetica durante sessioni di addestramento nell'agosto 2022, ma gli autori stessi ammettono di non poter confermare che tra loro ci fossero minori ucraini – si trattava, in quella specifica occasione, di figli di dipendenti Gazprom. Il secondo limite riguarda il consenso: il rapporto riconosce di non sapere in quanti casi i genitori abbiano acconsentito al trasferimento dei figli, e in quanti no. È una lacuna rilevante, perché è proprio su quel discrimine – consenso libero o coercizione – che si gioca buona parte della qualificazione giuridica delle condotte come crimini di guerra.
È durata una manciata di ore la pace all'interno del campo largo. Il palco post vittoria del referendum sulla giustizia con Conte, Schlein, Fratoianni e Bonelli, prometteva finalmente un'unione di intenti precisa e spedita verso le elezioni politiche del 2027 per battere Giorgia Meloni e la coalizione di centrodestra. Ma le dichiarazioni di Stefano Patuanelli hanno riacceso lo scontro. "Credo che con noi al governo ci fermeremo con gli aiuti all'Ucraina, ma penso che riusciremo a trovar la quadra anche sulla politica estera con le altre forze della coalizione", ha detto ieri a Radio24 il senatore e vicepresidente del M5s. Il che, dopotuttto, non è affatto un mistero. Sia nel parlamento italiano che in quello europeo, la linea pentastellata è stata sempre netta sull'interruzione del sostegno a Kyiv. Una posizione che però non è passata inosservata. Stefano Sensi, senatore del Pd, ha risposto poco dopo con un post su X: "Patuanelli crede che 'ci fermeremo con gli aiuti militari all'Ucraina'. Con loro di certo, sapendo bene da che parte stanno. Con noi, invece, gli aiuti ci sono stati, ci sono e ci saranno. Fatevene una ragione". Anche qui, in realtà, nessuna verità rivelata che non si sapesse già. Il senatore dem ha sempre sostenuto l'aiuto incondizionato al popolo ucraino, così come il Pd stesso, che ha sempre votato favorevolmente all'invio degli aiuti militari in Ucraina. Anche Carlo Calenda, leader di Azione, ha commentato la vicenda: "Ecco, Patuanelli l'ha detto. Il campo largo al governo è uguale a 'no aiuti militari' all'Ucraina. Per Azione il primo punto è 'continuare a sostenere militarmente l'Ucraina'. Sipario". Un battibecco che ha dovuto far intervenire la segretaria dem Elly Schlein. "Ho fiducia che anche noi troveremo l'accordo su tutto", ha detto. Il punto è che al di là dei festeggiamenti e dei sorrisi di rito, l'unità e la credibilità della coalizione che sfiderà l'attuale maggioranza sono messe alla prova da posizioni spesso incociliabili, soprattutto in politica estera. Il punto lo ha colto Luigi Marattin, segretario del partito Liberaldemocratico: "C'è una cosa che non capisco. Ma come fanno questi di Pd e M5S anche solo a pensare di poter governare insieme l'Italia?!". Ma trovare una quadra sul programma non è più semplice della scelta del leader che guiderà la coalizione e che in caso di vittoria alle elezioni andrà a Palazzo Chigi. Subito dopo gli exit poll che ormai davano per fatta la vittoria del No alla riforma Nordio, il leader del M5s Giuseppe Conte in conferenza stampa aveva parlato di primare di coalizione, aprendo alla possibilità di correre insieme alle altre forze politiche e allo stesso tempo inviando un messaggio a chi voleva seguire il modello centrodestra: chi prende più voti, guida la coalizione. Un richiesta che non è casuale. Dai primi sondaggi, il quadro mostra che Conte avrebbe più possibilità di vittoria di Schlein, che comunque aveva inizialmente risposto positivamente all'invito. Ieri la segretaria dem a La7, ospite della trasmissione Piazza Pulita, ha voluto comunque ribadire che "oggi le primarie non sono la nostra priorità. Se ci chiudiamo in un dibattito politicista tra di noi tradiamo le aspettative di chi ha votato". Ma il dibattito andrà affrontato, soprattutto perchè il tempo stringe e non è escluso lo scenario di un voto anticipato, che allontenerebbe l'ipotesi delle primarie e costringerebbe i leader del campo largo a sciogliere tutti i nodi in tempi brevi. Forse lo scenario peggiore per tutta la coalizione. È in questo contesto che si inserisce l'appello di Schlein: "In qualunque momento si voterà è nostro dovere farci trovare pronti".
