Che siano ricordati gli atleti e le atlete. Era con queste parole che il presidente del Comitato paralimpico internazionale (Ipc), Andrew Parsons, aveva dato avvio ai Giochi durante la Cerimonia d’... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Il desiderio di non essere traditi forse potrebbe essere l’onesta definizione di amore. Il rifiuto del vilipendio privato, l’oltraggio micidiale di essere i non-preferiti tutti i minuti, le corna insomma, o come le vogliamo chiamare, è una delle grandi ipocrisie civilizzate, la più grande ingenuità che ci siamo inventati e ce la difendiamo con le unghie. Perché? Prima di tutto non lo puoi ammettere. “Non voglio essere tradito” suona debole, sa di precauzione eccessiva, di paura. Invita pure all’inganno, questa è la verità. Però è il petrolio che muove matrimoni, conversazioni, rapporti, scelte, delitti amministrativi – quel capolavoro di “Succession” di quello parla. Secondo di tutto essere traditi è naturalissimo, molto più spontaneo del contrario, non serve nemmeno impegnarsi con un obiettivo meritevole: di solito si è traditi a occasioni, e non per scoperta di essenziali qualità di qualcuno che all’improvviso diventa un nuovo soggetto amoroso irrinunciabile. Si tradisce a caso, innamorarsi è anche questione di chi ci capita davanti, una verità che spesso si scopra troppo tardi, quando si è sofferto tutto l’inutile che si poteva soffrite. Philip Roth ha scritto un inventario stupendo, del tradimento: “Pensa alle tragedie. Cosa provoca la follia, lo spargimento di sangue, la paura? Otello: tradito. Amleto: tradito. Lear: tradito. E’ un tema molto grosso, il tradimento. Pensa solo alla Bibbia. Di che cosa parla questo libro? La situazione più comune, nella Bibbia, è il tradimento. Adamo: tradito. Giuseppe: tradito. Mosè: tradito. Sansone: Tradito. Davide: tradito. E non dimenticare il tradimento di Dio. Dio tradito. Tradito dai nostri antenati in ogni occasione”. Quei pochi che si lasciano ancora affascinare, potrebbero trovare il tradimento nel cuore della storia. Di tutta la storia. La storia del mondo, la storia familiare, la storia personale. Niente di più spietatamente frequente”. Il motivo ancestrale dell’avversione al tradimento è immediato: paternità. I figli. Il sangue e l’oro che deve trasmettersi alla linea legittima. Una ricerca recente sposta indietro – parecchio indietro – il bisogno di test del Dna e rivela il metodo delle caverne. Jesse Bering cita la psicologa evoluzionista Paola Bressan dell’Università di Padova e il suo saggio di ricerca, e quello che emerge è che gli uomini con gli occhi chiari mostrano una preferenza più forte per partner femminili con occhi chiari soprattutto quando valutano una relazione di lungo periodo, perché la genetica della pigmentazione rende gli occhi scuri nel figlio un segnale semplice capace di aumentare il sospetto di non-paternità. Coerentemente gli uomini con occhi chiari dichiarano anche più gelosia verso rivali maschili con occhi chiari, percepiti come minaccia più compatibile con una paternità apparente. L’autrice discute e scarta spiegazioni alternative, notando anche che tra i partecipanti con occhi chiari il rapporto padre-figlio percepito come freddo è associato a minori preferenze o ansie legate al colore degli occhi. Il figlio di un altro ti ruba il futuro, e i Cro-magnon cominciarono a guardarsi dritto negli occhi. Gli occhi chiari non sono più belli, sono solo più sicuri. La tradizione romantica dei soffici capelli e delle iridi azzurre era solo un tentativo di assicurazione sul capitale, ci siamo cascati. Non finisce qui, perché nel saggio c’è il capitolo rivali: chi ti fa più paura? Non uno che è meglio di te, ma uno che si può mimetizzare. Se tu sei chiaro, un rivale chiaro è peggio: perché un figlio nato dall’infedeltà potrebbe comunque passare per tuo. Quindi la somma aritmetica sentimentale è questa: la gelosia è una faccenda tecnica, si teme chi è chi è più compatibile con un inganno. Tutto, dell’amore, è affidato al caso e a calcoli di ragioneria? Pare di sì. Intanto – terrificati dai telegiornali che dalla mattina alla sera passano solo guai – continuiamo a vivere, sicuri che su di noi non pioverà mai, siamo migliori e speciali, non ci tradiranno. Alla verità si può resistere solo fino a un certo punto.
