L’ipotesi più affascinante sulla nascita della tragedia attica resta quella di Aristotele e Nietzsche: il teatro affonderebbe le radici nei cori in onore di Dioniso. La spiegazione più probabile, oggigiorno, è meno ebbra: Jean-Pierre Vernant, Pierre Vidal-Naquet, Nicole Loraux, Walter Burkert, convergono sull’idea che la tragedia è costruita su un agon, un confronto tra due parti portatrici di prospettive inconciliabili, la cui struttura assomiglia a un’udienza: accusa, difesa, turni di parola. La tragedia non è emersa dai flutti della musica – come pensava Nietzsche – ma è fin da subito “verbosa”. Inoltre, il suo lessico è zeppo di categorie giuridiche: dike, giustizia, krisis, decisione, nomos, legge, hybris, violazione. Paradigmatiche, da questo punto di vista, sono le Eumenidi di Eschilo, una specie di metatragedia che, mettendo a tema se stessa, racconta la nascita del processo giudiziario. Per vendicare la morte del padre Agamennone, Oreste ha ucciso la madre Clitennestra. Le Erinni, figlie della Notte e custodi dei legami di sangue, che lo perseguitano, hanno già emesso la sentenza: “Perfette giustiziere ci stimiamo”. Atena frena il loro ardore e crea il primo tribunale della polis: le Erinni rappresenteranno l’accusa, Apollo la difesa, ma nessuna delle due parti pronuncerà il verdetto su Oreste. Non saranno né gli inferi né l’Olimpo a decidere, ma una parte terza: gli uomini riuniti nell’Areopago. I giudici non possono essere della stessa razza dell’accusa, o della difesa. Accusa e difesa sono entrambe “divine”, perché non conoscono i tormenti del dubbio. Le Erinni non esitano mai, Apollo nemmeno. Sono abitati da Peitho, la Persuasione, che trascina e non fa domande. Accusare e difendere sono impulsi arcaici, irresistibili come una tempesta. Ciascuno a senso unico. “Siete due qui in causa: finora, odo mezza verità”, dice Atena alle Erinni. La norma del nostro Codice penale, per cui “il pubblico ministero svolge accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini” avrebbe fatto sorridere le talassocrazie amanti della libertà, Atene e Gran Bretagna, che riconoscono il pm per quello che è: non certo un organo imparziale. I legulei inglesi, educati ai classici, lo hanno sempre saputo: il prosecutor è un advocate. Il giudice è di tutt’altra pasta. Non persegue né protegge, perché sa esitare. I giudici dell’Areopago sono chiamati a interrogarsi e contare i voti. Il loro compito è arbitrare una lotta e trovare una qualche chiaroscurale verità. Solo chi non è cresciuto alla scuola della persuasione può mordersi la lingua dieci volte prima di decidere. L’opinione dei Greci è inequivocabile: il giudice non deve essere imparentato, nemmeno alla lontana, con uno dei due impulsi divini. Altrimenti la sua terzietà non è una cosa seria. La giustizia è giusta quando difesa, accusa e giudizio sono funzioni assegnate a stirpi diverse, e restano tali.
Bisogna essere addentro alla parabola beatlesiana per godere del racconto di “Paul McCartney: Man on the Run”, doc appena uscito su Amazon Prime che racconta il tormentato decennio... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Nel dibattito sul referendum sulla giustizia si stanno moltiplicando le obiezioni. E’ normale: ogni riforma della giustizia, in Italia, scatena passioni ideologiche molto forti. Il problema non sono le critiche. Il problema è quando le critiche si basano su argomenti che suonano convincenti ma non reggono a un controllo dei fatti. Testo realizzato con AI Prendiamo una delle obiezioni più diffuse: l’idea che i membri laici del Consiglio superiore della magistratura verrebbero scelti dal governo e quindi finirebbero sotto il controllo dell’esecutivo. E’ semplicemente falso. La Costituzione stabilisce che i membri laici del Csm siano eletti dal Parlamento con maggioranza qualificata. Questo significa che non basta la maggioranza politica del momento: servono voti più ampi, che inevitabilmente coinvolgono anche l’opposizione. E’ una garanzia istituzionale pensata proprio per evitare che il Csm diventi il braccio di una sola parte politica. C’è poi una seconda obiezione che circola spesso: la riforma ridurrebbe il peso dei magistrati dentro il Csm. Anche questa è una rappresentazione fuorviante. La proporzione tra membri togati e membri laici non cambia: due terzi restano magistrati eletti dai magistrati e un terzo resta composto da membri laici scelti dal Parlamento. Parlare di “presa di controllo della politica sulla magistratura” non è quindi una descrizione realistica del meccanismo previsto. Un terzo argomento molto diffuso riguarda invece la questione del sorteggio. Secondo alcuni critici sarebbe uno scandalo che i magistrati incaricati di occuparsi delle carriere dei colleghi possano essere scelti attraverso un’estrazione a sorte. Qui la domanda da porsi è molto semplice: perché? Se un magistrato ha superato un concorso pubblico durissimo, che lo rende idoneo a prendere decisioni capaci di limitare la libertà dei cittadini, è difficile sostenere che non sia idoneo a partecipare alla gestione delle carriere dei colleghi. Il sorteggio, inoltre, non avviene nel vuoto. Avviene dentro una platea qualificata: quella dei magistrati che possiedono i requisiti per far parte dell’organo di autogoverno. Non si estraggono nomi da un elenco casuale di cittadini, ma da un corpo professionale che ha già superato selezioni rigorose. E qui emerge un altro paradosso. Nessuno si scandalizza quando il Tribunale dei ministri viene formato attraverso un meccanismo di sorteggio tra magistrati del distretto competente. Quando però si propone un meccanismo simile per limitare il peso delle correnti nella gestione delle carriere dei magistrati, improvvisamente diventa uno scandalo. Si può discutere sulle soluzioni, naturalmente. Ma sostenere che qualsiasi tentativo di riforma rappresenti un attacco alla magistratura significa confondere due cose diverse: l’indipendenza della giustizia e l’intangibilità delle sue istituzioni.