Vedendo Mateo Retegui arrancare a strappi verso la porta difesa da Charles, portierino ventenne dell’Irlanda del Nord che in stagione ha messo insieme più partite saltate per infortunio che presenz... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
I fatti del giorno, in breve Trump estende di dieci giorni il termine per la riapertura dello stretto di Hormuz, per via – dice – dei progressi nei negoziati con Teheran attraverso il Pakistan. I mercati restano in fibrillazione. La senatrice repubblicana Lisa Murkowski lavora a una risoluzione per autorizzare formalmente il conflitto. Nuova proroga di Trump: "Attacchi all'energia sospesi fino al 6 aprile" Per la seconda volta in una settimana, Donald Trump ha spostato in avanti il limite entro cui l'Iran dovrà riaprire lo stretto di Hormuz prima di subire attacchi alle centrali elettriche. Il nuovo termine è fissato al 6 aprile alle 20, ora della costa est americana. "I colloqui proseguono e, nonostante le false dichiarazioni contrarie dei media e di altri, stanno andando molto bene", ha scritto Trump su Truth Social. Solo poche ore prima, alla stessa giornata, aveva dichiarato ai giornalisti di non essere "minimamente disperato" e di avere "altri obiettivi da colpire prima di andarcene" – una delle consuete oscillazioni retoriche che continuano a disorientare i mercati più delle bombe. La proposta americana in 15 punti, consegnata a Teheran attraverso il Pakistan, è al centro dei contatti indiretti tra i due paesi. Il ministro degli esteri pakistano Ishaq Dar ha confermato giovedì di fare da intermediario e che gli Stati Uniti "hanno condiviso i 15 punti, che l'Iran sta esaminando". L'inviato Steve Witkoff, riferendo al gabinetto, ha parlato di "messaggi forti e positivi" e di "segnali concreti" che un accordo sia possibile. Teheran, però, suona una musica diversa: i media statali iraniani hanno riferito che il governo ha respinto formalmente la proposta americana, pur senza chiudere definitivamente il canale diplomatico. Il ministro degli esteri Abbas Araghchi ha precisato che i contatti in corso non costituiscono, a suo avviso, una vera e propria trattativa. I mercati Il Brent ha chiuso ieri a oltre 108 dollari al barile, in rialzo del 5,7 per cento: le dichiarazioni contraddittorie di Trump non hanno convinto i mercati che un accordo con l'Iran sia imminente. Oggi il greggio ha continuato a salire, con il Brent intorno ai 109 dollari. Il West Texas Intermediate si è assestato poco sotto i 95 dollari. L'S&P 500 è avviato verso la quinta settimana consecutiva di cali, la prima serie così lunga in quattro anni, mentre il Nasdaq è già in territorio di correzione tecnica – ossia oltre il 10 per cento sotto il suo recente massimo. In Asia i mercati hanno stabilizzato le perdite nella notte: Tokyo ha ceduto lo 0,4 per cento, Seul e Taiwan mezzo punto, mentre Honk Kong e Shanghai hanno guadagnato intorno allo 0,5. Il Congresso si sveglia La senatrice repubblicana dell'Alaska Lisa Murkowski ha dichiarato giovedì di stare lavorando a una possibile risoluzione per l'autorizzazione all'uso della forza militare in Iran, ma lamenta che l'amministrazione Trump si rifiuta di fornire risposte sugli obiettivi, i costi e i tempi del conflitto anche nei briefing riservati. Murkowski è una delle voci più critiche all'interno del partito di governo: "Questo presidente è entrato in carica dicendo che sarebbe stato il presidente della pace", ha detto. "Quante volte ha ripetuto che non vuole queste guerre interminabili?". Il Congresso parte per due settimane di pausa da oggi, il che significa che qualsiasi voto sull'autorizzazione – che la legge sui poteri di guerra del 1973 imporrebbe di tenere entro sessanta giorni dall'inizio delle ostilità – slitterà ad aprile. Gli alleati guardano altrove Marco Rubio, prima di partire per il G7 dei ministri degli esteri (si tiene nei pressi di Versailles, alle porte di Parigi, giovedì e venerdì), ha ribadito che sono i paesi europei e asiatici a dover farsi carico della sicurezza dello stretto: "Ben poco della nostra energia passa per Hormuz. È il mondo ad avere un grande interesse in quello, quindi dovrebbero intervenire". Trump, nel frattempo, ha accusato su Truth Social i paesi della Nato di non aver fatto "ASSOLUTAMENTE NIENTE". Gli alleati europei continuano a respingere gli inviti americani a partecipare al conflitto. Un coinflitto, del resto, che non hanno iniziato e che è stato avviato senza consultarli. Rubio, interpellato anche sul sostegno americano all'Ucraina, ha lasciato aperta la questione: "Il presidente dovrà tenerne conto".
