Rassegna Stampa Quotidiani
Il Foglio.it
L'ottimismo di Schillaci e Meloni sul decreto liste d'attesa, ma per alcuni esami si aspetta più di un anno
1 ora fa | Gio 25 Lug 2024 11:18

"Non c'è mai stata finora una così capillare determinazione e regolamentazione di tutto quello che si può fare per abbattere le liste di attesa. Questo finirà sicuramente perché con la piattaforma nazionale realizzata da Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali), presto attiva, sapremo luogo per luogo, zona per zona, prestazione per prestazione, qual è la situazione". Con queste parole il ministro della Salute Orazio Schillaci ha commentato parlando con Il Messaggero l’approvazione definitiva, ieri alla Camera, del decreto liste d’attesa, che nell'auspicio del governo dovrebbe accorciare i ritardi cospicui che caratterizzano l'accesso alla sanità pubblica. Un fenomeno sanitario e sociale analizzato oggi dal Sole 24 Ore che dipende dalle difficoltà di Asl e regioni nel rispettare i tempi massimi previsti dalle diverse classi di priorità per le prestazione da erogate. L'indagine del quotidiano - elaborata sulla base dei monitoraggi di Cittadinanzattiva e dall'Osservatorio Welfare & Salute per il Sole 24 Ore - inquadra il fenomeno con numeri aggiornati: nell'azienda universitaria Friuli Centrale si attendono in media 498 giorni per l’ecografia all'addome e 394 giorni per la visita ginecologica mentre sono 427 i giorni per una visita cardiologica nell’Asl 3 Ligure. Le difficoltà si estendono da nord a sud. Tra le situazioni più critiche c'è la Valle d'Aosta: qui non si riesce mai a rispettare il termine dei 10 giorni per visite cardiologiche, tac torace ed ecografia all'addome e solo nel 10% delle prenotazioni relative alla visita oculistica. Ma tra le performance peggiori c'è anche l’Asl Napoli 1 che rispetta i tempi per le visite oculistiche differibili (entro 30 giorni) solo nel 13,6% dei casi. I problemi riguardano anche la gestione delle prenotazioni: solo 13 regioni hanno infatti attivato Cup unici con un solo numero di telefono, che i cittadini possono chiamare per prenotare una vista. Meno, invece, le regioni che hanno unificato in una sola piattaforma le agende sia degli ospedali pubblici che di quelli privati convenzionati. Il risultato è un ricorso sempre più frequente alla sanità privata: se il 60,6 per cento delle prestazioni resta nel pubblico o nel privato accreditato, sfiorano il 35 per cento gli utenti che si rivolgono alla sanità a pagamento tra privato puro e intramoenia. Il dato arriva al 40,7 per cento al sud e isole dal 26,5 per cento del nord-est. Ma per molti affrontare la sanità a pagamento è proibitivo: così il 42% delle persone con redditi fino a 15mila euro rinvia o rinuncia alle cure. Oltre alla piattaforma Agenas di cui sopra, il decreto approvato ieri alla Camera punterà ad attivare dei Cup unici, o integrati, per unificare le agende dell’offerta di cura degli ospedali privati accreditati. È inoltre previsto un meccanismo “salta code”: nel caso in cui l’ospedale fosse impossibilitato a erogare la prestazione secondo tempi congrui, la Asl dovrà farsi carico di coprire le spese della stessa prestazione nel privato e il cittadino pagherà solo il ticket oppure in intramoenia. Le visite diagnostiche e specialistiche saranno possibili anche di sabato e domenica, con l'estensione della fascia oraria per l'erogazione di queste prestazioni. Il provvedimento ha ricevuto molte critiche dalle opposizioni e restano molti dubbi sulla sua efficacia. "C'è bisogno della collaborazione di tutti, del governo, delle regioni, degli operatori sanitari, dei direttori generali. E anche dei cittadini – ha detto ancora Schillaci – chiamati a una maggiore responsabilizzazione perché non di rado i pazienti prenotano una prestazione sanitaria e poi, se non ne hanno più bisogno, si dimenticano di disdirla". Il ministro ha poi annunciato che nei prossimi giorni incontrerà il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti per affrontare il tema dell'incremento dei finanziamenti per la sanità. "Siamo consapevoli che c'è ancora molto da fare, ma siamo convinti che la direzione intrapresa per costruire una sanità più efficiente e più vicina ai bisogni dei cittadini sia quella giusta", ha commentato la premier Giorgia Meloni.

Il presidente di Israele Herzog in visita da Meloni e Mattarella tra proteste pro Pal e una Roma blindata
2 ore fa | Gio 25 Lug 2024 10:23