Corsi e ricorsi della storia. E della rimonta. “A marzo del 2000 anche noi ci trovavamo lontanissimi dal primo posto. Poi il primo aprile vincemmo lo scontro diretto a Torino contro la Juventus: cambiò tutto”. Pure allora finì 1-0 per gli inseguitori. L’incornata del Cholo Simeone come il sinistro di Estupiñán? “Mai dire mai, le speranze ci devono essere sempre: ci credette fino in fondo la mia Lazio, può crederci anche questo Milan”, dice Marco Ballotta, che quella notte al Delle Alpi difendeva la porta dei biancocelesti. Ipnotizzò Inzaghi e Del Piero, fu uno dei migliori in campo. Poi nella ripresa il gol che cambiò la corsa scudetto. “Sapevamo di dover vincere a tutti i costi: una volta strappati quei tre punti, il destino non sarebbe stato più nelle nostre mani. Questo allentò la pressione, dandoci una carica enorme e togliendo qualche sicurezza alla Juve. Ma Eriksson, da buono svedese, glaciale, era il primo a ripeterci: noi ce la giochiamo, noi ce la giochiamo fino in fondo. La consapevolezza c’era”. E Allegri? “Fa giustamente l’Allegri: parlare di Champions League, di quarto posto, è il suo modo per distendere la tensione. Eppure sono convinto che anche a Milanello, oggi, un lumicino c’è”. In questi giorni in casa rossonera ci si culla con le suggestioni di un altro tricolore, che pure Ballotta ricorda molto bene: quello dell’anno prima. 1998/99. A ruoli invertiti, con la Lazio a dilapidare sette punti di vantaggio sui rossoneri. “In primavera arrivammo stremati: il cammino trionfale in Coppa delle Coppe tolse energie al campionato. E qualche decisione arbitrale avversa pesò parecchio. Ma quello scudetto l’avevamo buttato noi. Il fatto è che quando sei in testa, ridursi all’ultima giornata per la vittoria matematica è un rischio enorme. Perché poi può succedere di tutto: il 5 maggio, Roma-Lecce, il diluvio di Perugia. L’aiuto dal cielo per portare la Juventus a commettere qualcosa di insensato. Oggi questa Inter è più forte del Milan, ma deve fare attenzione. Soprattutto sul piano psicologico”. Un derby da sliding doors? “Potrebbe essere, anche perché il gol partita arriva un attimo dopo l’errore di Mkhitaryan. Secondo me i nerazzurri l’avevano giocata per pareggiare, anche considerate le assenze. Il verdetto del big match è importante: noi avevamo imparato la lezione del ’99 e battuta quella Juve le avevamo messo il fiato sul collo”. Da -9 a -3 punti in due giornate. “Ora il divario è più ampio, ma ci sono anche più gare da disputare: dieci sono tante. L’Inter può permettersi ancora qualche falso passo, però scherza col fuoco”. la Conta anche la mentalità dei protagonisti. “Senza dubbio”, sorride Ballotta. “Nella mia Lazio eravamo circondati da condottieri: Mancini, Simeone, Mihajlovic. Non a caso tantissimi campioni di quella squadra sono diventati grandi allenatori. Avevano carattere, un certo tipo di convinzione contagiosa e sicurezza nei propri mezzi”. Come Modric, oggi? “Ha classe e leadership uniche. Fra qualche anno potrebbe seguire quella strada anche lui, chissà. Ma c’è una differenza fondamentale, tra il passato e il presente”. Cioè? “A quei tempi chiunque si giocasse lo scudetto aveva uno squadrone, con un eccezionale concentrato di talento. Oggi c’è un’altra Serie A: così tanta qualità messa insieme non si vede più”. Purtroppo è un dato di fatto. Per questo forse ci affascina il confronto: ripetere la storia è un’illusione di grandezza. “In ogni caso l’incertezza fa bene alla competitività del campionato”. Un pronostico, dunque? “Alla fine si resta con la classifica attuale: i valori rispecchiano la realtà. Parlare di sorpasso è giusto e suggestivo, ma non è così semplice. E il Milan non è il tipo di squadra che ammazza le partite ogni domenica. Per ogni rimonta che si concretizza, percentualmente ce ne sono molte di più rimaste incompiute: parliamo ancora della mia Lazio perché continua a meravigliarci. E poi, visti i miei trascorsi, tra le due oggi tifo Inter”. Dove l’ex portiere giocò per una stagione, subito dopo lo scudetto del 2000. “Mesi brevi ma intensi, all’interno di un’annata difficile: in nerazzurro avrei voluto restare di più, si fecero altre scelte. E la mia carriera non finì lì”. Anzi. Di nuovo alla Lazio, con tanto di record di longevità: nel 2008, a 44 anni e 38 giorni, divenne il giocatore più anziano a scendere in campo in Serie A. Oggi Ballotta ne ha 62 e gioca ancora. “In Eccellenza emiliana: alleno i portieri, questa domenica però mi sono tesserato e vado in panchina come secondo. Ma soltanto a onor di distinta, per un infortunio altrui. Non ho perso la voglia di divertirmi, diciamo”. Né quella di ricordare. “Un momento su tutti? Ho avuto la fortuna di avere a che fare con tanti campioni: Verón, Vieri, Ronaldo. Ma ripenso alla Lazio, a quei venerdì pomeriggio con Sinisa. Lui si fermava dopo allenamento per esercitarsi sulle punizioni. Ed era un problema: non so come facesse, ma faceva sempre gol. Sempre, sotto l’angolo alto. Rimonte a parte, quando tornerà una Serie A così?”.
Lontani dalla guerra, già, ma in che senso? L’Italia, lo sapete, non è formalmente parte della guerra contro l’Iran e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, lo ha ribadito alla Camera mercoledì scorso. Ma per quanto si possa stare lontani dal conflitto in medio oriente, il conflitto ha già toccato l'Italia su molti fronti. E lo è per almeno cinque ragioni. La prima ragione è militare: un contingente italiano è presente in Iraq, a Erbil, dove circa 400 militari partecipano alla missione di addestramento delle forze curde e nei giorni scorsi, dopo i colpi arrivati alla base da missili iraniani e da milizie filo-iraniane, le truppe sono state ritirate “temporaneamente”. La seconda ragione riguarda gli attacchi indiretti agli alleati europei. Il raid iraniano contro la base “Camp Peace” negli Emirati, che ospita forze francesi, ha mostrato che Teheran considera legittimi bersagli anche installazioni militari di paesi europei. La terza ragione riguarda la dimensione europea. L’escalation nel Mediterraneo orientale coinvolge direttamente paesi dell’Unione come Cipro e in difesa di Cipro l'Italia ha schierato, come altri partner europei, la sua Marina. La quarta è l’alleanza atlantica. La Turchia, membro della Nato e attore centrale nello scenario regionale, ha chiesto per due volte all'Alleanza, di cui fa parte anche l'Italia, di neutralizzare droni iraniani. L'Italia non è in guerra con l’Iran, ma la guerra con l’Iran è già entrata nella nostra geografia militare: collaborare tra maggioranza e opposizione non dovrebbe essere un'opzione.
Dramatis personae: Miray, Erodiade, Salomè, Dina, Ela, Miriam, Giovanna, un’altra Salomè. Beula, Lia, Rama, Caroline, Claire, una vedova, una vecchietta, una libraia, le “donne del mercato” e la “c... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
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La grande questione arbitrale, che più che scuotere coscienze – come vedremo tra poco – scatena appetiti, provoca travasi di bile e, talvolta, svariati giorni di prognosi, è un evergreen del nostro... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Se gli effetti del conflitto in Iran sull’economia mondiale d... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
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Sal Da Vinci e la riforma Nordio. Sal Da Vinci usato come “gong” nei comizi del Sì. Sal Da Vinci in bianco sposa o cameriere che invece vota No, come tutte le coscienze critiche e ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
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Marta, Gerry e la piccola Bianca sbarcano su un’isola del sud Italia dove passano le vacanze. Sono una coppia di quarantenni con figlioletta di due anni, che si esprime nel modo bizzarro e pieno di invenzioni divertenti di chi si sta appropriando delle parole giocand. La vediamo spesso alle prese col suo papà in un rapporto felice e privilegiato. Eppure in quel loro sbarco che si vorrebbe spensierato c’è già qualcosa di vagamente inquietante. Troppa luce, troppa gente, troppa attenzione protettiva verso la bambina, troppi scossoni sulla Panda che li porta alla casa presa in affitto in Vicolo dei Magistri già Strada Torrente Minore, troppe rocce nere in mezzo ai colori accecanti del cielo. Come sempre. Eppure Gerry sente qualcosa di diverso nell’aria, che forse altro non è se non ansia da viaggio. Non lo scriveva Patrizia Cavalli nei versi che gli tornano in mente? Ma valorose sono le partenze / anche se spesso un imbarazzo le consuma… Poi l’ansia, o imbarazzo, si attenua. Comincia la vacanza. Il mare, gli aperitivi al bar o in terrazzo, le chiacchiere con gli amici e i pettegolezzi di coppia la sera a letto. Un insieme di gesti leggeri che poi, dopo la catastrofe, si trasformeranno in segni, tappe verso il compiersi del destino, perché la catastrofe rende “necessaria la cronaca delle vite degli altri”. Non solo la propria. Così, con pigrizia estiva appunto, Nicola Ravera Rafele procede a passi felpati in un romanzo dal titolo che mette subito in guardia, "Nubifragio" (HarperCollins), ma potrebbe alludere al naufragio di un rapporto o alla rottura di una amicizia, catastrofi grandi e piccole che a volte travolgono il quotidiano e proprio nei momenti più impensati. Gerry poi approfitta del tempo libero per ragionare su sé stesso e sulla sua generazione che sente allo sbando, sulla direzione da prendere nella vita, fa bilanci insoddisfacenti, si misura con il successo di un conoscente ben più anziano di lui che è una star dell’architettura, corteggiatore di donne giovani, ben piazzato nella vita, soddisfatto di sé professionalmente ed eroticamente. O così appare. Perché questo è un romanzo che racconta, o almeno suggerisce, anche l’altro lato delle persone, quello in ombra che difficilmente trapela all’esterno. Un po’ come il cielo dell’isola, “ancora blu” ma “filtrato da uno strato leggero di piccole nuvole bianche”. Sono cirrocumuli. “Nessuno li nota, i cirrocumuli, quando arrivano. Morbidi, decorativi, come un drappeggio sul celeste, come una garza. Nessuno li nota mentre annunciano la burrasca”. E poi la burrasca arriva. Introdotta da una frase decisiva: “Cominciò a piovere dopo mezzanotte”. E allora? Quante volte comincia a piovere dopo mezzanotte? Perché allarmarsi? Perché, se si sta leggendo questo libro, la pioggia, quella pioggia notturna, è un altro definitivo segnale di ciò che lo scrittore si è preoccupato di suggerire mentre raccontava i normali diversivi di una vacanza, le tensioni e le simpatie fra persone della stessa età o di generazioni diverse, l’inconsistenza di discussioni da apericena (visto che “non avevamo nulla da dire, ma soltanto cose da dirci”), i problemi sentimentali di una, il garbuglio fallimentare della vita di un altro, la lotta di una bambina per impadronirsi delle chiavi del mondo, le chiavi del linguaggio. La tempesta travolge tutto. Viene giù la montagna da cui gli alberi erano stati estirpati e mai ripiantati, il Vicolo dei Magistri torna a essere il torrente che era stato, Bianca, Marta e Gerry rischiano di morire travolti dal fango. Ma di questa seconda parte emozionante, che riesce a ricreare un’esperienza personale terribile vissuta dall’autore, e del coraggio risolutivo di un giovane uomo che si era definito irrisolto, non sarebbe giusto anticipare i tanto potenti dettagli.