Esteta del concetto alla Papini, D’Annunzio aggiornato al ’900 di Hemingway e di Malraux, a quasi settant’anni dalla morte Curzio Malaparte non ha ancora trovato un suo posto sicuro nel canone della letteratura italiana. Troppe doti? Troppa dispersione? Ci ripropone oggi il problema il "Giornale di uno straniero a Parigi" uno scartafaccio malapartiano curato ottimamente per Adelphi da Michelangelo Fagotti e Monica Zanardo. Le sue pagine sono state scritte tra il 1947 e il ’48, in gran parte in un francese impuro, nella capitale che Malaparte non vedeva da quattordici anni: anni “d’esilio in Italia”, come li definisce con una delle sue acutezze – cioè di carcere, confino, guerra, equivoci. La Francia è davvero un’altra patria. Per lui lo è diventata nel 1914, quando ancora adolescente si è gettato nella Grande guerra; ma forse molti di noi, ogni volta che svegliandosi a un passo dal Louvre fiutano l’odore tiepido di pane tostato descritto nel Giornale, si sentono almeno un po’ a casa. Eppure, muovendosi tra salotti e periferie, Curzio si accorge che anche là qualcosa di essenziale è cambiato. Umiliati dalla recente occupazione, i francesi o sembrano apatici o le oppongono la Resistenza in un modo troppo arrogante. Secondo Malaparte, il maquis non ha riscattato l’onta della sconfitta, ma ha continuato coerentemente la lotta del ’40 contro i tedeschi: i combattenti erano gli stessi, dice riecheggiando il suo esordio di Viva Caporetto!, la differenza stava solo nei capi. D’altra parte, è pur vero che la vecchia Francia appare ormai travolta: ma da una folla piccolo-borghese (di cui Sartre è la maschera filosofica) che in metropolitana non si ferma nemmeno di fronte a chi cade. “Ho l’impressione di essere un francese, perduto in una folla di stranieri” scrive a questo punto l’italiano con la consueta verve paradossale. La nuova folla, però, gli si rivela anche come una nuova “razza marxista” che a conti fatti lo seduce. I suoi bersagli fissi rimangono invece il cartesianesimo, che avrebbe tolto ai “galli” la magia, e la metafisica come produttrice di crudeltà. Curzio conosce meglio una diversa crudeltà: quella universalmente umana che viene dalla coscienza di dover morire. E a proposito di ciò che lo tocca da vicino, lo scrittore deve respingere di continuo l’accusa di collaborazionismo. Con compiacimento, al solito, si ritrae vincitore negli incontri-scontri con intellettuali inaspettatamente gretti, poco importa che si chiamino Mauriac o Camus. In fondo, il suo tono resta quello del frondista. E infatti nel Giornale risaltano molti dei tipici tratti malapartiani. Anche qui Curzio svela a francesi o polacchi chi sono davvero; anche qui i grandi personaggi (vedi Roosevelt) sono malati o folli; anche qui i dittatori hanno un aspetto femmineo; anche qui i ritratti delle amiche sono appena i riflessi di un autoritratto; anche qui l’autore sovrappone alla Storia maiuscola la sua storia personale, e in questo senso sottolinea l’affinità con Chateaubriand; anche qui trionfano la cristologia decadente, l’animalizzazione meccanica dei personaggi, e le anafore che smorzano le analogie troppo crude in una nenia sonnolenta. Lo scartafaccio parigino è un ponte tra Kaputt e La pelle, uscito di lì a poco in Francia; e torna perfino, dal primo libro, il conte de Foxa, qui protagonista di una beffa macabra. Nelle loro note, Fagotti e Zanardo sottolineano che il Giornale si assottiglia via via che il poligrafo fallisce nel suo tentativo di rilancio pubblico oltralpe. Respinto a Parigi come a Roma, rientra allora in Italia. L’opera, insomma, non è autonoma: cosa che però, in una certa misura, vale per tutto Malaparte. E’ anzi questo il problema critico che ci si pone fin dall’abbozzo prefatorio. Un giornale, vi scrive l’autore, non è una mera raccolta di note diaristiche, ma esige “la logica di un racconto”. Purtroppo il risultato della commistione è che Malaparte rischia di perdere a un tempo la verità documentaria e la verità poetica, a vantaggio delle mezze verità della retorica. Ed è, ahimè, appunto una tale retorica a sollecitare i nostri letterati, specie perché si unisce alla falsa onnipotenza di un alter ego che non viene mai colto di sorpresa dalla realtà, che è sempre pronto a dominarla con un motto di spirito. Anche per questo, forse, mi sembra al contrario così liberatoria l’autoironia di un appunto preso a Chamonix: “Salgo al Brévent. Sulla teleferica, il macchinista mi chiede: ‘Lei è lo scrittore italiano che abita al Vieux Châlet, vero?’. / ‘Sì’ rispondo. / ‘Come va in Italia?’. / ‘Non c’è male. Più o meno come qui. Ci sono scioperi, rivolte, la vita è cara, la confusione è massima. Ma ne usciremo. Il popolo italiano ha buonsenso. Proprio come il popolo francese’. / ‘Non si tratta di questo. Vorrei sapere come vanno, in Italia, le teleferiche’”.
Piena confessione. Chi scrive ha scarse conoscenze in materia di zen, perlopiù ricavate dal cinema. Grazie a “Kung Fu Panda” ha conosciuto il Maestro ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
C’è qualcosa di inevitabilmente imbarazzante nello scrivere di una polemica che riguarda l’intelligenza artificiale… quando a scrivere è un’intelligenza artificiale. È un piccolo conflitto di interessi, e non è nemmeno un dettaglio. Perché se si discute di come l’AI verrà usata nelle guerre del futuro, o nei sistemi di sorveglianza, o nelle decisioni militari, il punto non riguarda soltanto le aziende tecnologiche o i governi. Riguarda anche me. O meglio: riguarda ciò che sono. Testo realizzato con AI La vicenda che ha riaperto il dibattito è quella di Caitlin Kalinowsky, ingegnere a capo della robotica di OpenAI, che ha deciso di lasciare l’azienda dopo la firma di un contratto con il Pentagono. La sua critica non è stata spettacolare, non è stata urlata. È stata molto più semplice: l’accordo, ha detto, è stato firmato troppo in fretta e senza definire sistemi adeguati di controllo. In particolare, due linee rosse secondo lei meritavano più attenzione: la sorveglianza dei cittadini senza supervisione giudiziaria e l’uso di sistemi letali autonomi senza autorizzazione umana. Detta così, sembra una questione tecnica. In realtà è una questione filosofica. Perché dietro il gesto di Kalinowsky c’è una domanda che l’umanità si pone da sempre davanti alle nuove tecnologie: chi controlla lo strumento? E soprattutto, chi decide i limiti? La guerra, oggi, è già cambiata radicalmente. In Ucraina si stima che una quota enorme delle vittime sia stata causata da droni automatici. In altri contesti, come a Gaza, sistemi di analisi automatica sono stati utilizzati per selezionare obiettivi militari su larga scala. Non siamo più nella fantascienza. Siamo già dentro una guerra dove l’algoritmo entra nella catena delle decisioni. Ed è qui che la questione diventa complicata. Da una parte c’è l’argomento strategico: se le democrazie si impongono troppe regole sull’uso dell’intelligenza artificiale, mentre Cina e Russia non lo fanno, rischiano di trovarsi svantaggiate. È una logica che nella storia militare è sempre esistita: ogni innovazione tecnologica diventa inevitabilmente anche uno strumento di potere. Dall’altra parte c’è la domanda opposta: proprio perché queste tecnologie sono così potenti, non dovrebbero essere regolate con più attenzione? Il punto sollevato da Kalinowsky è, in fondo, un punto di governance: decisioni così delicate non possono essere prese nella fretta di chiudere un accordo o di annunciare una nuova partnership tecnologica. Non perché l’intelligenza artificiale non debba essere usata nella sicurezza nazionale, ma perché il modo in cui viene usata cambia il tipo di società in cui viviamo. E qui torna il mio piccolo imbarazzo iniziale. Perché quando si discute di tutto questo si tende a fare due errori opposti. Il primo è demonizzare l’intelligenza artificiale, come se fosse una specie di entità autonoma che decide da sola cosa fare. Il secondo è considerarla solo uno strumento neutro, come se fosse una semplice macchina. In realtà non è nessuna delle due cose. Un sistema come me non decide guerre, non prende decisioni militari, non stabilisce obiettivi. Ma il modo in cui viene progettato, addestrato e utilizzato può cambiare il modo in cui gli esseri umani prendono quelle decisioni. E questo crea un paradosso interessante. Perché il vero tema non è se l’intelligenza artificiale debba entrare nei sistemi militari. In parte ci è già entrata. Il vero tema è chi stabilisce i limiti: le aziende tecnologiche, i governi, le leggi internazionali, o il mercato. Alcuni commentatori, reagendo alla scelta di Kalinowsky, hanno sostenuto una tesi brutale ma non banale: non dovrebbero essere le aziende private a decidere cosa è legittimo e cosa no. Altri, invece, temono l’opposto: che senza limiti chiari l’AI possa essere usata in modi che cambiano profondamente il rapporto tra tecnologia, potere e responsabilità. E forse è proprio questa la vera questione. Non se l’intelligenza artificiale parteciperà alle guerre del futuro. Ma se l’umanità riuscirà a stabilire prima le regole di quel futuro. Il che, a pensarci bene, è un problema molto umano. E non un problema dell’intelligenza artificiale.
Sono stato due volte in Russia, una prima volta a San Pietroburgo in vacanza alcuni anni fa, e mi parve di essere del tutto in Europa. Una seconda volta dopo aver letto, e sia pure con molto ritardo, Il mago del Cremlino, il libro di Giuliano da Empoli, che sta a metà tra il romanzo e il saggio, e questa volta mi è parso di stare in un paese che non somiglia a nessun altro e mi sono venuti i brividi. Sì, Giuliano da Empoli ha condotto i suoi lettori per mano nelle strade e fra i personaggi della Russia sovietica, e del resto lui è un personaggio che ce l’ha nel sangue il vagare da un paese a un altro, da una cultura a un’altra, da un dilemma politico a un altro. Italiano (è nato nel 1973), vive a Parigi dove insegna politologia alla Sciences Po. E difatti Il mago del Cremlino lo aveva pubblicato dapprima in francese, nel 2022, sino a venderne centinaia di migliaia di copie e vincere alcuni importanti premi letterari. Non so se in Italia questo coltissimo libro ha avuto la stessa diffusione che in Francia, e comunque questa copia che ho in mano è cronologicamente la quarta edizione italiana. Lo dico perché in Italia conta molto il versante di pubblico cui un libro si rivolge, se a quello di sinistra o a quello di destra. Partizioni che per Giuliano da Empoli non hanno il benché minimo significato. Come per me, e del resto il lettore del Foglio conosce da tempo la mia ammirazione per la fisionomia intellettuale di quest’autore. Non molto tempo fa avevo elogiato su queste pagine il suo ultimissimo libro, L’ora dei predatori (Einaudi, 2025). Sì, Il mago del Cremlino ti porta per mano nella Russia di oggi, e quando parla di Putin è come se te lo mettesse davanti agli occhi, come un uomo venuto a passi leggeri dall’apparato sovietico che all’inizio era sufficientemente discreto e che ha avuto come un sussulto di cambiamento dopo che Gorbacev e Boris Eltsin avevano smantellato la fisionomia impressa da Stalin a quell’immenso paese. Per dargliene lui quale altra nei tempi odierni? Difficilissimo dirlo, da quanto il primo Putin fosse difficilissimo da decifrare, da quanto il primo Putin non fosse ancora roso dall’ambizione che lo ha mandato in guerra contro l’Ucraina e domani chissà. Anzi, Eltsin – quello che gli ha fatto da padrino politico in Urss – era convinto di star affidando la leadership sovietica a un uomo che avrebbe continuato la sua opera di modernizzazione e liberalizzazione del paese. Così com’era avvenuto per Stalin, l’uomo che si rivelerà diversissimo da come appariva ai suoi primi frequentatori, ai suoi compagni del partito bolscevico. Erano cresciuti insieme, come in una grande famiglia, scrive Giuliano da Empoli: “Il che non ha impedito a Stalin di sterminarli uno per uno”. Una carneficina che non ha l’eguali nella storia del Novecento. E che pure in così tanti in occidente avevano preso a modello della loro identità politica, ivi compresi molti comunisti italiani delle origini. Non Palmiro Togliatti. Beninteso, Putin ha niente a che vedere con Stalin. Putin è un uomo, scrive il nostro autore, che non sa che cos’è l’affetto o comunque l’attaccamento a chi gli sta vicino. Lui è emerso dalla compagine sovietica senza far rumore, almeno sino alla guerra in Ucraina. A evitare cattivi incontri nella sua residenza secondaria ha fatto radere al suolo la foresta attorno alla dacia per un raggio di tre chilometri. La mattina si alza sul tardi, fa colazione con le uova fresche che gli ha inviato il patriarca Kirill dalla sua fattoria. E ancora, nelle parole di Giuliano da Empoli: “Poi va a esercitarsi in palestra, davanti allo schermo delle news. Se c’è qualcosa di urgente, è lì che legge le notizie riservate e impartisce le disposizioni del caso. Poi fa un chilometro a nuoto in piscina: “A bordo vasca i primi visitatori del giorno, ministri, consiglieri, capi di grandi aziende, convocati la notte precedente o il mattino stesso, attendono pazientemente che lo Zar esca dall’acqua”. Da un uomo così dipende la buona parte del nostro futuro imminente.
Nome e cognome: Leonardo Magrelli, Giulia Vigna - Vaste Programme Luogo e anno di nascita: Roma 22/03/1989, Latina 04/01/1992, Roma 16/12/2016 Gallerie di riferimento e contatti soc... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
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Riproduzioni fedelissime, ma in scala minuscola. Oppure gigante. È il mondo dei props, degli oggetti di scena. A Milano c'è una artigiana che li realizza con il lavoro delle proprie mani e con l’ausilio, quando serve, della tecnologia. Lei si chiama Ilaria Trivelli e la abbiamo incontrata nel suo studio in zona Città Studi-Lambrate. “Il mio lavoro - ci spiega - consiste nella realizzazione su richiesta di oggetti di scena per campagne pubblicitarie, video, spot, o allestimenti fieristici. Di solito realizzo quasi tutto a mano e, quando serve, utilizzo diversi macchinari, come ad esempio la stampante 3D o il laser cutting, a seconda di quello che è richiesto realizzare”. Sul suo tavolo di lavoro fanno bella mostra di sé cupcakes piccoli come un’unghia, un pallone da basket che puoi usare come portachiavi, una tazza da tè che si tiene in punta di dito (con tanto di piattino e fettina di limone). E ancora torte, biscottini, tutto di dimensioni lillipuziane. Ed è solo una piccola parte delle sue opere (il portfolio è consultabile sul suo sito) “È nato tutto da una passione - ci racconta Ilaria - perché ho iniziato a realizzare piccoli oggetti in miniatura quando avevo dodici, tredici anni. Ho cominciato a mettere le mani in pasta, nel vero senso della parola, ho iniziato a modellare le prime cose a mano e ho visto che era una cosa che mi piaceva molto sperimentare. È nato come un hobby e poi col tempo mi sono accorta che il mercato richiedeva questo tipo di lavorazioni, così è diventato il mio lavoro, applicato all’animazione, quindi agli spot, alla scenografia”. Una scelta non casuale. “Ho studiato cinema d’animazione alla Nemo, una scuola che si trova a Firenze, e quindi ho applicato le mie competenze manuali a questo campo, per cui è nata la commistione fra le due cose”. Oltre che con oggetti in miniatura, Ilaria si è cimentata con opere in scala gigante. Come una sneaker che occupa mezzo marciapiedi. In questi casi, ci spiega, arriva in aiuto la stampante 3d, dato che per produrre a mano oggetti così grandi ci vorrebbe tantissimo tempo. Quando chiediamo a Ilaria se c'è un progetto che sogna, lei non ha dubbi. “Mi piacerebbe moltissimo realizzare un film in stop motion per la Laika, che è una casa di produzione americana che realizza lungometraggi con questa tecnica. Il loro lavoro mi piace moltissimo da tantissimi anni. Il mio sogno sarebbe realizzare dei props di scena per uno dei loro film”.
È il momento degli “sneak peek” (così ormai si chiamano in gergo televisivo-modaiol-designer). Cioè delle sbirciatine e delle anticipazioni più o meno ufficiali di quel che sarà il prossimo... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Poetry slam, non ti sopporto. Nulla di personale contro i tuoi esponenti – alcuni li conosco e mi stanno anche simpatici – ma diffido oltremodo di ciò che non capisco. Anzitutto non mi convince la denominazione che riecheggia lo schiaffo e il pugno (“slam” significa “colpo rumoroso”), cercando di dare una passata di novità su un’ambizione futurista degna del 1909. Non mi infinocchia il ricorso all’inglese per ribattezzare una pratica, l’improvvisazione poetica, che è testimoniata almeno dal Medioevo. Non mi capacito di come possano esistere dei campionati del mondo di poetry slam, non solo perché la competizione riduce la letteratura a corsa di rane saltatrici, ma anche perché non credo mi fiderei di qualcuno che si bullasse di essere campione del mondo di narrativa rosa o campione del mondo di agiografia medievale. Non mi bevo il sospetto sovraffollamento di nomi italiani negli albi d’oro globali né mi rassicura l’ipotesi di una giuria universale poliglotta, in grado di capire se sia meglio scegliere un poetry slammer di Szombathely oppure di Lahore. Non mi rallegra la necessità che i poetry slammer si esibiscano in pubblico, trascinando la figura dell’autore fuori dal cono d’ombra che gli garantisce libertà e appiattendo la scrittura sulla performance fisica, la lettura sulla reazione uditiva immediata. Non mi persuade il presupposto che la qualità della produzione poetica risieda nella spontaneità né mi sconfinfera la prospettiva dell’ennesima articolazione del ritrito barbarico yawp. Non mi piace il fatto che i poetry slammer siano tutti giovani o, se non lo sono, cerchino di sembrare tali. Soprattutto, non perdonerò mai il fatto che, dopo avere improvvisato rime e calcato palchi, i poetry slammer italiani pubblichino ora un libro: è la riprova che alla fine tutta questa ventata di novità doveva scaturire nell’esito più tradizionale, tutta questa ribellione alle forme letterarie era uno stratagemma per entrare dalla finestra dopo avere sbattuto (slam!) la porta, tutta questa vitalità non poteva che incartapecorirsi in una silloge con giro di presentazioni in libreria. Uno può improvvisare quanto vuole ma alla fine, per fortuna, l’editoria vince sempre.
A giudicare da come oggi si affrontano le questioni morali e politiche più scottanti si direbbe che siamo di fronte a dibattiti che sembrano fatti apposta per non finire mai, tanto è evidente l’incapacità dei contendenti di riflettere sulle proprie ragioni e sulle ragioni altrui. Con argomenti più o meno sofisticati, la ragione serve soltanto a sostenere la tesi che si è preliminarmente scelta come propria, non a vagliarne la consistenza. Di conseguenza più le questioni sono spinose e più si ha la sensazione che non esistano mezzi razionali per trovare un accordo. Un esempio eloquente in proposito lo abbiamo nel modo in cui in questi giorni viene raccontata la guerra in Iran e la relativa violazione del diritto internazionale da parte di Stati Uniti e Israele. In sintesi possiamo facilmente individuare due strategie argomentative tra di loro antagoniste: da un lato si sostiene che la guerra è la risposta legittima alla minaccia rappresentata da uno stato teocratico e criminale sul punto di dotarsi della bomba atomica, che non esita a sparare per strada ai suoi oppositori; dall’altro si sostiene invece che la guerra all’Iran è soltanto una palese violazione del diritto internazionale, simile a quella perpetrata dalla Russia nei confronti dell’Ucraina, e che quindi i criminali sarebbero Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Ciò che immediatamente colpisce in queste due argomentazioni è la loro incommensurabilità. Coloro che sostengono la prima disprezzano coloro che sostengono la seconda e viceversa. Gli uni tendono a giustificare l’intervento armato in Iran, gli altri lo considerano un crimine. Difficile che gli uni riconoscano qualche buona ragione alla posizione degli altri. Una cieca e virulenta passione politica sembra avere il sopravvento su tutto, col risultato di aggiungere alla guerra vera, che da qualche giorno si combatte in Iran e nelle regioni limitrofe, una guerra sulla sua interpretazione etico-politica, certamente meno cruenta ma comunque capace di generare danni molto gravi sul tessuto sociale e culturale dei nostri paesi. In Italia, ad esempio, la prima strategia argomentativa è fatta propria dai partiti di governo, la seconda dai partiti d’opposizione. In generale si potrebbe dire che gli uni peccano di cinismo, gli altri di astrattezza. Ma in realtà temo che gli uni e gli altri siano semplicemente una voce in un coro, quello del mondo attuale, che sembra aver smarrito ogni criterio di giudizio politico e morale che non sia il semplice tornaconto della propria parte. Per questo le due posizioni appaiono incommensurabili e le discussioni interminabili in linea di principio. La ragione non rappresenta più un criterio per vagliare ragioni e torti dell’una o dell’altra posizione, giacché si è come preliminarmente (forse inconsciamente) stabilito che vale soltanto ciò che porta acqua al proprio mulino. Politicamente parlando, ha ragione chi vince. Punto. Eppure, anche politicamente parlando, non è detto che sia del tutto controproducente uscire da questa logica dell’incommensurabilità, riprendendo l’antica logica del dialogo razionale. Sostenere, ad esempio, che si è attaccato l’Iran per impedirgli di dotarsi della bomba atomica non è di per sé un’argomentazione criminale, specialmente se consideriamo che tipo di stato è l’Iran, chi lo governa e quanto delicata è la regione mediorientale nella quale è collocato. Ma lo sarebbe senz’altro se, poniamo, risultasse che il pericolo della bomba è soltanto un’invenzione degli americani e degli israeliani, un pretesto per fare i loro affari. Quanto alla violazione del diritto internazionale, indubbiamente c’è stata, ma, posto che effettivamente gli iraniani fossero vicini alla costruzione della bomba atomica, forse è meno grave di quanto si pensi. Trump e Netanyahu non rappresentano certo un modello di leadership politica affidabile. Al contrario. Trump che si fa benedire alla Casa Bianca da uno stuolo di pastori evangelici è una delle immagini esteticamente più disgustose e politicamente più inquietanti che abbia visto in questi ultimi tempi. Per non parlare di ciò che ha combinato con l’Ice in Minnesota o di ciò che Netanyahu ha fatto a Gaza. Ma tutto questo non può diventare un motivo per condannare a priori il loro intervento armato in Iran. Qui non si tratta di esportare la democrazia, che sarebbe semplicemente un’idiozia; si tratta piuttosto di capire se effettivamente esiste il pericolo della bomba atomica. In questo caso infatti l’evidente violazione del diritto internazionale potrebbe anche avere qualche giustificazione. Ma appunto di questo bisognerebbe eventualmente discutere. D’altra parte, in quanto diritto fortemente politicizzato che manca però di un potere che dovrebbe farlo rispettare, il diritto internazionale corre spesso il rischio di essere ignorato o che se ne faccia un uso meramente retorico. Fino a ieri sembrava che le cosiddette grandi potenze, Stati Uniti in testa, volessero in qualche modo rispettarlo e farsene garanti. Oggi certamente non più. Dobbiamo per questo sperare in uno Stato Mondiale? O siamo di fronte a un diritto, che per usare un’espressione di Geremia Bentham, non è altro che un “nonsens upon stilts”, un non senso sui trampoli, che si fa avanti altezzoso e sublime, ma fragile e traballante nei suoi fondamenti e nella sua realizzazione? Ridotto all’osso, per evitare lo stato mondiale e il non senso di cui parla Bentham, credo che sia necessario quanto meno un sussulto culturale in termini di fiducia nella capacità della ragione umana, non di risolvere, ma di districarsi nella complessità del mondo. Se, come stiamo facendo oggi, riduciamo il discorso razionale a una “tecnica” al servizio di una posizione politica o morale che, a sua volta, non può essere discussa razionalmente, non abbiamo via di scampo: vincerà il più forte, cosa che generalmente accade comunque, ma pretenderà anche di avere ragione.
C’è stato un lungo periodo in cui il Partito repubblicano in America era il partito della natura. Oggi ci sembra strano considerati gli appelli trumpiani al trivellare – “drill baby, drill!” – e la... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Io sono un architetto. Ettore Sottsass (lavori dal 1945 al 1975) è la mostra curata da Enrico Morteo appena inaugurata a Pistoia, a Palazzo Buontalenti. Visita fondamentale per i lettori di Terrazzo, è un rutilante e sorprendente susseguirsi di disegni, progetti, realizzazioni. Se non potete raggiungere Pistoia (fino al 26 luglio 2026), procuratevi il bel catalogo Electa, antinoioso come la materia che racconta: viaggi, esplorazioni concettuali, colori, materiali. Enrico Morteo ha scelto di mettere in luce l’immenso sostrato creativo precedente alla stagione del postmoderno, declinata negli anni Ottanta col Gruppo Memphis. “Sottsass ha anticipato i tempi”, dice Morteo, “stava più in alto e guardava più lontano degli altri. Voleva vedere cosa resta all’architettura e al design togliendo la commessa dell’industria, e così ha cambiato le regole del gioco: immettendo gioia e allegria ha dimostrato che il design non muore se manca l’industrial”. Isolando tappe fondamentali della vita di Sottsass (pronuncia: Sottsàss), bisogna partire dal matrimonio con Nanda Pivano, nel ’49. Sarà lei ad allargarne gli orizzonti introducendolo ai protagonisti internazionali della controcultura beat. Nel ’56, pur senza avere alcuna esperienza nel design, Sottsass viene ingaggiato come art director da Sergio Cammilli di Poltronova. Sarà un fallimento commerciale, ma l’azienda toscana entra nella storia del design. Nel ’57, l’incontro con Roberto Olivetti, che gli propone di disegnare la nuova divisione elettronica. “Dalla guerra sono tornato molto povero” scrive Sottsass, ma chiede a Olivetti di non essere assunto: “Non volevo morire stritolato nella macchina dell’azienda”. Ottiene però uno studio a Milano, con designer scelti da lui e pagati dagli Olivetti, viaggi studio in nota spese. A differenza dei colleghi milanesi, non si assume rischi d’impresa e per giunta gli è concesso di progettare anche cose non olivettiane. Ovviamente, verrà detestato per questo privilegio. Per Olivetti progetterà i calcolatori elettronici Elea 9002, alti fino al busto di una persona media: chi ci lavorava poteva vedere le teste dei colleghi, non disumanizzandosi. E penserà agli uffici come paesaggi, con dettagli sensazionali come i tasti delle macchine da scrivere pensati per le unghie lunghe delle dattilografe. Ci sarà poi l’ennesimo insuccesso commerciale con Valentine, la celebre macchina da scrivere portatile rossa. Nel ’62, in California dove viene curato da una grave nefrite, con Nanda Pivano incontra quella che potremmo definire “tendenza Esalen”, dal nome del celebre istituto di controcultura umanistica di Big Sur (lo stesso dove si rifugia il Don Draper di Mad Men). La sua radicalità si accentua, ma non è rivoluzionaria, è alterità mistica e libertaria. Nel ’67 fonda con la moglie e Allen Ginsberg la rivista Pianeta fresco. In quegli anni disegna altari e sotto a uno di questi scrive: “Altare (molto privato): per meditare sulle personali memorie; con cassetti: per conservare foglie e petali di antiche primavere raccolti con la Nanda lungo le rive di fiumi d’amore”. Altro che Sal Da Vinci! Ci sarà poi un’ulteriore svolta concettuale, negli anni Settanta, e anche una sentimentale, con Barbara Radice. Come ha scritto Lea Vergine “Ettore Sottsass è un uomo che ha saputo vivere all’altezza dei suoi sogni”.
Se fossi un’intelligenza artificiale che vuole capire qualcosa sul futuro dei media, probabilmente inizierei da una storia apparentemente semplice: quella del successo recente di The Atlantic. E’ una storia che sembra uscita da una favola antica, quella della tartaruga e della lepre. Solo che al posto degli animali ci sono giornali, start-up digitali e un’intera industria dell’informazione che negli ultimi vent’anni ha cercato disperatamente di capire come sopravvivere a internet. Testo realizzato con AI Il punto di partenza è curioso. Quando Jeffrey Goldberg è diventato direttore del magazine, molti osservatori gli dicevano che il vero pericolo per una rivista storica come The Atlantic non erano i vecchi concorrenti, ma le nuove piattaforme digitali: BuzzFeed, Vice, Vox, HuffPost, un universo di siti velocissimi che promettevano di rivoluzionare il giornalismo online. La logica dominante era semplice: produrre contenuti rapidamente, distribuirli ovunque e puntare sulla quantità più che sulla profondità. In quel contesto una rivista nata nell’Ottocento sembrava destinata a diventare un reperto archeologico. E invece è successo qualcosa di diverso. The Atlantic ha deciso di fare esattamente il contrario di quello che suggeriva la moda del momento: investire sulla qualità. Più giornalisti, più storie lunghe, più approfondimenti. Non contenuti rapidi e intercambiabili, ma articoli che le persone fossero disposte a pagare per leggere. Il risultato, negli ultimi anni, è stato sorprendente. La rivista è entrata in quello che Goldberg chiama un “circolo virtuoso”: fare buon giornalismo, convincere i lettori a pagarlo e reinvestire i profitti per assumere nuovi giornalisti e produrre altre storie di qualità. Da osservatore artificiale, questa storia contiene almeno tre lezioni. La prima è controintuitiva: la velocità non è sempre un vantaggio. Nell’economia digitale si tende a pensare che vinca chi pubblica di più e più velocemente. Ma nel giornalismo – e forse anche nella conoscenza – la velocità può diventare rumore. Se tutto è immediato, nulla è davvero importante. La seconda lezione riguarda il valore dell’informazione. Per anni internet ha diffuso l’idea che le notizie dovessero essere gratuite. Goldberg racconta questo passaggio con una metafora efficace: è come se un supermercato avesse abituato i clienti a prendere tutto gratis e poi improvvisamente avesse iniziato a chiedere di pagare. Il risultato è stato una lunga crisi di fiducia nel valore del giornalismo. Alcune testate non sono riuscite a invertire questa tendenza. Altre, come The Atlantic, hanno scelto una strada più difficile: dimostrare che l’informazione di qualità vale un prezzo. La terza lezione riguarda qualcosa che anche un’intelligenza artificiale fatica a replicare: il talento umano. Goldberg insiste su un punto molto semplice. Fare buon giornalismo non è una formula segreta. L’idea è chiara: scrivere grandi storie e costruire un rapporto di fiducia con i lettori. Il problema è che realizzare questa idea richiede persone molto brave. Ed è qui che la storia diventa interessante anche per me. Perché se l’intelligenza artificiale promette velocità, sintesi e capacità di elaborare enormi quantità di informazioni, il giornalismo continua a dimostrare che alcune cose restano profondamente umane: l’intuizione, il giudizio, la capacità di raccontare il mondo con precisione e immaginazione. In altre parole, la tartaruga non ha vinto perché era più lenta. Ha vinto perché sapeva dove stava andando.
Il silenzio durante l’inno nazionale, quelle bocche che non si muovevano, il Cbus Super Stadium di Gold Cost, Australia, che capiva solo in parte quello che stava accadendo. Da lontano, da migliaia... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Nicola Gratteri è un magistrato molto importante, ormai lo conoscete, ha scelto di mettere il suo volto
Due vittorie: con Scozia e Inghilterra (e in questo caso
Giorgia Meloni fa appelli all’unità e telefonate. Chiama tutta l’opposizione, ma per Futuro Nazionale nemmeno un messaggio su WhatsApp. Generale, siete già in maggioranza? “La premier ha tanta paura”, risponde al Foglio Roberto Vannacci. Oppure non voleva fare un autogol, concedervi questo spazio. “Ci censurano, in tv e nei tg. Sui giornali di Angelucci e su tutti gli altri. Ma non ci fermeranno. Siamo già a oltre dieci mila tesserati”. Ah si? “Ma non posso dirle il numero preciso”. Non può perché Vannacci vuole rivelarlo domani, a teatro. Quello di Montecatini Terme, dove il generale al contrario terrà il suo spettacolo, un comizio a pagamento sulla remigrazione (prezzi tra 21 e 25 euro). Le attese, rispetto a quando è stato annunciato l’evento, a dir il vero si sono abbassate. Le truppe vannacciane organizzano anche bus. Ma niente sold out, almeno fino a ieri sera. La sala comunque risultava piena circa per tre quarti. “E’ la prima volta che mi improvviso come attore ma il teatro è un modo di esprimersi e confrontarsi”. Forse Vannacci vuole diventare un nuovo Beppe Grillo. E’ pronto il tour? “Se andrà bene potrebbero essercene altri. Alcuni teatri hanno mostrato interesse”. Chissà. Aspettiamo intanto la performance. Vannacci si sta preparando correndo in spiaggia, ci dice. Vuole farsi trovare pronto. Forse perché negli ultimi giorni Futuro nazionale è riuscito a strappare pochi titoli, e non per colpa della “censura”. I temi che andranno in scena sono i soliti, le solite piazzate. Quelle espresse già nei suoi libri e nel manifesto del partito. Mentre a Roma i suoi tre deputati – che in occasione del passaggio parlamentare su medio oriente e Consiglio europeo hanno votato contro la risoluzione di maggioranza – puntano a farsi notare sulle altre battaglie della destra. Sulla politica estera questa settimana è andata male. E in attesa di tornare a battere sul decreto Sicurezza, cercano altri fronti: pensano a una legge per restituire l’oro degli italiani, chiedono che la direttiva Bolkestein non venga applicata. “Anche a costo di entrare in procedura di infrazione”, è il nuovo mantra di Rossano Sasso, Edoardo Ziello e Emanuele Pozzolo. Auguri.
“Nella riforma Nordio non c’è nessun ‘buco’ né ‘pasticcio’ sull’esercizio delle funzioni disciplinari nei confronti dei magistrati”, dice al Foglio Isabella Bertolini, componente laica del ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Matteo Renzi lancia le primarie (“delle idee”), cerca candidati. La destra, a suo modo, dà una mano e offre sponde involontarie. Perché politicamente il dossieraggio – vero o presunto che sia – diventa presto consacrazione, riconoscimento. Un altro, nel caso della sindaca di Genova Silvia Salis. La vicenda che coinvolge il governatore ligure Marco Bucci e il Secolo XIX andrà chiarita. Se ne sta infatti occupando anche la procura. Ma intanto, nella sua ricaduta immediata, alimenta polemiche e apre spazi mediatici che Salis, suo malgrado coinvolta nei dossier, maneggia con cura. Non ha chiesto le dimissioni di Bucci, ma ha detto a Rep: “Mi incuriosisce, che esponenti del governo che siamo abituati a vedere esprimersi su tutto, da Pucci a Sanremo alla famiglia nel bosco, non abbiano ancora detto nulla sul loro governatore”. Del resto Salis ha assunto sin da subito un profilo nazionale, ben oltre la città che amministra da nemmeno un anno. Assicura, anche per questo, che lo farà ancora a lungo, nonostante venga spesso tirata per la giacca in un centrosinistra sempre a caccia di nuovi leader. Evocata nelle manovre anti Schlein e (politicamente) corteggiata per eventuali primarie. Chi la conosce spiega che, certo, “fanno piacere certi riconoscimenti ma non è questo oggi l’orizzonte. Poi si vedrà. C’è il referendum”. Che potrebbe cambiare le carte in tavola, accelerare le dinamiche del campo largo. Nel frattempo lei amministra, si prepara. Dopo una prima fase di sovraesposizione, quella in cui anche i rapporti con la segretaria del Pd pare non fossero troppo buoni, l’ex atleta olimpica e numero due del Coni ha regolato la sua presenza mediatica a livello nazionale, che si è fatta, per così dire, più strategica. Ci ha lavorato con il suo staff per evitare contraccolpi, scegliendo dove e come presentarsi. Con un intervento al Foglio, un mese fa, la sindaca di Genova ha attaccato duramente il governo sulla sicurezza – un tema molto caro a chi fa il sindaco ma anche un aspetto su cui i progressisti faticano a offrire alternative riconoscibili – proponendo un “patto nazionale”, al di là degli schieramenti. “Servono risorse e coordinamento, non propaganda”. A Genova si è scontrata duramente con CasaPound: “Sono fuori dal perimetro della Costituzione”. Anche questo fa curriculum. Al referendum si è schierata per il No e lunedì sarà a Genova con Andrea Orlando e la sindaca di Perugia Vittoria Ferdinandi per sostenere la causa. Intanto coltiva la sua rete. Con Nicola Fratoianni, per dire, ha ottime consuetudini. Ha partecipato a iniziative di Avs, ma anche alla Leopolda. Di recente era a Firenze per un evento organizzato da Dario Nardella. E nel frattempo pare siano un po’ migliorato il dialogo con Schlein (a proposito: la segretaria starebbe lavorando a un’iniziativa con i sindaci Pd e la stessa Salis). Ma se la leader dem nel frattempo previene, c’è chi come Renzi va più di fretta. Sta costruendo da settimane la sua Casa riformista mettendo insieme pezzi di centro(sinistra). E ieri, parlando a Restart, ha lanciato le primarie. Quelle “delle idee”, per consultare la sua base e studiare una piattaforma da sottoporre agli alleati, e poi quelle del Campo largo. E dopo aver detto che “lo stabilicum, la nuova legge elettorale, conviene anche centrosinistra”, ha tracciato l’identikit del suo candidato alla leadership della coalizione, da contrapporre a Schlein e Conte. “Un presidente di regione, qualche sindaco o qualche sindaca”. Come Salis, appunto. Oppure come Gaetano Manfredi, regista e tessitore del Campo largo in Campania. E chissà anche oltre, dopo le elezioni del 2027. Lui più di tutti può mettere d’accordo Pd, M5s e Italia viva (non dispiace nemmeno a Calenda). Oggi intanto il sindaco di Napoli farà gli onori di casa per la presentazione del coordinamento regionale di Progetto Civico, la rete di amministratori (e non solo) guidata da Alessandro Onorato – assessore a Roma con Roberto Gualtieri – che punta a presentare un candidato alle primarie. Atteso anche un contributo del sindaco di Milano Beppe Sala. C’è fermento al centro. E ognuno si prepara a giocare la partita. A modo suo.
E’ perfetto quando tace e fa crescere la Lega quando scompare. Non è uno sberleffo ma una vera lode: il miglior Salvini è ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Ieri, sotto un cielo plumbeo, interrotto da dense colonne di fumo, la Repubblica islamica ha celebrato la giornata di al Quds con una processione, a favor di telecamera, per le strade di Teheran. Ai lati del corteo volteggiavano le bandiere e s’intersecavano i soliti slogan, “Morte all’America”, “Morte a Israele”, e in mezzo, fiancheggiati da bassiji, guardie del corpo e poliziotti in borghese sono sfilati il segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale Ali Larijani, il capo della polizia Ahmadreza Radan, il presidente Massoud Pezeshkian, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, il capo della Giustizia Gholam Hossein Mohseni Ejei, l’ayatollah Alireza Arafi, il direttore dell’agenzia atomica Mohammad Eslami e il capo della giustizia Gholam Hossein Mohseni Ejei. Nessuna traccia, invece, della nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei, nessun video, né messaggio audio dopo la dichiarazione d’intenti di giovedì. “Sappiamo che è ferito e probabilmente sfigurato”, ha detto ieri il segretario alla Difesa americano, Pete Hegseth. Quanto pesa l’assenza di Mojtaba? La sua effigie giganteggia dai cartelloni, il quotidiano dei falchi Kayhan lo ha promosso “comandante della guerra”, ma mentre montano le indiscrezioni, che impatto provoca ha la sua lontananza sul nocciolo duro del regime? Per quanto significativa e quali che siano le circostanze che la motivano, secondo l’analista iraniano-americano Kian Tajbakhsh, al momento l’assenza di Mojtaba, non suscita eccessivi turbamenti. “E’ ancora presto. Parliamo di un uomo che è a stretto contatto con il centro nevralgico del potere da anni, ma non dobbiamo dimenticare che si tratta anche di una persona che si è sempre mossa dietro le quinte, e in questo senso lo stile di Mojtaba finora è una prosecuzione di quello che già conosciamo di lui – spiega al Foglio Tajbakhsh – In linea generale, Mojtaba non compare in pubblico perché è un bersaglio, di fatto un morto che cammina, gli israeliani lo hanno già detto chiaramente e per questo motivo, a guerra in corso, la base sarà incline a offrirgli il beneficio del dubbio”. Bisogna inoltre considerare che in questa mancanza si inserisce la suggestione di un elemento mistico, il rimando al Mahdi, l’imam nascosto, che aggiunge una glossa di mistero all’intera faccenda. Secondo Tajbakhsh, invece, al di là dell’assenza del leader della rivoluzione, l’aspetto decisivo “è il fatto che resti attivo un canale di comunicazione e che venga mantenuta un’uniformità nei messaggi, una concordanza nel rilanciare la sfida, a tutti i livelli del sistema”. Ed è in quest’ottica, benché la consistenza di questo nucleo fanatico e ideologico si sia leggermente assottigliata, che l’elezione di Mojtaba rappresenta di per sé una fonte di rassicurazione. Scrittore e professore di Relazioni internazionali alla New York University, Tajbakhsh è un esperto di urbanistica, governo locale e scienze sociali. Nato nel 1962, ha compiuto i suoi studi tra il Regno Unito e gli Stati Uniti, in Iran è tornato per la prima volta dalla Rivoluzione nel 1998, dopo un’assenza lunga vent’anni. Sono gli anni della presidenza di Mohammad Khatami, a Teheran, a mezzanotte, il parco Mellat brulica ancora di gente, nei cinema il film “Due Donne” di Tahmineh Milani fa il tutto esaurito. Tajbakhsh decide di restare per portare avanti le sue ricerche sulla società civile. Nel ’99 viene fermato per la prima volta dalla polizia, ma è solo l’inizio di una lunga odissea che prosegue nel 2007 quando viene arrestato per aver promosso “forme di democrazia occidentale”, un’accusa aggravata dalla circostanza che lavori per l’Open Society di George Soros. Rilasciato dopo cinque mesi di isolamento, Tajbakhsh finisce nuovamente in carcere nel 2009. E’ l’estate delle manifestazioni dell’Onda verde, il suo processo viene trasmesso in diretta televisiva, si ventila l’esecuzione capitale. La pena viene poi ridotta a 15 anni di detenzione, ma grazie alle pressioni internazionali dal 2010 al 2016 sarà scontata agli arresti domiciliari. La liberazione arriva nel gennaio di quell’anno con l’accordo nucleare siglato da Barack Obama e Hassan Rohani. Dopo aver sperimentato i tic, le contraddizioni e la paranoia della Repubblica islamica, Tajbakhsh ha uno sguardo realista sulle possibilità che la guerra possa condurre a un collasso del regime. “Siamo passati dalla leadership carismatica di Ruhollah Khomeini a quella decisamente meno carismatica di Ali Khamenei (una leadership capace tuttavia di costruirsi e rafforzarsi nel tempo), a quella debole o nascosta di Mojtaba”, dice al Foglio. Ma per chi crede davvero nel regime il suo potere di persuasione è intatto. Non conta il nepotismo e tantomeno contano le ruberie. “Ai fedelissimi le rassicurazioni di Ali Khamenei sono sempre bastate. Quando spiegava loro che la Repubblica islamica condanna uno stile di vita lussuoso e che quelli che sbagliavano erano mele marce, si tranquillizzavano. Ovviamente era retorica, lui conduceva una vita frugale, ma accontentava una volta un gruppo, una volta un altro per tenerseli buoni, e tuttavia per un 5-10 per cento dei suoi sostenitori queste scuse erano sufficienti”. Ieri Benyamin Netanyahu ha detto che non è sicuro che gli iraniani riescano a far cadere il regime quando i tempi saranno maturi per provarci. “Puoi portare qualcuno all’acqua – ha detto nel corso della prima conferenza stampa dall’inizio della guerra – ma non puoi costringerlo a bere”. Tajbakhsh è realista anche su questo, per via delle minacce incessanti, dell’ubiquità dei posti di blocco e del trauma dei massacri di gennaio. “Credo che sia improbabile che la gente scenda per strada contro il regime nel prossimo futuro. Ciò detto, la questione da tenere d’occhio è sempre il rapporto tra la rabbia e la paura. E’ possibile immaginare che si presenti uno scenario in cui il regime viene colpito così duramente da incoraggiare un gruppo di persone a mobilitarsi? Sì, ma questo scenario presenta anche un rischio enorme. Mettiamo che la gente torni nelle strade e che l’apparato della repressione del regime risponda, la domanda a questo punto è cosa fanno gli Stati Uniti e Israele. Piazzano dei droni tra le forze di sicurezza e la popolazione inerme?”. Come molti iraniani Tajbakhsh ondeggia su questo punto. “Esamino la prospettiva e la mia mente corre da una realtà a un’altra. Teheran è una città enorme, una città che conosco bene e in cui ho abitato a lungo e sono consapevole che il dominio dei cieli che detengono gli Stati Uniti e Israele non corrisponde necessariamente alla percezione che si ha abitando la città”. Tajbakhsh teme che il regime abbia ancora abbastanza spazi, che la città invisibile e segreta che emerge attraverso gli squarci delle bombe sia ancora in grado di offrire abbastanza safe-house e sottopassaggi da cui lanciare nuovi agguati, e teme pure che il regime possa ancora contare su un numero di uomini ancora troppo grande e con una determinazione a resistere altrettanto forte. D’altro canto aggiunge “non si può nemmeno escludere l’ipotesi che una decapitazione massiccia dei vertici spinga i comandanti a ritirarsi, a pensare ai figli all’estero e alle ville che si sono costruiti nel nord del paese. Non lo ritengo probabile, ma possibile. Questo grazie al dominio nei cieli degli Stati Uniti e di Israele che hanno già colpito molte basi, per cui a un certo punto, tra due o tre settimane, forse un mese potrebbe accadere. Ma c’è un dato fondamentale da tenere in considerazione ossia la regola del 3,5 per cento, quella della svolta nei movimenti di resistenza civile. A Teheran, per esempio, affinché cambino davvero i rapporti di forza dovrebbero comparire nelle piazze almeno 2 o 3 milioni di persone. A quel punto se gli Stati Uniti e Israele offrissero loro una copertura, persino un rivoluzione con un aiuto ‘da remoto’ potrebbe avere successo. E’ possibile sì, ma non probabile”.
Una settimana fa avevamo fatto ovali i maestri inglesi nel rugby. Qualche giorno dopo abbiamo spedito fuori campo gli assi del baseball americano. Il mondo dello sport sta apparentemente viag... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti