A Parma docenti malmenati da studenti stranieri, ma il dirigente invita alla comprensione. Dando un perfetto messaggio di resa. Sarebbe interessante capire dal provveditore di Parma fino a che punto si debba arrivare. Che cosa si deve aspettare? Che i professori vengano linciati nella pubblica piazza? Che li si accoltelli o gli si dia fuoco? O forse che li si investa con una macchina in mezzo alla strada? A Parma due professori sono stati aggrediti in un parco da un gruppo di maranza. Il primo spintonato e malmenato, il secondo intervenuto per difenderlo bastonato e forse preso a cinghiate. Picchiato anche un ragazzo che si era schierato dalla parte dei due insegnanti. Il tutto mentre i picchiatori sghignazzavano e riprendevano soddisfatti la scena col telefonino. Continua a leggere
Qualche settimana fa l’azienda Jeppesen ha annunciato una piccola rivoluzione. Smetterà di stampare le sue celebri carte di navigazione e quelle degli aeroporti, per passare definitivamente al formato digitale. Ma chi le aveva inventate? Continua a leggere
Altro che vittima della mancata integrazione, come ci vorrebbero far credere Elly Schlein e compagni, i quali, dopo la strage di Modena, invece che maggior rigore contro i fondamentalisti reclamano l’assunzione di psicologi per aiutarli. La trasmissione Fuori dal coro, con un servizio in esclusiva andato in onda ieri sera, dimostra che in almeno un telefono in uso a Salim El Koudri la polizia ha trovato immagini di violenza che fanno sospettare che quello di sabato scorso non sia stato il gesto di un pazzo, ma l’atto consapevole di un terrorista. Continua a leggere
Inchiesta choc di «Fuori dal coro»: nei dispositivi di Salim è stato trovato almeno un video di violenza «molto significativo». Il padre, inoltre, redigeva scritti in arabo contro l’Occidente. E sui canali jihadisti si esulta: «Un’operazione nel cuore della terra dei crociati». Non c’è da ironizzare: ci sono ancora in ospedale i feriti, due in gravissime condizioni, e la turista tedesca è tornata in Germania ma ha perso le gambe. Però di fronte al goffo tentativo di negare che Salim El Koudri sia un terrorista serve Totò: è la «sunna» che fa il totale! «Sunna» con due enne è la vita secondo il Corano. Continua a leggere
Francesco Petrelli (Unione camere penali): «Subiamo un attacco generalizzato, c’è denuncia pure sulla vicenda Stasi». Alessandro Cannevale, l’avvocato che ha sollevato la storiaccia del capoluogo umbro: «I pm disprezzano i difensori». Due mesi fa la magistratura ha vinto il referendum che ha bocciato la riforma costituzionale che aspirava a separare le carriere delle toghe. Secondo alcuni i pm potrebbero avere interpretato il voto come un tacito via libera a un’esondazione del proprio potere a discapito delle garanzie delle difese. Gli avvocati, ancora un po’ intontiti a causa della sonora batosta, sembrano essersene accorti e dopo due mesi di analisi della sconfitta hanno deciso di reagire alle presunte prevaricazioni. In primo luogo hanno protestato per le intercettazioni effettuate nelle salette dei colloqui del carcere di Perugia, captazioni che hanno registrato le conversazioni di circa una dozzina di legali con i loro clienti in modo illegittimo, non avendo l’autorizzazione del gip. L’Unione delle Camere penali ha indetto una manifestazione nazionale per l’11 giugno e cinque giorni di «astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale», tra l’8 e il 12 giugno. Ma ad agitare gli avvocati è anche la scoperta, presso la Procura di Napoli, di un’informativa della polizia giudiziaria che, sospettando l’inquinamento di alcune testimonianze processuali, ha messo sotto controllo, fotografato e intercettato tre avvocati del foro campano, due dei quali difensori ufficiali di un presunto camorrista. Un’attività di «spionaggio» che ha convinto l’avvocato Raffaele Esposito, un legale quasi novantenne dalla carriera irreprensibile (al punto da essere iscritto all’albo d’onore degli avvocati di Napoli), a presentare un esposto denuncia dopo essere stato «spiato» in Tribunale durante l’esercizio del suo mandato difensivo. Il procuratore Nicola Gratteri ha spiegato che le video-riprese e le intercettazioni nel corridoio di fronte all’aula della Corte d’Assise dove si sta svolgendo un processo di camorra è stata autorizzata da un gip (e quindi le captazioni non sarebbero illegittime come quelle di Perugia) e i testi dell’accusa sono stati posti sotto controllo per il reato di induzione a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria con il fine di favorire la criminalità organizzata. Non è chiaro se uno o più avvocati siano stati iscritti per la medesima ipotesi. Gratteri, alla nostra domanda, ha replicato serafico: «Lei sa bene che se rispondessi alle sue domande mi aprirebbero un procedimento disciplinare». L’ordine degli avvocati di Napoli si è però schierato con forza al fianco dei colleghi, «condividendo appieno le preoccupazioni e le censure dell’Unione delle Camere penali» e ritenendo che le indagini degli inquirenti (che hanno passato al setaccio parole e, persino, gesti degli avvocati fuori dall’aula d’udienza) «minano la serenità del collegio difensivo» e «alimentano un inaccettabile clima di sospetto sulla correttezza professionale degli avvocati ed espropriano di fatto la signoria del giudice sul processo». Il presidente nazionale dell’Unione delle Camere penali, Francesco Petrelli, ci spiega: «Nell’articolo 103 del Codice di procedura che vieta le intercettazioni delle conversazioni fra l’avvocato e il proprio assistito è stato opportunamente inserito nel 2024, su nostra richiesta, il comma 6-ter che in particolare obbliga il pm e agli operatori a “interrompere” immediatamente qualsiasi captazione nel momento in cui ci si accorge che si tratta di un colloquio fra assistito e il proprio legale». Nel caso di Perugia, per Petrelli, non poteva esserci «alcuna incertezza sulla natura dell’intercettazione»: «La violazione ha qui del clamoroso in quanto i colloqui eseguiti nella saletta di un carcere sono inequivocabilmente colloqui tutelati dalla norma, che ha, a sua volta, una duplice copertura costituzionale negli articoli 15 e 24 della Costituzione». I magistrati che sventolano il testo della legge fondamentale ogni volta che possono sembrano tenerlo, però, poco in considerazione quando, se rispettata, essa può limitare il potere dei pm. Il presidente dell’associazione dei penalisti mette in guardia da possibili abusi: «Occorre ricordare in proposito come il diritto di difesa, dichiarato inviolabile dalla nostra Carta suprema, sia fondamentale in una democrazia liberale in quanto costituisce la garanzia di tutela di ogni altro diritto: se cade quello entrano in crisi le basi dello Stato di diritto. Nel caso delle intercettazioni perugine sarebbe stato agevole interrompere l’ascolto quando nelle salette erano presenti soggetti non coinvolti nell’indagine e questo rende la violazione inescusabile». Petrelli chiede che le violazioni abbiano conseguenze: «Se è vero che le intercettazioni sono proseguite per mesi con dispositivi collocati in molteplici salette di colloquio e hanno riguardato decine di avvocati la questione deve essere oggetto di una risposta sollecita da parte di tutte le autorità competenti». L’avvocato romano non dimentica nemmeno quanto accaduto in Campania: «Ciò che preoccupa è che le violazioni del diritto di difesa non sono casi isolati. L’attacco alla funzione difensiva è un vero e proprio fenomeno: a Napoli, sia pure in un contesto differente, si è assistito di fatto a una generalizzata intercettazione dei difensori nell’adiacenza dell’aula e a una conseguente pericolosa criminalizzazione dell’attività difensiva nelle successive informative di polizia giudiziaria». Con il suo ragionamento Petrelli prova a chiedere ai magistrati un esame di coscienza: «Credo che non solo debbano svolgersi indagini ed accertamenti solleciti e rigorosi, ma che l’intera magistratura debba interrogarsi su come sia stato possibile un simile disprezzo delle regole processuali e si sia venuti meno alla esecuzione di quei doverosi controlli che precedono e anticipano l’ovvio giudizio di inutilizzabilità prevista dal nostro Codice». Per il presidente non si può affermare solo a parole la parità di accusa e difesa davanti al giudice: «Il giusto processo si tutela e si promuove nei fatti, durante le indagini e nelle aule di giustizia, e non nelle retoriche affermazioni di principio». E che qualche garanzia stia venendo meno è evidente anche nella trattazione del processo dell’anno, se non nel decennio, quello per l’omicidio di Chiara Poggi: «Abbiamo fatto un’analoga denuncia per la pubblicazione delle intercettazioni fra Alberto Stasi e il suo precedente difensore (il professor Angelo Giarda, ndr)». Nei giorni scorsi due trasmissioni Mediaset hanno trasmesso in esclusiva gli audio del 2007 in cui l’ex fidanzato di Chiara Poggi e il suo vecchio avvocato discutevano del Dna, delle tracce ematiche e in cui il legale chiedeva conto al suo assistito dei tempi tra l’ultimo squillo a Chiara e la chiamata alla Croce Rossa. Per questo il 14 maggio scorso l’Unione delle Camere penali ha diramato un duro comunicato in cui si leggeva quanto segue: «La pubblicazione […] dell’audio e della trascrizione di conversazioni intercorse tra Alberto Stasi e il suo difensore, il professor Angelo Giarda, pone una questione di straordinaria gravità sotto il profilo del rispetto delle garanzie costituzionali e della tutela del rapporto difensivo […]. La questione non muta, né si attenua, per il fatto che la conversazione venga oggi presentata come elemento favorevole alla posizione di Stasi. Il problema non è il carattere accusatorio o difensivo del contenuto diffuso, ma il fatto stesso della pubblicazione di un colloquio tra imputato e difensore, che non può essere trasformato in materiale mediatico in assenza della volontà dell’interessato e, per quanto consta, senza che quel contenuto sia stato utilizzato nel processo o riprodotto in un provvedimento giudiziario». Per tale motivo l’associazione presieduta da Petrelli ha chiesto la rimozione degli audio da alcuni siti Web. A dieci giorni di distanza l’avvocato chiosa: «Si tratta di fenomeni che non possono che essere collegati e che impongono, accanto alla denuncia, anche una riflessione da parte del mondo dell’informazione sui rischi che la violazione sistematica delle garanzie di imputati e indagati implica nella tenuta del sistema democratico liberale che trova fondamento proprio nella tutela delle libertà individuali di fronte all’autorità dello Stato». In pratica il sacro diritto alla difesa e la tutela della privacy non possono essere sacrificati sull’altare dell’audience e dell’interesse morboso che l’opinione pubblica sta mostrando per un omicidio efferato, ottenendo in pasto anche i dettagli più intimi della vita sessuale della giovane vittima, ormai scomparsa da quasi vent’anni e la cui memoria viene costantemente profanata. Ci offre un’ulteriore riflessione Alessandro Cannevale, l’avvocato che per primo, su questo giornale, ha denunciato lo «scandalo» di Perugia. E le sue riflessioni sono particolarmente significative essendo stato per circa quarant’anni dall’altra parte della barricata, con la funzione di magistrato requirente. Gli abbiamo chiesto, innanzitutto, quali siano, a suo giudizio, i punti di contatto nei casi di Napoli e di Perugia. E Cannevale ha individuato, innanzitutto, questa analogia: «Un profondo disprezzo culturale per gli avvocati, considerati inutili nella migliore delle ipotesi, pericolosi nella peggiore. E mi creda, non cambia molto se l’avvocato non difende l’imputato, ma la vittima del reato». A giudizio dell’intervistato manifestazioni come quella dell’11 giugno devono essere accompagnate da interventi concreti: «Indignazione e protesta sono legittime, ma non serviranno a nulla se non si avvia, subito, una riflessione tecnica e politica sul ruolo delle intercettazioni nel processo penale». La lunga marcia nel deserto di chi crede nello Stato di diritto e nelle garanzie ha portato, grazie al sacrificio di uomini perbene come Enzo Tortora e alla riforma costituzionale sul giusto processo, a una rilettura, con tanto di modifica della Costituzione, delle dichiarazioni dei pentiti. Dopo anni si è capito che andavano analizzate accuratamente e, soprattutto, riscontrate con elementi obiettivi, raccolti con indagini serie, verificabili nel contraddittorio fra accusa e difesa. Per Cannevale è arrivato il momento che venga profondamente riformato anche lo strumento delle intercettazioni e rivisto il peso delle loro risultanze nell’economia processuale: «Nei procedimenti di oggi sono diventate molto più importanti delle dichiarazioni dei pentiti. Bisognerebbe utilizzarle solo quando le parole siano riscontrate dai fatti», assicura l’ex procuratore di Spoleto. Il quale ci aggiorna sull’analisi dei colloqui tra difensori e clienti captati nel carcere di Perugia: «Le riferisco una novità del weekend appena trascorso: abbiamo trovato un altro colloquio della mia assistita con un detenuto estraneo alle indagini, illegittimamente registrato e “incollato” a una registrazione autorizzata». Mancano diciassette giorni alla manifestazione dell’11 giugno. Speriamo che da qui ad allora non arrivino altre sorprese relative alla gestione dei fascicoli d’indagine da parte di una delle Procure più importanti del Paese, quella chiamata a trattare i procedimenti che coinvolgono i magistrati del distretto di Roma. Continua a leggere
Caro Francesco Boccia, caro capogruppo Pd in Senato, le scrivo questa cartolina dopo aver letto una sua dichiarazione in cui dice che «il problema demografico non si risolve facendo fare più figli agli italiani». Mi spiace che pochi abbiano rilevato questa sua illuminazione. Ma soprattutto mi spiace che lei non l’abbia spiegata meglio, lasciandoci nel dubbio. Senza fare figli, come si risolve il problema demografico? Con i robot? Con gli umanoidi? Con gli avatar? Con la clonazione? Oppure aumentando ancora di più l’immigrazione? Nell’ultimo anno in Italia sono venuti al mondo 370.000 bambini e se ne sono andate 700.000 persone. Come si fa a colmare la differenza, se non aumentano le nascite? Ho l’impressione che lei speri nell’invasione degli alieni. O, peggio, dei clandestini. Continua a leggere
Rappresaglia russa, sull’Ucraina il super missile in grado di portare testate nucleari. Nella notte tra sabato e domenica, una pioggia di droni russi ha illuminato i cieli ucraini trasformandoli in un inferno di fuoco. Seicento droni e 90 missili (tra cui almeno uno ipersonico, l’Oreshnik) che hanno provocato quattro morti e più di 80 feriti. I violenti bombardamenti hanno colpito anche un complesso residenziale dove abita l’ambasciatore dell’Albania in Ucraina, Ernal Filo. Il ministero della Difesa russo ha spiegato di non aver «pianificato né effettuato attacchi contro infrastrutture civili in Ucraina»: gli obiettivi sarebbero stati «infrastrutture militari e altri posti di comando delle forze armate ucraine». Continua a leggere
Tutto qui ruota intorno a una delle più belle e grandi piazze d’Italia. Tra memorie storiche, arte, curiosità, musica e gusto. Narra la leggenda che il merito sia da attribuire al re longobardo Astolfo che era solito andare a caccia nei boschi da queste parti. In un giorno imprecisato dell’anno 752, smarrì il suo fedele falcone e fece un voto: se lo avesse ritrovato, avrebbe fondato un nuovo villaggio e una chiesa dedicata alla Madonna. Quando, dopo lunghe ricerche, vide il volatile appollaiato sul ramo di un carpine decise di fondare Carpi, dal nome dell’albero, e di costruire la pieve di Santa Maria in Castello, detta «La Sagra». Continua a leggere
Il potere fine a sé stesso è il rifugio di chi è incapace di creare. Ma la storia smonta il mito comunista del profitto come furto. La soluzione ai problemi del mondo non è la lotta di classe, ma l’imprenditore, un imprenditore decente la cui attività sia regolata da leggi giuste e sindacati non politicizzati che fanno l’interesse dei lavoratori. «Comandare è meglio che avere rapporti sessuali» è una frase di Leonardo Sciascia (citata nel libro Il sasso in bocca) che riassume la mentalità mafiosa, e che è diventata una maniera di dire. Continua a leggere
Giocatore mancato, guida la Fitp dal 2001. A Panatta non ha mai perdonato di aver sottolineato il suo poco talento. Da quando c’è Sinner si sente Napoleone. E grazie all’inconsapevole Mattarella si è vendicato, levando la premiazione all’Adriano nazionale. Cognome e nome: Binaghi Angelo. Osama Bin Aghi, per via della fama: carattere fumantino, suscettibile al limite del livore. Presidente della Fitp, la federazione di tennis e padel. Dal 2001, un quarto di secolo. Continua a leggere
Con la solita scusa della destra che soffoca l’arte, le produzioni «rosse» fanno incetta di fondi pubblici per imporre una narrazione ideologica «superiore». Ma il revival del Sessantotto rallenta l’adattamento all’ambiente mediale basato sulla pluralità delle voci. Mentre in Italia la categoria che negli anni in cui hanno governato «i fascisti» ha percepito due miliardi e mezzo di sostegni sogna di poter vivere in un mondo simile a quello che sognava il compositore di corte del Re Sole, Jean-Baptiste Lully, in Francia è successo qualcosa di molto interessante. Continua a leggere
Nel rapporto sui rischi psicosociali, l’Ilo cita bulli e molestie, ma per il sindacato è poco: scelta politica non parlare dei gay. La Cgil contro l’Onu. O meglio, un dirigente del primo sindacato italiano contro l’Ilo, l’organizzazione internazionale del lavoro che all’interno delle Nazioni Unite si impegna a promuovere un’occupazione dignitosa. Continua a leggere
Nei colloqui, l’Ue si impegni solo su temi di reciproca utilità e preveda difese doganali. Geopolitica economica. Con un occhio bisogna certamente fare attenzione alla soluzione della crisi di Hormuz, che se non fosse risolta nel breve avrebbe un impatto potenziale grave sull’economia europea, in particolare per l’Italia. Ma con l’altro occhio bisogna dare altrettanta attenzione al bilaterale tra Ue e Cina previsto nel prossimo giugno con oggetto principale le relazioni commerciali. Il punto: al momento non c’è una sufficiente convergenza tra le euronazioni per dare alla Commissione Ue un indirizzo preciso per il negoziato con Pechino. E tale constatazione indica un pericolo grave di deindustrializzazione nell’area europea a causa di una concorrenza sleale da parte della Cina, che non trova barriere politiche, doganali e condizioni di reciprocità sufficienti per arginarla. Lo scopo di questo articolo è stimolare un argine, rapidamente. I dati sono preoccupanti. La concorrenza cinese per prezzi in molteplici settori industriali è crescente e comporta la chiusura o comunque la crisi di numerosi siti industriali. In alcuni di questi settori, per esempio il «bianco», la causa è prevalentemente la concorrenza sleale sui prezzi. In altri, come quello automobilistico, c’è un concorso tra regole europee suicide e concorrenza sleale stessa. Un’analisi complessiva mostra con estrema chiarezza che l’Ue (che ha la delega per gli accordi doganali) oltre a togliere vincoli con effetto deindustrializzante al suo interno deve riuscire a condizionare l’export cinese sleale per non renderlo distruttivo. Ma allora perché non c’è convergenza tra le euronazioni per farlo? La Germania ha trasferito nel passato molti impianti industriali in Cina per conquistare quell’enorme mercato, ma anche per vendere a costo più basso nei mercati evoluti alcuni prodotti. Inoltre non ha limitato l’ingenuità - per altro come tanti altri attori industriali di parecchie nazioni, statunitensi in particolare - di trasferire know how permettendo ai cinesi di rubarlo o imitarlo senza rispetto per i brevetti. Semplificando, Berlino ha il grosso problema di essere ricattabile dalla Cina. Oltre alla Germania, va poi annotato che la Francia ha interesse a mantenere una relazione forte con la Cina, ambedue con toni finalizzati a collocare l’Europa come terza forza tra America e Cina, con certa preferenza per la seconda dopo la divergenza crescente con l’America. Postura non nuova: va ricordato che nel 2020, dopo sette anni di negoziati e 35 round negoziali, l’Unione europea e la Cina hanno concluso l’accordo politico sugli investimenti «Eu-China Comprehensive Agreement on Investment (Cai)». La firma (preliminare) di questo accordo commerciale è avvenuta durante la teleconferenza del 30 dicembre 2020 alla quale hanno partecipato Xi Jinping, il presidente ai tempi del Consiglio europeo Charles Michel, Angela Merkel, Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen. Ma questo accordo non è mai stato pienamente applicato. Ora, a giugno, probabilmente la Cina vorrà riprendere quella bozza di accordo, aggiornandola. Quale sarebbe la giusta postura Ue? I tempi sono cambiati. La Cina è in crisi economica interna dal 2015 sia per il crollo del valore degli immobili, andato in bolla e poi sgonfiato da una variazione dei flussi migratori dalla campagna alle città, sia per una saturazione del suo potenziale di sviluppo economico dopo una crescita fortissima per più di 30 anni a seguito dell’impulso riformista avviato da Deng Xiaoping nel 1978, che concesse più libertà economica pur mantenendo il controllo monopolista e autoritario del Partito comunista. Inoltre, da decenni Pechino ha basato la sua crescita sull’export e non sui consumi interni: sta tentando di cambiare questo modello, ma non ci riesce a causa della sovracapacità, cioè una produzione manifatturiera di molto superiore alle capacità di assorbimento del mercato interno. Per tale necessità Pechino ha scelto di assistere le vendite a sconto da parte delle aziende esportatrici, cioè in dumping ossia concorrenza sleale. Non solo: in Cina non c’è welfare, non ci sono sindacati, la repressione delle proteste non trova né stampa né limiti e la mancanza di lavoro inizia a colpire i giovani. Quindi è un sistema in crisi. Ma il Partito vuole gestirla aumentando l’export e l’influenza geopolitica sul piano globale per trasformarla in vantaggio geoeconomico. I segnali di questa azione indicano molta aggressività sostanziale nascosta da linguaggio collaborativo. Raccomandazioni. L’Ue deve difendersi dalla concorrenza sleale cinese, ma anche non deve perdere quel mercato per il suo export. La sua forza negoziale è limitata da quanto detto sopra, problema aggravato dal fatto che la Cina ha peso politico sia per calmare la crisi di Hormuz sia per fare pressioni limitative nei confronti della Russia per il caso Ucraina, ambedue interessi primari delle nazioni europee. Per questi motivi mi rendo conto della necessità dell’Ue di non prendere atteggiamenti conflittuali con la Cina. Ma va considerato che l’Ue ha anche punti di forza in prospettiva, quello principale il fatto che sta siglando accordi doganali con le nazioni di mezzo mondo impaurite dal dazismo statunitense, ma anche da un’eccessiva dipendenza dalla Cina. Semplificando, l’Ue è meno debole di quanto oggi appaia. Conseguentemente suggerisco alla Commissione di gradualizzare nel tempo eventuali accordi con la Cina, selezionando quelli che provocano meno danni e portano reciprocità utile al sistema industriale europeo, lasciando il resto esposto a sorveglianza rafforzata per eventuali blocchi doganali. L’Italia? Nel passato è stata molto penetrata da interessi cinesi che ora richiedono contenimento con qualche porta aperta, ma ben controllata. www.carlopelanda.com Continua a leggere
Con la solita scusa della destra che soffoca l’arte, le produzioni «rosse» fanno incetta di fondi pubblici per imporre una narrazione ideologica «superiore». Ma il revival del Sessantotto rallenta l’adattamento all’ambiente mediale basato sulla pluralità delle voci. Mentre in Italia la categoria che negli anni in cui hanno governato «i fascisti» ha percepito due miliardi e mezzo di sostegni sogna di poter vivere in un mondo simile a quello che sognava il compositore di corte del Re Sole, Jean-Baptiste Lully, in Francia è successo qualcosa di molto interessante. Sì, perché se è vero che in Italia la domanda da fare a chi auspica «mondi piccoli» è costretta ad aleggiare senza mai essere posta - «in un mondo in cui ci siete solo voi chi ve li dà i fondi per fare i film?» - la classe intellettuale francese, molto meno di mondo e sorniona di quella partenopea e molto più militante e priva di autoironia, si è prodotta in un classico: una bella «lettera aperta» contro i «fascisti» che soffocano il cinema. Questa volta il bersaglio è stato il magnate dei media Vincent Bolloré e la vicenda si sarebbe dipanata sui binari soliti da 70 anni a questa parte, senonché questa volta la «cattiva oca» ha deciso di mordere chi le stava tirando il collo: Bolloré ha risposto che le sue aziende non avrebbero più collaborato con i firmatari della lettera. E così Juliette Binoche, Mark Ruffalo, Ken Loach, Aki Kaurismäki, Javier Bardem e molti altri «artisti militanti» saranno esenti dalle contaminazioni della «deriva di destra» e dalla «influenza indebita» sulla produzione cinematografica. Questa è solo l’ultima puntata di una vicenda nata mesi fa quando sempre Bolloré attraverso il centro studi Institut de l’Espérance rese pubbliche le proposte volte a ridurre le spese statali e i sostegni pubblici alla cultura, al fine di contrastare forme di egemonia ideologica consolidate. Recentemente anche l’ex ministro Gennaro Sangiuliano, tornando sul tema della reale funzione dei sostegni pubblici per prodotti culturali che nessuno fruisce, si è posto all’interno della più ampia, complessiva, riflessione sulla forma-cinema intesa come sistema novecentesco sia dal punto di vista produttivo sia da quello fruitivo, dove la grande ombra che si proietta su tutto quel mondo arriva non solo dalla preminenza delle serie-tv sui film ma dal grande elemento ignoto e minaccioso che, come in Mulholland Drive di David Lynch, attende dietro l’angolo: l’Intelligenza artificiale. Per l’arte che trova il suo senso estetico nell’essere espansione di una tecnologia, il trovarsi di fronte a un momento di cambio di paradigma tecnologico non consente la riproposizione pedissequa di schemi, poetiche, ruoli e richieste tipiche di un mondo che non esiste più. Il fatto che Hollywood appaia come l’ultimo posto al mondo in cui vigono ancora il woke e le normative Dei conferma proprio la sua obsolescenza e il suo rifiuto nell’accettare un viale del tramonto ormai imboccato. Anche in Europa, e in Italia in particolare, il mantenimento di strutture centralizzate e sovvenzionate rischia di ritardare l’adattamento a un ambiente mediale frammentato, in cui la pluralità delle voci emerge più efficacemente da processi decentralizzati e dove l’insieme di queste dinamiche suggerisce che le tensioni tra capitale privato, finanziamento pubblico e produzione culturale non si riducono a dispute contingenti su singoli film o su singole personalità ma investono questioni di più ampio respiro che si sostanziano nel rapporto tra libertà tematica e pretese di sostegno statale. A tal proposito al Festival di Cannes finito ieri è stato presentato il film L’Abandon di Vincent Garenq, dedicato agli ultimi giorni di vita di Samuel Paty, l’insegnante francese decapitato nel 2020 da un attentatore islamista per aver mostrato vignette satiriche durante una lezione. La pellicola ha suscitato reazioni immediate da parte del conformismo di sinistra sottoforma di accuse di razzismo o di alimentazione di stereotipi. Ancora una volta ci siamo trovati di fronte alla riproposizione del tipico schema di inversione: la vittima che diventa colpevole e colpevole, più precisamente, di contraddire la narrazione che giustifica la presenza, il dominio e la costante espansione del Parastato gramsciano che governa sia immigrazione che mondo della cultura. Apparentemente, dunque, ricomponendo tutti i termini della questione, ci troveremmo semplicemente di fronte a un revival della linea sessantottina classica: dominio ideologico della sinistra in un settore culturale, richiesta di fondi pubblici, rivendicazione di poter produrre arte anche in assenza di pubblico, scontro coi «fascisti» che devono pagare e tacere, imposizione di gerarchia morale tra un mondo di artisti eletti e uno di gretti commercianti, talmente ignoranti da non andare al cinema e sfruttamento del conflitto ideologico secondo le tecniche del Parastato gramsciano. Tutto già visto? E no, questa volta no. Come farebbe notare Carlo Freccero, ci troviamo oggi di fronte a una differenza sostanziale: mentre il cinema nel Sessantotto rappresentava forze di critica sociale che condividevano la spinta avanguardista di contrapposizione al sistema, oggi il mondo del cinema si schiera come un sol uomo a difesa e preservazione del sistema attraverso le più stataliste e privilegiate rivendicazioni, suggerendo addirittura una sorta di superiorità morale, proprio come i «papà» che François Truffaut contestava tanto. Continua a leggere
Pubblicato all’apice dello Stato islamico, resta il testo chiave pure per i terroristi di oggi. Sono passati ormai dieci anni da quando l’Isis ha pubblicato il suo manuale per lupi solitari. Si intitolava How to survive in the West (Come sopravvivere in Occidente) e rappresentava il testo sacro degli aspiranti jihadisti. Chiunque, all’epoca, poteva scaricarlo tramite i canali più o meno ufficiali dello Stato islamico e mettere in pratica gli insegnamenti raccolti negli 11 capitoli che lo compongono. E che oggi rappresentano un ottimo strumento per comprendere quali parti siano rimaste immutate nell’addestramento degli aspiranti terroristi islamici e quali siano cambiate. Al centro di tutto, c’è la taqiyya, la capacità di dissimulare e mentire: «Non mostrate che siete musulmani, in questo modo eviterete di finire tra i sospettati di essere terroristi». Profilo basso, quindi. Si consiglia di evitare barbe lunghe e, per le donne, di indossare niqab neri. Meglio quelli colorati. Allo stesso modo, quando si è in pubblico, è preferibile evitare nomi che ricordino la religione islamica ed è necessario mostrarsi sempre cordiali con tutti. Uno degli obiettivi principali dei lupi solitari, poi, è quello di raggranellare soldi nel modo più semplice possibile. E, ancora una volta, senza dare nell’occhio. Chi è in grado organizzi truffe bancarie o hackeri i conti di grandi aziende. L’obiettivo da colpire? Naturalmente gli infedeli, il «vero nemico». Meglio ancora se israeliani. Comunicare in sicurezza è fondamentale. Ed è uno dei tanti errori che ha fatto il ragazzo nordafricano di Firenze. Lo Stato islamico suggerisce infatti di tenere un profilo basso: mai digitare parole come «jihad» o armi nei motori di ricerca. Per trovare informazioni in modalità anonima, meglio usare Tor. L’apparenza è tutto: bisogna sembrare «puliti» agli occhi altrui. Anche, e soprattutto, quando ci si addestra. Correre e andare in palestra sono attività normali in Occidente, quindi si possono fare senza problemi. Bisogna evitare però di indossare simboli che richiamino armi o simboli legati all’islam. Ancora una volta la taqiyya, la dissimulazione: «Devi allenarti come una persona normale, non puoi sembrare diverso». Curiosamente, il volume per aspiranti jihadisti consiglia di imparare il krav maga, l’arte del combattimento corpo a corpo israeliana. Utilizzare le armi è fondamentale, ma è meglio evitare quelle vere e fare pratica con quelle di paintball e softair. Per imparare i movimenti di combattimento in zone urbane il videogioco Call of duty rappresenta un ottimo strumento. Il volume suggerisce poi i metodi di attacco. Non solo bombe e armi da fuoco, che rappresentano strumenti più complessi, ma anche, e soprattutto, strumenti più semplici e facilmente reperibili. Del resto era stato proprio il portavoce dell’Isis, Abu Muhammad al-Adnani, a elaborare una nuova strategia, definendola delle «mille lame», per colpire l’Occidente. Attacchi improvvisi, rapidi e con mezzi di fortuna, alla portata di tutti, utilizzando auto-ariete e coltelli. La stessa dinamica dell’attacco di Modena. Il ragazzo nordafricano di Firenze, però, voleva colpire in grande. Sognava l’attentato spettacolare, che causasse una carneficina. Cercava armi e preparava molotov. Un salto di qualità. A distanza di dieci anni dalla sua pubblicazione, questo manuale rappresenta ancora il punto di riferimento di chi vuole colpire l’Occidente. Non a caso, dopo esser stato rimosso dal Web, circola tra la chat degli aspiranti terroristi. Che dissimulano e sembrano innocui mentre si preparano a colpire un Occidente sempre più stanco. Che ha abbassato la guardia, nonostante le tante ferite inflitte dal jihad. Continua a leggere
Attimi di panico nei pressi della Casa Bianca: un uomo armato ha aperto il fuoco contro gli agenti del Secret Service prima di essere ucciso. Ferita gravemente una persona presente nella zona. Giornalisti costretti a interrompere le dirette e a mettersi al riparo. Continua a leggere
A Milano sono 35 le aule a maggioranza extracomunitaria. Va peggio a Monfalcone: le percentuali sono oltre il 70%. Gli islamici in Italia, nel 2050, saranno il doppio. I dati parlano chiaro: entro il 2050, i musulmani in Europa rappresenteranno almeno l’11 per cento della popolazione. Questo lo scenario ipotizzato dal centro studi americano Pew research nel caso in cui non si dovessero intensificare gli sbarchi di migranti da Paesi islamici. Nello stesso studio, inoltre, si immagina anche quale sarà la situazione in Italia. Anche in questo scenario, i dati non sono confortanti: entro il 2050, la popolazione musulmana, nel caso di alti tassi di sbarchi, dovrebbe superare il 14%. Sono trend, sia chiaro. Ipotesi che si potrebbero verificare, in meglio o in peggio, oppure no. Ma se ci guardiamo attorno possiamo già notare che, nel giro di qualche decennio, gli italiani potrebbero ritrovarsi a essere una minoranza. Continua a leggere
Il ministro al Festival dell’economia: «Chiusura frettolosa, puntiamo ad avviare centrali di ultima generazione». E sulla riforma elettorale: «Serve maggioranza certa ma che non elegga da sola il presidente della Repubblica». Nonostante quello che dicono le opposizioni, la maggioranza non sembra affatto aver paura di parlare ancora di referendum. Anzi. Il ministro per i rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, in occasione del Festival dell’economia di Trento, ha spiegato che «inevitabilmente» ci sarà un referendum sul nucleare in Italia. Continua a leggere
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L’Ue si sta facendo tagliare fuori dalla nuova era e dipende da Usa e Dragone. La sfida si gioca nel corridoio Terra-Luna. Pochi se ne sono accorti, ma negli ultimi mesi lo scenario delle prospettive di esplorazione spaziale è radicalmente mutato. Lo Spazio è diventato più affollato e competitivo che mai. Gli Usa sono in testa, ma forse ancora per poco, mentre la Cina si sta muovendo rapidamente, costruendo sistemi di lancio e stazioni spaziali. Continua a leggere
Hanno suonato all’improvviso degli amici per un tè di pomeriggio. In casa non c’era quasi niente e allora aguzziamo l’ingegno ed ecco una trovata che si fa in fretta super gustosa e dal costo irrisorio. L’ispirazione è venuta da una confezione di pasta fillo che sonnecchiava in frigorifero in attesa di farsi involtini Primavera e che invece si è trasformata in una delizi di stagione. E allora diamo luogo alla dolcezza. Continua a leggere
Il ministro degli Esteri, Rodríguez Parrilla, alla «Verità»: «Un’aggressione militare contro di noi avrebbe conseguenze imprevedibili. Gli altri Stati smettano di guardare». Si stringe ogni giorno di più il cerchio intorno a Cuba, e al largo delle coste dell’isola caraibica è apparsa la portaerei a propulsione nucleare Nimitz accompagnata dal suo gruppo d’attacco. L’annuncio dell’arrivo è stato fatto dal Comando Sud degli Stati Uniti (Southcom), responsabile delle operazioni militari in America Latina e Caraibi, che in un post su X ha scritto: «Benvenuti nei Caraibi, gruppo d’attacco del Nimitz». Continua a leggere
Gli ucraini, grazie allo sviluppo dei droni, colpiscono un’azienda chimica a 1.700 chilometri dal confine. In pochi giorni hanno preso di mira: Mosca, la sede dell’Fsb a Kherson, lo studentato nel Lugansk (18 morti, di cui 4 bambini) e un hub petrolifero nel Mar Nero. Si estendono le azioni dei droni ucraini in profondità nel territorio russo, a riprova delle capacità di Kiev nei velivoli senza pilota. Ciò permette di causare danni a costi relativamente bassi e di diffondere insicurezza nella popolazione russa, anche con lo scopo di alimentare malcontento nei confronti del governo di Vladimir Putin. Continua a leggere
L’Indonesia nazionalizza l’export. Solare europeo sottozero. Hormuz senza tregua. Il ritorno degli extraprofitti. Maxi fusione NextEra-Dominion. Continua a leggere
«Intesa vicina ma firmo solo alle nostre condizioni, a partire dal nucleare». Poi Donald sente i Paesi del Golfo: alcuni favorevoli a un altro assalto per piegare l’Iran. Rubio più cauto ma ottimista. Ipotesi tregua di 60 giorni. La chiusura dello Stretto di Hormuz ci è già costata più di 2 miliardi. Il caro benzina dovuto alla crisi in Iran ha impattato sulle bollette europee per 42 miliardi. Lo speciale contiene due articoli. Continua a leggere