Se pensate che gli strascichi estetici della gestione del ministero del Turismo da parte di Daniela Santanché si limitino al solo brutto accrocchio in AI della Venere di Botticelli sulla quale, dopo le dimissioni della ministra, vanno fiorendo meme ulteriormente manipolati e, duole dirlo, tutti meglio riusciti della famigerata pupazza della campagna pubblicitaria a favore del turismo di massa (Afrodite che sloggia carica di Birkin false, Afrodite in jeans con il trolley e lo scatolone) è perché non vi siete accorti degli atroci lasciti linguistici del claim “open to meraviglia”. Molto più pervasivi e invasivi e, temiamo, lenti a scomparire perché, come noto, nulla mette più radici del kitsch. Solo nelle ultime settimane, in settori che si vorrebbero eleganti per definizione, belli per missione e originali per forza, sono stati concepiti due messaggi che probabilmente avrebbero mandato ai pazzi il nostro indimenticato prof Tullio De Mauro, ma sicuramente fanno molto ridere. Al Cosmoprof worldwide, la fiera della cosmetica in svolgimento in queste ore a Bologna, il titolo della presentazione di riferimento è stata ricalcata sullo stesso modello lessicale dell’era-Santanché, la strizzatina d’occhio compiacente all’ italiese del manager medio (“This is bellezza, la forza di un’industria che cresce”), ma per il mese prossimo, certamente meno grave ma sempre sullo stesso filone, arriva “A matter of Salone”, si suppone inteso a valorizzare presso il pubblico internazionale quell’appuntamento che occupa militarmente la città e che gli stranieri ormai definiscono, con una locuzione sbrigativa ma molto efficace, “design week”. Convincerli ad usare la definizione originaria di Salone del Mobile, un progetto nato nell’epoca del boom economico, è opera meritoria, purtroppo destinata al fallimento. Le parole hanno una forza propria che la forza stessa non conosce. Per questo, andrebbero evitati gli accrocchi.
Sì o no? No o sì? I referendum, come gli esami, non finiscono mai, e una volta assorbita, si fa per dire, la scoppola della bocciatura della riforma della giustizia, ci saranno altre scelte rapide,... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Il presidente del gruppo siderugico Feralpi e di Confindustria Lombardia, Giuseppe Pasini, ha messo le mani avanti. “Sono imbarazzato a far lavorare la mia gente a Pasqua e Pasquetta, hanno diritto... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Il Pnrr è ormai entrato nella sua fase finale. Mancano poco più di tre mesi alla scadenza e proprio per questo l’ultima revisione del piano è particolarmente importante. Eppure, mentre il tempo scorre, questa revisione continua a non vedere la luce. Tra le molte sigle che hanno accompagnato la lunga e tormentata attuazione del piano, la Rosco è una delle meno conosciute dal grande pubblico, ma anche una delle più rivelatrici dello stato di salute del Pnrr. Rosco sta per Rolling Stock Company ed è un modello di società proprietaria del materiale rotabile ferroviario (treni e carrozze) messo a disposizione degli operatori del servizio attraverso contratti di leasing o noleggio. Il modello nasce nel Regno Unito dopo la privatizzazione delle ferrovie degli anni Novanta ed è stato proposto in Italia come strumento per accelerare il rinnovo della flotta ferroviaria e mobilitare investimenti senza gravare direttamente sui bilanci degli operatori. Ovviamente in Italia sarebbe stata una società pubblica e non privata. Nel contesto del Pnrr l’idea era utilizzare questo modello per facilitare il finanziamento e l’acquisto di nuovi treni, separando la proprietà del materiale rotabile dalla gestione del servizio, accelerando così gli investimenti nel rinnovo della flotta ferroviaria. I vantaggi sono evidenti, ma i costi non sono irrilevanti. Richiede soprattutto una macchina pubblica capace di gestire operazioni sofisticate di investimento e di coordinarsi con gli operatori ferroviari. Non mancano infatti opinioni contrarie. Alcuni osservatori sostengono che strumenti di questo tipo possano complicare la gestione degli investimenti. Il riferimento spesso citato è il fallimento dell’esperienza britannica e il successo di quella svedese. Ma, al di là dei pro e dei contro, il punto più preoccupante è un altro. La misura legata alla Rosco è stata negoziata con la Commissione Ue dopo mesi di trattativa e inserita come parte qualificante di una revisione del Pnrr. Ora, a distanza di poco tempo, si ipotizza di cancellare questa misura, con la conseguente perdita o riallocazione di circa 1,2 miliardi di euro previsti per il rinnovo del materiale ferroviario. Il problema non è tanto la scelta in sé, quanto il metodo. Avviare una revisione da oltre un miliardo e poi cambiare idea all’ultimo momento non è un comportamento serio nei confronti delle istituzioni europee. Si è parlato di destinare quei fondi al piano casa, magari attraverso un fondo gestito da soggetti come la Cassa depositi e prestiti. Ma anche questa soluzione presenta un problema evidente di contrarietà alle regole europee. Inoltre se le risorse vengono spostate su uno strumento finanziario di questo tipo, nulla impedisce che un governo futuro, tra qualche anno, decida di cambiare nuovamente indirizzo. In tutto questo esiste anche la Corte dei conti europea. È vero che non può contestare il merito politico degli accordi tra stati membri e Commissione. Ma è anche vero che, alla fine del processo, dovrà verificare la corrispondenza tra le spese effettivamente sostenute e gli impegni presi nel piano. E più le revisioni diventano confuse, più questo controllo rischia di diventare problematico. Il caso della Rosco non è l’unico esempio di questa difficoltà. Basta guardare alla grande revisione del 2023, che aveva un elemento simbolico molto chiaro: l’introduzione di Industry 5.0. Non una semplice etichetta, ma l’idea di riorientare gli incentivi alle imprese verso investimenti più selettivi, legati alla transizione energetica. Era la risposta, almeno sulla carta, alle critiche sull’eccessiva automaticità degli incentivi di Industry 4.0. Industry 5.0 venne presentata come il cuore della revisione. Eppure, dopo mesi di attuazione incerta, la misura è stata prima ridimensionata e poi sostanzialmente accantonata. La mia previsione è che la revisione 2026 finirà allo stesso modo di quella del 2023: pur di non restituire le risorse a debito del Pnrr ed evitare l’imbarazzo politico, il governo taglierà il Pnrr: senza dirlo, sposterà le risorse su spese già fatte e libererà risorse per il bilancio. Il paradosso è evidente. Il Pnrr fu scritto in condizioni eccezionali, nel pieno della pandemia, e inevitabilmente conteneva limiti e imperfezioni di programmazione. Proprio per questo le revisioni avrebbero dovuto servire ad adattare il piano ai cambiamenti intervenuti nel frattempo. Invece sta accadendo il contrario. Le revisioni che dovevano correggere il piano rischiano di trasformarsi nella toppa peggiore del buco. Il problema non riguarda più solo l’efficienza della spesa: riguarda la credibilità istituzionale del paese.
Uno dei vecchi motti dell'intelligence israeliana, usato per far capire che in medio oriente la strategia è soggetta ai dadi, quindi ai colpi di fortuna, e la pianificazione a lungo a termine è una... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Come vorrei avere i loro occhi. Lo penso mentre i miei figli mi spiegano il risultato del referendum, raccontando le ragioni e le certezze, le ingenuità e l’ardore di un mondo di diciottenni alle prese con il voto, quindi con la prima vera possibilità di decidere le cose, quelle difficili. Lo penso mentre mi mostrano i dischi che si sono regalati l’un l’altro. Lo penso mentre li guardo, di nascosto, suonare e cantare insieme Strange Weather, e i gatti li ascoltano estasiati. Lo penso mentre litigano per chi deve sparecchiare, urlano così tanto che alla fine sparecchio io. Lo penso lo stesso, mentre si insultano per decidere chi deve parlare per primo. Lo penso perfino mentre raccolgo le carte di caramelle, la plastica dei dischi, e pure la cacca del cane da terra, perché stanno ancora discutendo su chi deve portarlo fuori, e intanto il cane ha dovuto sbrigarsela da solo. Anche il tempo dipende da come lo guardi: un’ora dura dieci minuti e le due di notte è un orario qualunque per uscire di casa. Lo penso lo stesso, come vorrei avere i vostri occhi, anche se non sono riuscita a convincere mio figlio a lasciarsi scattare una foto mentre soffia sulle candeline dei suoi diciassette anni nuovi di zecca. Vorrei ricordarmi che stava seduto lì, con quella maglietta, che gli ho dato un bacio, ma lui dice: è il mio compleanno e decido io, tu non puoi fare l’offesa. Niente baci, niente foto, niente occhiate imploranti, niente pranzo al mare, niente di niente che piaccia a me. Vorrei comunque avere i loro occhi, penso un attimo prima di inciampare in tre scarpe in corridoio, tutte spaiate. Basta, ritiro tutto: cercate un po’ anche voi di mettervi i miei occhi qualche volta, ma che vi costa? Sembra che guardiamo due mondi completamente diversi: a volte mi piace, a volte vorrei solo che mi facessero entrare nel loro, senza deridermi. A volte, vorrei che il mio mondo e i anche miei occhi gli piacessero un po’ di più. La cultura del piagnisteo: è da adulti o da adolescenti? Subito mi viene incontro mio figlio, sempre conciliante, sempre desideroso di farmi contenta: mamma, volevo dirti che ho chiuso con la letteratura. Lo dice mentre mi porge una pila di libri che avevo ordinato per lui e che ha deciso di restituirmi ancora impacchettati. Hai chiuso con la letteratura? Sì, tutta colpa della scuola che mi fa leggere la Vita Nova e non i libri che voglio leggere io (La capacità di colpevolizzare chiunque altro è una di quelle cose che ci portiamo dietro dall’adolescenza per tutta la vita, non migliora crescendo). Adesso stai a vedere che è colpa di Dante se hai smesso di leggere. Sì, è colpa sua che non ammette che è innamorato pazzo di Virgilio (Come vorrei avere i tuoi occhi, non ci avevo mai pensato). E comunque: tu leggili lo stesso gli altri libri, leggili dopo che hai sparecchiato - gli grido con questa pila di libri in braccio, già fuori dalle epifanie dell’adolescenza - non sei in Iran: hai tutti questi libri, hai due occhi, due braccia, un divano, non porti fuori il cane, hai un sacco di tempo. Ma a diciassette anni si vive di assoluti. Lui ha chiuso con la letteratura e ora lotta per il record di film visti nel 2026, a fine marzo è arrivato a centocinque. Lo penso ancora, nonostante l’effetto raggelante sul sistema nervoso dei vestiti ammonticchiati per terra: come vorrei avere i loro occhi. Allora ci provo: se tu hai chiuso con la letteratura, io ho chiuso con la cucina. No, tu non puoi mamma, tu non hai tutto questo tempo davanti a te.
Confesso subito che se non fossi altrove avrei detto Sì, per una semplice questione di princìpi liberali che hanno poco a che fare con gli indifendibili tecnicismi ai quali entrambe le parti hanno ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
In Italia la giovinezza è un valore eterno, il che è già di per sé una contraddizione degna di nota. L’ultima conferma viene da Forza Italia,
Le milizie irachene sostenute dall’Iran hanno pubblicato alcuni video in cui si vedono dei droni pilotati tramite un sottile cavo in fibra, che trasmette immagini e comandi in tempo reale, el... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Era la prima occasione, per Elly Schlein, per mostrarsi alla stampa internazionale con l’allure della premier ombra, dopo la vittoria del No ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Non vogliono farsi trovare impreparati, ché, chissà, andare a votare anticipatamente “non succede, ma se succede?”. E allora cercano di non disperdere il lavoro fatto finora. Da una parte e dall’al... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
E’ il primo passo. A farne le spese è Maurizio Gasparri,
Roma. Stanno rimanendo più colli che teste. Rotola la quarta, ma è ghigliottina assistita. Si dimette il capogruppo di FI al Senato, Gasparri, e sono già tutte sul vassoio di Meloni quelle... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Tetro. In un editoriale sul Fatto Quotidiano, Massimo Fini si dedica a dipingere come mentitore Antonio Tajani, che avrebbe cercato di «arruolare» da morto il Senatùr. La frase del vicepremier e ministro degli Esteri, incriminata dall’articolista quale totale menzogna, è questa: «Con tutta Forza Italia piango la scomparsa di Umberto Bossi, leader storico e fondatore della Lega. Grande amico di Silvio Berlusconi». Fini cita come possibili testimoni alcuni personaggi che però hanno il problema di essere deceduti (Gianfranco Funari) o di aver perso credibilità (Antonio Di Pietro, «ora fa campagna per il Sì», e Vittorio Feltri, «voltagabbana») o di aver cambiato mestiere (Mario Capanna «ora fa il contadino»). A Fini resterebbe un asso nella manica, senonché «di Salvadori, primo ispiratore di Bossi, si è persa ogni traccia». Per cui chi resta sulla piazza, ultimo dei mohicani, a disposizione degli storici e dei posteri? Ovvio: lui. «Insomma ho l’impressione, tetra, di essere rimasto il solo testimone attivo in circolazione». Con un tocco inaspettato di modestia aggiunge: «È un po’ poco, lo ammetto, ma comunque sufficiente per ricacciare in bocca al ministro Tajani le sue stronzate. Bossi disprezzava Berlusconi a tal punto che, da un certo momento in poi, prese a chiamarlo “Berluscaso”, “Berluschi”, “Berluscosa” e “Berluscàz”». Dimentica, tra gli appellativi coniati tra il 1997 e il 1999, il famoso «Berluskaiser». Tattica o voltagabbana anche Bossi? Di sicuro, dopo un incontro con Giulio Tremonti, nel 2000 il Senatùr tornò alleato di Forza Italia e divenne il ministro per le Riforme nel governo Berlusconi II. In realtà non saper nulla di Salvadori significa non avere le basi di conoscenza storiche e culturali elementari circa le origini della Lega. Bossi, in molti discorsi, raccontò degli incontri nel 1979 in Val d’Aosta con Bruno Salvadori, allora consigliere regionale, e delle idee rivoluzionarie apprese in quelle occasioni su Europa dei popoli e federalismo. E parlò del trauma vissuto alla notizia della scomparsa del suo mentore, a soli 38 anni, in un incidente stradale a Genova. La tragedia accadde nel giugno 1980, molto prima che «l’Umberto» conoscesse Berlusconi e fondasse nel 1984 l’embrione della Lega Nord. Da unico garante su chi fosse davvero Bossi, come pretende di essere, Fini oltre che sicuramente tetro è pure un po’ debole. (Persino negli appellativi, visto che definisce Capanna «già leader maximo del Movimento studentesco», grossolano incrocio fra inglese e spagnolo: l’unico leader massimo, da quelle parti, fu Fidel Castro, ma veniva chiamato Líder Máximo). [22 marzo 2026] Suo. Titolo del podcast di Michele Serra dal sito della Repubblica: «Se ognuno facesse il suo mestiere». «Suo» di chi? Suo significa che «appartiene a lui, a lei» oppure «di lui, di lei». Nelle espressioni impersonali è d’obbligo l’aggettivo proprio: «Se ognuno facesse il proprio mestiere». [10 febbraio 2026] Chi. Titolo dal sito del Corriere della Sera: «Renzi: “Non dirò per chi ho votato”». Si votava su un quesito referendario non su una persona fisica o un partito. Quindi, l’ex premier avrebbe dovuto dire: «Non dirò per che cosa ho votato», o, più semplicemente, «come ho votato». [24 marzo 2026] Cadaverici. Dall’editoriale di prima pagina del direttore della Verità, Maurizio Belpietro: «Da ciascuno, americano o non». Aridaje! L’avverbio negativo olofrastico – così chiamato perché da solo costituisce un’intera frase – è soltanto no. Belpietro, che non deve aver letto Uomini e no di Elio Vittorini, più avanti aggiunge: «A Zorro ranch nel New Mexico sarebbero sepolti i cadaverici di due giovani, strangolate durante un rapporto fetish». Fallo in area di rigore mortis. [21 febbraio 2026] Intreccio. Alberto Simoni, corrispondente della Stampa da Washington: «A evidenziare l’intreccio è l’agenzia Bloomberg che ha rivelato che il Dipartimento di Giustizia si sta muovendo molto più aggressiva azione di controllo sull’operazione rispetto a casi del passato». Tutto chiaro. [23 febbraio 2026] Gender. Editoriale di Goffredo Buccini sulla prima pagina del Corriere della Sera: «Il Board of Peace inaugurato il 19 febbraio a Washington dal presidente americano pare volto a ridisegnare una contemporaneità di “verità alternative” nel quale per fermare una guerra la si chiama pace ed è bell’e fatta». Il gender dilaga. [24 febbraio 2026] Papa. In un dotto articolo su Caterina da Siena, pubblicato dal Manifesto, lo storico della letteratura medievale Antonio Montefusco ricorda l’opera della santa per il ritorno del papato a Roma da Avignone e scrive che «Urbano VI tornò a Roma». Ma sbaglia papa, perché a tornare definitivamente fu nel 1377 il suo predecessore Gregorio XI, il francese Pierre Roger de Beaufort. Fra l’altro, a Roma era già tornato, tra il 1367 e il 1370, anche Urbano V, anch’egli francese, che però rientrò e morì ad Avignone. Alla morte di Gregorio XI, il conclave, riunito di nuovo a Roma dopo 75 anni, elesse il napoletano Bartolomeo Prignano, arcivescovo di Bari. [15 marzo 2026] Lessinia. «Preso. Giuseppe Sciacca, 47 anni, è lui il “tecnico”, l’esperto “Unabomber” della galassia anarchica», annuncia Stefano Vladovich sul Giornale. E aggiunge: «Sciacca va e viene da Lessinia, Verona, dove viveva assieme alla compagna, a Torino». Non esiste alcun paese con questo nome, in provincia di Verona. La Lessinia è un territorio che si estende fra Veneto e Trentino, corrispondente ai monti Lessini, e che costituisce il Parco naturale regionale della Lessinia, appunto. Ne fanno parte 18 Comuni del Veronese e del Vicentino. Da quale «va e viene» Sciacca? Misteri dolorosi del Giornale. [24 marzo 2026] Multa. Titolo dalla Verità: «Va in monopattino col sedile: multa al rider nigeriano da 29.000 euro». Esiste un rider nigeriano quotato 29.000 euro? No? Allora bisognava titolare: «Multa da 29.000 euro al rider nigeriano». [12 febbraio 2026] Gli. Francesca Negri sul Corriere dell’Alto Adige: «A credere in Onda, ci sono nomi come Marzotto, i Rivetti (imprenditori tessili che hanno lanciato il marchio Stone Island), i Zucchetti dell’omonima software house». Manca solo una maestra che le insegni a scrivere «gli Zucchetti». [26 febbraio 2026]
Ventisei persone sono indagate in un’inchiesta lanciata ieri dalla procura di Roma, incentrata su presunti appalti pilotati, che ha portato a perquisizioni in alcuni uffici del ministero della Dife... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Ecco la grande bidonata: si chiama autonomia, ed è il sogno della Lega, del ministro Calderoli. Al sud il governo ha fatto il pien... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti