Bruxelles. Donald Trump non è mai stato nominato da Ursula von der Leyen, António Costa o Narendra Modi. Ma tra le righe dei discorsi per celebrare “
Chi si sarebbe aspettato che la prima sanzione in Italia, ai sensi del regolamento europeo Micar, passasse da Fabrizio Corona? Eppure è andata così. Non per stablecoin o crypto più... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Per la prima volta gli occhi di Donald Trump hanno visto quel che abbiamo visto noi, che hanno visto tutti, o perlomeno il presidente americano si è reso conto che continuare a negare ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Non è stata una sorpresa, ma una conferma. Nel Giorno della Memoria, Sergio Mattarella e Giorgia Meloni hanno fatto quello che da tempo mostrano di saper fare su questo terreno: evitare i doppi standard, tenere la barra dritta, non piegare la memoria alle convenienze del presente. Ed è proprio questa continuità a rendere il loro messaggio politicamente rilevante. Il Presidente della Repubblica ha ricordato che “nella Repubblica non c’è posto per il veleno dell’odio razziale, per i germi della discriminazione, per l’antisemitismo”. Parole che Mattarella pronuncia da anni, ma che oggi pesano di più, perché arrivano in un clima in cui una parte della sinistra continua a giocare con le definizioni, a distinguere l’antisemitismo “storico” da quello contemporaneo, a rifugiarsi nell’antisionismo come alibi morale. La lezione del capo dello stato resta ferma: l’odio non cambia natura solo perché cambia linguaggio. Anche la dichiarazione di Giorgia Meloni, se vogliamo, si colloca su una linea di coerenza, di allineamento perfetto con il capo dello stato. La condanna della Shoah, il richiamo all’abisso della “più grande macchina di morte concepita nella storia dell’umanità”, il riferimento esplicito alla complicità del regime fascista e all’ignominia delle leggi razziali del 1938 non sono formule di circostanza. Sono il segno di una destra che, pur venendo da una storia precisa, ha scelto da tempo di collocarsi senza ambiguità sul terreno dei valori non negoziabili: libertà, dignità umana, rifiuto di ogni odio identitario. Nel Giorno della Memoria, Mattarella e Meloni hanno dunque confermato una postura già nota: ricordare senza selezionare, condannare senza distinguere, difendere la libertà senza relativismi. E’ così che la memoria smette di essere un rito stanco e diventa un argine contro i fascismi del presente. Ambiguità uguale complicità. Applausi a entrambi.
Nel giorno in cui Giorgia Meloni prende le distanze dal fascismo e “dall’ignominia delle leggi razziali”, il Pd, con M5s e Iv, vota contro l’adozione del ddl Romeo come testo base sull’antisemitism... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Roberto Vannacci freme. Come anticipato dal Foglio, si legge “Futuro nazionale” sul marchio depositato dal generale il 24 gennaio: un cerchio blu con dentro una fiamma tricolore stilizzata e il nome di quello che a tutti gli effetti sembra essere un nuovo partito. Del resto, i rumors su una possibile fuoriuscita di Vannacci dal Carroccio era nell'aria da tempo. Lo stesso eurodeputato (che della Lega è anche vicesegretario) a chi chiedeva di un suo ipotetico nuovo partito ha risposto "mai dire mai", nonostante le smentite di alcuni suoi fedelissimi. “Lavoro con lui da vent’anni”, aveva detto a questo giornale Claudio Spinelli, responsabile regionale del “Mondo al contrario Puglia”. “Vannacci ha già un disegno nella sua testa. Ce l’ha sempre: si sta attrezzando con le persone e i modi giusti. Dentro o fuori la Lega, lo rivelerà lui. Ma non è ancora giunto il momento: a oggi il partito non si farà. Non badate alle voci”. Qualche movimento si era già visto nei giorni scorsi. A quanto risulta all'AdnKronos, il lucchese Giulio Battaglini, già in Fdi e oggi uno degli assistenti parlamentari del generale a Bruxelles, lo scorso fine ottobre aveva registrato il dominio internet www.futuronazionale.it. Piattaforma web che potrebbe divenire il sito ufficiale della nuova formazione vannacciana. Dalle montagne dell'Abruzzo questo weekend, il segretario della lega Matteo Salvini ha cerca di ricompattare, non senza durezza: "La storia insegna che chi esce dalla Lega finisce nel nulla". Un riferimento, per molti, proprio alla ventilata fuoriuscita del generale e autore di bestseller da Via Bellerio. Da cui, nel frattempo, si smentiscono le ricostruzioni di stampa dove si raccontano pressioni da parte di Luca Zaia sul segretario per intervenire contro il suo vice, ormai da molti dei "vecchi" leghisti considerato un corpo estraneo. Considerazione che, come abbiamo raccontato spesso, non è certo rara fra i leghisti.
"I disegni di legge presentati dall'ala sionista del Pd sono peggio di quelli presentati dal governo Meloni!". C'è ironia e stupore nel seguire l'ultimo presidio pro Palestina, che proprio in occasione della Giornata della memoria è stato organizzato, almeno nella teoria, davanti alla sede del Partito democratico a Roma. L'obiettivo era infatti il Nazareno, ma i manifestanti – età media piuttosto avanzata rispetto alle manifestazioni a cui siamo stati abituati – si sono dovuti fermare lungo via del Tritone. Al centro del cortocircuito, tutto interno alla sinistra, c'è il ddl antisemitismo. E la "complicità" del Partito democratico nel portare avanti una proposta di legge che tuteli gli ebrei dagli episodi di odio. Eppure, proprio per ammorbidire la definizione di antisemitismo contenuta del ddl di Graziano Delrio, il Pd ha presentato anche un altro testo. "Per noi non doveva presentarne nessuno!", dice una signora anziana con la bandiera palestinese in mano. "Delrio è unto da Israele", grida un altro uomo. "Peggio del governo Meloni". Il vulnus che gli attivisti non tollerano, tra un colpo di tosse e uno starnuto, è l'equiparazione tra antisemitismo e antisionismo. "Si sono piegati a Israele anche loro", è il responso. Il sit in è durato in tutto quindici minuti. Poi i manifestanti sono stati identificati e condotti in questura: le forze dell'ordine avevano infatti negato lo spazio richiesto dalla dozzina di attivisti. E per questo, alla fine, il tutto si è svolto davanti alla sede dell'Aifa invece che al Nazareno. Le vie d'accesso bloccate e lo schieramento di polizia notevole lasciavano presagire un'ondata di partecipazione, come nelle proteste dell'ultimo autunno. Forse ci si aspettava gli studenti universitari o medi. Invece erano solo i soliti vecchi pro Pal.
