Circa 1.000 ex professionisti e molti iridati di Spagna 1982 chiedono trasparenza sulla gestione del fondo dove hanno versato i contributi: «I conti non tornano». La replica: «Il patrimonio è superiore ai potenziali riscatti». L’ex centrocampista Giuseppe Dossena: «All’attuale sindaco di Verona chiedo se è normale che non possiamo neanche consultare i bilanci». Lo speciale contiene due articoli Continua a leggere
Il presidente americano annuncia che in Iran «è in corso un cambio di regime» e che Usa e Israele «hanno eliminato la leadership» di Teheran, rivendicando un’intesa in 15 punti con la rinuncia iraniana all’arma nucleare. Dalla Repubblica islamica arriva però una smentita su ogni negoziato. Continua a leggere
Gli ultimi arrivati sono i «Fennecs», che hanno scelto come simbolo il soprannome della nazionale di calcio algerina. Ma la gang più temuta resta la marsigliese DZ. Le nuove sostanze psicoattive rappresentano un business a basso costo logistico e alta redditività: il modo ideale per finanziare attività terroristiche. Le periferie restano un grosso bacino di reclutamento. Lo speciale contiene due articoli Continua a leggere
«L’affluenza è una buona notizia, in generale la democrazia è una buona notizia». Così il premier Giorgia Meloni, all’uscita del seggio di Spinaceto, a Roma, dove si è recata questa mattina per il voto al referendum sulla giustizia, rispondendo a una domanda. Continua a leggere
La figlia del capo della comunicazione di Mps: «La commissione parlamentare ha certificato che fu ucciso. Ma a Siena c’è omertà». «Quella mattina, prima di uscire per andare in banca, mi prestò le sue pantofole: è l’ultimo ricordo che mi resta di lui». Quella mattina era il 6 marzo 2013, esattamente tredici anni fa. David Rossi, il potente - come lo descrivono le cronache «guardone» - direttore della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, la banca rossa più antica del mondo trascinata dai rossi e non solo in uno scandalo finanziario gigantesco, non tornerà più a casa. Alle 19 e 59 le telecamere - ma solo un filmato sarà disponibile con l’orario peraltro sbagliato - registrano il volo di David dal terzo piano di Rocca Salimbeni. Continua a leggere
L’esperta: «Le decapitazioni mirate non affosseranno il regime. Gli sfollati sono 3,5 milioni e molti potrebbero arrivare in Europa». Una guerra che durerà fino a maggio, almeno, e un regime change sempre più improbabile per Trump che sperava di chiudere la guerra in poche settimane. Farian Sabahi, scrittrice di origini iraniane, docente all’Università dell’Insubria, ha dedicato la sua vita a studiare l’Iran, ed è convinta che gli Stati Uniti abbiano cominciato una guerra contro un Paese che non era una minaccia. Continua a leggere
L’esperta: «Le decapitazioni mirate non affosseranno il regime. Gli sfollati sono 3,5 milioni e molti potrebbero arrivare in Europa». Una guerra che durerà fino a maggio, almeno, e un regime change sempre più improbabile per Trump che sperava di chiudere la guerra in poche settimane. Farian Sabahi, scrittrice di origini iraniane, docente all’Università dell’Insubria, ha dedicato la sua vita a studiare l’Iran, ed è convinta che gli Stati Uniti abbiano cominciato una guerra contro un Paese che non era una minaccia. Continua a leggere
L’analista Ispi: «All’epoca mancava il 6% del petrolio globale, oggi il 17%. Gli effetti profondi li avvertiremo col tempo. Tra i pochi a ridere c’è Putin: incassa di più e l’Europa sarà tentata di riaprire al suo gas». «Questa crisi è peggiore di quella del 1973 che mise in ginocchio l’Occidente e fece triplicare i prezzi del petrolio in pochi mesi pur a fronte di una riduzione di appena il 6% dell’offerta petrolifera mondiale». Matteo Villa, senior analyst dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), fa uno scenario dell’impatto della guerra in Iran sui mercati energetici e le nostre bollette. Continua a leggere
La Digos della Questura di Catania ha arrestato Giuseppe Sciacca, 47 anni, ritenuto esponente di spicco dell’area anarchica, in cui è noto come il «bombarolo», in esecuzione di un ordine di carcerazione emesso il 13 marzo dalla Procura generale di Torino. Deve scontare una condanna definitiva a 4 anni e 5 mesi di reclusione emessa dalla Corte d’Assise d’appello del capoluogo piemontese, confluita in un provvedimento di determinazione delle pene concorrenti del settembre 2025. Continua a leggere
Le elezioni di metà mandato che si terranno il 3 novembre rappresentano un potenziale spartiacque per la seconda presidenza di Donald Trump. Ecco perché. Come noto, a novembre non si voterà per la Casa Bianca ma per rinnovare la totalità della Camera e un terzo del Senato. Il presidente americano ha, in questo contesto, estrema necessità di mantenere la maggioranza repubblicana in entrami i rami del Congresso. In caso contrario, rischierebbe di vedere impantanata la sua agenda parlamentare e, se i dem dovessero riconquistare la Camera, dovrebbe probabilmente affrontare un nuovo impeachment. Continua a leggere
L’ambasciatore: «Finché Hormuz resta chiuso, l’America non può fermarsi. Ne uscirà solo con una forzatura o riconoscendo all’Iran la sua quota di influenza sullo stretto». «Il conflitto in Iran durerà. E noi europei non siamo pronti alla guerra. Occorre rafforzare gli sforzi diplomatici». Secondo l’ambasciatore Giampiero Massolo, già segretario generale della Farnesina, non ci sono segnali di un rasserenamento sul fronte iraniano. Anzi. «Sembra che la leva dell’escalation adesso sia più in mano iraniana che americana. E anche Usa e Israele non sembrano perseguire gli stessi obiettivi». E se Trump dovesse perdere le elezioni? «Reagirà con il suo temperamento: alzando la posta». Continua a leggere
La Casa Bianca: «Colpiamo le centrali elettriche se non fate circolare le navi». Ma pone anche sei condizioni per il dialogo. Gli Stati Uniti tentano la via diplomatica ma al tempo stesso alzano il livello dello scontro con Teheran, in un quadro sempre più instabile che coinvolge lo Stretto di Hormuz, Israele e il Libano. Secondo fonti citate da Axios, gli inviati di Donald Trump, Jared Kushner e Steve Witkoff stanno lavorando alla creazione di una squadra incaricata di negoziare con l’Iran su ordine diretto del presidente. Continua a leggere
A Pontida l’ultimo saluto dei militanti all’Umberto, l’uomo che ha regalato un sogno al Nord. Applausi per Meloni, alte cariche presenti (ma non Mattarella). Giorgetti spegne il coro «Bruciamo il tricolore». «Hai osato dove nessuno osava. Il tuo sogno vive». L’estremo saluto al Senatur sta tutto in questo striscione davanti al sagrato del monastero di San Giacomo a Pontida; nostalgia, tenerezza, consapevolezza di un mondo perduto. È questa la cifra più intima del «funerale di popolo» che la famiglia ha preferito contrapporre al più solenne funerale di Stato. E quando l’auto con il feretro rallenta davanti al pratone dei tuoni motivazionali, degli annunci politici e dei «vadaviaiciap» cosmici, sui 2000 fedelissimi scende un silenzio irreale. Il mezzo toscano fra le dita e la voce arrochita dall’altro mezzo, sembra di vederlo, Umberto Bossi, mentre costruisce quel sogno nei suoi 30 anni da leader della Lega. Continua a leggere
Perché aeroplani ed elicotteri militari statunitensi portano il nome delle tribù indiane? Ecco l’idea un po’ folle ma rivoluzionaria di un generale americano. Continua a leggere
Magistrati storici, ex procuratori di Cassazione, capi di Tribunale. «La Verità» ha ospitato per settimane i pareri di chi amministra la giustizia e sostiene le ragioni della riforma. Sono la risposta migliore a chi ragiona per slogan. Fino alle 15 c’è tempo per ascoltarli. Tra poche ore sapremo se la riforma dell’ordinamento giudiziario allestita dalla maggioranza di governo avrà superato il vaglio popolare. Chi in queste ore si sta recando alle urne con l’unico obiettivo di azzoppare Giorgia Meloni, rischia di affossare definitivamente l’ultimo tentativo di staccare la magistratura dalle ideologie e le sentenze dalla discrezionalità. Continua a leggere
Più passano i giorni e più si capisce che la guerra in Iran rischia di essere un nuovo Vietnam o forse un nuovo Afghanistan. A differenza di ciò che ci si immaginava dopo l’uccisione di Ali Khamenei e di alcuni capi militari, la potenza di fuoco degli Stati Uniti e di Israele non è riuscita a piegare Teheran. Il regime degli ayatollah ha avuto anni per prepararsi a uno scontro frontale e come abbiamo scoperto si è armato fino ai denti, molto di più di quanto immaginassimo. Non solo. La guerra in Ucraina ha aperto a nuovi scenari, cambiando completamente le strategie militari. Continua a leggere
Caro Andrea Delmastro, le scrivo questa cartolina perché qui fioccano le richieste: c’è chi vorrebbe aprire con lei un ristorante di pesce (Merluzzeria d’Italia), chi un ristorante vegetariano (Cavoleria d’Italia) e chi una pasticceria (Zuccotteria d’Italia). Si tratta, ovviamente, di persone sconosciute, ma sappiamo che lei non si fa problemi a entrare in società col primo che passa. Soprattutto con la prima che passa, fosse anche essa la figlia dell’uomo del clan mafioso. Pure il tempo, a quanto pare, non le manca. Noi pensavamo che un sottosegretario alla Giustizia non avesse un minuto per pensare ad altro. Continua a leggere
Caro Andrea Delmastro, le scrivo questa cartolina perché qui fioccano le richieste: c’è chi vorrebbe aprire con lei un ristorante di pesce (Merluzzeria d’Italia), chi un ristorante vegetariano (Cavoleria d’Italia) e chi una pasticceria (Zuccotteria d’Italia). Si tratta, ovviamente, di persone sconosciute, ma sappiamo che lei non si fa problemi a entrare in società col primo che passa. Soprattutto con la prima che passa, fosse anche essa la figlia dell’uomo del clan mafioso. Pure il tempo, a quanto pare, non le manca. Noi pensavamo che un sottosegretario alla Giustizia non avesse un minuto per pensare ad altro. Continua a leggere
Tito Ettore Preioni, ex giudice della Corte d’Appello di Milano: «Le intercettazioni dei dialoghi tra membri del Csm e parlamentari in un hotel nel 2019 svelarono un sistema di potere. Al posto di correggere l’Anm ha preferito insabbiare». Non dobbiamo dimenticare, mentre andiamo a votare per il referendum, che tutto ha avuto origine nel maggio 2019 dalle conversazioni intercettate in un albergo romano durante una cena alla quale partecipavano alcuni magistrati membri del Consiglio superiore della magistratura, con aggiunta di parlamentari. Le intercettazioni, divulgate dalla stampa, costituivano un saggio delle reali modalità con le quali l’organo di autogoverno della magistratura operava, svelando la realtà di un organo tecnico di alta amministrazione di rilevanza costituzionale, composto da membri togati eletti dai loro colleghi e candidati dalle correnti interne alla magistratura, che operava con le stesse dinamiche lottizzatorie dei partiti politici, in primo luogo nell’assegnazione degli incarichi direttivi, invece di provvedere, come suo dovere, in modo neutrale e trasparente sulla base dei meriti professionali degli aspiranti. Veniva così alla luce un sistema di assegnazione delle dirigenze degli uffici giudiziari fondato sugli accordi tra correnti, cosicché le scelte erano effettuate secondo i criteri dell’appartenenza alle correnti stesse, in grado queste ultime di influire sul voto dei membri di riferimento all’interno del Consiglio superiore. Questa era la realtà sconosciuta all’esterno, ma da decenni ben nota, accettata e comunque tollerata nel mondo dei magistrati. A queste logiche bisogna dire che si sono per anni piegate indistintamente tutte le componenti della magistratura associata, senza eccezione alcuna, che in questo modo pilotavano l’assegnazione degli incarichi specie se direttivi, con potenziali effetti a cascata su tutta l’organizzazione sottostante. Scoperto e denunciato questo fenomeno distorsivo, vi è stata nel mondo della magistratura una corsa collettiva a proclamare l’assoluta estraneità a quello che è stato definito «mercato delle nomine» o «magistropoli», a cominciare proprio dagli esponenti correntizi maggiormente coinvolti nel fenomeno, che, con buona dose di ipocrisia, hanno da subito indotto a considerare l’accaduto un fatto episodico riconducibile a esclusive responsabilità individuali e non invece a un vero e proprio consolidato «Sistema» che implicava responsabilità collettive quale effettivamente era e in buona sostanza ancora rimane. A fronte di tale palesato malcostume è innegabile che fosse necessario intervenire adottando le misure più opportune ed efficaci. Data l’unanime indignazione provocata, sembrava naturale che la magistratura, fatta la necessaria autocritica, si mobilitasse fattivamente per individuare e proporre dall’interno soluzioni e rimedi, onde evitare la compromissione dell’immagine e della credibilità dell’istituzione. Ma ciò non è avvenuto. Si è preferito circoscrivere e sostanzialmente insabbiare il fenomeno. Così, quando la politica si è mossa, l’Associazione nazionale magistrati ha mantenuto e mantiene tuttora un atteggiamento oppositivo a ogni efficace intervento in materia, una levata di scudi di tutte le componenti associative, ivi comprese quelle moderate, fatte salve talune eccezioni individuali, che odora di comportamento corporativo volto al mantenimento dello status quo in sospetta difesa del sistema correntizio, peraltro con successiva presa di posizione e toni da campagna elettorale che mal si addicono all’immagine di imparzialità e terzietà dei magistrati. Va detto che il tentativo di recidere il cordone ombelicale tra le correnti e l’organo di autogoverno della magistratura operato nel 2022 con la riforma Cartabia è in buona sostanza fallito, tanto che, come è stato osservato, le nuove disposizioni aggravano persino il fenomeno, lasciando - come è stato sagacemente osservato - «cartabia-nca» alle correnti medesime. Quella riforma, infatti, escludendo ogni aggancio alla prossimità territoriale rende praticamente impossibile la presentazione di candidature al di fuori delle designazioni correntizie. L’iniziativa di attivarsi per un cambiamento effettivo è stata assunta dall’attuale maggioranza governativa e parlamentare. Si tratta comunque di una problematica molto specifica che avrebbe dovuto essere risolta attraverso il confronto parlamentare senza coinvolgere il comune cittadino, ma soltanto le sue rappresentanze politiche, che purtroppo in questa occasione non hanno trovato quelle ampie sinergie che in precedenti occasioni si erano verificate. Nell’ottica del superamento del problema iniziale e cioè delle deviazioni verificatesi in seno al Consiglio superiore della magistratura, si è pensato nell’intendimento dei promotori della riforma di ricorrere al sorteggio dei suoi componenti, così da recidere per i membri togati il legame originario con le correnti di cui gli stessi sono ancora attualmente espressione. Si è poi affrontata una tematica propedeutica e cioè quella della completa separazione delle carriere, misura da sempre auspicata da gran parte della classe politica e forense, che comporta per coerenza di risalire al vertice dell’organizzazione giudiziaria con la creazione di due diversi Consigli superiori della magistratura, uno per la funzione giudicante e uno per la funzione requirente, misura vista come il completamento della riforma introduttiva del processo accusatorio varata nel 1989 sotto l’egida dell’allora ministro Giuliano Vassalli, allora e in seguito sostenuta anche dalle forze dell’attuale minoranza. Sempre con l’obiettivo di elidere il potere delle correnti si è pensato da ultimo a istituire un’Alta Corte disciplinare al fine di accentuare il carattere di terzietà dell’organo disciplinare, sottraendo la materia al Consiglio superiore, ora ai due Consigli superiori, che hanno funzioni propriamente amministrative. Si poteva fare di meglio per dare una risposta legislativa alle tematiche in questione? Le forze della maggioranza sono state accusate di voler normalizzare una magistratura alla quale è stato imputato tra l’altro di assumere iniziative debordanti dal proprio ambito istituzionale. Le forze dell’opposizione sono state per contro accusate di opporsi al cambiamento soltanto per ostilità alla maggioranza. Da ambo le parti si è fatto ricorso a quegli slogan che sembrano maggiormente adatti a conquistare il voto popolare dal momento che i meccanismi legislativi azionati hanno comportato necessariamente il ricorso al referendum popolare su delicate questioni di natura squisitamente tecnico-giudica con tutte le conseguenze del caso. Senza la pretesa di affrontare delicati profili giuridici, sui quali hanno disquisito e preso posizione da entrambe le parti valenti costituzionalisti e insigni giuristi, pur considerando che la riforma presenta ulteriori difficoltà di percorso, perché si tratterà di passare poi alla normativa di attuazione con le relative problematiche aperte, si deve osservare che se si vuole risolvere il problema originario della degenerazione del funzionamento dell’organo di autogoverno della magistratura collegato alla tematica più generale della totale separazione dei percorsi professionali di magistrati requirenti e magistrati giudicanti un cambiamento deve essere fatto. Diversamente, se prevalesse, sintetizzata dal No referendario, la contrarietà a ogni cambiamento, sarà stato fatto tanto rumore per nulla. Sarà prevalsa la volontà di tenersi il Consiglio superiore della magistratura così com’è, con i suoi vituperati difetti, con le sue correnti onnipotenti e condizionanti proprio come se nulla fosse stato, perché nulla è ancora realmente cambiato all’interno di quell’organo dopo gli scandali. Sarà prevalsa la volontà di non voler portare a compimento la svolta del processo accusatorio introdotto dalla riforma avviata nel 1989 e, quindi, di non volere le condizioni di effettiva parità delle parti e di effettiva terzietà e imparzialità del giudice nel processo penale, come previsto dal giusto processo introdotto dall’articolo 111 della Costituzione. Se invece sarà prevalsa, come spero, la volontà riformatrice, espressa dal Sì referendario, il primo e indispensabile passo sulla via del cambiamento sarà stato fatto. Avendo svolto per 40 anni le funzioni di magistrato giudicante, ho visto subito con favore questa riforma. Una riforma che, complessivamente considerata, è di natura liberale e garantista e soprattutto va nella direzione di una giustizia più giusta e cioè di una giustizia più indipendente e più terza, come deve essere la giustizia, nel senso che questa riforma valorizza i requisiti di neutralità, imparzialità e terzietà che devono costituire il tratto saliente della magistratura e che integrano l’essenza stessa della funzione giudiziaria. Questa riforma a mio avviso aiuta a restituire credibilità all’istituzione che viene in prospettiva depurata dagli elementi di inquinamento politico-partitico-correntizio perduranti nel suo organo di vertice con rischio di pesanti ricadute su tutta l’organizzazione sottostante. In tanti anni di esercizio della funzione giudiziaria ho applicato leggi prodotte da tutte le maggioranze parlamentari e ho assistito a molteplici revisioni degli originari articoli della Costituzione. Non vedo nella riforma pericoli, neppure futuri, di un controllo del potere politico sulla magistratura, come paventato da taluni, e ciò per le radicate tradizioni democratiche del nostro Paese, comprovate dalle numerose alternanze governative proprie di una democrazia matura quale è la nostra. Vedo semplicemente rafforzata, con la riforma, la terzietà della funzione giudicante e più in generale di tutta la magistratura attraverso una coerente separazione e differenziazione dei ruoli inquirente, giudicante e disciplinare. Continua a leggere
I nemici dei diritti umani? Sono i fan dell’accoglienza illimitata, che permette alle multinazionali di sfruttare gli irregolari. Lo spiega Martin Sellner, accusato di razzismo da chi non ha letto il suo libro. Che dal 25 marzo è disponibile con «La Verità» e «Panorama». Provate per un attimo a cambiare prospettiva. È un esercizio semplice, in fondo, ma richiede un piccolo sforzo iniziale che non è da tutti. Occorre infatti liberarsi dei condizionamenti e dei pregiudizi che anni di propaganda martellante hanno conficcato nelle menti di chiunque, soprattutto a sinistra ma anche a destra. Provate allora a pensare per qualche istante che l’immigrazione non sia un «fenomeno epocale» e «inevitabile», e che l’accoglienza non sia «una questione di umanità». Si tratta, appunto, di ribaltare il punto di vista, e di ancorarlo alla realtà. Continua a leggere
Premio del 9% sull’ultima quotazione. Nascerebbe un gruppo da 27 miliardi di ricavi. Alcuni numeri per intenderci: circa 27 miliardi di ricavi annui, 4,8 miliardi di margini lordi, oltre 150.000 dipendenti. Queste cifre sono quelle sciorinate da Poste Italiane per descrivere il gruppo che potrebbe nascere nel caso l’Offerta pubblica di acquisto e scambio, Opas, su Telecom Italia andasse in porto. Sì, avete letto bene: all’ora di cena di una domenica sera elettorale, le Poste guidate da Matteo Del Fante e dal direttore generale Giuseppe Lasco puntano al controllo della totalità di Tim. Continua a leggere
Dalla Confraternita del raviolo al cioccolato. Poi tutti in bici tra le colline, i borghi e i vigneti della terra dei Campionissimi. Tutto cominciò con una fetta di salame. Perché proprio a 14 anni un giovanissimo garzone di nome Fausto trovò lavoro come addetto alle consegne in una salumeria di Novi Ligure. Fu così che cominciò a pedalare. Sempre in bicicletta, mattina e sera. E poi il ritorno a casa e quella interminabile salita da Villalvernia a Castellania. Continua a leggere
Le sue riflessioni poggiano sul presupposto heideggeriano di ineluttabilità della Tecnica e su un’idea del progresso come portato cristiano. Il pur discutibile accelerazionismo, mutuato da Nick Land, nasce dal timore che un potere globale schiacci l’innovazione. Finito il breve momento di critica preventiva alle Conferenze sull’Anticristo che Peter Thiel ha tenuto a Roma, si possono ora leggere i resoconti - ottimo quello di Stefano Graziosi - di chi alle conferenze c’è andato davvero, e si può constatare come il giornalismo delle maestrine che corrono a chiudere le orecchie ai bambini che non devono sentire quello che dice un «fascista» [sic] non colga altro risultato se non quello di ribadire la grande ignoranza di chi pensa di parlare di filosofia e teologia ma, in realtà, sta solo obbedendo all’imperativo della sua vita: ribadire di essere un benpensante. Continua a leggere
Cronista rigoroso e intelligente, non si è mai pentito della militanza in Lotta Continua. Polemico e tagliente, primo della classe, è da sempre un mago nel sapersi riposizionare tra televisione e giornali, cantandosela e suonandosela con invidiabile aplomb. Cognome e nome: Lerner Gad. Beirut, 7 dicembre 1954. «Sono un ebreo fortunato. Ero un bambino che divorava libri, un po’ rachitico e molto emotivo», e fin qui... «Un italiano che ha vissuto da apolide per metà della sua vita», e fin qui... Continua a leggere
I due sovversivi morti stavano confezionando una bomba difficilmente trasportabile in un casolare al parco degli Acquedotti. A un solo chilometro c’è un centro della Polizia di Stato, forse il target da colpire. I compagni: «La vendetta sarà terribile». Potrebbero arrivare dalla natura dell’ordigno che stavano costruendo le prime risposte sul tipo di azione che gli anarchici Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, morti a Roma nella notte tra giovedì e venerdì nel crollo del Casale Sellaretto, all’interno del parco degli Acquedotti, intendevano mettere in atto. Continua a leggere