Il presidente dello stato di Israele Isaac Herzog è arrivato questa mattina in Italia per una visita istituzionale con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la premier Giorgia Meloni. Il viaggio istituzionale è in concomitanza con quello del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu negli Stati Uniti, dove oggi incontrerà il presidente Joe Biden. Il centro storico di Roma è blindato dalle prime luci dell'alba, con cordoni di polizia che costeggiano Palazzo Chigi e piazza di Montecitorio, e una parte di Via del Corso chiusa al traffico. In occasione dell'arrivo del presidente israeliano, una trentina di persone hanno organizzato una manifestazione pro Palestina all'entrata della Galleria Sordi, proprio davanti alla sede della presidenza del Consiglio, intonando cori come "Palestina Libera!" e insulti allo stato ebraico Al Ponte degli Annibaldi, di fronte al Colosseo, alcuni attivisti hanno appeso uno striscione con su scritto "Herzog not welcome! Free Palestine". L'incontro con Mattarella La prima tappa del viaggio istituzionale di Hergoz è stata al Quirinale. Qui il presidente di Israele è stato ricevuto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Al suo arrivo era presente anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Durante l'incontro i due hanno parlato di diversi argomenti, tra cui la liberazione degli ostaggi e il rispetto dei diritti umanitari a Gaza, oltre a una discussione in merito alla soluzione del conflitto attraverso la soluzione dei "due popoli, due stati".   "È un grande piacere dare il benvenuto a lei e alla delegazione che l'accompagna per riaffermare insieme la grande amicizia che lega Israele e Italia", ha detto Mattarella ricevendo il presidente Herzog. Il presidente israeliano poco dopo l'incontro con il capo di stato italiano ha scritto su X: "Grazie a Sergio Mattarella, vero amico di Israele, per la sua calorosa accoglienza questa mattina al Quirinale. Apprezziamo il rapporto unico tra Israele e Italia, soprattutto in questi tempi difficili. Grazie per la nostra conversazione aperta e schietta su una serie di argomenti. Grazie per la sua chiarezza morale e per essere al nostro fianco mentre continuiamo ad affrontare gli eserciti terroristici dell’impero del male guidato da Teheran, e mentre lavoriamo instancabilmente per riportare indietro i nostri ostaggi dalla prigionia a Gaza".   Dopo la visita al Quirinale, sia Mattarella che Hergoz sono stati ricevuti a Palazzo Chigi dalla premier Giorgia Meloni. Dopo questa visita, poi, il capo di stato israeliano si recherà in Francia, per un incontro istituzionale che anticipa la cerimonia dell'apertura delle olimpiadi di Parigi 2024 di domani. L'incontro con Meloni Dopo l'incontro con Mattarella, il presidente isaac Herzog si è recato a Palazzo Chigi per un incontro con Giorgia Meloni. La premier ha ribadito la vicinanza del governo italiano a Israele e la ferma condanna del terrorismo di Hamas e ha inoltre rinnovato l’impegno italiano "per la de-escalation a livello regionale, ricordando il ruolo svolto dal contingente italiano al confine con il Libano tramite Unifil e ribadendo la forte preoccupazione per la situazione umanitaria nella Striscia di Gaza", scrive una nota di Palazzo Chigi.   Tra i temi affrontati nel bilaterale ci sono state anche la necessità di raggiungere al più presto un cessate il fuoco e la liberazione di tutti gli ostaggi ancora nelle mani di Hamas, lavorando – spiega ancora la nota –nella prospettiva di una soluzione a due stati. Meloni ha "assicurato che l’Italia continuerà a sostenere la mediazione degli Stati Uniti e a portare assistenza alla popolazione civile palestinese, anche attraverso l’iniziativa 'Food for Gaza'". La manifestazione Pro Pal nel centro di Roma Proprio in occasione del bilaterale, davanti alla sede del governo una trentina di persone hanno organizzato un sit pro Palestina in all'entrata della Galleria Sordi che dà su via del Corso. Qui i manifestanti hanno sventolato qualche bandiera palestinese e inneggiato a cori contro lo stato di Israele e suonato la canzone di Ghali presentata allo scorso Festival di Sanremo "Casa Mia".   "Palestina Libera", e "Intifada, fino alla vittoria" sono solo alcuni delle frasi che i protestanti hanno urlato davanti a un lungo cordone di poliziotti che costeggia tutto il centro di Roma. "Loro parlano sempre e solo di 7 ottobre, noi parliamo di 75 anni di invasione", gridava un uomo al microfono durante la protesta.

Verso il viaggio di Meloni a Pechino: temi e messaggi
4 ore fa | Gio 25 Lug 2024 08:58

Nelle prossime ore la Repubblica popolare cinese e l’Italia ufficializzeranno la prima missione di Giorgia Meloni da presidente del Consiglio a Pechino, che inizia domenica prossim... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Renzi: "Se cade il governo, subito al voto. Attrezziamoci per vincere". Zingaretti: "Bene la svolta"
5 ore fa | Gio 25 Lug 2024 08:04

"Nella maggioranza è in corso un regolamento di conti che potrebbe far nascere qualcosa di nuovo a destra. Ma se si rompono noi dobbiamo evitare governi tecnici o parlamentari e andare a elezioni", dice Matteo Renzi. "Le difficoltà di Meloni sono evidenti, il voto anticipato non è più un tabù e noi dobbiamo attrezzarci per vincere, respingendo ogni ipotesi di grande coalizione o governi tecnici".  L'ex premier parla a Repubblica e ribadisce il nuovo collocamento: nel centrosinistra. Il leader di Iv ha preso atto – spiega – che il tentativo di costruire un polo liberale autonomo è fallito. "Per cui Italia Viva sceglie di stare nel centrosinistra a tutti i livelli, fin dalle prossime regionali e dalla campagna contro l’autonomia differenziata. Rimaniamo garantisti e contro l’aumento delle tasse, pro business e per le infrastrutture. Ma se devo scegliere tra Schlein e Meloni non ho dubbi".   Ed è una scelta favorita anche dal fatto che la nuova segretaria del Pd ha detto basta alla fase dei veti. "A differenza di Letta", sottolinea l'ex premier secondo cui solo presentandosi in maniera compatta il campo progressista può battere le destre. I dubbi del M5s? "Se Conte vuol parlare del passato, discutiamo. Mi incolpa di aver fatto cadere il suo governo. Ma io non rinnego di aver portato Draghi a Palazzo Chigi. Non credo gli convenga aprire questo dibattito: non ho firmato io i decreti Salvini sull'immigrazione, non mi sono mai definito sovranista, non ho mai appoggiato Trump". Il futuro del campo largo da qui in avanti si realizza "con un lavoro programmatico per costruire non l’opposizione ma l’alternativa. Per preparare il governo di domani. Significa fare un grande lavoro sui contenuti. Sul jobs act ognuno si tiene le proprie idee, parliamo del futuro".  Una prospettiva che trova sponda nel Pd, dove a parlare al Corriere della Sera è l'ex segretario Nicola Zingaretti. Renzi? "D’istinto mi verrebbe da rinfacciare 'quanto tempo ci hai fatto perderè ma alla fine in me prevale invece la responsabilità e dico: è una buona notizia. In gioco c'è il futuro della democrazia", dice l'europarlamentare, capodelegazione dem a Bruxelles, spiegando che in ogni caso questo nuovo centrosinistra, con Iv, "va tutto costruito, è un processo che sarà lungo e difficile e dovrà essere popolare, ma i veti a prescindere erano sbagliati prima e lo sarebbero ora". Ed è un messaggio che vale anche per Giuseppe Conte, le cui posizioni "sono figlie di una fase storica dove ci si illudeva che i continui distinguo identitari rappresentassero una forza, poi ci siamo ritrovati Giorgia Meloni con una maggioranza parlamentare e una minoranza di elettori". Ma adesso i tempi sono cambiati e allora, conclude Zingaretti: "Basta con i veti e costruiamo un progetto di alternativa credibile".