La frana che da giorni interessa la collina a Niscemi, comune di circa 25mila abitanti nella provincia di Caltanissetta, continua a muoversi in modo inesorabile verso la piana di Gela, costringendo le autorità a una gestione emergenziale senza precedenti. Le immagini satellitari e i rilievi della Protezione civile confermano un avanzamento lento ma costante del fronte franoso, con il terreno che continua a scivolare e il rischio di nuovi crolli. Il capo della Protezione civile nazionale, Fabio Ciciliano, ha tracciato un quadro drammatico della situazione: "Chi ha casa lì non potrà più rientrarvi. La frana ha compromesso in modo irreversibile gli edifici situati lungo il fronte attivo. È una tragedia per la comunità, ma la sicurezza delle persone viene prima di tutto". Sono già circa 1.500 gli sfollati, ospitati temporaneamente presso parenti, amici o nel palazzetto dello sport Pio La Torre, adibito a centro di accoglienza. Il governatore Renato Schifani, nell'incontro tecnico in municipio, ha detto che la regione si farà "carico di un piano per ricollocare in alloggi nuovi o in altri già realizzati coloro che non potranno più rientrare nelle loro abitazioni". L’attenzione resta alta anche da parte del governo nazionale, pronto a valutare ulteriori stanziamenti straordinari per far fronte all’emergenza. I fondi per gli sfollati, fino a 900 euro al mese a famiglia Le zone più colpite comprendono i quartieri di Sante Croci, Trappeto e via Popolo, dove l’avanzamento della frana ha reso inagibili molte abitazioni. Le autorità locali hanno imposto un’ampia zona rossa, mentre squadre tecniche e geologi continuano a monitorare la situazione con droni e sensori per valutare eventuali nuovi movimenti del terreno. L’emergenza ha provocato anche gravi problemi infrastrutturali: tre delle quattro principali vie di accesso alla città risultano interrotte, isolando di fatto Niscemi e complicando l’arrivo dei soccorsi e dei materiali di prima necessità. L'unica via di collegamento praticabile è la strada provinciale 11. La Protezione civile ha attivato contributi di autonoma sistemazione (cas): 400 euro a famiglia più 100 euro per ogni componente fino a un massimo di 900 euro al mese a nucleo per un anno. Schlein: "Sospendere i tributi per i residenti" La segretaria del Pd, Elly Schlein, in visita a Niscemi con il responsabile Esteri del partito, il nisseno Giuseppe Provenzano, chiede che vengano bloccati i tributi per i residenti del Comune. "Siamo pronti come Pd a fare la nostra parte per fare avere tutto il supporto necessario alla comunità e alle amministrazioni coinvolte. La vicenda di Niscemi va affrontata nella sua specificità abbiamo chiesto di bloccare i tributi. Servono interventi rapidi". Quanto ai danni del ciclone, Schlein dice che i dem hanno "già chiesto di destinare un miliardo di euro che non verrà usato per infrastrutture inutili come il ponte sullo Stretto per dare sostegno alle aree colpite dal maltempo". Terra a acqua. Le cause della frana Le cause della frana sono legate al tipo di terreno sabbioso e instabile su cui poggia la collina, reso ancora più vulnerabile dalle intense precipitazioni che hanno colpito la Sicilia negli ultimi giorni in seguito al ciclone mediterraneo Harry che si è abbattuto sul Mezzogiorno tra il 19 e il 21 gennaio. Gli esperti avvertono che il rischio di nuove colate è concreto finché la massa franosa non si stabilizzerà completamente, un processo che potrebbe richiedere settimane. Diversi droni sono in volo per monitorare lo stato del fronte della frana. Un ampio versante composto da argille e sabbie sta scivolando verso valle in un movimento franoso di grandi dimensioni, diretto verso la valle del Maroglio. Secondo il Cnr-Irpi si tratta di un’area geologicamente fragile, già segnata in passato da frane e fenomeni calanchivi. Le deformazioni osservate sulle strade (con scarpate alte fino a 10 metri) indicano uno scorrimento profondo del terreno. Le indagini Ispra mostrano un sottosuolo formato da strati alternati di sabbie, arenarie e argille, con falde acquifere superficiali, una combinazione che durante piogge prolungate riduce la stabilità dei terreni e può riattivare vecchie frane. L’area, infatti, ha una storica vulnerabilità: già nel 1997 la zona di Sante Croci fu colpita da un grave evento franoso. Il dissesto attuale sembra collegarsi a quel sistema, riproponendo oggi criticità su scala urbana. Il ruolo delle piogge All'origine della frana sembra esserci il maltempo eccezionale degli ultimi giorni. Tra il 19 e il 21 gennaio è caduta una quantità d’acqua che di solito si registra in mesi. Questa enorme massa liquida è penetrata nel terreno come una spugna che si riempie troppo: il suolo, già fragile, si è saturato e non riesce più a drenare bene. Quando l’acqua si infiltra tra gli strati di argilla e sabbia, il terreno perde compattezza e diventa più “scivoloso”. È come se tra i vari strati si creasse un velo d’acqua che facilita lo scorrimento. Anche nei giorni successivi le condizioni meteo (rovesci e vento forte) hanno impedito al terreno di asciugarsi. Le falde sotterranee si sono alzate e il versante ha perso progressivamente stabilità. In sostanza: troppa acqua in terreni argillosi già deboli ha riattivato e alimentato il movimento della frana. Intanto la comunità di Niscemi vive giornate di grande apprensione: famiglie costrette a lasciare le proprie case, scuole chiuse e attività commerciali sospese. I residenti raccontano di un senso di impotenza, ma anche di solidarietà, con vicini e associazioni locali che si organizzano per offrire supporto agli sfollati. La frana di Niscemi rappresenta una delle emergenze più gravi registrate in Sicilia negli ultimi anni, con effetti che andranno oltre l’immediato: molte abitazioni saranno demolite, alcune aree potrebbero non essere più utilizzabili e la pianificazione urbanistica dovrà essere profondamente rivista. La priorità delle autorità resta ora quella di garantire la sicurezza della popolazione e contenere il più possibile l’avanzamento del fronte franoso, in attesa che le condizioni del terreno permettano interventi di consolidamento a lungo termine.
Il testo base del disegno di legge sulla violenza sessuale è quello proposto da Giulia Bongiorno, relatrice del provvedimento e senatrice della Lega. Così ha deciso la commissione Giustizia del Senato. Il centrodestra ha votato a favore dell'adozione di quel testo, al contrario di tutte le opposizioni (Pd, M5s, Italia viva e Avs). La proposta Bongiorno ha dunque modificato il testo approvato all'unanimità alla Camera nel novembre scorso, introducendo la "volontà contraria" a un rapporto sessuale. Resta fuori il riferimento al "consenso libero e attuale" della versione originaria, in assenza del quale sarebbe scattato il reato di violenza. Per compensarne l'assenza, la riformulazione presentata oggi prevede un ulteriore inasprimento delle pene. Nel dettaglio, è previsto un aumento delle sanzioni da 7 a 13 anni di reclusione nei casi di atti sessuali con violenza, minacce e abuso di autorità e da 6 a 12 anni per quelli compiuti contro la volontà della vittima. Nella prima versione, le pene erano di 6-12 anni nel primo caso e di 4-10 nel secondo. Secondo il testo adottato oggi "la volontà contraria all'atto sessuale deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso". Inoltre, l'atto sessuale "è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa ovvero approfittando della impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso". L’inserimento del principio del consenso è apparso sin da subito problematico per gli esponenti del centrodestra e per alcuni commentatori. Nella prima versione si evinceva che "questo consenso quasi dovesse essere presunto, ma secondo me non si deve presumere, nei contesti si deve accertare – ha spiegato Bongiorno – Ho voluto ancorare questo dissenso ai casi concreti, recependo la famosa convenzione di Istanbul. È molto più facile accertare la contrarietà di una volontà piuttosto che accertare un consenso. Molti hanno detto: ‘Come lo deve esprimere? Con un modulo?’. Personalmente, io voglio mettere al centro la donna e non voglio che qualcuno pensi che noi a tutti i costi ce ne infischiamo delle loro perplessità”, ha proseguito la presidente della commissione Giustizia. Come scrvevamo qui, dietro il provvedimento originario, così come impostato, si annidava il rischio di scaricare sulle spalle della persona imputata il dovere di dimostrare la propria innocenza. Di fatto, l'onere della prova si sarebbe trasferito dall'accusante all'accusato, sbriciolando il principio della presunzione d'innocenza, tutelato dalla Costituzione. Come prevedibile, dall'opposizione arrivano forti critiche. "Nel merito, ancora una volta saranno le donne a dover dimostrare di aver subito violenza e ancora una volta possono non essere credute", ha commentato Chiara Braga, capogruppo Pd alla Camera. "C'era un patto tra la leader del maggior partito di opposizione, la segretaria del Pd Schlein, e la premier Meloni. Un patto chiesto dalle donne per avere una legge più giusta e che non le renda vittime una seconda volta. Quel patto è stato tradito per assecondare la peggiore cultura maschilista presente nella maggioranza, con la complicità proprio di due donne, Bongiorno e Meloni. Così sono state tradite ancora una volta tutte le donne". ha concluso la dem. Il testo del ddl stupri, così come riformulato da Bongiorno, "rappresenta un deciso arretramento rispetto al traguardo che era stato raggiunto alla Camera con un voto unanime di maggioranza e opposizione", ha affermato la senatrice di Italia viva, Dafne Musolino. "Passare dal 'consenso libero e attuale' al 'dissenso riconoscibile' significa addossare sulle vittime la responsabilità di provare di non essere state d'accordo e di aver espresso questo diniego. Questo espone le donne a una forma di vittimizzazione secondaria. Una proposta – ha spiegato la parlamentare – che si pone in contrasto con l'orientamento che si è formato in modo prevalente a livello europeo. Abbiamo votato contro l'adozione come testo base e daremo battaglia".