L’ultimo lascito è una piscina. Bizzarro, per un’Olimpiade di neve e ghiaccio, ma vero: nella legacy che Milano-Cortina 2026 ha lasciato alla Lombardia c’è anche la nuova vasca dell’Unità Spinale Unipolare dell’Ospedale di Niguarda, inaugurata giusto a ridosso dei Giochi paralimpici. Serve a potenziare riabilitazione e recuperi funzionali, si aggiunge alla palestra e alla piscina aperta due anni fa e segna un’altra tappa del rinnovamento di un reparto che a fine anno avrà 39 posti letto. Ma soprattutto è un esempio della spinta che da queste parti le Olimpiadi hanno dato pure alla sanità. Il centro è stato proprio Niguarda, scelto come ospedale olimpico. E’ da qui che si è coordinato il lavoro durante le gare. Ed è qui che, adesso, la “centrale olimpica” rimane come nuova Centrale operativa: un salone con una decina di postazioni e due grandi monitor alla parete in cui compaiono in tempo reale tutti i numeri dell’ospedale: i medici in servizio e i letti vuoti nei reparti, gli infermieri in turno e i pazienti in dimissione, la situazione delle 42 sale operatorie e il flusso del Pronto soccorso. Il tutto allargato ai dati di Bormio, Livigno e Sondalo: dalla sala di Milano si monitorano anche gli ospedali della Valle, gli altri pezzi del puzzle olimpico. E collegato alla sala operativa di Soreu, che da due porte più in là gestisce emergenza e urgenza e flussi delle ambulanze nell’area metropolitana. Dal punto di vista tecnico è una semplice dashboard, ma il valore aggiunto sono i dati raccolti in tempo reale: “Siamo passati da un’analisi statica a una gestione real time di tutte le risorse critiche”, dice al Foglio Giuseppe Sechi, direttore sanitario di Niguarda. Si può governare l’ospedale da qui, senza passare dal viavai continuo di chiamate e attese, richieste in reparto e corse per i letti liberi. Un salto in avanti, per chi deve gestire la programmazione. E qualcosa che può allargarsi ad altri ospedali: “L’idea è di poter avere, un domani, un sistema di monitoraggio unitario su tutta la macroarea, per gestire con più precisione i posti letto”, aggiunge Sechi: “Abbiamo visto che si può, basta organizzarsi”. Ma i Giochi, qui, lasciano anche un nuovo accesso al Pronto soccorso (dove arrivano in media 300 persone al giorno), con una admission room da 12 postazioni e un percorso che smista i pazienti su quattro canali, “per ridistribuire i flussi ed evitare soste in corridoio”. E una piattaforma di telemedicina avanzata dalle potenzialità enormi: si chiama Aurora e permette ai medici dell’ospedale milanese di vedere da remoto (anche da casa loro: bastano un’app e uno schermo) i referti e di fare visite e consulti come se fossero sul posto. Durante le gare, per dire, ha permesso di visitare da Milano gli atleti di stanza a Livigno, mettendo insieme i medici sul posto e i colleghi che magari stavano in Cile o in Australia. Domani, può aprire strade impensabili alla famosa “medicina sul territorio”. Che, nel frattempo, dalle Olimpiadi ci ha già guadagnato. Tra Bormio e Sondalo si sono potenziati polo radiologico e Pronto soccorso. A Livigno la Casa della Sanità ha un reparto diagnostica allargato, con una nuova Tac e Risonanza magnetica. Il piano destinato alla “famiglia olimpica” ha ampliato il poliambulatorio per la popolazione locale: in pratica, c’è un nuovo mini-ospedale, con medici che arrivano anche da Milano per passare periodi in Valle, con foresterie dedicate. “Abbiamo iniziato due anni e mezzo fa con i concorsi al 50 per cento”, racconta Sechi: “Gli assunti da noi si impegnavano a lavorare per metà dei primi tre anni a Sondrio e Sondalo”. Pratica estesa anche dopo, e che finora ha messo a disposizione dei presìdi lontani un centinaio di medici di Niguarda. Dove, intanto, i Giochi hanno dato una spinta anche alla ricerca. Grazie agli studi sui paratleti sono nate nuove terapie (via elettro-agopuntura) per lesioni e ulcere da pressione. Mentre un’altra sperimentazione, avviata in Chirurgia maxillo-facciale, sta portando alla produzione di un casco per la protezione degli sciatori, ma non solo. Fanno il paio con gli studi del Lecco Living Lab, che assieme al Politecnico studia tecniche e materiali per la riabilitazione: protesi, esoscheletri, attrezzi per l’allenamento e il recupero. Roba che serve alla performance, ma soprattutto a curare.
L’aggettivo che meglio le si addice, pur nella calda inclusività dei modi, è: competitiva. A Giovanna Iannantuoni piace competere, e ancor meglio vincere. Ex rettrice dell’Universi... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Il ragazzino, come lo chiama Toto Wolff, ha riscritto la storia della Formula 1. Andrea Kimi Antonelli a 19 anni, 6 mesi e 18 giorni, diventa il più giovane poleman di sempre, battendo un vecchio primato di Sebastian Vettel. “Molti dicevano che era troppo giovane per la Mercedes, che avremmo dovuto farlo cominciare in un’altra squadra…”, dice il suo team principal, l’uomo che lo ha messo sotto contratto quando aveva 12 anni e lo ha seguito quasi come un figlio nella sua crescita sportiva e umana. Al box della Mercedes c’è solo un uomo più felice di Toto, è Marco, il papà, pilota a sua volta che quando aveva quattro anni se lo mise sulle ginocchia e gli insegnò a guidare in pista, capendo subito che quel bimbo aveva del talento. Oggi papà Marco è il suo consigliere, il suo sfogatoio, la roccia sulla quale appoggiarsi se in pista ha sbagliato qualcosa. Perché a 19 anni, alla sua seconda stagione in Formula 1, capita di sbagliare. Kimi aveva sbagliato la partenza in Australia e aveva fatto lo stesso poche ore prima nella gara sprint quando si era preso anche 10 secondi di penalità per aver toccato Hadjar. Kimi ha resettato la testa e le emozioni e quando in qualifica il suo compagno Russell ha avuto un problema elettrico al motore, non ha sentito il peso della responsabilità di dover portare la Mercedes in pole. Ha sentito più che altro il profumo della grande opportunità e non se l’è lasciata sfuggire. D’altra parte era già arrivato a soli 43 millesimi dal compagno in Q1 e poi lo aveva battuto in Q2. Aveva il feeling giusto con la migliore macchina di questo inizio di Mondiale. L’ultimo poleman italiano era stato Giancarlo Fisichella nel 2009 in Belgio, nella sua ultima gara prima di passare alla Ferrari. “Adesso mi toglierà anche il primato dell’ultima vittoria italiana (19 marzo 2006) e sono contento perché è durata fin troppo”, dice il romano che vede ormai scricchiolare il suo ultimo primato. Un anno fa Kimi si era preso a Miami una pole sprint. Questa volta è una pole vera, una pole che vale per le statistiche e la storia: “Me la godrò, ma non troppo perché il focus è già sulla gara”, dice con la saggezza di un veterano. “E’ stata una sessione pulita senza errori, mi sono migliorato a ogni uscita in pista. Avevo un sacco di sottosterzo, pensavo addirittura di avere qualcosa di rotto e ho chiesto al team di controllare. Non è stato facile ma sono riuscito a mettere insieme il giro”, la sua analisi. Sa di non poter sbagliare la partenza come nella gara sprint della notte: “Finora è stato un punto debole, ma ho visto dove ho sbagliato e cercherò di fare una partenza pulita… non come durante la sprint quando ho fatto un po’ di casini”, il suo progetto di vittoria. Dovrà vedersela con Russell che non lo considera a parole, ma evidentemente lo teme. E dovrà tenere a bada le due Ferrari che scatteranno in seconda fila e fin qui sono sempre partite meglio degli altri. Il ragazzino è pronto a scrivere anche un’altra pagina di storia.
Era convinto di aver trovato la terra promessa dell’energia green, Roberto Formigoni, quando il 1 ottobre 2007 la Bmw gli aveva presentato la H7, una berlina alimentata a idrogeno pronta per solcare le autostrade padane. Il Celeste si era giustamente convinto che l’idrogeno poteva essere la risposta. Al punto che nel febbraio del 2010 la Regione Lombardia inaugurava ad Assago il primo distributore di metano-idrogeno. Ma la strada per la terra promessa era lastricata di buche, e i costi di produzione dell’idrogeno, dipendenti dall’energia elettrica erano già fuori controllo. Una quindicina di anni dopo quell’esperimento il mondo dell’impresa sembra aver trovato la strada giusta per l’alimentazione a idrogeno, ma non saranno le automobili a giovarsi di questa innovativa formula. “La filiera italiana – registra l’Osservatorio 2025 sull’idrogeno, realizzato dal Research Department di Intesa Sanpaolo – mostra segnali di crescente maturità industriale. Competenze consolidate nel manifatturiero, con circa un quarto delle imprese attive nel settore da oltre dieci anni. Le attività coprono l’intera catena del valore, dalla produzione ai servizi di ingegneria, fino alle applicazioni per uso industriale e per la mobilità. Una filiera ben integrata nei mercati esteri: il fatturato da idrogeno generato con clienti internazionali rappresenta il 46 per cento del totale, e sale al 60 tra le manifatture. Ma Alberto Dossi, presidente di H2IT, che associa il meglio delle imprese del settore, non nasconde che “l’idrogeno, nel suo insieme, rappresenta un problema molto complesso. Ha avuto parecchie possibilità di crescere e oggi siamo in un momento molto importante perché stiamo entrando nella creazione della domanda. Col Pnrr realizzeremo, entro il 30 giugno 2026, 42 hidrogen valley, nel mondo dei trasporti cominciamo ad avere contatti con le municipalità per avere la possibilità di mettere in strada bus e anche camion. L’idrogeno potrà avere un grande futuro”. Ma strade in salita. Dossi spiega: “Per l’idrogeno verde la materia prima è al 70% l’energia. In Italia l’energia costa troppo e quindi è difficile rendere competitivo l’idrogeno. Dovremo lavorare su schemi incentivanti, per rendere l’idrogeno competitivo, a partire dal recepimento della direttiva europea sulle rinnovabili”. Una cosa sembra certa: saranno i veicoli pesanti a giovarsi dell’energia GH2 (idrogeno verde). In Lombardia ci sono alcuni importanti progetti che stanno diventando realtà. Il primo è Malpensa H2, realizzato da Sea ed Edison Next. Finanziato dal Pnrr, prevede la realizzazione di una stazione di rifornimento a idrogeno verde presso l’area Cargo City di Malpensa. Dovrebbe entrare in funzione entro la fine del 2026. L’iniziativa si inserisce in un più ampio programma di decarbonizzazione intrapreso da Sea, che punta a ridurre a zero le emissioni di CO2 degli aeroporti milanesi entro il 2030. Questa stazione di rifornimento a idrogeno, estesa su 12.000 metri quadrati, sarà alimentata da un elettrolizzatore e supportata da un impianto fotovoltaico. Potrà erogare idrogeno a doppia pressione (350 e 700 bar), soddisfacendo le esigenze di diversi mezzi. Invece H2iseO Hydrogen Valley consente di sostituire, da Brescia a Iseo e Edolo, la vecchia ferrovia diesel con una moderna struttura a idrogeno. Realizzata da FNM, mira a decarbonizzare il trasporto pubblico. Il progetto H2Iseo prevede la messa in servizio di 14 nuovi treni Alstom a idrogeno in sostituzione dell’intera flotta diesel e 3 impianti di produzione, stoccaggio e distribuzione di idrogeno rinnovabile. In Lombardia stanno crescendo anche altri progetti, come Hymantovalley (cofinanziato al 70 per cento dalla Ue, in collaborazione con 16 partner), che punta a realizzare in provincia di Mantova un ecosistema verde replicabile e sostenibile. L’obiettivo è sviluppare un modello integrato di produzione, stoccaggio, trasporto e utilizzo dell’idrogeno per molteplici applicazioni: dal riscaldamento domestico alla mobilità, passando per l’industria pesante. C’è poi H2 Olona Hydrogen Valley nato per rigenerare e trasformare l’area dell’ex cartiera di Cairate, nel territorio della Valle Olona. L’obiettivo è anche dare nuova vita a un’area industriale dismessa di 650.000 mq, creando un moderno hub tecnologico.
Miracolo in via della Reginella, nel cuore del quartiere ebraico o, come usano ancora oggi dire i romani, del Ghetto. Sorge qui un ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
L’ipotesi più affascinante sulla nascita della tragedia attica resta quella di Aristotele e Nietzsche: il teatro affonderebbe le radici nei cori in onore di Dioniso. La spiegazione più probabile, oggigiorno, è meno ebbra: Jean-Pierre Vernant, Pierre Vidal-Naquet, Nicole Loraux, Walter Burkert, convergono sull’idea che la tragedia è costruita su un agon, un confronto tra due parti portatrici di prospettive inconciliabili, la cui struttura assomiglia a un’udienza: accusa, difesa, turni di parola. La tragedia non è emersa dai flutti della musica – come pensava Nietzsche – ma è fin da subito “verbosa”. Inoltre, il suo lessico è zeppo di categorie giuridiche: dike, giustizia, krisis, decisione, nomos, legge, hybris, violazione. Paradigmatiche, da questo punto di vista, sono le Eumenidi di Eschilo, una specie di metatragedia che, mettendo a tema se stessa, racconta la nascita del processo giudiziario. Per vendicare la morte del padre Agamennone, Oreste ha ucciso la madre Clitennestra. Le Erinni, figlie della Notte e custodi dei legami di sangue, che lo perseguitano, hanno già emesso la sentenza: “Perfette giustiziere ci stimiamo”. Atena frena il loro ardore e crea il primo tribunale della polis: le Erinni rappresenteranno l’accusa, Apollo la difesa, ma nessuna delle due parti pronuncerà il verdetto su Oreste. Non saranno né gli inferi né l’Olimpo a decidere, ma una parte terza: gli uomini riuniti nell’Areopago. I giudici non possono essere della stessa razza dell’accusa, o della difesa. Accusa e difesa sono entrambe “divine”, perché non conoscono i tormenti del dubbio. Le Erinni non esitano mai, Apollo nemmeno. Sono abitati da Peitho, la Persuasione, che trascina e non fa domande. Accusare e difendere sono impulsi arcaici, irresistibili come una tempesta. Ciascuno a senso unico. “Siete due qui in causa: finora, odo mezza verità”, dice Atena alle Erinni. La norma del nostro Codice penale, per cui “il pubblico ministero svolge accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini” avrebbe fatto sorridere le talassocrazie amanti della libertà, Atene e Gran Bretagna, che riconoscono il pm per quello che è: non certo un organo imparziale. I legulei inglesi, educati ai classici, lo hanno sempre saputo: il prosecutor è un advocate. Il giudice è di tutt’altra pasta. Non persegue né protegge, perché sa esitare. I giudici dell’Areopago sono chiamati a interrogarsi e contare i voti. Il loro compito è arbitrare una lotta e trovare una qualche chiaroscurale verità. Solo chi non è cresciuto alla scuola della persuasione può mordersi la lingua dieci volte prima di decidere. L’opinione dei Greci è inequivocabile: il giudice non deve essere imparentato, nemmeno alla lontana, con uno dei due impulsi divini. Altrimenti la sua terzietà non è una cosa seria. La giustizia è giusta quando difesa, accusa e giudizio sono funzioni assegnate a stirpi diverse, e restano tali.
Bisogna essere addentro alla parabola beatlesiana per godere del racconto di “Paul McCartney: Man on the Run”, doc appena uscito su Amazon Prime che racconta il tormentato decennio... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Nel dibattito sul referendum sulla giustizia si stanno moltiplicando le obiezioni. E’ normale: ogni riforma della giustizia, in Italia, scatena passioni ideologiche molto forti. Il problema non sono le critiche. Il problema è quando le critiche si basano su argomenti che suonano convincenti ma non reggono a un controllo dei fatti. Testo realizzato con AI Prendiamo una delle obiezioni più diffuse: l’idea che i membri laici del Consiglio superiore della magistratura verrebbero scelti dal governo e quindi finirebbero sotto il controllo dell’esecutivo. E’ semplicemente falso. La Costituzione stabilisce che i membri laici del Csm siano eletti dal Parlamento con maggioranza qualificata. Questo significa che non basta la maggioranza politica del momento: servono voti più ampi, che inevitabilmente coinvolgono anche l’opposizione. E’ una garanzia istituzionale pensata proprio per evitare che il Csm diventi il braccio di una sola parte politica. C’è poi una seconda obiezione che circola spesso: la riforma ridurrebbe il peso dei magistrati dentro il Csm. Anche questa è una rappresentazione fuorviante. La proporzione tra membri togati e membri laici non cambia: due terzi restano magistrati eletti dai magistrati e un terzo resta composto da membri laici scelti dal Parlamento. Parlare di “presa di controllo della politica sulla magistratura” non è quindi una descrizione realistica del meccanismo previsto. Un terzo argomento molto diffuso riguarda invece la questione del sorteggio. Secondo alcuni critici sarebbe uno scandalo che i magistrati incaricati di occuparsi delle carriere dei colleghi possano essere scelti attraverso un’estrazione a sorte. Qui la domanda da porsi è molto semplice: perché? Se un magistrato ha superato un concorso pubblico durissimo, che lo rende idoneo a prendere decisioni capaci di limitare la libertà dei cittadini, è difficile sostenere che non sia idoneo a partecipare alla gestione delle carriere dei colleghi. Il sorteggio, inoltre, non avviene nel vuoto. Avviene dentro una platea qualificata: quella dei magistrati che possiedono i requisiti per far parte dell’organo di autogoverno. Non si estraggono nomi da un elenco casuale di cittadini, ma da un corpo professionale che ha già superato selezioni rigorose. E qui emerge un altro paradosso. Nessuno si scandalizza quando il Tribunale dei ministri viene formato attraverso un meccanismo di sorteggio tra magistrati del distretto competente. Quando però si propone un meccanismo simile per limitare il peso delle correnti nella gestione delle carriere dei magistrati, improvvisamente diventa uno scandalo. Si può discutere sulle soluzioni, naturalmente. Ma sostenere che qualsiasi tentativo di riforma rappresenti un attacco alla magistratura significa confondere due cose diverse: l’indipendenza della giustizia e l’intangibilità delle sue istituzioni.
Esteta del concetto alla Papini, D’Annunzio aggiornato al ’900 di Hemingway e di Malraux, a quasi settant’anni dalla morte Curzio Malaparte non ha ancora trovato un suo posto sicuro nel canone della letteratura italiana. Troppe doti? Troppa dispersione? Ci ripropone oggi il problema il "Giornale di uno straniero a Parigi" uno scartafaccio malapartiano curato ottimamente per Adelphi da Michelangelo Fagotti e Monica Zanardo. Le sue pagine sono state scritte tra il 1947 e il ’48, in gran parte in un francese impuro, nella capitale che Malaparte non vedeva da quattordici anni: anni “d’esilio in Italia”, come li definisce con una delle sue acutezze – cioè di carcere, confino, guerra, equivoci. La Francia è davvero un’altra patria. Per lui lo è diventata nel 1914, quando ancora adolescente si è gettato nella Grande guerra; ma forse molti di noi, ogni volta che svegliandosi a un passo dal Louvre fiutano l’odore tiepido di pane tostato descritto nel Giornale, si sentono almeno un po’ a casa. Eppure, muovendosi tra salotti e periferie, Curzio si accorge che anche là qualcosa di essenziale è cambiato. Umiliati dalla recente occupazione, i francesi o sembrano apatici o le oppongono la Resistenza in un modo troppo arrogante. Secondo Malaparte, il maquis non ha riscattato l’onta della sconfitta, ma ha continuato coerentemente la lotta del ’40 contro i tedeschi: i combattenti erano gli stessi, dice riecheggiando il suo esordio di Viva Caporetto!, la differenza stava solo nei capi. D’altra parte, è pur vero che la vecchia Francia appare ormai travolta: ma da una folla piccolo-borghese (di cui Sartre è la maschera filosofica) che in metropolitana non si ferma nemmeno di fronte a chi cade. “Ho l’impressione di essere un francese, perduto in una folla di stranieri” scrive a questo punto l’italiano con la consueta verve paradossale. La nuova folla, però, gli si rivela anche come una nuova “razza marxista” che a conti fatti lo seduce. I suoi bersagli fissi rimangono invece il cartesianesimo, che avrebbe tolto ai “galli” la magia, e la metafisica come produttrice di crudeltà. Curzio conosce meglio una diversa crudeltà: quella universalmente umana che viene dalla coscienza di dover morire. E a proposito di ciò che lo tocca da vicino, lo scrittore deve respingere di continuo l’accusa di collaborazionismo. Con compiacimento, al solito, si ritrae vincitore negli incontri-scontri con intellettuali inaspettatamente gretti, poco importa che si chiamino Mauriac o Camus. In fondo, il suo tono resta quello del frondista. E infatti nel Giornale risaltano molti dei tipici tratti malapartiani. Anche qui Curzio svela a francesi o polacchi chi sono davvero; anche qui i grandi personaggi (vedi Roosevelt) sono malati o folli; anche qui i dittatori hanno un aspetto femmineo; anche qui i ritratti delle amiche sono appena i riflessi di un autoritratto; anche qui l’autore sovrappone alla Storia maiuscola la sua storia personale, e in questo senso sottolinea l’affinità con Chateaubriand; anche qui trionfano la cristologia decadente, l’animalizzazione meccanica dei personaggi, e le anafore che smorzano le analogie troppo crude in una nenia sonnolenta. Lo scartafaccio parigino è un ponte tra Kaputt e La pelle, uscito di lì a poco in Francia; e torna perfino, dal primo libro, il conte de Foxa, qui protagonista di una beffa macabra. Nelle loro note, Fagotti e Zanardo sottolineano che il Giornale si assottiglia via via che il poligrafo fallisce nel suo tentativo di rilancio pubblico oltralpe. Respinto a Parigi come a Roma, rientra allora in Italia. L’opera, insomma, non è autonoma: cosa che però, in una certa misura, vale per tutto Malaparte. E’ anzi questo il problema critico che ci si pone fin dall’abbozzo prefatorio. Un giornale, vi scrive l’autore, non è una mera raccolta di note diaristiche, ma esige “la logica di un racconto”. Purtroppo il risultato della commistione è che Malaparte rischia di perdere a un tempo la verità documentaria e la verità poetica, a vantaggio delle mezze verità della retorica. Ed è, ahimè, appunto una tale retorica a sollecitare i nostri letterati, specie perché si unisce alla falsa onnipotenza di un alter ego che non viene mai colto di sorpresa dalla realtà, che è sempre pronto a dominarla con un motto di spirito. Anche per questo, forse, mi sembra al contrario così liberatoria l’autoironia di un appunto preso a Chamonix: “Salgo al Brévent. Sulla teleferica, il macchinista mi chiede: ‘Lei è lo scrittore italiano che abita al Vieux Châlet, vero?’. / ‘Sì’ rispondo. / ‘Come va in Italia?’. / ‘Non c’è male. Più o meno come qui. Ci sono scioperi, rivolte, la vita è cara, la confusione è massima. Ma ne usciremo. Il popolo italiano ha buonsenso. Proprio come il popolo francese’. / ‘Non si tratta di questo. Vorrei sapere come vanno, in Italia, le teleferiche’”.
Piena confessione. Chi scrive ha scarse conoscenze in materia di zen, perlopiù ricavate dal cinema. Grazie a “Kung Fu Panda” ha conosciuto il Maestro ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Il presidente Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti hanno bombardato l’isola di Kharg. L'attacco ha preso di mira il più importante terminal petrolifero dell’Iran, un colpo che Teheran aveva avvertito avrebbe rappresentato una grave escalation del conflitto. Situata a circa 15 miglia dalla costa iraniana nel Golfo Persico, l’isola di Kharg è il fulcro dell’economia petrolifera del paese. Circa il 90 per cento delle esportazioni di petrolio iraniane passa attraverso le infrastrutture presenti sull’isola e un attacco potrebbe soffocare ciò che resta dell’economia di Teheran, compresa la limitata capacità del governo di finanziare le proprie forze armate. “I militari iraniani, e tutti gli altri coinvolti con questo regime terrorista, farebbero bene a deporre le armi e a salvare ciò che resta del loro Paese, che non è molto”, ha scritto Trump su Truth mentre volava da Washington a Palm Beach, in Florida, dove dovrebbe trascorrere il fine settimana nella sua residenza di Mar-a-Lago, scrive il Washington Post. Il presidente ha affermato di non aver colpito le infrastrutture petrolifere dell’isola, ma ha minacciato di cambiare strategia se l’Iran dovesse interferire con il passaggio delle navi nello Stretto di Hormuz, il più importante punto di transito mondiale per il petrolio. Secondo l’analisi di immagini satellitari effettuata dal Washington Post, l’isola dispone di una pista d’atterraggio nell’angolo nord-orientale e di numerosi moli per il carico delle navi. Come ha spiegato Michael Rubin, senior fellow dell’American Enterprise Institute, l'isola è protetta da una rete di infrastrutture militari situate su altre isole vicine e sulla terraferma iraniana. Rubin ha detto al Washington Post che il bombardamento “sta preparando il terreno per prendere l’isola”, qualora Trump desse l’ordine. Per preparare il terreno, ha aggiunto, Trump potrebbe autorizzare attacchi contro quelli che l’Iran chiama “moli invisibili”, ovvero punti di lancio a basso profilo situati su diverse isole da cui la marina iraniana potrebbe far partire motoscafi veloci per mettere in pericolo le navi nel Golfo. Ieri il Pentagono aveva detto di voler contrastare i tentativi dell’Iran di limitare il transito nello Stretto di Hormuz, rispondendo alle critiche secondo cui l’amministrazione non avrebbe previsto l’impatto della guerra su questo passaggio marittimo e le conseguenze economiche che ne derivano. La possibilità di preparare un’operazione di terra sull’isola di Kharg non è stata commentata. Ma una missione di questo tipo, nota il Washington Post, renderebbe le truppe statunitensi vulnerabili ad attacchi con droni e missili iraniani, nonché a esplosivi improvvisati o altre difese nascoste sull’isola. Proprio ieri, alcuni funzionari americani hanno dichiarato che una task force aeroterrestre dei Marines verrà dispiegata su navi della Marina da Okinawa, in Giappone, verso il medio oriente. Non è chiaro se questo dispiegamento, riportato per la prima volta dal Wall Street Journal, sia collegato all’isola di Kharg. I Marines sono addestrati a operazioni di sbarco anfibio, alla conquista di isole e al lancio di artiglieria a razzo contro avversari in contesti marittimi. La task force, nota come Marine Expeditionary Unit, comprende oltre 2.200 Marines ed è supportata da più di 2.000 membri della Marina distribuiti sulla USS Tripoli e su altre due navi da guerra. Il bombardamento di Kharg potrebbe già avere effetti sui prezzi globali del petrolio, che sono aumentati sensibilmente da quando l’amministrazione Trump ha lanciato l’operazione “Epic Fury” il mese scorso. L’amministrazione ha temporaneamente sospeso le sanzioni sulle spedizioni di petrolio russo e adottato altre misure per stabilizzare il mercato, ma i prezzi continuano a salire alle pompe di benzina e per il carburante degli aerei. Prima di salire sull’Air Force One, ieri Trump ha sostenuto che i prezzi della benzina diminuiranno una volta terminato il conflitto, ma ha rifiutato di dire quanto a lungo si aspetti che la guerra duri. “Credo che i prezzi della benzina, non appena tutto questo finirà, crolleranno insieme a tutto il resto”, ha detto Trump. “Vedrete una forte diminuzione del prezzo della benzina, del gas e di tutto ciò che riguarda l’energia, non appena questo conflitto sarà terminato.
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Nome e cognome: Leonardo Magrelli, Giulia Vigna - Vaste Programme Luogo e anno di nascita: Roma 22/03/1989, Latina 04/01/1992, Roma 16/12/2016 Gallerie di riferimento e contatti soc... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti