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Le dimissioni di Andrii Yermak, fino a ieri il braccio destro più influente di Volodymyr Zelensky, arrivano nel momento più delicato della guerra e delle trattative di pace....
Il cigno non c’è. O meglio: è la bara prêt-à-porter che Lohengrin trascina in scena, bianca, da bambino, con un cignetto stilizzato dipinto sopra. E tutti, o almeno la minoranza che conosce la trama dell’opera: sarà Gottfried, il fratello che Elsa è accusata di aver fatto sparire. Però quando poi Ortrud spalanca rabbiosa la baby cassa, ne escono delle piume candide. Il cigno, insomma, c’era. Questo Lohengrin secondo Damiano Michieletto per la prima dell’Opera di Roma potrebbe anche risultare epocale. Fra i tanti anniversari inutilmente celebrati, nessuno ricorda quello dell’anno prossimo, i cinquant’anni dal più importante spettacolo d’opera del Dopoguerra, il Ring di Patrice Chéreau a Bayreuth nel ’76. Da mezzo secolo, abbiamo rotto il giocattolo wagneriano per vedere com’era fatto dentro, esplorandone ogni possibile ingrediente, musicale, drammaturgico, psicologico, psichiatrico, filosofico, sociologico, storico e via vivisezionando. Adesso è forse il momento di rimontare il superbalocco, e restituirgli l’epica e il mito perduti. Evidentemente, non ripristinando le corna, le pelli, le armature e tutto il bric-à-brac fantasy “come voleva Wagner” e come vorrebbero i coeurs simples, giovedì a Roma ovviamente buanti, ma con l’epica della bellezza contemporanea. Questo spettacolo la esplicita in immagini splendide e struggenti, con le scene iperuranie di quel genio di Paolo Fantin esaltate dalle luci di quell’altro genio di Alessandro Carletti. Una bellezza attuale, astratta, fulgida, talvolta perfino criptica, enormi cerchi con i fantineon sospesi a evocare il matrimonio, uova d’argento per Lohengrin (che diventano dorate grazie alle luci, così abbiamo pure il titolo: il cigno dalle uova d’oro) da cui si spande una nera sozzura, la famosa pece-Michieletto, quando Elsa fa la domanda proibita. In più, solita gestione perfetta dello spazio scenico, recitazione accuratissima, drammaturgia libera (Telramund muore prima dell’agguato) ma coerente di Mattia Palma, insomma la consueta memorabile michielettata. Direzione del pari eccellente di Michele Mariotti, al primo ma si spera non ultimo Wagner. Lirica, liricissima, ovvio, com’è tutto Wagner dai tempi di quello “da camera” griffato Karajan (ma ci aveva già pensato Clemens Krauss, per la verità). Ma è “questo” lirismo che vale la serata. Mariotti deliba ogni melodia, accarezzandola con un suono sempre morbido, fra trasparenze, eleganze, perfino accenni di “rubato”, ma senza estenuazioni, e con un costante supporto a un palcoscenico che ne ha parecchio bisogno. Non è solo un bellissimo Wagner; è già un Wagner personale, riconoscibile, “suo”, quindi nostro perché contemporaneo. A parte qualche occasionale spernacchiamento degli ottoni, grande prova dell’Orchestra, e davvero convincente quella del Coro di Ciro Visco. Con una direzione così, affidare il ruolo del titolo a Dmitry Korchak, che attacca “Nun sei bedankt, mein lieber Schwan!” con una vera mezzavoce, come se fosse “Mercè, cigno gentil” cantato da Fernando De Lucia o Aureliano Pertile, è un’eccellente idea. Ma se hai un Lohengrin all’italiana benché non in italiano, bisogna però costruirci attorno tutta la compagnia, che invece resta sul mediocre livello del mainstream wagneriano attuale. La migliore è Ekaterina Gubanova, Ortrud, dimagritissima e genialmente abbigliata da Carla Teti come signora bene, veletta, tailleur e un rosario in mano. Jennifer Holloway, Elsa, ha diversi problemi vocali ma il personaggio è di forte impatto; Tómas Tómasson era un Telramund berciante già tredici anni fa alla Scala, figuriamoci adesso; il Re di Clive Bayley è il peggiore che io abbia mai ascoltato. Peccato.
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