Gli ambientalisti sono riusciti quasi a bloccare l'aeroporto di Francoforte
5 ore fa | Gio 25 Lug 2024 07:54

Una tronchese, biciclette e skateboard, un po' di colla. Questi i "ferri del mestiere" con i quali sei ragazzi di Letzte Generation, sono riusciti quasi a bloccare l'aeroporto di Francoforte dalle 5.30 alle 7.30 circa. Una tronchese per tagliare la recinzione; biciclette e skateboard per arrivare in sei punti delle piste; colla per incollarsi le mani all'asfalto. Nemmeno una decina di minuti per costringere uno dei più grandi scali d'Europa far saltare 140 aerei in partenza. Una settantina invece sono stati costretti ad atterrare in altri scali, a partire da quelli di Monaco di Baviera, Colonia e Düsseldorf Ci sono volute quasi tre ora affinché la situazione ritornasse quasi alla normalità. Tutte e quattro le piste sono ora di nuovo aperte, i ritardi ci sono ancora, ma in via di smaltimento. I ragazzi di Ultima generazione chiedono al governo tedesco di perseguire un accordo globale per smettere di usare petrolio, gas e carbone entro il 2030. È da mesi che cercano un incontro con il governo tedesco e con l'Unione europea per esporre il loro piano di azione. Non sono mai stati presi in considerazione per un'udienza. E così hanno deciso di protestare ancora una volta. In poche ore sono entrati nell'aeroporto di Colonia-Bonn (nella serata di mercoledì) e in quello di Francoforte, il quarto più grande e trafficato d'Europa: nella giornata di mercoledì 1.327 voli - tra partenze e arrivi - sono stati gestiti a Francoforte). Non manca coordinazione al gruppo ambientalista. La polizia federale ha chiesto di aumentare le misure di sicurezza in tutti i principali aeroporti tedeschi a causa di ulteriori possibili azioni da parte degli attivisti. Misure di sicurezza che evidentemente erano assai poca cosa se sei ragazzi sono riusciti a bloccare un aeroporto con delle tronchesi, delle biciclette, degli skateboard e un po' di colla.

Il downsizing olimpico di Parigi 2024
6 ore fa | Gio 25 Lug 2024 06:41

Con un paio di giorni di anticipo sulla cerimonia inaugurale, le Olimpiadi si sono aperte con le prime partite di rugby a 7: infatti non è disciplina olimpica l’usuale versione con 15 giocatori bensì, dal 2016, questa radicata variante ridotta. La storia tuttavia ci invita a non fare troppo i difficili con le modifiche ai regolamenti: com’è noto, lo stesso rugby nacque grazie al geniale spregio delle regole da parte di William Webb Ellis, che duecento anni fa, durante una partita di calcio, afferrò la palla con le mani e corse verso la porta avversaria. Certo, per smania di grandeur dai francesi mi aspettavo piuttosto un rugby a 30, a 77, a 150; magari però questa riduzione in scala indica la strada verso future olimpiadi sostenibili, con un meritorio downsizing che porterà al calcio a 2, al tennis contro il muro, al nuoto in tinozza, ai tuffi dal trampolino alto 3 centimetri, alla scherma col dito e al salto con l’asticella. Una conferma in questo senso sembra provenire dalla Gran Bretagna, dove una delle più celebri atlete – la star del dressage Charlotte Dujardin – è stata estromessa dalla squadra olimpica per avere frustrato il proprio destriero. Inaudito! A questo punto bisognerà solo decidere, entro le prossime Olimpiadi, se sia più etico inserire nel programma l’equitazione senza fantino o l’equitazione senza cavallo.

Biden spiega il passo indietro: "È in gioco la democrazia
7 ore fa | Gio 25 Lug 2024 06:01

Il respiro della storia, l’allarme per la democrazia in pericolo, l’orgoglio per il lavoro fatto, il senso di responsabilità nel “passare la torcia a una nuova generazione”, la gratitudine per aver potuto servire l’America così a lungo: sono i molti temi che il presidente Joe Biden ha affrontato nella notte in un discorso alla Nazione dallo Studio Ovale, per spiegare per la prima volta agli americani il senso della sua storica decisione di rinunciare a correre per un secondo mandato presidenziale. Un discorso di undici minuti, solenne, dai toni gravi, che rappresenta l’inizio del percorso di addio di Biden alla vita pubblica. Per altri sei mesi resterà presidente, fino al 20 gennaio 2025, e intende portare a termine una corposa agenda di politica interna e internazionale che ha descritto nel suo intervento, inclusi i tentativi di portare la pace in Ucraina e a Gaza (oggi riceverà alla Casa Bianca il premier israeliano Benjamin Netanyahu). Ma a metà di quei sei mesi di cammino ci sarà l’appuntamento con il voto del 5 novembre e Biden ha insistito sull’importanza di ciò che c’è in ballo per l’America, collegando il tutto alla propria scelta di farsi da parte. “È in gioco la difesa della democrazia – ha detto il presidente – che è più importante di qualsiasi titolo. Non siamo una nazione di re o di dittatori, il potere qui lo avete voi. Niente può frapporsi alla necessità di salvare la nostra democrazia. Incluse le ambizioni personali”. Per questo, ha aggiunto Biden, “è tempo di voci nuove, più fresche e, certo, più giovani”. È il caso della sua vice Kamala Harris, che ha definito “una leader con esperienza, dura, competente” e che ha promesso di aiutare nei prossimi mesi a vincere contro Donald Trump (mai citato nel discorso di stanotte). Seduto dietro alla storica scrivania presidenziale “Resolute” – dono della regina Vittoria ai presidenti americani alla fine dell’Ottocento – e con alle spalle le foto di famiglia, Biden ha ripercorso i suoi tre anni e mezzo di presidenza, rivendicando una serie di traguardi economici e di successi internazionali, primo tra tutti quello di aver tenuto insieme e rafforzato la Nato. Ma il presidente si è spinto più indietro, utilizzando il discorso alla Nazione come momento per un primo bilancio sul suo oltre mezzo secolo di servizio alla vita pubblica. “Solo in un paese come il nostro – ha raccontato – un bambino balbuziente di Scranton, in Pennsylvania, poteva sognare di sedere un giorno qui nello Studio Ovale”. Fuori campo, ad ascoltarlo nell’ufficio mentre parlava, c’erano la moglie Jill e alcuni collaboratori storici del presidente, che lo hanno accompagnato per larga parte della sua lunga avventura politica. “Io ho una venerazione per questo ufficio – ha ammesso Biden, ricordando predecessori come Washington, Jefferson e Roosevelt – ma amo ancora di più il mio paese”. Da qui la decisione di fare il passo indietro, che il presidente ha descritto in termini di senso di responsabilità, senza scendere nei dettagli della sua condizione fisica e mentale. Una scelta che serve anche a difendersi dagli attacchi che stanno arrivando, sempre più intensi, da Donald Trump e i repubblicani, secondo i quali Biden non è in grado di guidare il paese per altri sei mesi e deve dimettersi subito. Harris e Trump sono però rimasti sullo sfondo di un discorso che è stato tutto incentrato a parlare direttamente agli americani e a sottolineare l’importanza del voto del 5 novembre, collegandola al sacrificio politico che Biden si è deciso a fare dopo la crisi aperta dal suo dibattito disastroso del 27 giugno scorso. “La storia è nelle vostre mani – ha detto Biden agli americani - Il potere è nelle vostre mani. L’idea stessa di America è nelle vostre mani. Dobbiamo mantenere la fede nel nostro paese e ricordarci sempre chi siamo”.  Tra le varie citazioni storiche che Biden ha scelto per dare solennità al proprio discorso, quella più importate è arrivata per ultima e riguarda Benjamin Franklin, il cui busto era vicino al presidente nello Studio Ovale mentre parlava. A chi gli chiedeva se preferisse una monarchia o una repubblica, ha detto Biden, “Franklin rispondeva sempre: una repubblica, se siete in grado di mantenerla”.

Il suicidio dello stato di diritto. Lettera da un carcere
8 ore fa | Gio 25 Lug 2024 04:16

Pubblichiamo la lettera dei detenuti  del gruppo diritti umani della Casa Circondariale Nerio Fischione ex Canton Mombello, a Brescia, una delle carceri più affollate d'Italia, inviata il ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Bellanova: “Lollobrigida non sia subalterno a Coldiretti. Il Copa? Non è così che si conta in Ue”
9 ore fa | Gio 25 Lug 2024 04:00

“Per l’Italia, che  in Europa si è messa ai margini, sarebbe molto importante poter ricoprire almeno quel ruolo. Tanto più ora che si tornerà a discutere la Pac. Tutti devono fare uno sforzo p... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Cesare Salvi: “Prima di chiedere le dimissioni di Toti la sinistra doveva aspettare”
9 ore fa | Gio 25 Lug 2024 04:00

“In questi casi scendere in piazza e chiedere le dimissioni del presidente di turno è sempre prematuro per la politica. Ci vorrebbe un maggiore distacco, soprattutto quando le dinamiche son... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Il governo spagnolo appeso alla Catalogna
9 ore fa | Gio 25 Lug 2024 04:00

Non le inchieste sulle attività professionali di sua mogl... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

La gran lezione di Mattarella su Kyiv contro gli utili idioti del putinismo
9 ore fa | Gio 25 Lug 2024 04:00

Ci sono occasioni in cui,

Decaro e la commissione ambiente a Bruxelles: cortocircuiti in vista
9 ore fa | Gio 25 Lug 2024 04:00

Bruxelles. Il Pd si aggiudica la guida della Commissione Ambiente a Bruxelles e tutto sembra andare secondo i piani di Schlein. Tutto, o quasi, perché nessuno si aspettava che il volto del... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Per noi vecchi non c’è tregua: ora dobbiamo prepararci a questa Brat summer
9 ore fa | Gio 25 Lug 2024 04:00

Non c’è tregua per i vecchi (io). Mi pare diventato tutto una corsa a imparare qualcosa, è sempre qualcosa di fesso, fateci caso, ma bisogna sapere sempre, non ci sono alternative nella vita. E cos... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Il ricatto a Starmer: via il ban ai puberty blocker o aumenteranno i suicidi
9 ore fa | Gio 25 Lug 2024 04:00

Non per essere complottisti ma le lobby esistono e molto probabilmente ce n’è anche una – alquanto inferocita – che non smette di spingere dannatamente a favore dell’ormonizzazione dei bambini con comportamenti “non conformi” al sesso di nascita, nonostante sulla terapia affermativa si stia frenando dappertutto.  A quattro mesi dall’uppercut della Cass Review, da cui lo stop definitivo ai puberty blocker in Gran Bretagna, il fronte transattivista torna in ebollizione: correnti della British Medical Association propongono una mozione di sconfessione del rapporto per fare pressing sul nuovo governo Starmer che pare invece intenzionato a mantenere il ban; sui social media e su parte della stampa si torna ad agitare il rischio suicidio per i minori che non vengono trattati con farmaci, argomento di punta dei pro blocker con tutto il suo potenziale terrorizzante.    Ebbene, “i dati non supportano l’affermazione secondo cui vi sarebbe stato un forte aumento dei suicidi tra i giovani pazienti affetti da disforia di genere… Il modo in cui questo problema è stato discusso sui social media è stato insensibile, angosciante e pericoloso, e va contro le linee guida per una segnalazione sicura dei casi di suicidio”.     E’ scritto in modo chiaro e netto in uno studio indipendente condotto da Louis Appleby dell’università di Manchester, Department of Health and Social Care adviser on suicide prevention. Appleby ha esaminato i dati forniti dal Servizio sanitario britannico (Nhse) sui suicidi di giovani pazienti dei servizi di genere presso il Tavistock and Portman Nhs Foundation Trust per concludere che gli argomenti di chi continua ad agitare il rischio suicidio sono meramente ideologici.     Lo studioso attacca l’irresponsabilità di chi ricorre ricattatoriamente a questo tema, ricordando che “la segnalazione responsabile del suicidio nei media è un aspetto importante della prevenzione del suicidio e una caratteristica centrale della strategia nazionale”. Lo scopo è evitare che si formino “cluster di imitazione e suicidio in persone con caratteristiche simili”. Pertanto ai media e agli utenti dei social è richiesto di “assicurarsi che tutte le affermazioni sul suicidio siano basate su prove e provengano da una fonte affidabile; di evitare un linguaggio allarmante e drammatico; di evitare l’impressione che il suicidio sia il risultato atteso o probabile in determinate situazioni”.    Appleby si rivolge in modo esplicito al gruppo di difesa legale Good Law Project, promotore della campagna “Stop al divieto dei bloccanti della pubertà”, che sui social ha parlato di un’“ondata” e di “un’esplosione” di suicidi con “molteplici riferimenti a bambini che moriranno in futuro perché non sono in grado di accedere ai farmaci che bloccano la pubertà”, affermazioni retwittate migliaia di volte da altri attivisti e follower e riportate anche da giornalisti di chiara fama. Ma i dati, dettagliatamente analizzati nello studio, smentiscono categoricamente l’allarme.    In Italia Arcigay sta conducendo un’analoga campagna pro puberty blocker (“Chiedimi se sono felice”) per “fare andare via i pensieri oscuri”: la solfa è sempre la stessa. Il rischio suicidio, ormai smentito da numerosi studi, come ultima spiaggia per gli irresponsabili ideologi della transizione dei bambini.

“Zaia sindaco di Venezia? Sì, ma a Forza Italia il Veneto”. Parla Tosi
9 ore fa | Gio 25 Lug 2024 04:00

Roma. Ormai lo vogliono tutti. Imprenditori, cittadini. Avversari politici. “Zaia sindaco di Venezia? Un signor profilo”, dice Flavio Tosi, coordinatore r... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

La lezione di Mattarella a La Russa. Dal Colle piovono messaggi al governo. A partire da Trump
9 ore fa | Gio 25 Lug 2024 04:00

A occhio forse l’anno prossimo al presidente del Senato Ignazio La Russa converrà o... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Una mappa per salvarci tutti. Il primo discorso del neoambasciatore Zaluzhny
9 ore fa | Gio 25 Lug 2024 03:50

Traduciamo il discorso pronunciato al Royal United Services Institute (Rusi) da Valeri Zaluzhny, ex capo delle Forze armate ucraine e ora ambasciatore di Kyiv nel Regno Unito.   L’esperienza della nostra lotta sarà utile a tutti coloro che cercano una strada per la pace. E la strada per la pace può passare anche attraverso la guerra. “Si vis pacem, para bellum”, sono le parole attribuite allo storico romano Cornelio Nepote, e purtroppo si adattano perfettamente a una società democratica anche oggi, nel Ventunesimo secolo. Se vuoi la pace, preparati alla guerra: è assolutamente vero. Lo confermo io, che ho dovuto ricoprire il ruolo di comandante in capo delle Forze armate dell’Ucraina, e lo conferma l’intero popolo ucraino, che lo ha imparato bene, a sue spese, e dolorosamente.   Quando sono nato, erano trascorsi ventotto anni dalla fine di una delle guerre più brutali e sanguinose della storia dell’umanità. Quando sono nato, già non cadevano più bombe su città e villaggi, e i carri armati non frantumavano il suolo e tutto ciò che vi era sopra. Non c’erano i suoni penetranti delle sirene antiaeree, né colpi di arma da fuoco. Ma oggi prego, e chiedo anche a tutti voi di pregare, e chiedere a Dio che i nostri nipoti non vedano mai quello che hanno visto i nostri nonni, quello che abbiamo visto noi e, purtroppo, i nostri figli. Per questo motivo  non si può smettere di lottare per il diritto alla vita, nemmeno per un minuto. Il male è vicino, ed è venuto per uccidere.   Nonostante il fatto che la ricchezza più preziosa dell’umanità sia la capacità di vivere, quasi tutta la sua storia è associata alle guerre. O meglio, all’uccisione di persone. Queste guerre, o meglio omicidi, nel tempo, in termini di portata degli eventi e numero delle vittime, sono diventate senza precedenti e hanno acquisito lo status di guerre mondiali. Solo nel secolo scorso si sono verificati due conflitti di questo tipo: la Prima e la Seconda guerra mondiale, separate nel tempo da poco più di vent’anni, che hanno causato la morte di circa 60 milioni di persone. L’umanità è pronta ad accettare serenamente la prossima guerra in termini di sofferenza, la Terza guerra mondiale? In parte dipende da noi, professionisti militari, che della guerra sappiamo quasi tutto. Dopotutto, sono i militari che fanno le guerre e ne conoscono il vero prezzo. Il prezzo delle sconfitte e delle vittorie.   Passando agli eventi del 2022-2024 della guerra decennale tra Ucraina e Russia, dobbiamo dire onestamente all’umanità cosa sta accadendo e a cosa  dovrebbe essere preparata. Le nazioni libere e democratiche e i loro governi dovrebbero svegliarsi e pensare a come proteggere i propri cittadini e i propri paesi. Siamo pronti a condividere tutte le nostre conoscenze, esperienze e idee con coloro che non hanno lasciato l’Ucraina in tempi difficili e che vogliono pace e tranquillità per i loro popoli. Allora, cosa ha insegnato questa guerra a noi ucraini, e in particolare la sua componente su larga scala, il cui vortice è esploso nelle nostre vite il 24 febbraio 2022?   Prima di tutto, che le guerre devono essere evitate. Ma se dovessero arrivare, bisogna essere preparati ad affrontarle. La preparazione alla guerra dovrebbe essere considerata come un’enorme insieme di misure che riguardano non solo gli aspetti puramente militari, ma anche tutte le sfere dell’attività statale. Forse la componente più difficile e importante è la preparazione della società, basata su una comunicazione onesta e trasparente fra il governo e la popolazione. La società deve accettare di rinunciare temporaneamente a una serie di libertà in nome della sopravvivenza. Le guerre moderne, purtroppo, sono totali. Richiedono gli sforzi non solo dell’esercito, ma anche della società nel suo complesso. I politici possono e devono mobilitare la società. E’ a questo scopo che le Forze armate e le altre risorse statali vengono coinvolte in modo  totale. Tra queste risorse ci sono l’economia, la finanza, la popolazione e gli alleati. Tali azioni, ovviamente, influenzeranno i processi politici nello stato. La preparazione alla guerra sarà quindi determinata non solo dalla prontezza dell’esercito a respingere un’aggressione, ma anche dalla prontezza della società ad affrontare il nemico.   In secondo luogo, la guerra non può essere vista in alcun modo come parte del processo politico interno. La guerra è la massima concentrazione di forze per la sopravvivenza. E solo per questo. “La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”, diceva il generale prussiano Carl von Clausewitz. Sembra quindi strano che, su scala globale, la guerra in Ucraina  influenzi la politica interna di altri paesi che, alla fine, viene utilizzata dai nemici per i propri scopi. Sono convinto che la guerra per la libertà in un paese debba diventare la politica di sopravvivenza della democrazia in altri paesi liberi.   La guerra è una scienza. Una scienza con leggi e regole proprie che devono essere conosciute e studiate. Usare la guerra per i propri scopi o cercare di influenzarne il corso per i propri interessi è un crimine che provoca enormi perdite. È sempre difficile per un esercito democratico, un esercito di una società libera, combattere con l’esercito di un signore feudale. Il nemico considera la democrazia la nostra più grande debolezza e cerca in tutti i modi di sfruttarla. Falsità, menzogne, svalutazione degli interessi nazionali, sfiducia nei confronti della leadership: questo è un elenco incompleto di strumenti che i russi utilizzano da più di dieci anni e che le società democratiche non hanno ancora trovato metodi per contrastare. Già nel V secolo a.C., il noto pensatore cinese Sun Tzu delineò i princìpi fondamentali della guerra, che rimangono attuali anche oggi e saranno rilevanti finché le persone governeranno la guerra. Tuttavia, questi sono solo princìpi di base che devono essere completati con armi, forme e metodi del loro utilizzo, eserciti con le loro strutture. È in questa sequenza che la guerra cambia.   Analizzando attentamente la nostra esperienza, supportata da cifre e fatti, siamo sulla soglia non solo di un  lavoro enorme, ma anche della cosa più importante, di fronte a una scelta difficile. Per noi ucraini non si tratta solo di un’indagine sulla legge della “sfida e della risposta” dello storico britannico Arnold J. Toynbee. Non solo l’esistenza stessa della Russia è già una minaccia. Oggi abbiamo già una guerra sanguinosa e su larga scala, che ci ha portati a una nuova sfida: la sopravvivenza fisica. È la sopravvivenza di una nazione che è determinata dalla sua scelta. Come rispondere a questa sfida? Come sopravvivere nelle condizioni di ambiguità e contraddizione del mondo circostante? Ora, dobbiamo renderci conto che dipende da noi ucraini se sopravviveremo e se i nostri figli avranno un futuro. Senza dubbio, oggi la storia offre ancora una volta una possibilità al popolo ucraino.   In una fredda notte del 24 febbraio 2022, quando tutto il mondo si godeva una vita tranquilla e si crogiolava in letti caldi, gli ucraini hanno ricordato a se stessi il sangue che scorre nelle loro vene e sono entrati in una feroce battaglia con l’eterno nemico. Grazie al sacrificio degli ucraini, abbiamo conquistato una possibilità per noi stessi. Una possibilità non solo di continuare la lotta primordiale, ma di vincere. Ci è costato caro: molte vite dei migliori figli e figlie. Ed era solo il punto di partenza.   Molto presto ci siamo resi conto che resistere a un colpo, dare una degna risposta al nemico,  è solo l’inizio di una fase di confronto più difficile, che consiste nel trovare il proprio modo speciale di vincere. E’ stata la ricerca di questo percorso  che ci ha portati a comprendere i contorni già comprensibili dei cambiamenti rivoluzionari, soprattutto in ambito militare. Stranamente, ma in modo del tutto logico, è probabile che questi cambiamenti, inventati sui campi di battaglia della guerra russo-ucraina, determineranno i contorni delle guerre e dell’arte della guerra nel Ventunesimo secolo. E soprattutto, diventeranno le fondamenta dell’intero sistema di sicurezza globale del futuro. Fino a poco tempo fa, si poteva  affermare con sicurezza che i sistemi senza pilota sono la ragione principale dei cambiamenti nelle strategie, nelle forme e nei metodi di applicazione. Ma già oggi è probabilmente necessario introdurre un concetto più ampio: la tecnologia, nel concetto di una nuova strategia di fare la guerra.  La guerra che  è piombata su di noi nel 2014 è completamente diversa da quella che è entrata nelle nostre vite il 24 febbraio 2022. Sebbene fosse basata sugli stessi concetti del 2014, era già diversa e ha esaurito rapidamente le nostre forze nel maggio 2022. È stata l’intensità delle ostilità a costringerci a ripristinare il livello dell’inizio del 2022, e la necessità di sopravvivere sul campo di battaglia ci ha portati a un’altra guerra, che abbiamo affrontato nell’estate del 2023.   Gli aggressori si sono fermati per qualche tempo alla ricerca di nuove armi, e sarebbe opportuno cercare nuove forme di applicazione delle ultime tecnologie. È l’invenzione di nuovi metodi di impiego che porterebbe logicamente a cambiamenti nella struttura delle unità, dei distaccamenti e delle Forze armate nel loro insieme. Questa mozione è scientifica e ragionevole. Lo sviluppo delle tecnologie influisce sulle forme della loro applicazione, e solo nuove forme di applicazione influiscono sulla struttura degli eserciti combattenti. Questa tendenza è inevitabile e continuerà. Le tecnologie – come insieme non solo di soluzioni innovative, ma anche di misure per lo sviluppo, il supporto scientifico, l’addestramento, lo sviluppo di dottrine che cambieranno la situazione sul campo di battaglia nelle condizioni dei vantaggi esistenti del nemico in termini di potenziale militare e di risorse.   In poche parole, oggi abbiamo già inventato un modo per combattere e vincere contro eserciti più forti nel Ventunesimo secolo. Ovviamente, è la tecnologia che dovrebbe garantire la sostenibilità della nazione ucraina. Allo stesso tempo, sono assolutamente d’accordo sul fatto che la guerra russo-ucraina non è ancora una guerra del futuro. E’ solo una guerra di transizione. Ma è la nostra guerra che forma nuove regole. Noi ucraini, con il nostro sangue e la nostra sete di vittoria, stiamo formando nuovi modelli di una nuova guerra. Una guerra che sarà la guerra del futuro.   Dobbiamo ammettere che la sete di sopravvivenza sul campo di battaglia è quasi la ragione principale per trovare modi per migliorare le proprie armi. La combinazione di fattori come le risorse limitate, la mancanza di un supporto adeguato, l’incapacità di concentrarsi sulla produzione di mezzi di lotta tradizionali, ha portato a cambiamenti significativi sul campo di battaglia della guerra russo-ucraina. Di fatto, è iniziata una nuova fase nelle forme e nei metodi delle operazioni militari. Vediamo come il progresso scientifico e tecnologico abbia messo in moto la ruota della storia e portato sul campo di battaglia le tecnologie che probabilmente saranno decisive in questa guerra e, soprattutto, che diventeranno la base della sicurezza globale del futuro. Chi sarà in grado di padroneggiare rapidamente queste tecnologie – il mondo democratico o il mondo della tirannia – dipenderà da noi. La guerra è una questione di risorse e di tempo.   Se consideriamo le tecnologie come risorse, ad oggi, per varie ragioni, né l’Ucraina né la Russia saranno in grado di padroneggiarle da sole nel prossimo futuro. Ciò significa che l’unica via d’uscita potrebbe essere quella di aumentare il numero di risorse umane coinvolte nelle ostilità. Allo stesso tempo, le tecnologie aspetteranno i più coraggiosi e capaci per padroneggiarle. Chi le padroneggerà risolverà i problemi di sicurezza globale.   È difficile dire come si svilupperà la situazione in futuro. Solo una cosa è certa: i tiranni avranno costantemente bisogno della guerra per uso interno, come strumento per mantenere il potere. Il mondo esterno dovrebbe costruire una protezione affidabile contro di loro. Oggi più che mai è in Ucraina che trovano il modo di sopravvivere e di creare tecnologie. Ma, per ovvie ragioni, non possono espandersi. D’altra parte, i nostri partner hanno le risorse, ma non c’è un campo applicato e pratico per testarle. Solo insieme saremo in grado di utilizzare efficacemente le risorse, perché il tempo non funziona più per noi. “Seguire le regole della guerra di ieri non porterà ai successi di oggi (o di domani). È questa  consapevolezza   che può salvare molte vite. Dobbiamo iniziare ad affrontare le conseguenze delle nuove regole di guerra”. Ho preso questa citazione dal generale americano in pensione Stanley McChrystal.  Dopo pronunciò queste parole: “Altrimenti, verremo tutti lasciati indietro”. Ma io direi più categoricamente: altrimenti moriremo tutti.   Valeri Zaluzhny

Sangiuliano, un candidato al Museo di Torino e un’idea irrealizzabile. Colpi di sole
9 ore fa | Gio 25 Lug 2024 03:48

Oddio, basterebbe l’affermazione di voler riportare la Monna Lisa in Italia per escludere l’egittologo Zahi Hawass dalla candidatura a presidente della Fondazione del Museo Egizio di Torino paventata dal ministro Sangiuliano. Hawass forse non sa che l’unico modo di riportarla in Italia sarebbe quello di rirubarla come aveva fatto Vincenzo Peruggia nel 1911 (non l’11 settembre come dicono al ministero). Infatti la Gioconda è di legittima proprietà francese per il semplice motivo che fu lo stesso Leonardo a dargliela. A meno che il ministro Sangiuliano o Zahi Hawass non vogliano e possano dimostrare che Leonardo, incapace d’intendere e di volere, fu circuito da Re Francesco I, o magari trovino un vecchio testamento del maestro da Vinci dove lui lasciava il dipinto al nipote di Pontremoli, ammesso che tale nipote sia esistito. Oppure Leonardo, avendo tante doti, magari era riuscito come Emmet Brown del film “Back to the Future” a fare un salto nel futuro andando ad Arcetri a trovare Galileo e regalargli la Monna Lisa che però si era dimenticato nel passato da dove arrivava.  La libertà di parola è sacrosanta come sacrosante sono le castronerie che questa libertà si porta dietro. Infatti sono  libero anche di dire che la maschera di Tutankhamen è stata fatta con oro trafugato a una popolazione del Casentino del 1300 avanti Cristo di cui io sono discendente e quindi la rivoglio indietro. Ma se lo dicessi e al tempo stesso qualcuno mi candidasse alla direzione o presidenza del Museo Etrusco di Firenze la cosa sarebbe preoccupante. Preoccupanti non sono infatti le cose dette a vanvera ma il fatto che non influenzino il giudizio e le scelte di chi sarebbe obbligato, essendo ministro, a selezionare le persone più qualificate e attendibili a gestire il patrimonio artistico del paese. Non conosco assolutamente le qualità e le qualifiche di Zahi Hawass ma il dubbio, viste le dichiarazioni, che sia un egittolgo d’Egitto mi viene e credo sia legittimo. Non bisogna essere dei Montanari, inteso come Tomaso, per agitarsi davanti a una gestione della cultura a dir poco bizzarra. Forse ministro ed egittologo avendo visto che Bernard Arnault si è comprato anche la vigna di Leonardo a Milano hanno iniziato a insospettirsi. Non è che è stato Arnault a dare i soldi a Re Francesco I per comprarsi anche la Gioconda? Non solo: il dipinto nel 1516 aveva il permesso di libera circolazione? Non è che Leonardo se l’era portato via illegalmente mettendolo sotto il sedile del vagone letto? Potrebbe essere, visto che le date al ministero dei Beni culturali sono un’opinione. Gli egiziani infatti per le piramidi si erano ispirati alla cupola del Brunelleschi. L’attuale e bravissimo direttore del museo egizio di Torino Christian Greco, visto il nome e il cognome, si prepari a fare le valigie. Ma prima di andare faccia posto a Ötzi, il cacciatore tirolese che però pare avesse in tasca un papiro “d’identità” egiziano e quindi secondo i piani di Hawass dovrà andare da Bolzano a Torino, se non addirittura tornare al Cairo. Torino sarebbe filologicamente più giusta come destinazione. Non è un mistero che Ötzi fosse un grande appassionato dei romanzi di Salgari.

L'Italia di fronte alla "irreversibile" tragedia demografica
9 ore fa | Gio 25 Lug 2024 03:48

L’Italia è da tempo, almeno dalla crisi del 2011, impegnata ad affrontare tante emergenze. Ma l’attenzione ai problemi immediati sembra distogliere il paese dall’emergenza più importan... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Bernardini: "Sulle carceri il governo non ascolta nemmeno Mattarella. Nordio? Non lo riconosco"
9 ore fa | Gio 25 Lug 2024 03:32

“Davanti alle parole di Mattarella non hanno neppure avuto il coraggio di dire no, intanto nelle carceri

La chiusura del centro islamico di Amburgo da cui uscì Khomeini
9 ore fa | Gio 25 Lug 2024 03:31

Centinaia di poliziotti com il volto coperto, un viavai di cartoni e oggetti sequestrati per essere analizzati altrove. E nelle stesse ora non meno di cinquanta  perquisizioni, la maggior part... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Bonaccorsi: “A Roma dovremmo avere meno turisti ma di livello più alto”
9 ore fa | Gio 25 Lug 2024 03:27

Due settimane fa a Barcellona la gente è scesa in piazza contro l'eccessivo turismo. Poi la protesta si è spostata nell’isola di Maiorca. La Spagna sembra essere più consapevole dei danni dell’... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

In Regione Lazio va in scena, in piccolo, la pièce “divisioni nel centrodestra”. Prodromo?
9 ore fa | Gio 25 Lug 2024 03:24

Un mistero, se non buffo ma bizzarro, quello che si è consumato ieri dalle parti della Regione Lazio. Tema: discussione sull’assestamento di... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Sicuri che il cattivismo modello Trump basterà a sconfiggere Kamala?
10 ore fa | Gio 25 Lug 2024 03:06

Al direttore - Urge evitare di lasciare  campo libero alle battaglie antiscientifiche e illiberali di Coldiretti. Oltretutto Parma da sempre rappresenta la prova vivente che tradizione e innovazione, che industria e agricoltura non solo possono convivere ma che insieme prosperano. Una contromanifestazione dunque, una giornata di studi, la formula trovatela voi ma non si lasci senza risposta questa provocazione. Filippo Ziveri    Al direttore - Bisognerebbe ricordare a Trump e a Vance che se i veri americani (i nativi) avessero respinto tutti gli immigrati, il presidente degli Stati Uniti oggi forse si chiamerebbe Lakota Tatanka Yotanka (Toro Seduto). Michele Magno A proposito di cattivismo, per così dire. Il New York Times ha ricordato tutto quello che Trump, negli ultimi tempi, ha detto su Kamala Harris. L’ha descritta come “cattiva”, “pazza” e “irrispettosa”, ha preso in giro la sua risata, ha pronunciato male il suo nome e ha promosso una falsa affermazione secondo cui Kamala Harris non è costituzionalmente idonea a ricoprire la carica di vicepresidente, riecheggiando la sua campagna razzista “birther” contro Barack Obama. Lauren Leader, fondatrice di All In Together, ha detto sempre al Nyt che la presenza della Harris potrebbe far venir fuori ancora di più tutto il peggio del trumpismo e non è difficile immaginare che Trump possa, non in modo strategico ma in modo automatico, esagerare contro la Harris. Nel 2016, gli attacchi personali a Hillary Clinton non sono costati a Trump la vittoria nella corsa presidenziale. Ma se al cattivismo contro Kamala dovesse aggiungersi il cattivismo modello Vance (che anni fa accusò violentemente Kamala di essere una “gattara, senza figli, infelice della propria vita”, e che in quanto tale non aveva alcun interesse e amore per il futuro dell’America) siamo sicuri che la campagna di Trump ne potrebbe trarre giovamento? Chissà.   Al direttore - Scrivo la presente, di cui chiedo gentile pubblicazione, in risposta all’articolo pubblicato lo scorso 20 luglio “Il genocidio infinito dell’Armenia, dove ad essere rimosse ora sono le croci”, a firma di Antonia Arslan. La signora Arslan nell’articolo offre una versione distorta, storicamente infondata e parziale  della situazione tra Azerbaigian e Armenia. Definisce “Artsakh” una regione, internazionalmente riconosciuta come parte dell’Azerbaigian – ricordo a tal proposito  ben quattro risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che chiedevano anche il ritiro delle forze armate di occupazione dell’Armenia, che nessuno al mondo, inclusa la stessa Armenia, ha mai riconosciuto come tale. Non paga di ciò, lo descrive come un “luogo fiabesco”. Ci chiediamo con stupore quali territori abbia visitato la signora Arslan, se ancora oggi i rifugiati e profughi azerbaigiani sono riusciti solo parzialmente a tornare alle proprie case, a causa della massiccia presenza di mine che rende il Karabakh una delle aree più minate al mondo. Proprio mentre veniva pubblicato l’articolo, un ennesimo civile azerbaigiano veniva ferito da una mina nel distretto di Kalbajar. Nel momento della liberazione dei nostri territori, dopo quasi 30 anni di occupazione, abbiamo trovato solo devastazione e rovine. L’intero patrimonio culturale e religioso azerbaigiano è stato annientato. Le nostre moschee ridotte in stalle. A differenza dell’Armenia, paese monoetnico, l’Azerbaigian è noto per la cura e l’attenzione che dedica a tutte le culture e le religioni presenti nel paese. Stiamo restaurando le antiche chiese albane presenti in Karabakh. Nel centro di Baku, c’è una chiesa armena restaurata a spese del mio governo e contenente un cospicuo numero di volumi antichi, anch’essi conservati con cura. E’ inoltre importante sottolineare che la problematica tra Armenia e Azerbaigian è stata sempre di natura territoriale e non legata a questioni religiose, diversamente da quanto lasci intendere l’autrice. Ma l’aspetto forse più significativo, è che questo articolo tace sul fatto che la situazione nella regione oggi è diametralmente diversa. La guerra è ormai alle spalle. Azerbaigian e Armenia stanno facendo grandi sforzi per la normalizzazione delle relazioni e siamo fiduciosi che presto potrà essere firmato un trattato di pace. Gli armeni che hanno lasciato il Karabakh nel settembre 2023 lo hanno fatto volontariamente, non c’è stato nessun osservatore internazionale che abbia testimoniato violenze o pressioni, e siamo pronti in ogni momento a riaccogliere chi ha abbandonato la regione, per avviare una convivenza pacifica, nel segno del benessere per i nostri popoli. Ci spiace che non si sia in grado di vedere la nuova realtà e di accettare gli sforzi compiuti dall’Azerbaigian per raggiungere una pace sostenibile tanto attesa, con benefici per tutti i popoli della regione. Vugar Hajiyev, consigliere dell’ambasciata dell’Azerbaigian