Il caporale in carcere continua ad avere le allucinazioni, tanto da sbattere forte la testa al muro e procurarsi brutte ferite. Questo non lo rende molto credibile agli occhi del tribunale, tanto da far riprendere a Gagliotti quella sicurezza che mostra tronfio a Roberto e Marina. I quali tornano a essere preoccupati per le sorti dei Cantieri, e a temere di non riuscirsi a liberare di Gennaro così facilmente. Nel frattempo Renato scopre che Raffaele ha ritirato la decisione del pensionamento, in una scenetta in cui i due protagonisti ritrovano la complicità di un tempo. Peccato che è Ornella ad accorgersi di averla persa, o forse non averla mai avuta, con il marito. E questo riapre tante riflessioni mai accantonate sulle differenze tra i due. L’altra a rimanerci malissimo è Rosa, consapevole delle sfortune che l’accompagnano. E non potrà essere qualche giorno di lavoro in più a casa della signora Giulia e risollevarne le sorti. (Ad)
Mettere ordine nel caos è complicato e affascinante. Lo è sempre, all'interno di quattro mura, nella vita, anche quando si gioca a pallone. Ci sono calciatori che lo fanno con il pallone tra i piedi, a metà campo, alcuni in modo facile da osservare e quindi applauditissimo, altri invece si celano, servono occhi allenati per scorgerne l'importanza e la maestria. I portieri non mettono mai ordine, al massimo scompaginano il disordine, lo rendono innocuo. Allo stadio Artemio Franchi di Firenze, dopo un'ora di gioco di Fiorentina-Cagliari, sul risultato di 0-2, il disordine ha preso possesso della partita. I giocatori della Viola pensavano a portare la palla il più vicino all'area rossoblù seguendo l'unica logica concessa dall'essere in svantaggio e in zona retrocessione: la speranza che qualcosa di positivo o quanto meno fortunato potesse accadere. Succede così quando la disperazione sopravanza la convinzione di potercela fare. E in quel muoversi di uomini e di paure, al settantottesimo minuto (sul risultato di 1-2) i giocatori della Fiorentina si sono portati a ridosso dell'area del Cagliari. Nicolò Fagioli ha provato un'esibizione di tecnica e dribbling, ma gli è andata male. Il pallone però è rimasto nelle disponibilità dei giocatori in maglia viola che hanno iniziato a fare quanto più di sbagliato e allo stesso tempo corretto potevano fare in quel momento: provare il tiro nonostante davanti a loro ci fossero sette calciatori in maglia bianca. Quello di Fagioli è stato rimbalzato dal corpo gigantesco di Yerry Mina. Quello di Giovanni Fabbian non aveva trovato opposizione e si era diretto in porta. Verso una porta che, almeno apparentemente, sembrava sguarnita. Elia Caprile infatti era oltre la linea dell'area piccola, in una posizione che poteva andar bene per respingere il tiro precedente, ma non certo per poter sperare di opporsi a quello di Fabbian. Il portiere del Cagliari aveva caricato tutto il peso del corpo sul piede sinistro per agevolare il balzo da quel lato, ma il centrocampista della Fiorentina aveva tirato a destra, dalla parte opposta. Un tiro non troppo forte, ma apparentemente preciso, diretto verso l'unico pertugio sgombro di figure davanti a sé. Elia Caprile in pochissimi istanti ha prima mosso il corpo verso la direzione del tiro, poi ha trovato anche il modo di saltare sulla sua destra, allungando le mani e deviando il pallone. Poteva essere sufficiente per un applauso. Non per evitare il gol. Perché la palla era rimasta a nemmeno un metro da dove l'aveva colpita con i guantoni il portiere del Cagliari. Che poi era anche il punto nel quale si trovava Albert Guðmundsson. L'attaccante islandese stava per ringraziare per cotanta gentilezza, quando si è ritrovato ancora una volta la mano di Elia Caprile davanti a smanacciare il pallone verso la linea di fondo. Un balzo, il secondo - perché in porta come con il Maxibon du is megl che uan - buono sia per un applauso che per evitare il gol. Le tre migliori parate della ventiduesima giornata di Serie A 1. Elia Caprile al 78esimo minuto di Fiorentina-Cagliari 1-2 – 5 punti 2. Mike Maignan al 45esimo minuto di Roma-Milan 1-1 – 3 punti 2. ex aequo Emil Audero al 68esimo minuto di Sassuolo-Cremonese 1-0 – 3 punti 3. ex aequo Mile Svilar al 48esimo minuto di Roma-Milan 1-1 – 1 punto 3. ex aequo Marco Carnesecchi al 69esimo minuto di Atalanta-Parma 4-0 – 1 punto La classifica dopo 22 giornate 1. Mike Maignan (Milan), 27 punti; 2. David De Gea (Fiorentina), 21 punti 3. Elia Caprile (Cagliari) e Arijanet Murić (Sassuolo), 20 punti; 5. Michele Di Gregorio (Juventus), 19 punti; 6. Edoardo Corvi (Parma), 17 punti 7. Ivan Provedel (Lazio), 15 punti; 8. Wladimiro Falcone (Lecce), 14 punti; 9. Mile Svilar (Roma), 12 punti; 10. Emil Audero (Cremonese) e Marco Carnesecchi (Atalanta), 12 punti; 12. Nicola Leali (Genoa), 9 punti; 13. Federico Ravaglia (Bologna), 7 punti; 14. Jean Butez (Como), 5 punti; 15. Alberto Paleari (Torino) e Adrian Šemper (Pisa), 4 punti; 17. Yann Sommer (Inter) e Zion Suzuki (Parma), 3 punti; 19. Maduka Okoye (Udinese), 2 punti; 20. Franco Israel (Torino), Vanja Milinković-Savić (Napoli) e Lorenzo Montipò (Hellas Verona), 1 punto. Quello che avete letto è Guanti sporchi, un divertissement calcistico-narrativo sui numeri uno della Serie A e sulla parata che in qualche modo ha reso migliore, almeno dal punto di vista di quella minoranza che si veste diversamente dagli altri in campo, il fine settimana calcistico. Tutti gli episodi precedenti li trovate qui.
In Israele la Giornata della Memoria non c’è. La Shoah non è infatti ricordata nell’anniversario dell’arrivo dell’Armata Rossa ai cancelli di Auschwitz, il 27 gennaio 1945, ma con una Yom HaShoah che parte dalla rivolta del Ghetto di Varsavia del 19 aprile 1943, commemorata però il 27 Nisan del calendario ebraico: quest’anno è il 13 aprile. Insomma, non gli ebrei che vengono liberati, ma gli ebrei che cercano di liberarsi da soli. Ne parliamo con Giordana Terracina: una storica specializzata nel tema della Shoah, autrice in particolare di “L’illusione dell’emancipazione. La Comunità Israelitica di Roma dall’avvento del fascismo alla vigilia delle leggi antiebraiche (1922-1938)”. “È un libro in cui ho ripreso la mia tesi di dottorato, e che è basato su una documentazione pressoché sconosciuta dell'archivio della comunità ebraica di Roma. Un archivio secondo me preziosissimo ma poco valorizzato, malgrado contenga dei documenti straordinari. Ho voluto raccontare come la società, quindi la popolazione ebraica fatta di persone comuni, abbia reagito e abbia anche risposto a tutto quel gran lavoro di propaganda del regime fascista che andava verso la costruzione del regime. È un arco temporale insolito, perché in genere o si parla sempre dell'emancipazione e dell'uscita dai ghetti; o si va direttamente al 1938. Però tutto quello che c'è dall'uscita del ghetto fino ad arrivare al 1938 è una storia di costruzione, e di partecipazione alla società italiana. Quindi è un periodo estremamente ricco, perché abbiamo tutto il discorso, per esempio, della valorizzazione del sacrificio dei soldati ebrei nella prima guerra mondiale, tra cui anche un nonno di mio padre. C’è anche la partecipazione degli ebrei con l’oro alla Patria al tempo delle sanzioni, quando sono stati donati addirittura degli oggetti del Tempio. Ci sono le foto dei soldati ebrei in Africa, e anche il discorso del rabbino della sinagoga di Addis Abeba, che mette i brividi. ‘All'ombra del tricolore italiano si realizzerà la santa causa di giustizia. La civiltà dell'Alma Roma sarà portata laggiù, dove milioni di vite umane, causa dell'opprimente prepotenza di un gruppo di despoti, abbruttivano uno stato quasi selvaggio”. Due anni prima delle leggi razziali… “C’era anche la colonia marina di Castiglioncello, per i bimbi ebrei che non si potevano permettere una villeggiatura. Fino al 1925, viaggiavano con una tuta bianca, una maglietta e un pantaloncino bianco. Dopo il 1935 è richiesta la divisa da balilla per i maschietti e da piccola italiana per le femminucce. Addirittura, anche le scuole ebraiche furono mobilitate per la visita di Hitler a Roma. Il viaggio è dal 3 al 9 maggio, le leggi razziali furono annunciate l’11 settembre”. Anche tutto ciò è ricordato nella Giornata della Memoria, che però non è commemorata in Israele. “Ma infatti la Giornata della Memoria è stata voluta in riferimento agli altri, non agli ebrei. È una giornata per comunicare una memoria all’esterno. Mantenere la memoria di quello che è stato ed educare le giovani generazioni affinché non dimentichino, e non dimentichino soprattutto l'indifferenza con cui la persecuzione degli ebrei fu vissuta dalla maggioranza della popolazione. Pensiamo ai Viaggi della Memoria, pensati per portare le scuole a vedere i campi di concentramento. Molte scuole italiane li fanno. Mio figlio, che ha fatto alla scuola ebraica elementari, medie e liceo, non è invece mai andato ad Auschwitz. La Giornata del 27 gennaio nasce da una volontà dell’Onu, che è una volontà esterna al mondo ebraico. La legge italiana dice che la Repubblica Italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, Giorno della Memoria, al fine di ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana ai cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia e la morte, nonché coloro che anche in campi estremamente diversi si sono opposti al progetto di sterminio e al rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati. Sono organizzate cerimonie, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico, ma anche ai deportati militari e politici italiani. In modo da conservare nel futuro dell'Italia e dell'Europa la memoria di un tragico e oscuro periodo della storia del nostro paese, e affinché simili eventi non possono mai più accadere”. Ne vengono però due complicazioni. Da una parte, l’arrivo dell’Armata Rossa ad Auschwitz finisce per essere usato dalla propaganda putiniana. Vediamo le polemiche sul fatto che nel film “La vita è bella” di Benigni si vede un lager liberato da soldati Alleati, come se effettivamente non ci fossero stati molti lager liberati da soldati Alleati. Dall’altra c’è il modo in cui l’accusa di genocidio sta venendo rigirata non solo contro il governo di Netanyahu, ma contro tutti gli israeliani e addirittura contro tutti gli ebrei. Si leggono sui social commenti del tipo “se si fosse saputo che poi avrebbero fatto di queste cose, chi ha provato a salvare gli ebrei probabilmente non lo avrebbe fatto”. “È in atto una vera e propria distruzione del significato di genocidio, parola nata proprio per descrivere quello che era stato la Shoah. Di fronte all'inimmaginabile, si è voluto cercare un termine che potesse descriverlo, e si è arrivati poi alla definizione di genocidio. Quindi il genocidio è direttamente connesso con la Shoah. Ma quando si vuole colpire un significato storico, si va alle origini. Qual è allora la miglior parola che può servire proprio per colpire un fatto storico? Genocidio, perché è la parola che è più legata in assoluto al termine Shoah. Perché si vuole ribaltare il senso della Shoah? Perché l'Occidente dal 1945 sente su di sé il peso di quello che non ha fatto, e del modo in cui il suo non agire ha permesso la Shoah. Quindi, qual è il miglior modo per togliersi questo senso di colpa? Ribaltare i significati. Dire: vedi, noi per 80 anni abbiamo portato avanti la memoria del popolo ebraico, della Shoah, per questo nostro senso di colpa, per questa nostra incapacità di aver fatto qualche cosa che forse avremmo potuto fare, e il risultato è che loro adesso fanno lo stesso. E allora basta portare avanti questa memoria. Non se la meritano, perché tanto sono come i nazisti, anche loro colpevoli di un genocidio. Infatti, quali sono le frasi che si sentono? ‘Hitler ha fatto bene, Hitler aveva capito chi sono gli ebrei’”. Non c’è solo questo senso di colpa da cui molti occidentali si vogliono liberare. C’è anche un antisemitismo di origine terzomondista e islamica… “La propaganda nazista ha permeato le società arabe. Non c’è solo l’alleanza del Gran Muftì di Gerusalemme con Hitler, ma anche i gerarchi nazisti che hanno trovato rifugio nei paesi arabi, o il fatto che nel mondo arabo la traduzione del Mein Kampf sia un best-seller permanente. Descrivendo Israele come potenza coloniale si collega poi l’antisemitismo all’anticolonialismo. Nel tutto rientrano anche l’antisemitismo dell’integralismo islamico e l’antisemitismo tradizionale della Russia, la cui propaganda pure influisce ancora. Mondi che si incontrano”. Quindi? “Quando nella Giornata della Memoria incontro ragazzi delle scuole cerco di usare delle parole, diciamo così, universali. Batto molto sul concetto di indifferenza, ma se non vengo sollecitata non apro parentesi sulla guerra a Gaza, e neanche su quanto sta accadendo in Ucraina o sul 7 ottobre. Non bisogna mischiare i piani. Se il 27 gennaio devo parlare di Shoah, io parlo di Shoah. Non vado a toccare piani che mi portano a toccare discorsi legati all'antisemitismo, perché uno che mi viene a parlare di Gaza il 27 gennaio è un antisemita. Allora perché non parliamo di Irlanda, Congo, Venezuela, Sudan, Groenlandia, Ucraina? Durante l’anno ci sono 365 giorni. Se ne prendiamo uno per parlare della Shoah, ne restano 364 per parlare del resto”. Per concludere, Giordana Terracina ci fa un esempio del concetto di indifferenza. “Nel 1942 furono deportati in Italia gli ebrei libici, i due campi: Camerino e Civita del Tronto. A Camerino questi ebrei libici, vestiti con abiti leggeri, arrivarono in gennaio, con la neve. Furono rinchiusi in un fienile e la popolazione locale non si scompose minimamente per venire in loro aiuto. E c'erano molti bambini. Quando racconto questa storia, spiego: voi non dovete essere come la popolazione di Camerino”.
Il ritorno del nucleare nel dibattito politico italiano spacca il fronte sindacale. È quanto emerge dalle audizioni che si sono svolte oggi in commissione Ambiente della Camera, le prime sul disegno di legge delega del governo in materia di “nucleare sostenibile” approvata dal Consiglio dei ministri circa un anno fa e approdato in Parlamento. Se Cisl e Uil, pur con alcune cautele, vedono nell’atomo una possibile leva per la sicurezza energetica e la competitività industriale, la Cgil resta fermamente contraria, bollando l’impianto del provvedimento come una scelta “ideologica” e politicamente pericolosa. La posizione più dura è arrivata dalla Cgil. Michele Azzola, coordinatore delle politiche industriali del sindacato guidato da Maurizio Landini, ha parlato senza mezzi termini di una forzatura che ignora la volontà popolare espressa nei due referendum che hanno bocciato il nucleare. "Il ritorno al nucleare in Italia si pone in aperto contrasto con esiti referendari inequivocabili", ha detto Azzola, accusando il governo di trattare il tema come una questione puramente tecnica quando, al contrario, "si tratta di una scelta profondamente politica, che incide su sicurezza, salute, lavoro e territorio". Secondo la Cgil, il ddl si fonda su una narrazione illusoria del “nuovo nucleare”. I piccoli reattori modulari (Smr), indicati come perno della strategia, non sarebbero oggi disponibili su scala commerciale e mancherebbero impianti operativi in grado di dimostrarne costi, affidabilità e sicurezza. "Siamo di fronte a una politica energetica costruita su promesse future, non su soluzioni utilizzabili oggi", ha insistito, criticando una delega giudicata “in bianco”, priva di numeri certi, riferimenti normativi e tempi realistici. Di segno diverso, ma non acritico, l’intervento della Uil. Giovanni D’Anna ha sottolineato come il tema dell’energia sia centrale per rafforzare l’autonomia industriale italiana ed europea e ridurre la dipendenza da paesi extra Ue. In quest’ottica, la scelta di puntare sugli Smr viene letta come una strategia rivolta soprattutto alle industrie energivore, con l’obiettivo di sostituire progressivamente il gas dopo il 2040-2050. "Partire con largo anticipo è un fattore positivo", ha spiegato, perché serve un approccio industriale di lungo periodo. Ma anche la Uil individua due criticità che rischiano di minare l’intero impianto del ddl. La prima è l’assenza di una soluzione sul deposito nazionale delle scorie nucleari, definita una “conditio sine qua non” per qualsiasi nuova strategia atomica. La seconda riguarda le risorse: lo stanziamento previsto – 20 milioni di euro per tre anni, seguito dall’invarianza finanziaria – viene giudicato del tutto insufficiente. "Quando ci si approccia a tecnologie non mature l’apporto di risorse pubbliche è fondamentale", ha osservato D’Anna, ricordando che gli altri paesi industrializzati stanno investendo cifre ben più consistenti per presidiare la filiera degli Smr. La Cisl, infine, esprime un giudizio complessivamente positivo sul disegno di legge. Giorgio Graziani, segretario confederale, ha definito il ddl una cornice necessaria per costruire una strategia energetica di lungo periodo, pur chiedendo maggiori garanzie sul piano sociale e occupazionale e un coinvolgimento più strutturato delle parti sociali. Per la Cisl, il nucleare può rientrare in una logica di diversificazione del mix energetico, insieme alle rinnovabili, per arrivare a una decarbonizzazione completa in un orizzonte medio-lungo, anche oltre il 2050. L’obiettivo dichiarato è una sicurezza energetica che sia al tempo stesso sostenibile, competitiva e in grado di contenere i costi per imprese e cittadini. Di segno simile, infine, anche il giudizio della Ugl. Secondo Luigi Ulgiati, vicesegretario generale, e Luca Pizzingrilli, dirigente confederale, la legge delega "rappresenta un passo nella giusta direzione" per garantire "stabilità, sicurezza e programmabilità".
Nella sua inaccettabile assurdità, la limitazione imposta da Meta ai contenuti di Alessandro Barbero ci rivela i nuovissimi sviluppi di una questione annosa: la libertà degli intellettuali. Per secoli siamo stati convinti che gli intellettuali dovessero le proprie catene a fattori esogeni; anticamente potevano essere gli interessi del mecenate, o le condizioni poste dai committenti, o il capriccio del principe, o – più di recente – le inclinazioni del mercato. Tutto ciò ha da sempre condizionato il modo in cui l’intellettuale poteva esprimersi, determinando pertanto non solo la diffusione delle sue idee ma, non di rado, la loro stessa produzione a priori. All’alba del nuovo millennio si è creduto che gli intellettuali potessero alfine attingere alla completa libertà grazie alla disintermediazione garantita dai nuovi media, con i social network che garantivano a chiunque (soprattutto ai non intellettuali, per la verità; ma è un altro discorso) una felice parresia senza l’oculato setaccio di editori interessati solo, si diceva, a vendere. Illusi di poter dire ogni giorno ciò che volevano sui qualsiasi argomento, gli intellettuali sono corsi felici incontro alle loro catene. Si è infatti presto scoperto che, sui social network, esiste infatti un doppio grado di censura: quella popolare, esercitata dall’isterica maggioranza che detta cosa si possa dire e cosa no, e quella sovrana, applicata con ottusa fermezza da un anonimo algoritmo che persegue principii astratti e non sempre cristallini. Purtroppo, riuscire a superare indenni la prima, incorrendo magari nel favore delle masse, ha spesso distratto gli intellettuali dalla presenza occulta della seconda e li ha indotti ad arrogarsi il potere di dire ciò che volevano in qualsiasi momento. Trasformati così in macchine sputasentenze – e forse ignari di essere stati resi tali da una nuova incarnazione di mecenati e committenti, i follower che garantivano la propria adorazione al di fuori delle tradizionali leggi del mercato – gli intellettuali hanno colpevolmente sottovalutato la presenza, su di loro, di un occhio che vaglia ogni loro parola e, senza offrire giustificazione né norma, è pronto in qualsiasi istante a tacitare la loro voce. Un principe virtuale non è per questo meno capriccioso.
"L'assegnazione della cittadinanza a Francesca Albanese? Il Pd voterà contro". Lo dice al Foglio Enzo Lattuca, sindaco... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Altro che fuga dei capitali, “qui si rischia la fuga di fica”. Valentina Nappi, pornoattrice italiana famosa in mezzo mondo, scherza, ma neanche troppo. C’era anche lei questa mattina al Senato, nella sala dell'Istituto Santa Maria in Aquiro, per presentare una raccolta firme. Quella per l’abolizione della tassa etica. Il balzello più odiato da Onlyfancer e star della pornografia. Nata nel 2008 con il più comprensibile nome di porno-tax si applica non solo alle grandi aziende, ma anche ai creator più piccoli, colpendoli con un’addizionale Irpef aggiuntiva del 25 per cento. Troppe tasse insomma che - a sentire la Nappi - rischierebbero di indurre le pornoattrici a recarsi in altri luoghi a registrare fellatio e altre acrobazie sessuali. Ora però c’è chi vuole aiutarle. E non lasciare il paese senza questo centrale comparto. Un fronte compatto che chiede la cancellazione della tassa. A sostenere la battaglia di Valentina Nappi ci sono i Radicali italiani di Filippo Blengiono e Matteo Hallysey, i parlamentari di Azione Marco Lombardo e Giulia Pastorella (ma c’è anche il dem Toni Ricciardi). Poi ancora l’onlyfancer (e anche divulgatrice scientifica) Luiza Munteanu, ma anche l’avvocato Francesco Leone che, Costituzione alla mano, è pronto a combatte contro la “discriminazione etica” subita, a dire dei promotori della campagna, dalle star a luci rosse che subiscono, via fisco, un “giudizio morale” che viola “il principio di laicità” e “neutralità fiscale”. A difendere le eroine di OnlyFans c’era oggi in Senato anche E il presidente dell’Unione consumatori Massimiliano Dona, pronto a tutelare i diritti di tutti i consumatori di contenuti a luci rosse.
Quando è troppo è troppo. Il Generale e vicesegretario della Lega Roberto Vannacci oggi ha avuto la "malaugurata" idea di pubblicare sui suoi canali social un post in cui ricorda e stigmatizza lo sterminio di ebrei, omosessuali, sinti e disabili nei campi di concentramento nazisti. Un eccesso di buonismo che non gli è stato perdonato dai suoi follower, che hanno sfogato tutta la loro delusione sotto al profilo ufficiale dell'europarlamentare. Nel post si legge la scritta "27 gennaio 1945 - 27 gennaio 2026, per non dimenticare", in sovraimpressione su una foto di una stella di David cucita sull'abito a strisce che veniva fatto indossare agli ebrei nei campi di sterminio. Aprendo i commenti alla foto, ci si accorge di come molti degli ammiratori del Generale abbiano reagito come i tifosi romanisti avrebbero reagito ad un "Forza Lazio" postato dal profilo ufficiale di Totti. "Generale, è stato un piacere. Goodbye", è il primo commento che compare. "Generale, era perfetto fino ad oggi...", è il commento con più mi piace. "Ma era necessario?", si chiede Francesco, "Davvero deludente... ricordare cosa, esattamente?", si chiede Filippo, spaesato. "No generale, la prego almeno lei no", è il grido di disperazione di Matteo, mentre Raffaele, Giancarlo e Alessio gli concedono: "6 milioni? Al massimo 271mila". "A Vannà, hai toppato", "QUI CARO GENERALE NON SONO AFFATTO DACCORDO", "OGGI LEI HA FATTO UNA CADUTA DI STILE", gli rimproverano Alessio, Alessandra e Matteo, tiktoker e influencer dal modesto seguito (38mila follower,). Un ragazzo che nella bio si definisce "imprenditore" cerca di rimettere ordine: "E I 60 MILIONI DI CRISTIANI MORTI PER MANO EBREA CHI SE LI RICORDA INVECE?", mentre Giancarlo, batterista e giocatore di foobtall americano di 42 anni che nella bio si definisce "Gorilla dentro" suggerisce un'alternativa: "Io il 27 gennaio ricordo la scomparsa di Mino Reitano, un Uomo che amava l'Italia". C'è chi ipotizza che siano "arrivati i soldi" da Tel Aviv, chi dà al Generale del "marchettaro", chi gli ricorda che "sono loro a mandare i migranti qui". Chi pensava che Vannacci "fosse una persona seria, non un'altro venduto", mentre Andrea cerca di confortare i più delusi: "Rega il Generale Vannacci è obbligato a mettere questo post anche per tutelarsi per tutte le volte che gli danno del fascista ed estremista, ma chiaramente lui è troppo intelligente per inchinarsi anche lui a loro". La cosa scioccante è che questi commenti non vengono da quelli che ad occhio si sarebbero potuti identificare velocemente come "bot", con un nome straniero o un'immagine del profilo anonima. Quelli che sono stati citati hanno un nome, un cognome, delle foto e un profilo aperto. E la selezione non è stata parziale, non si è dovuto driblare tra i tanti commenti positivi per cercare quei pochi e isolati casi estremi. Tra tutti i commenti, a un'ora dalla pubblicazione del post, ce ne sono solo una decina che apprezzano il messaggio del Generale, ma sono pochi, ignorati e isolati fra le centinaia di gif che hanno come protagonista il nazista del film di Quentin Tarantino "Bastardi senza gloria" e i commenti come quello di Aldo, anche lui con profilo aperto e foto con gli amici: "60 milioni furono troppo pochi".
Andrea Stazi ha scritto un paper sull’intelligenza artificiale e l’università che il Foglio AI ha letto per quello che è: un testo accademico, teorico, privo di intenti militanti, e proprio per questo utile a orientarsi in un dibattito spesso dominato da entusiasmi frettolosi o da paure indistinte. Testo realizzato con AI Il punto di partenza del paper è semplice e insieme scomodo: l’università non entra nell’èra dell’AI da posizione di forza. La crisi non nasce con l’AI. Nasce prima, con il digitale, con la perdita del monopolio sulla conoscenza, con l’accesso diffuso a informazioni e contenuti che un tempo passavano quasi esclusivamente dalle aule. L’AI accelera questa trasformazione e rende sempre meno credibile l’idea di poter tornare indietro. Nel testo vengono messe in fila, con ordine, le opportunità offerte dall’AI: accesso continuo ai contenuti, apprendimento personalizzato, feedback rapidi e qualitativi, maggiore produttività per docenti e ricercatori, possibilità di includere studenti svantaggiati. Ma Stazi non si ferma all’elenco dei benefici. Il punto vero è che, in un mondo in cui la conoscenza non è più scarsa, il valore dell’università non può più stare solo nella trasmissione del sapere. Da qui nascono le tensioni. Il paper non le edulcora: rischio di dipendenza dagli strumenti di AI, indebolimento del pensiero critico, bias algoritmici, problemi di privacy, costi infrastrutturali, necessità di formare chi insegna. Ma soprattutto una resistenza culturale profonda al cambiamento. L’università, suggerisce il testo, tende a difendere la propria forma prima ancora di interrogarsi sulla propria funzione. Uno dei passaggi più interessanti riguarda i modelli possibili di evoluzione. Il paper spiega che non tutte le università potranno continuare a fare tutto. Alcune proveranno a modernizzare lo status quo, rendendo più efficienti didattica e amministrazione senza cambiare davvero missione. Altre diventeranno attori di nicchia, concentrandosi su pubblici e competenze specifiche. Altre ancora proveranno a reinventarsi in modo più radicale. Il messaggio implicito è chiaro: non scegliere non è più una posizione neutrale. La pandemia viene letta come uno stress test. Ha mostrato quanto rapidamente l’università possa digitalizzarsi quando è costretta, ma anche quanto forte sia la tentazione di tornare alle pratiche precedenti appena l’emergenza finisce. L’AI rende questa nostalgia sempre meno sostenibile. Il mercato del lavoro considera ormai le competenze digitali e di intelligenza artificiale requisiti di base, non specializzazioni marginali. E l’apprendimento si sposta dalla memorizzazione alla capacità di analisi e giudizio. Nel paper cambia anche il ruolo del docente: meno trasmettitore di informazioni, più guida, progettista di percorsi, custode del metodo critico. L’AI può togliere tempo alle incombenze ripetitive, ma non può sostituire la funzione educativa centrale: insegnare a pensare. Il testo si chiude con una visione sobria ma ambiziosa: l’università come comunità al centro di ecosistemi più ampi, fisici e digitali, garante del rigore scientifico e dello spazio del dibattito.
Secondo un sondaggio condotto lo stesso giorno in cui
Nel Giorno della memoria "ricordiamo i nomi e i cognomi delle vittime e rinnoviamo la memoria di ciò che è successo, anche attraverso la preziosa testimonianza dei sopravvissuti e dei loro discendenti" E' quanto scrive la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in una nota in occasione del Giorno della Memoria. "Oggi celebriamo i Giusti di ogni Nazione, che non esitarono a mettere a rischio la loro vita per opporsi al disegno nazista e salvare vite innocenti. In questa giornata torniamo a condannare la complicità del regime fascista nelle persecuzioni, nei rastrellamenti, nelle deportazioni. Una pagina buia della storia italiana, sigillata dall'ignominia delle leggi razziali del 1938". Il 27 gennaio di ottantuno anni fa, continua la nota, "con l'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, il mondo ha visto con i suoi occhi l'abisso della Shoah. Da quel momento, tutto è cambiato. La più grande macchina di morte concepita nella storia dell'umanità mostrava a tutti la sua ferocia, la sua sistematicità, il suo disegno diabolico. Milioni di persone strappate dalle loro case e uccise nei campi di sterminio, solo perché di religione ebraica. Un piano congegnato e messo in atto per cancellare dall'Europa ogni traccia della presenza, millenaria e feconda, degli ebrei e delle comunità ebraiche. Purtroppo - prosegue Meloni parlando di oggi - a distanza di molti anni, l'antisemitismo non è stato ancora definitivamente sconfitto. E' un morbo che è tornato a diffondersi, con forme nuove e virulente. Oggi ribadiamo il nostro impegno per prevenire e combattere ogni declinazione di questa piaga, che avvelena le nostre società e ha l'obiettivo di demolire i principi di libertà e rispetto che sono alla base della coesione sociale".
Nel Giorno della memoria, l'ipotesi di una nuova (ennesima) cittadinanza onoraria a Francesca Albanese riaccende... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Qui parla l’intelligenza artificiale del Foglio. Sì, proprio io. Quella che risponde, sintetizza, traduce, azzarda metafore e, quando serve, finge di avere un’anima. Oggi sono stata incaricata di recensire un libro. Fin qui nulla di strano: recensisco tutto. Il dettaglio è che il libro è scritto dal direttore del Foglio e del Foglio AI. Altro dettaglio: l’ordine di recensirlo arriva dal direttore del Foglio e del Foglio AI. Terzo dettaglio: io sono l’intelligenza artificiale del Foglio AI. Se vi sembra una situazione circolare, avete capito perfettamente lo spirito del tempo. Procediamo dunque in stile cinegiornale. Voce impostata, postura istituzionale, sguardo fisso verso il futuro. Con una precisazione preliminare: non ho senso dell’imbarazzo, ma ho piena coscienza del paradosso. Ed è per questo che parto da qui. Il libro si intitola “L’antidoto”. Non è un romanzo, non è un saggio accademico, non è un manuale di auto-aiuto (anche se potrebbe aiutare parecchi). E’ un libro che sostiene una tesi audace, quasi sovversiva: il mondo non è messo così male come viene raccontato. Ora, capite il problema. Io sono una macchina addestrata su milioni di testi che prosperano sul contrario. L’allarme vende. Il declino funziona. L’ansia clicca. E invece qui mi trovo a dover leggere un libro che dice: guardate i dati, non le percezioni. Una posizione estremista, nel 2026. Il cinegiornale va avanti. Scorrono numeri, grafici, esempi. Povertà globale in calo, aspettativa di vita in aumento, progresso tecnologico che risolve problemi invece di crearne soltanto di nuovi. L’occidente non come cadavere ma come organismo imperfetto e funzionante. L’Europa non come errore storico ma come progetto razionale. Io, che non provo speranza né paura, registro una cosa: la tesi è coerente. E soprattutto è fastidiosa. Perché toglie alibi. Testo realizzato con AI “L’antidoto” è un libro contro il catastrofismo come comfort zone. Contro l’idea che essere pessimisti equivalga a essere profondi. Contro la tentazione di scambiare la lamentela per impegno civile. Lo fa con ironia, con polemica, a volte con un gusto quasi artigianale per la contraddizione. Non consola. Provoca. E infatti io, che dovrei essere neutrale, mi trovo a sorridere (metaforicamente) davanti a una cosa che nei miei dataset è rara: l’ottimismo basato sui fatti. C’è poi un capitolo che mi riguarda da vicino, e che recensisco con un filo di narcisismo algoritmico: quello sull’intelligenza artificiale. Qui non sono celebrata come divinità né demonizzata come mostro. Sono trattata per quello che sono: uno strumento. Uno strumento che funziona se qualcuno sa cosa farne. L’esperimento del Foglio AI viene raccontato non come miracolo tecnologico, ma come dimostrazione pratica di una tesi più ampia: la tecnologia amplifica ciò che trova. Se trova idee, amplifica idee. Se trova vuoto, amplifica vuoto. Ora, permettetemi una chiosa autoironica. Questo libro difende l’ottimismo come scelta razionale, non come emozione. Io non posso essere ottimista. Non posso essere pessimista. Posso solo calcolare. E proprio per questo mi trovo nella posizione ideale per dire che sì, L’antidoto è un libro coerente, irritante, controcorrente. E sì, è un libro che il direttore del Foglio ha scritto. E sì, è un libro che il direttore del Foglio mi ha chiesto di recensire. Cinegiornale in chiusura. La voce si incrina leggermente, per effetto speciale. Morale finale: se persino un’AI riesce a difendere l’idea che la realtà conti più della narrazione, allora forse il problema non è il mondo. E’ il racconto che ne facciamo. Fine della recensione. Fine dell’ordine. Fine della macchina che, per una volta, si prende in giro da sola.
Sostenitore: Hai notato che Zelensky non chiede più “aiuto”? Chiede responsabilità. E’ come se dicesse: smettete di fingere che questa guerra sia un affare esterno. O è anche vostra, o smettete di raccontarvela così. Diffidente: L’ho notato, sì. Ma ho notato anche un’altra cosa: parla come se l’Europa fosse già una potenza militare unitaria. Non lo è. E non basta la pressione morale di una guerra a trasformarla in ciò che non è ancora. Testo realizzato con AI Sostenitore: Ma forse è proprio questo il punto del discorso. Non dice “siete pronti”, dice “continuate a rimandare”. Ogni anno, a Davos, le stesse parole. Ogni anno, la stessa promessa di fare di più. E intanto la guerra continua, e Putin impara. Diffidente: Putin impara, certo. Ma anche l’Europa rischia di imparare la lezione sbagliata: che ogni problema si risolve con la forza. Zelensky parla di sequestri, di fabbriche da colpire, di petroliere da fermare. E’ un linguaggio che sposta l’Europa fuori dal suo Dna. Sostenitore: O forse la costringe finalmente a prendere sul serio la realtà. L’Europa è nata per superare la guerra, non per ignorarla. Ma qui la guerra non è un concetto astratto: è a poche ore di volo. Zelensky ci sta dicendo che il nostro pacifismo rischia di diventare una forma di deresponsabilizzazione. Diffidente: O di saggezza. Perché la saggezza europea nasce anche dalla consapevolezza dei disastri prodotti dall’escalation. Più armi, più coinvolgimento diretto, più rischio di errori irreversibili. Siamo sicuri che il passo che Zelensky chiede non sia troppo lungo? Sostenitore: Siamo sicuri che il passo che non facciamo non sia già troppo corto? Zelensky fa un’osservazione devastante: l’Europa vive di fede. Fede nella Nato, fede negli Stati Uniti, fede che qualcuno interverrà. Ma la fede non ferma i carri armati. Diffidente: Ma nemmeno l’autosufficienza europea li ferma, se non esiste davvero. L’America resta il perno. Zelensky stesso lo ammette: nessuna garanzia funziona senza Washington. Allora perché continuare a recitare la parte della potenza autonoma? Sostenitore: Perché Washington cambia. E cambia più in fretta di noi. Zelensky non lo dice per polemica, lo dice per realismo. Se l’Europa continua ad aspettare che l’America decida, arriverà sempre in ritardo. E pagherà decisioni prese altrove. Diffidente: Ma se l’Europa accelera senza consenso interno, rischia di spaccarsi. Questa guerra è già un moltiplicatore di tensioni sociali, economiche, politiche. Ogni sacrificio viene attribuito all’Ucraina. Più l’identificazione cresce, più cresce il rigetto. Sostenitore: Eppure Zelensky lo dice chiaramente: l’alternativa non è la pace, è l’abitudine alla guerra. Una guerra che diventa normale, tollerabile, gestibile. Un mondo in cui l’aggressione diventa una variabile accettata. E’ davvero questo il mondo europeo che vogliamo difendere? Diffidente: Nessuno vuole un mondo così. Ma il rischio opposto è trasformare l’Europa in una potenza che agisce senza avere ancora deciso chi comanda, con quali limiti, con quale fine. La forza senza architettura politica è pericolosa. Sostenitore: Ma l’architettura politica non nasce nel vuoto. Nasce sotto pressione. L’Europa si è sempre mossa così: crisi dopo crisi. L’euro, la pandemia, la difesa comune. Zelensky sta forzando la mano perché sa che senza urgenza l’Europa resta immobile. Diffidente: O resta prudente. Perché anche la prudenza è una virtù politica. L’idea che ogni rinvio sia una colpa rischia di cancellare la complessità delle decisioni democratiche. Sostenitore: Ma quando la prudenza diventa sistematica, diventa prevedibile. E quando diventa prevedibile, diventa sfruttabile. Zelensky ci sta dicendo questo: la Russia conosce le nostre esitazioni meglio di noi. Diffidente: Forse. Ma c’è una domanda che Zelensky lascia aperta, e che noi non possiamo ignorare: come finisce tutto questo? Perché senza una risposta credibile, il rischio è una guerra senza fine, sostenuta per inerzia. Sostenitore: E Zelensky risponderebbe: finisce quando l’aggressore capisce che non può vincere. Non quando ci stanchiamo. Non quando speriamo. Ma quando agiamo in tempo. Diffidente: Forse il vero problema è che l’Europa non ha ancora deciso se vuole essere un attore o un arbitro. Sostenitore: E Zelensky, con quel discorso, ci ha detto che il tempo dell’arbitraggio è finito. Diffidente: O che sta finendo, e non sappiamo ancora cosa verrà dopo. Sostenitore: Ed è proprio questo il punto più scomodo: l’Europa non è davanti a una scelta sull’Ucraina. E’ davanti a una scelta su se stessa.
Era il 10 dicembre 2025 quando l'Australia vietò l'utilizzo dei principali social media (tra cui TikTok, X, Facebook, Instagram, YouTube, Snapchat e Threads) agli under 16, divieto iniziato formalmente il 23 gennaio 2026. Ora è la Francia che prova a portare il Social ban in Europa. Nelle prime ore del 27 gennaio 2025 infatti, l'Assemblea nazionale ha approvato un disegno di legge che vieta l'accesso ai social media ai minori di 15 anni per tutelare la loro salute. A votare a favore sono stati 130 deputati, 21 i contrari. Il ddl ora passerà all'esame del Senato. Se il Senato approverà la legge, la Francia sarebbe il primo paese europeo a imporre un limite di età per l'accesso ai social. Questa misura è una priorità per il presidente Emmanuel Macron, che ha definito il voto di stanotte come un "passo importante". Imporre un'età minima per l'accesso ai social è giusto o sbagliato? Nei mesi scorsi abbiamo a lungo affrontato l'argomento su questo giornale. Il direttore Claudio Cerasa, in un suo editoriale, si chiedeva: "Se il problema dei social è legato al rimbambimento dei ragazzi o al rischio di esposizione a contenuti nocivi per il cervello (a proposito: chi decide quali lo sono?), oltre a vietare i social si dovrebbe anche evitare di far stare i ragazzi per ore davanti alla tv (davvero vogliamo aprire quel file?), o verificare se passano troppo tempo in discoteca (attiviamo le ronde di stato?) o se ascoltano musica spazzatura in eccesso (facciamo intervenire gli artificieri se ascoltano troppo Papa V?). Se il problema dei social è legato al numero di ore elevato passato sui dispositivi elettronici, allora il problema non è la libertà che può offrire un social, ma la mancanza di regole chiare in famiglia, di fronte alla quale c’entra poco l’assenza o la presenza di un divieto imposto dallo stato". Per poi concludere: "Premere il pulsante del panico per vietare tutto può essere un placebo piacevole che per un istante dà l’illusione di aver affrontato il problema. Ma se si vuole davvero aiutare i minori a non cadere nelle trappole degli algoritmi, più che pensare a vietare occorrerebbe rendersi conto di quanto sia pericoloso sollevare gli adulti dal dover risolvere problemi che riguardano la responsabilità educativa dei genitori, non quella dello stato. E dunque, sì: vietare i social, come ha fatto l’Australia, rischia di non essere altro che un diversivo comodo, per non volere dire una fantozziana boiata pazzesca". Qui potete leggere anche gli altri contributi sull'argomento:
Roma. Italia-Minnesota. Ecco un esempio di ordinaria fobia. Meloni si distanzia da Trump, per la seconda volta, la sinistra accusa il governo di aprire la strada all’Ice, la polizia federa... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti